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venerdì 9 ottobre 2026

Il mistero della cavalleria cortese e il Ritmo laurenziano

 

Il mistero della cavalleria cortese

e il

Ritmo laurenziano

 



Corte d'amore in Provenza, manoscritto del XIV secolo, Biblioteca Nazionale di Parigi

 

      Ragazzi, non molti mesi fa mi stampai a casa un librone un pochino pesante da leggere, ma a suo modo molto interessante: Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore di Luigi Valli. In quel testo veniva citato un autore francese, Eugenio Aroux che nel 1858, scrisse LES MYSTÈRES DE LA CHEVALERIE ET DE L'AMOUR PLATONIQUE AU MOYEN AGE (I misteri della cavalleria e dell’amore platonico nel medioevo).

In rete si trova, mi pare che lo tirato giù da Gallica, e rimasi letteralmente affascinato come se mi trovasi davanti ad una magia del mago Mandrake.

    Autore ultracattolico, bisogna precisarlo, Aroux fu un uomo politico e letterato francese (Rouen 1793-Parigi 1859), sostenitore di una fra le più stravaganti interpretazioni esoteriche dell'opera dantesca. Egli aveva la penna facile e provai a tradurmerlo. Il risultato è nel mio sito, pieno di svarioni e di errori sul tipo la volpe Renart, confondendomi con Bernardo, l’avevo italianizzato in Renardo. No, non va bene, preferisco chiamarlo direttamente Rinaldo la volpe, ma non importa, non è più l’800 e oggi non si italianizza più niente, sincaso si inglesizza, che è peggio come dice il puffo Quattrocchi.

   Cosa mi interessa? Questo: capire quello che Aroux esprimeva. Pensate, traduttore della Divina Commedia in francese (ovvio, con suoi commenti) aveva pure scritto Dante eretico, rivoluzionario e socialista, ecc. ecc. manco fosse il fiorentino, un anticipatore di Lenin.

   Eppure, è davvero affascinante il mondo che mi schiuse davanti gli occhi.

Aroux analizzando già il primo esempio, il romanzo arturiano Jauffre e Brunissens, dove si inizia con re Artù catturato da una bestia, un drago cornuto, davanti ai suoi cavalieri.

Ebbene, la bestia «balzò in mezzo a loro [i cavalieri], liberando Artù, e si trasformò improvvisamente in un bel giovane cavaliere, “uno dei migliori e più stimati tra i valorosi, i cortesi e i saggi”.

    Lo scrittore si premura di aggiungere che "questo barone conosceva le sette arti e quella degli incantesimi". Ora, il re gli aveva promesso da tempo una coppa d'oro, un destriero e un bacio dalla più bella fanciulla se si fosse trasformato durante la corte; e così aveva appena ottenuto il primo dono.» Viene fuori che – come scrive in nota - «La coppa simboleggia l'Ultima Cena; il destriero, la comunità albigese, la quale è da condurre e tenere a freno; il bacio, la consolazione, data da noi in nome della chiesa dei puri, simbolicamente designata sotto il nome di Maria, signora di ogni bellezza, di ogni purezza e di ogni cortesia, poiché fu lei a presiedere i concili o corti d'amore.»

Continua Aroux con l’analisi del Romanzo di Fierabras [Fierobraccio] detto anche Bras de fer ovvero Braccio di ferro (come il nome italiano del marinaio usa Popeye), che lotta contro Oliviero che era già ferito e nessuno è in grado di affrontar il figlio dell’emiro Balan in una particolare simbologia  in cui ogni singola figura ha il suo significato. Fino ad arrivare che l’abile strategia del Perfetto Cavaliere Oliviero «si rivela un successo completo. Infatti, colpito da un colpo che lo rende inabile, Fierobraccio è toccato da un'ispirazione soprannaturale; domanda mercede, implora pietà al suo vincitore e, ancor più sorprendentemente per un guerriero così feroce, chiede il battesimo come grazia, il battesimo albigese, naturalmente, battesimo di fuoco o dello Spirito, che l'anonimo romanziere si guardò bene dal specificare, e riceve al fonte battesimale il nome di Floriano, quasi fosse dedicato al fiore, alla rosa tanto cara ai Perfetti. Così convertito alla fede dei buoni cristiani, come si definivano tra di loro, diventa amico e compagno di Oliviero e, abbandonando padre, famiglia e patria, diventa uno dei più valorosi campioni di Carlo Magno.»

   Tutto in esaltazione della chiesa albigese, dei Poveri di Lione, le cui riunioni velatamente mascherate erano le Corti d’Amore come quelle di cui narrò Jean de Nostredame, fratello del celebre Nostradamus, nella sua opera Les vies des plus célèbres et ancien poètes provençaux (Le vite dei più famosi e antichi poeti provenzali).

 


Le rovine del castello dei Romanin a Saint Rémy de Provence, Alpilles

Da https://www.marinellebaladesphotos.fr/saint-r%C3%A9my-de-provence-au-gr%C3%A9-des-ruelles-alpilles-13/saint-r%C3%A9my-de-provence-romanin-avec-son-a%C3%A9rodrome-et-son-vignoble-alpilles-13/

 

Questo è il castello di Romanin [Romanin - en provençal Roumanin], risalente all'XI - XV  secolo fu  l'antico feudo della famiglia omonima e successivamente della famiglia Gantelme; che secondo la wiki francese una leggenda persistente ma falsa lo ha reso il luogo delle mitiche corti d'Amore.

Appunto le Corti d’Amore oggi son date per false, ma nascondevano una realtà diversa.

Qua vi era Estefanette de Romanin, zia di Laura, la poetessa di Petrarca, a Saint Rémy e che, come Brunissens, gestiva una scuola e che, come lei, era chiamata la Signora degli Insegnamenti.

 

    Prenderò direttamente parti dello scritto di Aroux dal capitolo sulle Corti d'amore e da altri successivi…

«Nella civiltà del Mezzodì, come in quella del ben meno avanzato Nord, esisteva davvero un solo tipo di cavalleria: puramente feudale e per nulla romantica. La cavalleria di Tristano, Lancillotto del Lago, Amadis e Galaor non è mai esistita se non nei romanzi e nelle assemblee segrete della Massenia Albigese [La Massenia (Massénie) ovvero una Massoneria ascetica [franc-maçonnerie ascétique], i cui membri si autodefiniscono Templari in francese templistes.] È in quest'ultima tradizione che dobbiamo cercare i cavalieri del Cigno, dell'Aquila Bianca e Nera, d'Oriente e d'Occidente, ecc., così come coloro che inseguono l'amore a ogni livello.»

« Dichiariamo dunque inequivocabilmente che le Corti o Colli [Puys] d'Amore non erano altro che concili provinciali ai quali venivano convocati pastori dissidenti, albigesi o valdesi, per deliberare sulle necessità delle rispettive chiese. Per convincersene, basterà riprodurre le leggi dell'amore promulgate dal cappellano del re di Francia nel monumento rinvenuto dal signor Raynouard, insieme ad alcune parole di commento.»

 

Andiamo avanti perché è decisamente interessante…

«Vogliamo ora sapere da quale classe sociale provenissero i cavalieri dell'amore e i numerosi trovatori, cioè questo clero così devoto, che conduceva vite così esemplari, secondo la testimonianza dei suoi avversari? Lo stesso autore ci dirà: “Questi uomini che abbracciarono l'amore con un tono così elevato non erano né grandi baroni né potenti signori feudali (come potevano i costumi e le pratiche dell'alta nobiltà differire così tanto da quelli della nobiltà inferiore?), erano per lo più poveri cavalieri senza feudi. I frammenti biografici relativi ai trovatori ne sono la prova. Tra i cavalieri più o meno rinomati come poeti, menzionati in questi frammenti, il maggior numero apparteneva ai ranghi inferiori del feudalesimo, e molti sono espressamente citati per la loro grande povertà e la scarsa considerazione che godevano nella società”. Ora, è proprio a questa parte più poetica e altruista, più libera ed entusiasta dell'ordine cavalleresco che appartengono i tratti delicati, profondi o toccanti che caratterizzano l'amore nella cavalleria. Vedremo a cosa corrispondono in realtà questi tratti delicati, profondi o toccanti. Non sembra forse che Fauriel abbia ignorato o completamente dimenticato che a quel tempo nel Mezzodì della Francia esisteva una religione i cui fedeli si facevano chiamare i Poveri di Lione [PAUVRES DE LYON] e i cui ministri erano chiamati Uomini Buoni [Boushommes], Buoni Cristiani, Perfetti?

         Egli cita, come un caso singolare, quello di Pierre Roger, un canonico di Clermont – una posizione elevata nella società dell'epoca – che abbandonò il suo incarico per diventare giullare, così come fece Hughes Brunet, un ecclesiastico di Rodi, e che una cosa del genere accadeva spesso. Ciò è comprensibile, poiché il giullare [le jongleur], l'assistente del trovatore [troubadour] da non confondere con il buffone [le bouffon], non era altro che il suo diacono nel sacerdozio albigese. "Nulla è più frequente", afferma, "che vedere ecclesiastici, uomini destinati al sacerdozio o già negli ordini sacri, rinunciarvi per diventare trovatori o cantori di trovatori". Ma questo non lo porta a sospettare un cambiamento di religione in tale cambio di posizione.

          Analogamente, sottolinea l'altro fatto che i trovatori più famosi morirono quasi tutti in chiostro, indossando l'abito monastico. Ma non considera che lo stesso valesse per Ezzelino de Romano, detto il Monaco, per Guido di Montefeltro, o per lo stesso Gualterio d'Aquitania. Non sospetta che molti conventi, sia maschili che femminili, fossero infestati dall'eresia, specialmente quelli francescani, quei poveri di Dio, così vicini ai Poveri di Lione come a Dante; che tutte queste persone, fuggendo dalle persecuzioni sotto le spoglie di Roma, vi si recassero per trovare riposo vicino ai loro fratelli dalle fatiche di una vita di lavoro e di pericoli.

         "I cavalieri vivevano in ottimi rapporti con i trovatori", e non poteva essere altrimenti, poiché la loro vocazione tendeva allo stesso scopo. "Spesso la stessa persona univa entrambe le qualità", e così come il trovatore diventava cavaliere, avanzando di grado nella Massenia, il cavaliere diventava trovatore; Ciò significa che il Perfetto, non contento di competere in tornei verbali contro il clero cattolico, si dedicò a Trobar, ovvero alla poesia trobadorica e celebrò la religione d'amore in rima, denigrando al contempo il suo rivale. Infine, i giullari [jongleurs], questi diaconi e suddiaconi della piccola chiesa misteriosa, divennero a loro volta trovatori e cavalieri, secondo un ordine gerarchico, dopo aver superato un periodo di prove cantando accompagnandosi con l'arpa o recitando le composizioni dei dottori del gai saber.».

«È vero che le corti d'amore esistevano già prima del XII secolo e continuarono a funzionare ben oltre il XV; ma non come i trovatori si divertivano a far credere agli accademici, i quali, una volta ingannati, non ritornano facilmente né volentieri alla verità, anche se questa è sotto i loro occhi. Se la loro influenza fu così grande da sud a nord, fu perché non si esercitava su futili questioni di galanteria, bensì su interessi ben più seri: la politica e la religione.

         Finora nulla indica sufficientemente che la Chiesa albigese riconoscesse un capo supremo; ma la sua organizzazione, i mezzi impiegati con una così notevole unità, i suoi straordinari progressi, la disperata lotta condotta contro il papato, dimostrano tutti una direzione sapientemente calcolata, un piano di profonda integrazione e, infine, forze messe in moto verso un obiettivo costante, guidate da un pensiero incrollabile. Ora, questa direzione, questo pensiero singolare, era presente nei concili tramandati da storici e cronisti; concili che acquisirono questo nome solo in quei rari momenti in cui l'eresia poteva impunemente dispiegare la sua bandiera.

Doveva forse nasconderlo con prudenza? Concili, sinodi e conferenze scomparvero improvvisamente, o meglio, si trasformarono. Non se ne discuteva più. Ma poi si aprirono le Corti dell'Amore, sotto il patrocinio di qualche potente barone le cui forze militari garantivano protezione contro ogni violenza. Le prime menzionate sono quelle di Le Puy-en-Velay, nei domini del Conte di Tolosa, detto anche Monte Notre-Dame o Sainte-Marie, nomi con cui gli Albigesi si riferivano misteriosamente alla loro chiesa. Da allora in poi, raduni simili in tutti gli altri luoghi – e ce n'erano molti, sia nel sud della Francia che in Normandia e Inghilterra – furono chiamati Puys [i colli] e Puys d'amour [i colli dell’amore], il che ne rivela chiaramente l'essenza.

         Veri parlamenti diocesani o provinciali del Medioevo, essi deliberavano sugli affari della Chiesa dissidente, sulle misure da adottare, sulle istituzioni da istituire, sulla direzione da dare alle missioni e sulle scelte da compiere per ciascuna di esse. Questo è ciò che per lungo tempo fu considerato, con affascinante buon umore, come semplici raduni per feste e piaceri, poiché Perfetti e Perfette si incontravano lì con il pretesto di giochi marziali e poetici; un apparato puramente superficiale in realtà inteso solo a ingannare i non iniziati. Così, Fauriel definisce le Corti d'Amore "vere scuole di poesia, vere accademie, senza dubbio le più antiche d'Europa". Ma l'essenza di questo insegnamento, di questa poesia, gli sfuggì purtroppo. Se gli Albigesi avessero trionfato sui crociati, informazioni più precise gli avrebbero certamente impedito di commettere l'errore in cui incappò, a causa della mancanza dei documenti che tanto deplora, e che tuttavia aveva a sua disposizione.»

«Si potrebbe concordare con lui sul fatto che, prima dell'XI secolo, nella Francia meridionale, esistessero uomini che, con il nome di giullari [in francese jongleurs],  joculatores, si dedicavano alla recitazione o al canto di racconti romantici. Ma fu proprio perché gli apostoli della dottrina dissidente trovarono questa pratica consolidata nelle regioni in cui era sopravvissuta al dominio romano che si affrettarono ad adottarla, a utilizzarla per la loro propaganda. Infatti, così come eccellevano nell'appropriarsi delle tradizioni eroiche e delle favole religiose di diversi popoli, innestando le proprie idee su questo fondamento nazionale, dimostrarono estrema abilità nell'adattarsi, a seconda dei tempi e dei luoghi, ai costumi e alle pratiche dei paesi in cui svolgevano il loro ministero. Furono così menestrelli [minnesinger] in Germania, bardi e scaldi in Scandinavia, menestrelli in Inghilterra, trovatori [trouvères] nella Francia del nord, trovatori e giullari [troubadours et jongleurs] nell'antica Aquitania, giullari, uomini di gioia, in Italia, lasciando ovunque monumenti del loro genio e una memoria molto popolare.

          I missionari dell'eresia predicavano certamente la religione dell'amore ben prima che Guglielmo di Poitiers, intorno al 1100, li definisse trovatori, poiché prima che le loro dottrine raggiungessero le classi superiori, ci volle del tempo prima che si infiltrassero nei ranghi inferiori.

         Nel periodo in cui la propaganda settaria era pienamente organizzata, ovvero tra il 1150 e il 1200, il periodo di massimo splendore della letteratura provenzale, Fauriel giustamente individua diversi ordini di trovatori e giullari, la cui stessa necessità deve averli divisi in due classi distinte. Alcuni, infatti, rivolgendosi più specificamente all'élite sociale, cantavano solo per corti e castelli; altri, facendo appello maggiormente agli istinti popolari, componevano per la piazza, per i mercanti e i lavoratori, per la popolazione rurale. Abbiamo detto che i primi erano i vescovi dissidenti, che univano le qualità di perfetti cavalieri e perfetti trovatori. Abbiamo spiegato come, possedendo non meno coraggio che abilità, sapendo quando impiegare l'astuzia e dimostrando costantemente incrollabile pazienza e umiltà, essi fossero il tipo di Renaud de Montauban, una figura cavalleresca in opposizione al Maestro Renart, rappresentante simbolico del clero romano.»

« Quanto ai giullari propriamente detti – giullari del canto, delle parole, dei romanzi, come venivano chiamati – essi vanno distinti dai giullari mimi [mimes], vale a dire i ciarlatani e i buffoni. I giullari ecclesiastici erano, come già detto, ministri evangelici, ancora soggetti alle prove preliminari per il sacerdozio. Avendo il rango di diaconi nella chiesa settaria, erano vicini ai pastori ai quali erano legati, in una posizione analoga a quella degli scudieri nei confronti dei cavalieri, ed è con questo titolo che compaiono nei romanzi.

          Se si dice che illustri trovatori, tra cui Giraud de Borneil, fossero costantemente accompagnati da due giullari, è senza dubbio perché questi trovatori erano vescovi albigesi, la cui dignità e le cui funzioni richiedevano l'assistenza di due diaconi. Per questo si dice di loro: "Non intrapresero mai un viaggio (episcopale) senza averli entrambi al loro seguito".»

«Che fine facevano, dunque, una volta espropriati della parrocchia o di qualsiasi altra funzione sacerdotale, queste nuove reclute arruolate sotto la bandiera dell'eresia? Come altri aspiranti al sacerdozio settario, si recavano in seminari o logge per ricevere istruzione e, dopo essere diventati diaconi o scudieri, superate le prove richieste e fornite le necessarie garanzie, venivano ammessi al rango di Cavalieri Perfetti o Trovatori Perfetti. Così diplomati, partirono come missionari o pellegrini d'amore, come dice Dante, intraprendendo talvolta lunghi e pericolosi viaggi. Le loro tracce si trovano quindi ovunque, dai ghiacci artici e dalle profondità della Germania fino all'Oriente; in Francia e nei Paesi Bassi, in Inghilterra, Spagna e Italia. Fu allora che, nel linguaggio simbolico dei fedeli d'amore, vennero designati con il nome di cavalieri erranti.»

«Contrariamente ai romanzi che li ritraggono sempre isolati e in fuga alla ricerca di avventure, "i poeti provenzali li mostrano piuttosto spesso mentre camminano insieme e, con ogni probabilità, temporaneamente uniti per un'impresa o una ricerca [quête] comune". Mio Dio, sì; assolutamente come i missionari dei nostri tempi, ed erano sempre accompagnati dai loro socius, che i trovatori, loro confratelli, nominavano scudiero.»

«I ​​gradi, che inizialmente erano solo tre, furono poi aumentati a sette, poi a trentatré, durante la fusione operata da Dante tra Albigesi, Templari e Ghibellini. Così, la Commedia procede per gradi 3 e 33.

«I Templari, questi alleati dell'eresia, l'unico ordine religioso le cui lodi, secondo Raynouard, erano cantate dai trovatori, i Templari, questi soldati di Cristo, sarebbero stati la guardia santa, la milizia sacra di questo regno dei Perfetti. Fu per realizzare questo piano che Goffredo di Buglione fu elevato al trono di Gerusalemme, dopo aver portato fuoco e spada a Roma, aver ucciso personalmente l'anti-Cesare Rodolfo, "il re dei preti", e aver cacciato il Papa dalla città santa.»

Avvenimenti avvenuti nella Valle del Chienti, come si sa.

«Rimane forse qualche dubbio? Rivolgiamoci a Dante, che rimprovera amaramente i Papi per la loro negligenza nei confronti della tomba del Salvatore; a Petrarca e Ariosto, che esprimono gli stessi rimpianti; A Tasso, che cantava le lodi dei crociati, ma soprattutto di quelli del fiammingo Goffredo [Godefroy], del normanno Tancredi e dell'italiano Renaud, sulle orme del valoroso cavaliere di Montauban; ai due Federico di Hohenstaufen, che certamente non erano modelli di pietà e che, cedendo alla pressione congiunta dei pontefici e dei loro correligionari, partirono per la guerra in Oriente.

         È certo che i trovatori non presero parte alla Prima Crociata e guardarono alla Seconda con notevole disappunto, a giudicare da una composizione di Marcabrus; tanto che il valoroso Raimondo di Saint-Gilles non ricevette nemmeno una parola di elogio. Tuttavia, le cose furono ben diverse dal 1189 al 1193, durante i preparativi per la terza spedizione; Ma la spedizione era guidata anche da Federico Barbarossa e Riccardo Cuor di Leone, eroi prediletti da questi poeti, come li definisce Fauriel, senza che questi due principi del nord si preoccupassero di come avessero potuto ottenere tanta simpatia dai francesi del Mezzodì. La ragione risiedeva nella loro fede condivisa e nell'opposizione al papato, ma soprattutto nella speranza di vedere questi due monarchi realizzare, conquistando la Palestina, il sogno di una Gerusalemme terrena.»

 

***

 

Acciderba! Quanta roba è? Arnoux sottolinea anche un’altra cosa…

L'Italia, la cui lingua più somigliava a quella dei trovatori [L'Italie, dont l'idiome se rapprochait le plus de celui des troubadours (pag. 186)]

Ora sommiamo tutto insieme: Corti d’Amore che si tenevano su monti, colli o cime  e vediamo come arriviamo in quel paese che Otello Gentili, nel suo libro L’abbazia di S. M. di Chiaravalle di  Fiastra (libro a cui collaborò anche il professor Carnevale), la denominazione di macerata deriva da “Colle maceratino” come scritto su documenti farfensi, da “macerule” o “maceratini, quei muriccioli a secco che delimitavano i fondi terrieri? Non dimentichiamo che appena nato venne chiamato Poggio San Giuliano… poggio, colle, cima. Quasi ci siamo… E qualcuno specialmente ragliando in piazza dove a sede una certa istituzione mi dirà “cima di rapa che sei”.

  Sììì? Allora leggiamo il Ritmo laurenziano e divertiamoci a fantasticare. Scrive Mario Pazzaglia nel suo libro Antologia della letteratura italiana…

«Più frequenti sono i monumenti in volgare del secolo XII. Fra questi, appartenenti alla fine del secolo, vi sono alcuni componimenti propriamente letterari, soprattutto dei poemetti giullareschi. Ricordiamo il Ritmo di Sant’Alessio, marchigiano, il Ritmo cassinese, ritmi celebranti avvenimenti storici bellunesi e lucchesi, e, infine, il Ritmo laurenziano, che fra questi è il più antico, ed è, quindi, molto probabilmente, il più antico componimento poetico italiano pervenutoci.

Esso consta di venti versi ottonari doppi, ed è, evidentemente, opera di un giullare (ricordiamo che i giullari sono persone dotate di una certa infarinatura culturale, il cui mestiere è quello di divertire con la parola, per ricavarne guadagno, una cerchia di persone), e si può immaginare che reciti questi versi davanti al vescovo al quale è dedicato il suo canto e alla corte di lui. Si tratta molto probabilmente del vescovo di Pisa, del quale il giullare fa lodi sperticate, sperando di ottenere per questo in dono un cavallo; se lo ottiene lo mostrerà al vescovo Galgano, uno dei suoi altolocati protettori.»

 

Scrivono in rete: Il così detto ritmo laurenziano «Salv'a lo vescovo senato» (cioè: Salute al vescovo assennato) è una cantilena in volgare di un giullare toscano della fine del secolo XII (ca. 1180).

Salv'a lo Vescovo senato,
lo mellior c'umque sia nato,
ke da l'ora fue sagrato
tutt'allumina 'l cericato!
Né fisolaco né Cato
non fue sì ringratiato.
El Papa il [ . . ]
per suo drudo più privato.
Suo gentile vescovato
ben è cresciuto e melliorato.
L'apostolico romano
k [ . . ] Laterano
san Benedetto e San Germano
'l destinoe d'esser sovrano
de tutto regno cristiano.
Peroe vene da Lornano:
del Paradis dilitiano.
Ça nonfue questo villano:
da c'el mondo fue pagano
non ci so tal marchisciano.
Se mi dà caval balçano,
monstreroll'al bon Galgano,
al Vescovo volterrano
cui bendicente bascio lamano.
Le Vescovo Grimaldesco
cento cavalier'a [desco],
d'in un tempo non ll'i[n]rescono,
ançi plaçono et abbeliscono.
Né latino né tedesco
né lombardo né francesco
suo mellior te non vestisco:
tant' è di bontade fresco!
A·llui ne vo [ . . ]aresco:
corridor caval pultresco:
li arcador ne vann'a tresco.
Di paura sbagutesco.
Rispos'e disse latinesco:
«Sten'et tietti nutiaresco»
Di lui bendicer non finisco
mentr'en questo mondo tresco.

 

e alla nota 10 di pag. 34, sempre Pazzaglia scrive: «Sin dai tempi pagani non mi risulta che ci sia stato un tale gentiluomo [marchisciano].» La cosa che più mi ha sconcertato è il luogo dove il luogo dove avviene è il castello, ormai scomparso, di Lornano; il cui colle vedo ad appena un chilometro di distanza dalla finestra della mia camera.

E’ scritto su http://www.treccani.it/magazine/strumenti/una_poesia_al_giorno/10_14_ritmo_laurenziano.html «venne da Lornano (vicino a Macerata, feudo della famiglia del vescovo di Iesi), dal paradiso terrestre (delle delizie).»

Degno di nota è anche quel che scrive Davide Pettinari, in un estratto di un suo articolo su https://www.rivisteweb.it/doi/10.61001/119894 dove si «sostiene con nuovi argomenti l’ipotesi che il Ritmo sia opera di un giullare dell’Italia mediana, forse delle Marche centrali come il vescovo a cui s’indirizza, e che i suoi tratti linguistici latamente toscani si debbano a una copia eseguita appunto in Toscana: forse proprio alla testimonianza unica del Laurenziano, la cui realizzazione potrebbe in certa misura essere connessa alle vicende dell’altro presule che vi viene menzionato.»

    Ditemi voi, cosa devo (scriviamo così, almeno i ragliamenti in piazza si attenuano) fantasticare?

Vi è un piccolo monte, colle o poggio, e un particolare castello vi risiede un vescovo assennato (di una chiesa giusta, quella albigese?), vi è un giullare…

Insomma penso di non dover dir altro sul ritmo, e che non è la Fiat.

Aroux parla di Francesco, i cui seguaci fiorirono tra Umbria e la parte alta della provincia maceratese, nel territorio di Camerino. Le stimate di Francesco fu descritta dai monaci parisi, lo stesso gruppo di monaci che custodivano pure le ossa di Denisio, Rustico e Eleutiero (il cui altare si trova nella cittadina di San Ginesio, non a Paris) e nella stessa Camerino vi era la Porta Giulia su cui vi erano brandelli di mura sopravissute alla distruzione del 1259 ed erano dette “Mura di Paris”. Più sopra vi è la sede dell’università, i primi insegnati delle università erano frati e la più antica università italica era quella di Fermo istituita da Lotario (nel 825), ed era più antica di quella di Fes in Marocco, dove studiò Gerberto di Aurillac. Dante sarebbe andato in Francia (en France?), a discutere in università… e mi fermo qui e ve ne dico un’altra di scemenza.  

 


Il Sasso d’Italia a Montalbano

 

   Dove era il castello dove risiedeva il vescovo del Ritmo? A Lornano, che guarda un po’ è a sinistra dopo aver passato la contrada Montalbano, tutti luoghi che ancor vedo – ripeto – dalla finestra.

Vediamo un attimo Renaud (o Renaut o Renault) de Montauban, e i suoi tre fratelli erano figli di Aimone de Dordone (una località immaginaria nelle Ardenne, sebbene il nome sembri essere legato alla Dordogna vicino Montauban scrive la wiki inglese. Vedi https://en.wikipedia.org/wiki/The_Four_Sons_of_Aymon)

 



Renaud è stato italianizzato in Rinaldo di… Montalbano ed era cugino di… Orlando (o Rolando) e se si prosegue per questa strada si arriva a Pollenza, che era chiamata MonteMilone e Milone era il babbo de Orlando [non il babbo del Guerin meschino, altro personaggio], non per niente, scendendo dal suo colle dove sorge Pollenza, se si va a sinistra vi è l’abbazia di Rambona ricostruita dall’imperatrice di stirpe longobarda, Ageltrude sposata al marchese franco di Camerino, Guido, imperatore dal 891 al 894, ma se si prosegue  prima di passar fiume (e si è sulla strada per Treia), vi è un piccolo colle adatto ai sabba (le discoteche infernali, infatti sorge sopra un trivio), che il professor Febo Allevi scrive vien detto Colle franco (guarda un po’) dove si era un castello (forse solo una torre?) appartenente ai Franchi.  

 

Ma insomma ! Avrò aria fritta nel mio cervellino, però tutto questo è un vero complotto!

Marco Pugacioff

[Disegnatore di fumetti dilettante

e Ricercatore storico dilettante, ma non blogger

(Questo è un sito!)]

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