Filippa e Flora
(Phillips e flora) poema medievale
Come esempio per Filippa e Flora, ho scelto questo bel disegno del Maestro Otello Scarpelli.
Dal 40° episodio di Ivanhoe “La caracca di Venezia”, inedito in italiano.
Recentemente ho messo gli occhi sopra un libro in pdf del 1912, Die deutsche Dichtung im Mittelater – 800 bis 1500 von Wolfang Golther… sarebbe a dire La poesia tedesca nel Medioevo.
Cercavo un po’ di notizie sulla scuola palatina in Germania, che per me stava su suolo italico.
Su questo argomento a ben risposto il professor Enzo Mancini in...
«La Rinascita Carolingia è stato il risveglio culturale che coincise con gli anni al potere di Carlo Magno, ( 768 – 814 d. C. ), di cui possiamo dire:
1) Il fulcro della Rinascita fu la Schola Palatina di Aquisgrana.
2) ne furono protagonisti Alcuino di York, Paolo Diacono, Pietro da Pisa, Eginardo.
3) Venne introdotta la scrittura “minuscola carolina”.
4) Monaci amanuensi copiarono migliaia di manoscritti latini antichi.
[…]
come è stato possibile formare questo esercito di amanuensi dalle foreste dell’Assia nell’VIII secolo?
L’abbazia di Fulda è stata fondata nel 744, quando san Bonifacio non era stato ancora ucciso e Carlo Magno aveva due anni. Dove stavano a Est del Reno le greggi di pecore che dovevano fornire le migliaia di pergamene? Si e no ci poteva essere qualche capra. (Mi scapperebbe di dire a qualcuno ”capra, capra, capra” ).
Il formaggio “Pecorino” in Germania nell’VIII secolo non si produceva, solo da noi, fra Marche, Abruzzo e Lazio. Quando Carlo Magno lo assaggiò lo volle sempre alla sua mensa, come ha scritto Roberto Gervaso in compagnia di Indro Montanelli. Pecorino, pecore, pergamene e monaci amanuensi a metà dell’VIII secolo in Germania non ci stavano, sicuramente non nella quantità necessaria alla Rinascita Carolingia.»
Ho preso un un po’ de notiziole da quel libro tedesco su opere venute fuori da Fulda, da Reichenau (mi sembra) e un altro posto. Mah! Per i seguaci del Reich, che ci erano negli anni 20 de mi babbo e ancora oggi, bastano e avanzano.
Ah! Mi dicono che avrei bisogno di una revisione dello scritto, ma chi me lo fa? Perciò. Beccatevi questi pensieri così come sono.
Questo non significa – tornando a noi – che le cose carucce in quel libro non ci siano. Qualche opera deliziosa (per esempio) sugli animali del tipo de Rinaldo la volpe, Renald[o] la volpe, e do qui di seguito le righe tradotte da gogole traduttore pag. 58 e seguenti…
«Ecbasis captivi: Un'epopea spirituale sugli animali.
Intorno al 940, non molto tempo dopo il Waltharius di Ekkehard, apparve il primo poema epico con protagonisti animali in esametri rimati: l'Ecbasis cujusdam captivi per tropologiam, la fuga di un prigioniero in parabola. Il poeta era un monaco lorenese del monastero di Sant'Aper a Toul, che descrisse le sue esperienze di vita sotto forma di racconto di animali. Era stato un giovane amante del divertimento e aveva trovato difficile sottomettersi alla nuova e rigida disciplina introdotta nel suo monastero intorno al 936, sul modello di quello di Cluny.
Come segno della sua riforma e conversione, compose con rimorso la poesia in cui si ritrae come un vitello fuggiasco salvato dal pericolo. La sua poesia è divisa in una favola esterna e una interna. La narrazione in cornice racconta le avventure del vitello che, mentre la mandria andava al pascolo, dovette rimanere solo nella stalla. Si liberò dalla corda e corse via per trovare la madre. Nella fitta foresta, incontrò il lupo che cantava inni, il quale si era mortificato con il cibo monastico per tre mesi, ma ora era felice dell'incontro fortuito che aveva portato il vitello tra le sue mani. Lo invitò al suo castello e gli rivelò il suo destino, annunciando la sua intenzione di mangiarlo come un gustoso arrosto. Il vitello implorò una tregua fino al mattino seguente, spiegando che re Enrico aveva dichiarato la pace nel regno. Il lupo gli concesse la tregua e gli offrì un pasto. Al calar della notte, arrivarono i suoi servitori, il riccio e la lontra. Il lupo li informò delle sue intenzioni riguardo al suo ospite. Il riccio faceva la guardia e cantava una canzone sulle gesta del lupo. La lontra rifocillava il vitello con cibo e parole di conforto. Terribili sogni svegliarono di soprassalto il lupo; la lontra lo avvertì dell'imminente pericolo e gli consigliò di liberare il vitello. Ma il lupo non volle sentire ragioni e istruì il riccio su come preparare il vitello la mattina seguente. Invano la lontra mise in guardia contro tali abominazioni e il disprezzo per il monachesimo. Nel frattempo, il pastore era stato informato dal cane che il vitello si trovava nella tana del lupo. Allora l'intero gregge, guidato dal possente toro, si mise in cammino per assediare il lupo e costringerlo a liberare il vitello. Il muggito del toro svegliò il lupo assonnato, che incitò i suoi uomini a resistere e non temeva nulla, non avendo notato la volpe, l'unica pericolosa tra gli assedianti. Su richiesta degli uomini, spiegò il motivo del suo conflitto con la volpe. Ora inizia la favola incorporata, il cui nucleo è la storia riccamente abbellita del leone malato e malconcio...
Contenuto dell'Ecbasis.
Il lupo è qui. Il leone malato aveva convocato tutti gli animali per trovare una cura. Tutti si presentarono tranne la volpe, che il suo nemico, il lupo, accusò. Il leone e gli altri animali condannarono a morte la volpe assente. Finalmente, la volpe si avvicinò, presumibilmente dopo una lunga ricerca di una cura, che rivelò solo con riluttanza: bisognava scuoiare un lupo e avvolgere il leone nella sua pelle. Così si vendicò del lupo. Da allora, tra i due esiste una profonda inimicizia, soprattutto perché alla volpe era stato concesso il castello del lupo. Dopo che il lungo racconto fu terminato, la lontra guardò da una collina gli assedianti e vide la volpe leggere ad alta voce lo statuto del castello che aveva riconquistato al lupo. Gli animali gridarono a gran voce che l'ordine del re non doveva restare impunito, che il lupo non doveva sfuggire alla giusta punizione. Spaventata da queste parole, la lontra chiese di nuovo che le venisse consegnato il vitello. Invano. Allora la lontra fuggì spaventata nel suo fiume e il riccio si nascose in un burrone. Gli assedianti irruppero, la volpe tentò il suo stratagemma e adulò il lupo, dicendogli che era il più bello, coraggioso e nobile, e che veniva subito alle calcagna di re Corrado: avrebbe dovuto uscire e mostrarsi nella sua nobile forma. Il lupo fu ingannato, uscì e fu abbattuto dal toro. Il vitello liberato corse dalla madre.
La cornice narrativa evoca facilmente la parabola dell'agnello perduto, rapito dal lupo travestito da pecora e restituito dal buon pastore. La favola del leone malato ha origine da Esopo. Era già stata trattata in versi latini da Paolo Diacono alla corte di Carlo Magno. Questa favola del giorno di corte del leone divenne il punto di partenza e il tema centrale della poesia animale medievale, che inizialmente si sviluppò in latino, poi in francese e infine in tedesco. Altre favole e racconti popolari tedeschi sugli animali e aneddoti si raggrupparono attorno al leone malato. Intorno al 1100, probabilmente nel Reinhart e Isengrim.»
ECBASIS CVIVSDAM CAPTIVI
PER TROPOLOGIAM.
Cum me respicio transactaque tempora volvo,
De multis miror, puerilis quę vehit error:
Nil cogitans sanum, tempnens consortia fratrum
Nectebat neniis, nugis quia totus in illis;
5
Tempore discendi periit cautela magistri,
Horas dictandi superavit cura vagandi.
Nam quia sic vixi, possedi nomen aselli,
Cuius raucisonum querens vitare ruditum;
Quamquam sit serum, meditabor scindere saccum,
10
Vt iuga torporis pellant rudimenta laboris,
Incipiens versus, quos rarus denegat usus.
LA FUGA DI UN CERTO PRIGIONIERO NARRATA IN MODO FIGURATO.
Quando ripenso a me stesso e rifletto sui tempi passati,
mi meraviglio di molte cose nate da errori giovanili:
senza pensieri di senno,
disprezzando la compagnia dei confratelli,
tessevo racconti oziosi, tutto dedito a cose futili;
5
nel tempo dedicato allo studio,
ignoravo i moniti del maestro;
il desiderio di vagabondare
prevaleva sulle ore di dettatura.
Poiché vivevo così, mi guadagnai il nome di asino;
cercando di sfuggire al suo raglio rauco, sebbene in ritardo, decido di strapparmi di dosso il rozzo manto,
10
affinché i primi passi della fatica scuotano via il giogo dell'accidia, mentre inizio a comporre versi: un'attività che raramente si rifiuta.
Inizio in latino tradotto da gogole
Ripreso da: https://www.tha.de/~harsch/Chronologia/Lspost11/Ecbasis/ecb_capt.html
Il libro è tradotto come
Fuga d’un condannato nell’allegoria
e stampato in italiano da
– La Noce d'Oro –
Un ottima scheda vi è sulla famigerata viki in italiano in cui viene citato Gianfranco Vinay [non credo proprio sia il professore di musica torinese, visto che questi è nato nel 1945], il quale scrisse che quest’opera è la «prima compiuta commedia del Medioevo». Problema… in quale scritto?
[V. https://it.wikipedia.org/wiki/Ecbasis_captivi]
Altro, nello scritto – molto bello, poi – al capitolo Motivi medievali vengono citati i Maestri dell’Accademia Palatina come Teodulfo d’Orleans. Si va alla sua scheda e qui troviamo «Nell'809 si conclusero i lavori, cominciati all'indomani della nomina vescovile, di un'imponente villa con cappella a Germigny-des-Prés, sulla Loira nei pressi di Orléans, che divenne la sua nuova sede episcopale e abbaziale. [E in nota] Basata sul modello del Palazzo di Aquisgrana, si tratta di un importante (il maggiore in Neustria) esempio di architettura carolingia; ma altrettanto importante, essendo l'unico dell'epoca sopravvissuto, è anche il mosaico di ispirazione bizantina all'interno dell'oratorio, raffigurante l'Arca dell'Alleanza sorretta da due angeli. Cfr. Paul Meyvaert, The Art of Words: Bede and Theodulf, Farnham 2008, passim.» Il palazzo? Ma veramente era la cappella, non il palazzo… vabbè, un motivo in più per darmi dell’ignorante.
§§§
La pergamena originale del Merigarto
Vi sono pure dei racconti di geografia che mescolano fantasia e realtà come nei romanzi di fantascienza. Non ci credete? Leggete un po’ cosa è scritto a pag. 86 e alla 87…
« Dalla fine dell'XI secolo proviene un poema alto-tedesco contenente una geografia in rima. Il suo scopritore, Hoffmann von Fallersleben, diede ai frammenti il nome di "Merigarto", che significa la terra circondata dal mare. I frammenti superstiti descrivono il mare e le sorgenti della terra, di cui si raccontano storie meravigliose. Dio separò il mare dalla terra e fece sgorgare dalla terra molti tipi di sorgenti, così come fiumi e laghi navigabili. Tra i vari mari c'è il mare ghiacciato (il Lebermeer), in cui le navi rimangono bloccate. Questo si riferisce all'Oceano Artico, che spinge l'autore a condividere informazioni sull'Islanda, informazioni che deve a un ecclesiastico di nome Reginbrecht. Si dice che l'Islanda abbia abbondanza di grano e vino, ma che il legno sia scarso. Gli islandesi non hanno luce solare. Pertanto, il ghiaccio lì diventa così duro che si può accendere un fuoco su di esso e cucinare cibo e riscaldare le stanze con il cristallo incandescente. Il nostro autore ha così appreso cose stranissime sulla lontana isola ghiacciata, un colorato miscuglio di realtà e finzione. Il secondo frammento tratta di miracolose sorgenti italiane. L'autore afferma di essere giunto a Utrecht mentre fuggiva da una disputa tra due vescovi e di aver incontrato lì il suo informatore, Reginbrecht.
Così come la geografia è presentata in rima nel Merigarto, allo stesso modo il Physiologus contiene una storia in rima degli animali, le cui qualità, positive o negative, vengono interpretate simbolicamente come rappresentazioni di Cristo o del diavolo.»
Scheda in viki (tedesca): https://de.wikipedia.org/wiki/Merigarto
“il ghiaccio lì diventa così duro che si può accendere un fuoco su di esso e cucinare cibo”
come fa Pippo su “Astralpippo n.9999!” di Carpi.
Ma perché non piacciono più li fumetti, oggi?
Ma se si fanno viaggi in mare, chi si invoca? Una volta Poseidone o Nettuno e nel medioevo? A pag. 95 è scritto « La poesia mariana acquisì popolarità nel XII secolo e raggiunse il suo apice nel XIII secolo; essa è il culto spirituale dell'amore e, come il misticismo in generale, è legata all'amor cortese. L'inno mariano del monastero di Arnstein sul fiume Lahn, scritto in versi liberi e in una forma strofica simile a una sequenza, risale alla prima metà del XII secolo. Maria è l'amata di Dio, conforto dei poveri, rifugio dei peccatori, porta del cielo, sorgente del paradiso, dalla quale la grazia è sgorgata per noi, i miseri, riaprendo la vera patria! Stella maris, sei chiamata come la stella che guida la nave stanca verso la terra dove trova riposo. Conducici a Gesù, tuo Figlio diletto! Alla fine, le parole dell'antifona “Salve Regina” sono tradotte in tedesco: “O Clemens, O Pia, O Dulcis Virgo Maria” – “Gentile, graziosa, dolce Maria, tutte le creature in cielo e in terra canteranno le tue lodi”. Le sequenze mariane di San Lamberto e Muri, risalenti al 1170 circa, sono in testo e imitazioni melodiche della sequenza latina "ave praeclara maris stella". L'inno mariano di Melk, risalente alla prima metà del XII secolo, è molto bello e loda la Santa Vergine con immagini tradizionali ed efficaci, in 14 strofe di sei versi ciascuna, che terminano con "sancta Maria". L'idea, mutuata dai Padri della Chiesa, che cielo e terra si siano uniti attraverso la nascita di Cristo è splendida. "Eva ci ha condotti nel potere della morte, tu sei l'altra donna che ci ha donato la vita". "Santa Maria, tu stai al di sopra di tutti gli angeli, perché hai espiato la caduta di Eva!".»
Grazie agli studi su Vespucci di un personaggio erudito (speriamo la sua gigantesca opera infine esca) avevo già appreso che Stella Maris è appunto la Vergine Maria e i marinai aprivano e chiudevano le loro giornate in mare con l’”ave Maria”. Del resto la radice del nome di mare è la stessa di mare. La famiglia Vespucci, dinastia marinara, è notoriamente devota a Maria.
Ancora a pag. 95 si parla delle vicende di un cavaliere che andò all’inferno e poi in paradiso.
Frontespizio di una traduzione tedesca stampata da Matthias Hupfuff a Strasburgo (1514)
« Nella letteratura medievale, la leggenda dei santi riveste un ruolo significativo. Nel XII secolo, gli adattamenti poetici delle leggende latine acquisirono sempre maggiore popolarità. Queste opere si ricollegano direttamente a figure menzionate nei Vangeli o ad essi collegate, come Pilato, Veronica, Pietro e Paolo, oppure trattano delle vite e delle sofferenze di famosi martiri. Le leggende dei santi si svilupparono anche attorno a figure storiche canonizzate, come il vescovo Anno di Colonia, o a cui vennero attribuite storie straordinarie, come quella del cavaliere irlandese Tundalo e del suo viaggio attraverso l'Inferno e il Paradiso. Queste leggende fondevano elementi meravigliosi ed edificanti, secondo i gusti del pubblico medievale. »
Cosa strana… si menziona il viaggio di di Viraf il Giusto, come fonte per la Commedia di Dante, ma questa non viene menzionata come probabile ispirazione per il fiorentino.
Solita scheda su viki: https://it.wikipedia.org/wiki/Visio_Tnugdali
Ma arriviamo al tema del titolo, ovvero Filippa (Filippa esiste in italiano anche se non si usa più) e Flora.
Sempre Otello Scarpelli da Ivanoe
Golther scrive alle pagine 180 e 181 « Di notevole valore culturale e storico è il poema di Filippa e Flora, che esplora la questione se sia preferibile l'amore per un cavaliere o per un ecclesiastico. Nel periodo della fioritura, quando il cielo è azzurro e il seno della terra è in fiamme di colori vibranti, due nobili fanciulle, Filippa e Flora, escono nei prati di buon mattino e si riposano sotto un albero presso il mormorio del ruscello. Filippa portava i capelli sciolti e fluenti, Flora intrecciata in trecce; entrambe le ragazze erano di una bellezza radiosa e simili in tutto e per tutto, tranne che per un piccolo dettaglio: Phyllis amava un cavaliere, Flora un ecclesiastico. Ne segue un dibattito su chi debba essere preferito. Filippa loda il valoroso cavaliere nel suo splendente abito e denigra il corpulento prete con le sue inclinazioni epicuree, la testa calva e le vesti nere che indossa mentre cammina nella gioiosa primavera. Flora rimprovera il cavaliere scarno e indaffarato e loda il raffinato studioso che si è stabilito in Filippa e Flora.
Chi indossa la porpora non compie lavori umili e conosce le vie del paradiso. Noi conosciamo Venere e Cupido solo attraverso il chierico. Non riuscendo a giungere a una decisione, decidono di recarsi alla corte di Cupido per chiedere il suo giudizio. Splendidamente adornate, vi si recano, Filippa su un mulo di razza, Flora su una raffinata spalliera. Filippa porta un falco sulla mano, Flora uno sparviero. Giungono così al boschetto paradisiaco del dio dell'amore, che risuona di musica incantevole, del tubare delle colombe, del canto dei merli e del lamento degli usignoli. Giovani e fanciulle danzano in cerchio, ninfe ghirlandeggianti, fauni e satiri danzano al suono dei tamburi e del canto, Bacco stesso dirige i cori. Nel mezzo di questo mondo magico, Cupido siede in trono, di una bellezza stellare, alato, con arco e frecce, appoggiato a un bastone di fiori. Il nettare sgorga dai suoi riccioli, le tre Grazie si inginocchiano davanti a lui, reggendo la coppa dell'amore. Le fanciulle si avvicinano al suo trono e gli pongono la loro domanda. Cupido rimanda la questione alla corte dell'amore, che decreta che il chierico è più adatto all'amore del cavaliere.
La corte ha confermato la formulazione della legge. E ha voluto esserne vincolata anche per questioni future. Pertanto, prendono poche precauzioni contro le cose che danneggeranno il soldato e ammettono di essere più numerose.
La folla concorda con entusiasmo con la dichiarazione, attribuendole persino forza di legge. Pertanto, una fanciulla che crede di stare meglio con un cavaliere sarà scarsamente protetta dai pericoli.»
https://en.wikipedia.org/wiki/Phyllis_and_Flora
De Phyllide et Flora
Anni parte florida, celo puriore,
picto terre gremio vario colore,
dum fugaret sidera nuntius Aurore,
liquit somnus oculos Phyllidis et Flore.
inizio in latino.
Phillide dovrebbe esser Fillide, però è più simpatico (per me, ovvio) Filippa, anche se ricorda le belle fanciulle sulle pellicole ispirate al Decamerone, anni ‘70.
Il poeta inglese John Addington Symonds
[https://en.wikipedia.org/wiki/John_Addington_Symonds] (1840-1893) ne ha tradotto alcuni pezzi e li messi nel suo libro del 1884 Vino, donne e canto, al capitolo XVI; ancora una volta mi son fatto tradurre da gogole.
«Da Carmina Burana:
"Con le giovani foglie il bosco è nuovo; Ora l'usignolo canta;
[…]
Ma la cosa più dolce che uomo conosce, è corteggiare gli abbracci di una ragazza."
Il poema descrittivo più elaborato di questo genere è la Disputa di Filippa e Flora, che compare sia nei Carmina Burana che nei manoscritti inglesi a cura di Wrigt.
Il motivo della composizione è il seguente: Due ragazze si svegliano al mattino presto ed escono a passeggiare insieme per i campi. Ognuna di loro è innamorata; ma Filippa ama un soldato, Flora ama uno studioso. Si confidano a vicenda, l'una in competizione con l'altra per la superiorità del proprio innamorato.
Detto questo, presenterò la prima parte della poesia nella versione inglese che ho realizzato.
FLORA E FILIPPA.
PARTE I. N. 28.
In primavera, quando i cieli si liberano del lutto invernale, e fiori luminosi di ogni colore adornano il grembo della Terra, all'ora in cui Lucifero dà l'avvertimento alle stelle, Filippa si svegliò, e anche Flora, al mattino presto.
Entrambe le ragazze desideravano uscire con il sole, perché i cuori pieni d'amore scacciano il sonno come una piuma; poi con passi misurati e lenti verso i campi insieme.
Andarono, in cerca di nuovi passatempi tra i fiori e l'erica. Entrambe erano vergini, entrambe, credo, erano principesse di nascita; Filippa lasciò che le sue chiome fluissero libere, Flora acconciò le sue trecce. Non andavano come ragazze, ma come santità celestiali; e i loro volti brillavano come l'alba sotto le carezze del giorno.
Uguale bellezza, uguale nascita, queste belle fanciulle si unirono; giovani erano gli anni di entrambe, e le loro menti esaltate; eppure erano una coppia non accoppiata, compagne separate dalla lotta; perché una amava un ecclesiastico, e l'altra era destinata a un cavaliere.
Nulla c'era di diverso tra loro alla vista, tutte uguali, dentro e fuori, sembravano essere d'accordo in loro; con un solo abito, un solo carattere, e un solo modo di essere, solo che non potevano amare se non in disaccordo.
Tra le cime degli alberi soffiava una brezza primaverile, e i prati circostanti crescevano di erba verde; attraverso l'erba scorreva un ruscello dalla collina, vivace, con un suono piacevole, gorgogliante.
Affinché le ragazze soffrissero meno per il mezzogiorno splendente, vicino al ruscello un pino si erse con il tronco ascendente; coronato di rami e foglie in alto, imponente sui campi; da ogni calore da ogni parte, ariosamente difensivo.
Sul prato sedevano le fanciulle, nulla supera quel posto; Filippa vicino al ruscello, Flora tra l'erba; ognuna si rifugia nella dolce camera della propria anima, l'amore divide i loro pensieri e ferisce le ragazze con le sue frecce, Amore nel petto di ognuna, nascosto, insospettato,
Si cela e suscita sospiri di dolore dai loro cuori abbattuti: presto le loro guance rubizze impallidiscono, consapevoli, colpite dall'amore; eppure la loro passione non racconta nulla, protetta da una dolce vergogna.
Ora Filippa sente Flora sospirare dolcemente: Flora con la stessa fortuna nota che risponde a sospiro. Così le ragazze si scambiano il gioco, gareggiando l'una con l'altra; finché la verità non balza fuori alla fine, chiara oltre ogni negazione.
A lungo durò questo scambio di muta conversazione; tutta quella dissertazione era fatta di teneri e veloci sospiri d'amore. L'amore era nelle loro menti, e l'Amore fece delle loro labbra la sua dimora; Filippa allora, mentre Flora sorrideva, iniziò la sua orazione.
“Soldato coraggioso, amore mio!" disse, "Dov'è ora il mio Paride? Combatte sul campo, o dove si sofferma nel vasto mondo?"
“Oh, la vita del soldato, lo giuro, porta tutta la gloria della vita; solo il valore rivestito d'armi sposa la Dama Venere!”
Filippa pone così la questione se un soldato o uno studioso siano più adatti all'amore. Flora risponde e per un po' conducono la disputa in vero stile scolastico. Non riuscendo a risolverla tra loro, decidono di cercare Amore stesso e di sottoporre la questione al suo giudizio. Una ragazza monta un mulo, l'altra un cavallo; e questi non sono animali comuni, poiché Nettuno allevò una bestia come dono a Venere, Vulcano forgiò le parti metalliche del morso e della sella, Minerva ricamò le bardature e così via. Dopo un breve viaggio raggiungono il Giardino dell'Amore, che è descritto con una ricchezza di immagini davvero lussureggiante. Assomiglia ad alcuni dipinti del primo Rinascimento, in particolare a uno di grande eccellenza di un artista tedesco che una volta vidi nella bottega di un mercante d'arte a Venezia e che ora dovrebbe abbellire una galleria pubblica.
FLORA E PILLIPA. PARTE III.
N. 29.
Sui loro destrieri cavalcano le dame, due belle e snelle ragazze; modesti sono i loro occhi e miti, e le loro guance sono tenere.
Così i giovani gigli spuntano dal velo, le rose in boccio assumono un colorito rossastro, e coppie gemelle di stelle salgono verso il cielo con splendore.
Si dirigono verso il Paradiso dell'Amore, tale, credo, è la loro volontà; mentre la lotta tra le due fa diventare le loro guance gigli; Filippa schernisce Flora, e la bella Flora schernisce Filippa; la mano di Flora porta un falco, e quella di Filippa un astore
Dopo poco tempo giunsero dove cresceva un boschetto; all'ingresso degli stessi ruscelli che scorrevano mormorando; lì soffiava il vento profumato di mirra e spezie, suoni di tamburello, arpa e lira che si diffondevano tra i rami.
Tutta la musica che l'uomo poteva fare lì la udirono in abbondanza; tamburello, salterio, lira e liuto, arpa e viola delicate; voci che si incontravano in coro, forte e lento; Suona il diatesseron, Suona il diapente.
Tutte le lingue di tutti gli uccelli Cantavano con canti pieni; Là risuonava la dolce e vera melodia del merlo; Tordo selvatico, allodola e tordo lanciavano in alto inni gioiosi, Con l'usignolo, che ancora si aggrappava al suo dolore.
Quando le ragazze si avvicinarono al boschetto, Un po' di paura le assalì; Più andavano avanti, più il fascino Del piacere le conquistò; Tutti gli uccelli cantavano così dolcemente Che un incantesimo era su di loro, E i loro petti si riscaldarono d'amore Per l'accoglienza mostrata loro.
L'uomo sarebbe immortale se potesse dimorare lì: Ogni ramo su ogni albero Si gonfia Di frutti maturi; Tutte le vie profumano di nardo e mirra E di spezie: Quanto è divino il Padrone Tutto ciò che la casa racconta.
Allegre schiere catturano il loro sguardo, giovani e fanciulle danzanti; corpi belli come le stelle, occhi che brillano della luce del cielo; e i seni delle ragazze, alla vista incantevole, balzano per ammirare tali nuove meraviglie, accrescendo la gioia con la gioia!
Frenano i loro cavalli, leggeri, mossi da un piacere improvviso; quasi dimenticano ciò che li ha portati lì, rapiti dall'amore e dal tempo libero; finché ancora una volta l'usignolo intona la sua melodia emozionante; a quel grido ogni ragazza di nuovo abbraccia il suo tesoro nascosto.
Intorno al centro del boschetto c'era un luogo incantato, che il dio aveva piantato appositamente per i suoi riti; fauni, ninfe e satiri qui infestavano viali fioriti, e davanti al volto dell'Amore giocavano, saltavano e cantavano.
Nelle loro mani portano timo, corone di rose profumate; Bacco guida il coro divino e compone la danza; ninfe e fauni con passi armoniosi si scambiano i loro mazzi di fiori; ma Sileno inciampa e barcolla quando il coro si conclude.
Su un asino, il vecchio porta tutta la folle compagnia; allegria e risate alla vista scivolano nel cuore gioioso dell'Amore. "Io!" grida il vecchio; quel suono si placa nella sua gola, perché la sua voce è annegata nel vino e la sua vecchiaia lo rimprovera.
In mezzo a queste piacevoli visioni appare Amore, il giovane dispensatore di gioia; luminosi come stelle i suoi occhi e ali fremono sulle sue spalle; nella sua mano sinistra ha l'arco, al suo fianco la faretra; dal suo aspetto il mondo può sapere che è signore per sempre.
Il ragazzo si appoggia a un bastone intrecciato di fiori, profumo di nettare dai suoi capelli aleggia intorno ai pergolati;
Mano nella mano davanti a lui si inginocchiano Tre Ore celestiali, Grazie che riempiono il calice dell'Amore con piogge immortali.
Sarebbe certamente superfluo sottolineare la fluida eleganza di questa poesia, o soffermarsi ulteriormente sul fatto sorprendente che qualcosa di così puramente rinascimentale nel tono sia stato prodotto nel XII secolo. Cupido, come era naturale, risolve la disputa delle due ragazze decidendo che gli studiosi sono più adatti all'amore dei soldati.»
Qui mi fermo, anche se questa congrega, mi ricorda un po’ troppo le Corti d’Amore e più non dico. Anche con lettura del libro tedesco, del resto per leggerlo ho bisogno del traduttore in rete. Per il francese non ho grosse difficoltà, e se per caso nella traduzione vi è una trappola, la vedo. Comunque al 90 per cento, anche in altre lingue è abbastanza affidabile.
Spero vi siate divertiti.
Marco Pugacioff
[Disegnatore di fumetti dilettante
e Ricercatore storico dilettante, ma non blogger
(Questo è un sito!)]
Macerata Granne
(da Apollo Granno)
S.P.Q.M.
(Sempre Preti Qua Magneranno)
25/09/’26
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