Bushâq, il ghiottone
Poeta e umorista persiano (15° secolo
dell’Era volgare)
Splendida illustrazione tratta dal
libro ungherese
Ricordi della mia
infanzia, tradotto da
Kiss Jenő
Nelle mie ricerchine sulla prima Aquisgrana, ho messo il naso sulla poesia
persiana… e non fate come quella barzelletta, mi pare di Gigi Proietti, in cui
un ragazzo aveva un appuntamento con una ragazza cinese, và all’appuntamento e qua
gli cade un pezzo de finestra sopra. Viene soccorso proprio da un amico il
quale gli chiede
-
Ahò!
Ma che tè successo? – e l’infortunato gli risponde
-
Eh
! avevo un appuntamento con una cinesina e invece ho trovato una persiana!
Comunque sia, il legame ce sarebbe. Seguitemi…
Il cervellone
parmense Italo Pizzi, un orientalista oggi dimenticato, nato a Parma il 30
novembre 1849, era secondogenito di numerosa famiglia di nobiltà decaduta. Fu
allievo del grecista Domenico Comparetti [che bello il suo studio su Virgilio
nel Medioevo], a quindici anni, del sanscritista Michele Kerbaker; da professore
straordinario di persiano e sanscrito arrivò a tradurre opere come
i Nibelunghi, ma soprattutto quella
che per cui era famoso. Infatti a Torino poté finalmente vedere la luce la
monumentale opera a cui Pizzi si era tenacemente dedicato per quasi vent’anni,
ossia la traduzione integrale dello Shāhnāmeh,
Il libro dei re
di Firdusi, uscita in otto volumi tra il 1886 e il 1888 e seguita poi, nel
1915, da un’edizione compendiata in due soli volumi.
Mentre la versione francese di Mohl era in
prosa, quella pizziana si presentava in eleganti endecasillabi che rendevano in
maniera alquanto libera ma rispettosa i solenni distici composti da Firdusi.
Scomparve a Torino, il 6 dicembre 1920 e i
suoi resti mortali riposano nel cimitero di Respiccio nei pressi di Fornovo
Taro, in provincia di Parma.
Pizzi già nel 1887 realizzò un Manuale di letteratura persiana apparsa
sui manuali Hoepli, ampliata qualche anno dopo nei due volumi di Storia della
poesia persiana, il primo è del 1894 e qui scrive a pag. 63, parlando della
poesia lirica…
“Tali
erano adunque e di tal valore questi poeti persiani che precedono il sorgere
della vera poesia persiana; alcuni, anzi, ne sono contemporanei. Perchè essi
non hanno poetato nella loro lingua materna, ma perchè hanno usato quella dei
conquistatori, divenuta lingua universale dei mussulmani a que’ tempi, formano
una classe che sia da sé, come quei poeti italiani che nell'ltalia superiore,
intorno al mille e duecento, poetarono in provenzale. Questi usarono il
provenzale perchè gli aspri dialetti subalpini e lombardi non erano ancora da
tanto da esprimere alti e sottili concetti; e quelli poetarono in arabo, perchè
non credevasi allora che la lingua di Persia fosse degna d’essere scritta come
quella del Profeta. Ma quei pochi poeti persiani che ebbero l’ardire tuttavia
di poetare in persiano, erano contemporanei di questi altri che usarono
l’arabo, e con questi vissero alla corte dei Sàmànidi che tutti li raccolse e
ospitò.”
Quella
lingua provenzale tanto vicina a Dante e ai fedeli d’Amore (ricordate quel che
scrisse Eugenio Aroux?). E poi i legami tra la prima Aquisgrana e Bagdad [Re Carlo aveva rapporti con Aronne (al
Rascid), re dei Persiani, meglio conosciuto come Harûn al-Rashîd «Sotto i
califfi abbasidi la corte di Baghdad si apre alla cultura e alle raffinatezze e
soprattutto Harûn tende ad attirare nella sua orbita gli uomini considerati più
eminenti nelle scienze, nelle lettere e nella teologia. Questi personaggi di
talento, chiamati nadim, "compagni del califfo", sono ricompensati
con elevati stipendi e doni e hanno come compito quello di interessarlo e
distrarlo.
V.
https://www.arab.it/islam/califfi_casa_della_saggezza_baghdad.html»] erano tanto forti
che, dalla Persia, altri tesori di sapere da riempire le già piene biblioteche
di coloro che principalmente detenevano la cultura, i monasteri. E dai
Benedettini in poi fecero il centro del suolo italico (massicciamente dalla
parte adriatica per la sede dell’impero… ma non ditelo ai saggi universitari, queste sono solo sogni, chimere, fallaci
illusioni, per dirla come nei fumetti di guido Scala.
Da Paperone e il demone del gioco del
1974
Di
sicuro, però, fu fonte per molte opere di Emilio Salgari e altri scrittori
salgariani. Nell’introduzione, alle pagine 35-36 scrive di Mahmùd, che gli stessi Sàmànidi conferivano
il titolo onorifico di Spada dell’impero. Questo principe. Questo principe “recò
le armi sue nel paese degl’infedeli per distruggerne gl’idoli e atterrarne i
templi con la Speranza
certa di arricchir sè e i suoi della preda, col beneplacito del Califfo che per
tal modo allontanava da sè il turbolento vicino. Ma la guerra d’India, fatta a
più riprese, costò innumerevoli vite e dall’una e dall'altra parte. Poiché
gl’lndiani con inaudito valore difesero la terra e l’onore dei loro Dei.
Narrasi che il principe del Pengiàb salisse
volontario sul rogo pregando gli Dei di potere espiare col proprio supplizio i
peccati de’ suoi, purchè gli Dei salvassero il paese. E quando, nell’ultima
Spedizione, Mahmùd volle prendere d’assalto il celebre tempio di Sûmnât laddove
gl’lndiani avevano e adoravano un idolo, detto appunto Sûmnât (in sanscrito,
Somanàtha, uno dei nomi di Çiva), più volte l’esercito maomettano fu ributtato
dalle mura della città dai difensori disperati, finchè il valore ne fu vinto dal
numero soverchiante. Il simulacro del celebre idolo fu fatto in pezzi sotto gli
occhi del conquistatore, e perchè esso era vuoto nell’interno, un’infinita
copia di gemme preziosissime si sparse all'interno sul suolo al suo spezzarsi.
La ricchissima preda fu raccolta e mandata a Ghasna che già d’altra preda raccolta
in altre Spedizioni del principe erasi abbellita e arricchita.”
Sembra proprio una
trama scaturita da Capitan Salgari…
Narra
alle pagine 43 e 44, anche di Hasan Sabàh, il quale “raccolse proseliti e pose
la residenza sua nel castello di Alamût, castello inespugnabile nella terra di
Rùdbâr, tra Qazvin e il Mar Caspio, donde poi distese all’interno la sua
potenza terribile. Quasi per designare come e quanto il castello fosse
difficile a prendere, il nome suo di Alamût significa, nella lingua del paese,
il nido dell’aquila.
Dal
momento che Hasan si fu posto in Alamût, ogni ardimentoso e audace, ogni
scapestrato e delittuoso, si raccolse interno a lui. Dagli addetti suoi
egli chiedeva e voleva obbedienza cieca fino alla morte, e perchè essi si
invasassero di fanatica furia per lui, quale visibile oggetto d’ogni lor
sentimento religioso, li faceva trasportare addormentati con l’opio in
amenissimi giardini, laddove, al loro destarsi, avevano diletti e godimenti e
piaceri. Ne erano poi tratti via novellamente addormentati, onde poi, al
ridestarsi giuravano d'aver visto il paradiso.”
Pizzi sta narrando del
Vecchio della montagna, già descritto da Marco Polo.
ωωω
Dalla viki persiana, il busto sulla sua
tomba (ابواسحاق_اطعمه)
Eppure anche tra tutte queste note storiche, scaturì un personaggio, che
mi conquistò da subito e ricordandomi – ghiottone com’era – l’attore Aldo
Fabrizi, detto anche “l’ottavo Re de Roma”, «che fu umorista serio, mai
scurrile o maleducato. Si prendeva in giro e criticava gli italiani: geniale.»
per usar le parole di Leo, il conquistator dell’Antartide con una Marina e una
Fragola.
Appunto ecco: Bushâq,
il ghiottone
Dal capitolo la poesia
lirica, pag. 121, paragrafo 121, scrive Pizzi...
D’un
contrasto tra il violino e il liuto, del grande poeta Saadi, del quale
parleremo in altro capitolo, fa ricordo l’Hammer, come di componimento che
servi di modello ad altro contrasto di Bushâq il ghiottone; ma non ne troviamo
alcuna menzione presso l'Ethé, diligente raccoglitore ed espositore di tutto
ciò che risguarda questi contrasti persiani. Ma Bushàq, del quale in altro
capitolo parleremo, morto nell’830 d. E. (1426 d. С.), sia che imitasse, sia
che non imitasse il contrasto di Saadi, al suo, che è una disputa tra la
focaccia dolce e il pane, diede forma e intendimento diversi. Perchè, descritta
una bella tavola sontuosamente e lautamente imbandita, egli finge che la
focaccia, interrogata della origine e dell’esser suo da uno dei commensali,
dichiari ed esponga tutto cotesto.
Dopo di che, il pane dice l’origine sua e
l’essere suo. Nella chiusa, il poeta trova allusioni morali nella focaccia e
nel pane in riguardo dell’uomo e di Dio suo fattore, detto ridevolmente il
cuoco celeste. Tutto ciò non è contrasto, ma è indubbiamente una degenerazione
del contrasto vero, stando pur sempre nel fondo la disputa dell’eccellenza fra
due avversari, introdotti a parlare.
Passiamo da pag. 244 a
pag. 248, al capitolo de La poesia
mistica e la poesia scettica
Paragrafo 116.
Sarà
forse lecito, dopo tanti filosofi e poeti grandi, ricordar qui il cantore della
ghiottoneria, unico tra i poeti persiani, al quale i contemporanei diedero il
nome stravagante, ma proprio, di scardassiere [Chi fa il mestiere di scardassare la
lana o cardatore]
delle leccornie? Anche il poeta Ananio, fra gli scrittori di giambi presso i
Greci, soleva giurare per i cavoli nelle sue poesie e v’inseriva ragionamenti intorno
alle salse e ai manicaretti. Che se Bushàq il ghiottone, tale è il nome del
poeta persiano, avesse celebrato nei suoi versi soltanto i piaceri della tavola,
non avremmo osato ricordarlo dopo un gran— filosofo quale Avicenna, dopo un
gran matematico e poeta quale Omar Khayyàm. Ma poiché in alcuni tratti delle
sue poesie egli, come già il lirico Fâryâbi, punge con fina e scettica ironia
gli svenevoli ed evirati cantori d’amore, e distruggendone e disfacendo, col
ridurle al vero, le loro immagini barocche, sembra avere inteso che la poesia
può e deve essere richiamata a verità maggiore di cose e di pensieri, ci è
parso di poter qui ricordarlo e porre come alla coda degli scettici con
plausibile ragione. Nè, per cotesto, baderemo alla forma della sua poesia,
spesse volte goffa e triviale, ma bensì al pensiero intimo che essa racchiude,
e all’intento che essa ha manifesto e aperto di far la parodia d’ogni poesia
più colta ed elevata.
Paragrafo 117.
Questo
Singolare poeta, adunque, chiamavasi Abû Ishâq; ma egli, abbreviando, solevasi
dire e farsi chiamare anche dagli altri Bushâq. Era nativo di Sciraz, e visse
alla corte del principe Iskender, figlio di Omar, uno dei discendenti di
Tamerlano, ben veduto da lui, trattato con favor grande e invitato spesse volte
a pranzo, laddove egli faceva pompa di tutte le sue lepidezze facete e argute,
ridendo е facendo ridere altri per la sua barba lunga, folta e distesa. Ma al
genere della poesia giocosa e della parodia egli si consacrò per un caso
particolare, Siccome egli stesso racconta. Perchè, lagnandosi egli un giorno di
esser venuto dopo tanti poeti illustri i quali (sono parole sue) avevano già
detto tutto ciò che egli avrebbe potuto dire, e spazzato l’universo, nè sapendo
quale argomento scegliere che già prima non fosse stato trattato, la donna sua ch’egli
amava, si dolse invece di debolezza di stomaco e di appetito mancato.
E da qui mi è venuto in mente di far
questo disegno, prendendo a modello Aldo Fabrizi che inforca degli spaghetti.
Solo che tutti quelli che mi conoscono dicevano che ero io… in effetti, anni fa
avevo visto una assomiglianza tra Fabrizi e mio babbo, Vabbé, con molti chili
in meno!
Per le quali parole disceso Bushâq d’un tratto
dai suoi sogni sublimi di poesia, pensò di comporre un’opera intorno
all’argomento consigliatogli impensatamente dalla sua bella, non mai stato
toccato da altri, e compose diverse ghazele [Forma più svelta e leggiera, e
però più elegante, e l’altra forma lirica che dicesi ghazela, quale i Persiani
(e ciò é detto dal nome arabo che essa porta) presero come le altre dagli Arabi
e condussero a non più veduta perfezione, tanto da potersi dire genere più loro
proprio che di altri. Non ha l’impeto della nostra ode, е perciò non possiamo
rassomigliarla all’ode, ma piuttosto, se non erriamo, al sonetto. V. pag. 16] e
quartine [Una delle forme più usate dai Persiani si è la quartina, che somiglia
al nostro epigramma quand’essa e frizzante e pungente, e si accosta quasi al
nostro madrigale quando nulla ha di sarcastico e di satirico. V. sempre a
pagina 16] che trattano d’ogni sorta di vivande e ne fanno le lodi. Le riunì
poi in una raccolta sola che chiamò con titolo arabo Кіnz ul-ishtiyâ, cioè il
Tesoro dell’appetito, premessavi una prefazione in prosa nella quale egli narra
l’avventura della donna. Bushâq, lo scardassiere delle leccornie, mori nell’830
d. E. (1426 d. C.).
Paragrafo 118.
Uno
dei caratteri più evidenti della poesia di Bushâq sì è quello della parodia,
onde tutto il suo canzoniere, se pure sì può chiamar tale il Tesoro
dell’appetito, non è che una raccolta curiosa, laddove le poesie dei maggiori
poeti sono volte a riso e a beffa. Né rispetto, né reverenza vale a frenare l’audace
e impertinente poeta, il quale prende tanto maggiore ardire quanto più alto è
il poeta a cui s’appiglia. Perchè, degli antichi, egli si mette con Firdusi,
con Anvari, con Attâr, con Rûmi e con Saadi, e viene anche ai più recenti, come
Fâryâbi, Hasan di Dehli e Kirmâni, e più anche ad llâfiz che era della sua
stessa città e allora, come poi sempre, in onore grandissimo presso i suoi
cittadini. Pur tuttavia quella grazia e quella finezza che possono far piacere
la parodia (genere sempre detestabile d’arte), e quel garbo che può far
tollerare talvolta che si volga in beffa cosa grave e degna di rispetto,
mancano
interamente, e ciò vogliam dire qui subito,
nelle parodie di Bushâq. Il quale non sa trovar mai, per quanto abbiam potuto
vedere, quella parola o quel motto arguto e fine, quel sale e quella facezia,
dai quali nascono la grazia, la finezza, il garbo, di cui sopra si diceva.
Perchè egli procede sempre goffo e triviale, insipido e vuoto quasi sempre non
parlando che di ghiottonerie; onde vogliam credere che, se la sua parodia fu la
delizia a Sciraz dei lauti desinari del principe, cotesto avvenne soltanto e
potè avvenire per quella lepidezza particolare d’atti, di gesti, di modi del
porgere, che rendono piacevoli i lazzi anche volgari e le facezie anche
sciocche di chi fa il mestiere di far ridere altrui nelle brigate allegre. Ma,
passato quel tempo felice, in cui il piacevole autor della facezia ha potuto
farla passar trionfalmente tra il riso e il plauso, quella facezia, riudita a
mente fredda e fuor del luogo dove fu detta in prima, d’un tratto perde tutta
quanta la sua efficacia. Questo, s’intende, diciam noi soltanto per le facezie del
genere di queste parodie di Bushâq, non già di quelle parole e di quei motti
celebri, tanto gravidi di senso, da passar fino alla posterità, intatta sempre
la loro efficacia e il loro valore. Poteva piacere ai buontemponi della corte
di Sciraz udir travestiti e volti a beffa і versi di Firdusi, di Saadi e di
Hâfiz; ma la gente di senno dovette disapprovare, e forse i buontemponi stessi,
usciti dall’allegro convegno, dovettero condannare ciò che là, poco prima,
avevano approvato. Ma perchè non sembri troppo acerbo il nostro giudizio, altri
vegga se per due esempi che recheremo, se ne potrà formare concetto eguale al
nostro o diverso e giudicarne poi in conformità o in sentenza contraria.
Paragrafo 119.
Il
celebre Hâfiz, del quale diremo nell’altro capitolo, fu il poeta che forse più
degli altri Busbâq trattò male, se così possiam dire, perché Hâfiz, con quella
sua poesia arguta e fine e di significato assai recondite, più che ogni altro
gli porse il destro alla parodia. Ed ecco, per esempio, il principio d’un’ode (tâ, 40), nella quale Hâfiz biasima quei
troppo indiscreti ortodossi che s’impacciano delle coscienze altrui e non
lasciano in pace alcuno:
Monaco
di purissima natura, [Detto
con ironia.]
De’ scapestrati non far biasmo. Un giorno
Altri non fia che ascriva
A te l'altrui bruttura. [Se noi siam peccatori, non ne sarà data
a te la colpa.]
S’ìo
son buono o son reo, va per tua via,
Sta con te stesso [Non impacciarti dei fatti altrui.]. Ognuno in fin raccoglie
Frutto de la semenza
Ch’ei seminando gìa.
Non
tôrre a me di grazia sempiterna.
Non tôrre a me la speme. E sai tu forse
Qual cosa buona o rea
Dietro a quel vel s’interna? [Nell'altra vita.]
Questo
principio, con tutta l’ode che segue е che non riferiamo per intero,
fu volto in parodia da Bushâq nel' modo
seguente:
Frittella
di purissima natura,
La torta non biasmar, se la sua pasta
Con lievito al tuo pari
Non monta in levatura.
L'erbe coltivi tu‘. [Discorso
rivolto a chiunque altro, non più alla frittella.] Cura son mia
Agli e cipolle Ognuno in fin raccoglie
Frutto de la semenza
Ch’ei seminando gìa.
A'
pasticcini non può dirsi: «Internamente c’è l’ uva passa» [Non si può indovinare dall’esteriore di
che cosa siano composti i pasticcini]. E sai tu forse
Qual cosa buona o rea
Dietro a quel vel s’interna?
E seguita di questa maniera fino a dichiarare
e a definire in modo sconcio e da non ridirsi come mai egli dovesse esser nato
molto ghiotto dei vermicelli di pasta e dei taglierini al sugo.
Paragrafo 120.
Il secondo esempio crediamo che sia anche più
audace, prendendovisi a farla parodia di qualche canto di Firdusi e commemorandovisi
in metro epico l’avventura eroica di Risotto allo zafferano e di Maccherone
fritto, se pure così possono esser resi in italiano i nomi originali di due
pietanze persiane. Narrasi, pertanto, dell’avvenimento al trono di Risotto e si
descrive la rassegna dell’esercito; dopo di che si chiede con gran burbanza a
Maccherone di riconoscer la sovranità di Risotto e di pagar tributo. Maccherone
sdegnosamente si ricusa; perchè Risotto gli intima la guerra, si arma e parte
con un grande esercito. Pasticcio vuol far da paciere, ma senza frutto, onde
ben tosto gli eserciti vengono a fronte; ed ecco che Risotto, allo stesso modo
degli eroi di Firdusi, esalta con gran parole la gloria de’ suoi antenati, e
Maccherone risponde. Segue la battaglia, e Maccherone e vinto e disfatto,
intanto che Bushâq allegramente spoglia і morti e si porta via і resti della
battaglia, intendendosi con ciò che i convitati fanno man bassa sulle
apprestate vivande. Di Maccherone poi, vinto e posto in fuga, seguita il poeta
a raccontare in un romanzo in prosa e in verso, le molte avventure, e finisce
con un ridevole e satirico dizionario di vivande. Al qual punto, la parodia si
volge contro ai compilatori pedanti di registri e di cataloghi, simili nella
loro facchinesca sapienza ai molti nostri, nati soltanto per infestare la
presente letteratura. E noi, per parte nostra, crediamo che soltanto a questo
punto la sciocca e insipida parodia abbia qualche briciolo di sale.
Paragrafo 121.
Ma, dell’opera poetica di Bushâq v’ha un altro
aspetto che di non poco la nobilita e rialza, nè egli fu soltanto autor di
parodie di poco valore. Perchè, quantunque in tutte le sue poesie egli lodi le
vivande e sembri che vada in visibilio al profumo che esse mandano. ebbe
tuttavia idee oneste e buone le quali richiamò talvolta in occasioni opportune.
E già, nel paragrafo che tocca della poesia popolare, abbiam notato come, nel suo Contrasto della focaccia dolce col
pane, egli sapesse porgere anche qualche buono ammaestramento morale. Ma di lui
vogliamo ora parlare (е già l’abbiam detto) come di poeta che risente dello
scettico. Tale pertanto, se non affronta le ardue questioni filosofiche come
Avicenna e Omar Khayyâm, si mostra dinanzi agli Spettacoli belli della natura,
ridendosi poi allegramente di quei poeti che ne traggono ispirazione per i loro
versi. Perchè egli si fa beffa di quelli che assomigliano agli occhi di donna
bella e avvenente il narciso, il quale, al dire di questi disgraziati poeti, e
come una vaga lance, colma d’oro e d’argento. Ma agli occhi suoi, egli
aggiunge, tutto ciò non è che una bella tazza di zafferano con sei panetti
piccini. E l’azzurra volta del cielo, per la quale ascende il sole con la sua
luce bionda, al dir dei poeti, gli fa venire in mente un piatto color turchino
con un pizzico di zafferano nel mezzo. In tutte queste cose, molto volgari in
verità, anche qualche parte di satirico si sente; e certamente, con
intendimento di satireggiare i poeti svenevoli e fiacchi, scriveva Bushâq che
egli faceva salire il pianto suo fino alle stelle e, misero! si estenuava della
persona, come un filo, per amore di una coda d’agnello e per desiderio di
riscuoter lo stipendio. E più oltre, forse con scetticismo timido in materia
religiosa, toccava anche le pratiche religiose, quando diceva di poter soddisfare
all’obbligo delle preghiere mattutine е vespertine ponendosi innanzi, da mane e
da sera, una manata di farro. Così quell’amore per una coda d’agnello e per un
pane d’orzo gli fa dannar l’anima, come l’amore di donna leggiadra manda all’inferno
tanti suoi miseri amadori. Tale fu quest’uomo stravagante e singolare che, per
le ragioni assegnate avanti, abbiam creduto di dover porre tra gli scettici.
Che se nell’assegnargli il posto avessimo errato, sia molto, sia poco,
rispondiamo che era difficile assai trovargli posto adeguato; ne d’altra parte
era conveniente per noi il passarlo sotto silenzio.
APPENDICE ALLA POESIA
MISTICA E ALLA SСЕTTICА
pag. 286
1. Il
narciso che all'occhio si assomiglia
Di vaga donna che rapisce il cor,
Reca una lance, dicono [Mette in ridicolo i poeti seri e le
loro immagini.],
e d'argento
Piena è la lance e d'or.
Agli occhi di Bushâq, ella non reca
Non argento, non oro. In mezzo ell’ha
Sei panetti piccini, ed una tazza
Di zafferan vi sta.
2.
Quando l'azzurra volta ascende il sole
Con la sua luce bionda, zafferano
Mi viene in mente sovra un piatto azzurro [Mette in ridicolo anche qua i poeti
seri e le loro immagini.].
3.
Ventre pieno di dolci e pien d'arrosto
É cosa buona, e se lenticchie il ventre
Fanno rigonfio, questa è lor natura.
4.
Per l’amor della coda d'un agnello
Sale fino a le stelle il pianto mio;
E m'assottiglio come filo in questo
Di pigliar lo Stipendio alto desio.
Aimé! che dopo tanta penitenza
E tutta questa mia devozïone,
D'un pan d’orzo il desio e della coda
D'un agnel mi condusse a perdizione!
Ora, di farro e da mane e da sera
Pongomi innanzi e prendo una manata.
Di notte è questa sì la mia preghiera,
Devozïone della mattinata.
ωωω
È davvero
un peccato che il professor Pizzi non abbia tradotto il Tesoro dell’appettito.
Un’opera di sano umorismo è sempre la benvenuta.
Ma di
Bushâq il ghiottone, non si trova altro? Ho rintracciato debitamente tradotto
dalla rete dall’inglese, [Moayyad, Heshmat. "BOSḤĀQ AṬʿEMA." Encyclopaedia Iranica.] un
sito in cui è detto:
“Le sue opere conosciute sono raccolte
in un dīvān.
DĪWĀN
N
Vocabolo arabo d'origine persiana, italianizzato in divano (fr. e ingl. divan, sp. diván, ted. Diwan), il quale è andato
assumendo significati svariatissimi, che qui riassumiamo.
1.
La parola araba, poi diffusa in altre lingue di popoli musulmani, deriva
sicuramente da un vocabolo del pahlawi o mediopersiano, all'incirca dēwān, che si collega con
parole persiane significanti "scrivere, scrivano", ecc. Fu introdotta
in arabo sotto il califfato di ‛Omar I (1323 èg., 634-644 d. C.) nel
significato di registro dei soldi delle milizie arabe e delle pensioni di
stato; presto si estese anche a designare sia il complesso degli scrivani che
tenevano quei registri, sia il loro ufficio in astratto, sia il luogo ove
lavoravano.
[…]
3.
Dal senso di registro si sviluppò già nel sec. III èg. (IX d. C.), se non
prima, il significato di raccolta, collezione scritta, e particolarmente di
raccolta delle poesie di un determinato poeta, canzoniere; si ricordi il West-östlicher Diwan di Goethe.
Questo significato si è diffuso in tutte le letterature dei popoli musulmani.
https://www.treccani.it/enciclopedia/diwan_(Enciclopedia-Italiana)/
Bosḥāq
nacque a Shiraz, probabilmente all'inizio della seconda metà dell'VIII/XIV
secolo, e vi morì (la sua tomba esiste ancora) nell'827/1423 o nell'830/1427. Il suo titolo
ḥallāj, così come una
storia menzionata da Dawlatšāh (p. 367), suggerisce che fosse un cardatore di
cotone di professione. Come poeta godeva di sufficiente rispetto da
diventare un fedele compagno (nadīm) alla corte del principe timuride Eskandar
Mīrzā.
[…]
Non c'è nulla nel suo Dīvān che
suggerisca una sua affiliazione con i Sufi.
Il resoconto di Kermānī (p. 88),
ripetuto in Majmaʿ
al-foṣaḥāʾ (IV, p. 15), della parodia di un ḡazal di Shah Neʿmat-Allāh Walī da parte di Bosḥāq e di una battuta ad essa collegata, tendono
piuttosto a indicare un disinteresse per le pretese mistiche.
[…]
La dipendenza di Bosḥāq dai maestri classici è evidente in quasi
ogni pagina del suo dīvān.
Lo stile satirico innovativo di Zākānī
fu certamente il fattore più influente nel plasmare la poesia di Bosḥāq e nel determinarne la direzione, sebbene
egli si astenne dall'emulare l'uso di linguaggio e immagini oscene da parte di
Zākānī. Anche il sarcasmo pungente e l'aspra critica
sociale del maestro più anziano sono assenti nella sua opera. L'originalità
di Bosḥāq
risiede nell'uso senza precedenti del vocabolario culinario, con il quale
sembra aver voluto esprimere la sua noia per la ristretta gamma di temi e la
ripetitività della poesia del suo tempo.
Il valore principale della sua opera è
filologico; è indispensabile per qualsiasi studio della
cultura alimentare iraniana medievale.”
ωωω
Poi in un altro ho letto uno scritto di Peter Lambor Wilson
“Alla corte dello Shah Ni'matullah non mancava
il suo buffone: Abu Ishaq Shirazi (Bushaq At'imah), l'elogio del cibo,
certamente uno dei poeti sufi più insoliti di tutta la letteratura persiana.
[…]
Biwarid è una specie di
sottaceto che il Maestro Aceto, ormai lacero, manda a trascorrere quaranta
giorni in ritiro nella cella solitaria del barattolo dei sottaceti, finché non
riceve rivelazioni dal mondo della Bottiglia di Sciroppo d'Uva. Poi viene portato
nella casa sufi del tavolo da pranzo e siede sul tappeto da preghiera di pane
bianco con i discepoli dell'insalata verde, e infine, nel mondo della gnosi,
recita questo verso:
Ho
sofferto il dolore della separazione
finché non ho raggiunto l'Unione, proprio come
i versetti coranici della Misericordia vengono
dopo i tormenti dell'Inferno!
[…]
In un'epoca in cui il misticismo è
generalmente considerato una cosa seria, un'epoca che ha dimenticato che anche
il riso è un aiuto sul cammino, la "sincerità" di Bushaq può essere
vista con scetticismo; ma i suoi contemporanei sembrano non aver visto alcuna
contraddizione tra le sue conquiste spirituali e il suo senso dell'umorismo.
Mansur
al-Hallaj disse "Io sono la
Verità",
Bushaq al-Hallaj dice "Io sono il Budino".
[…]
Tra i
grandi scrittori rielaborati e reinterpretati da Bushaq figurava lo stesso Shah
Ni'matullah. Sebbene la poesia di Bushaq sia estremamente difficile da
tradurre, a causa degli innumerevoli riferimenti a menù medievali, ricette, prelibatezze
dimenticate e utensili culinari, queste parodie di Shah Ni'matullah sono di
grande interesse. Abbiamo quindi tradotto sia i modelli originali di
Ni'matullah (tra le sue opere più belle e spiritualmente elevate) sia le
rielaborazioni del suo discepolo.
Annegati nell'oceano senza rive, a volte
siamo onde, a volte il mare stesso.
Siamo l'usignolo del roseto dell'Amata,
come suo amante cantiamo i cantici dell'amore.
Siamo il sole del cielo del cuore e dell'anima
e così ci muoviamo da orizzonte a orizzonte.
Non siamo adatti a nessun lavoro
tranne che a quello di fare l'amore.
Oggi siamo ubriachi e innamorati
e non sappiamo nulla dei mal di testa di domani.
La nostra amata è diventata la luce stessa dei nostri occhi
e così e solo così abbiamo la vista.
Ubriachi spensierati, ubriachi barcollanti
veniamo dalla taverna dell'amore*
da quando abbiamo visto per la prima volta il suo volto, le sue trecce,
a volte siamo credenti, a volte cristiani.
Tutte le creature sono cieche e prive di vista
altrimenti ci vedrebbero manifestarci come il sole stesso.
Siamo venuti in questo mondo
solo per mostrare Dio alla Sua Creazione.
Se sei malato e cerchi medici,
noi siamo il medico per ogni cosa.
Se qualcuno dovesse chiedere la
Grazia di Dio,
digli di venire da noi, da Ni'matullah.
Shah
Ni'matullah
Siamo maccheroni nella Casseruola della
Gnosi,
a volte grumi di pasta e a volte torta.
Sulla superficie dello stufato siamo gocce di grasso ricco
e facciamo amicizia con la zuppa di yogurt e polpette.
Ora siamo il Simurgh sui pendii di grasso di coda di pecora,
ora la Fenice
sul Monte della Carne.
Siamo discesi in questa cucina solo per
rivelare il ragù agli spaghetti.
Come i datteri in una ciotola di budino di riso,
a volte siamo manifesti e a volte no.
Questa testa di pecora bollita ora diventa la luce nei nostri occhi
e così attraverso i suoi occhi abbiamo la nostra vista.
Abbiamo distorto i nostri ego come spiedini,
discepoli dell'haggis a questa festa.
Grumi di favo di miele siamo galleggianti in mezzo al burro:
a volte siamo su e a volte giù.
Come Bushaq il Maestro Chef non siamo
adatti a nient'altro che a tale ingordigia!
ωωω
Infine ho scovato la pagina della viki
iraniana dove ho estrapolato queste righe…
«Sheikh Abu Ishaq Ahmad ibn Hallaj Atama, noto come Bishak
Atama, fu un poeta di lingua persiana vissuto tra la seconda metà dell'VIII e
il IX secolo. Nacque a Shiraz nella seconda metà dell'VIII secolo dell'Egira. Il
suo nome, Hallaj, gli fu attribuito perché lavorava come sgranatore di cotone. Sheikh
Bishak compose poesie dedicate a vari cibi e prelibatezze, da cui il soprannome
di Atama. Abu Ishaq Atama è l'inventore della poesia Atama e Ashrabeh, uno dei
generi letterari più originali del IX secolo. Si tratta di una poesia
umoristica e satirica, spesso in risposta alle poesie di poeti precedenti e ai
loro versi.
[…]
Bisqah ha scritto la maggior parte delle sue poesie in
risposta e in risposta alle poesie di poeti precedenti come Ferdowsi, Saadi,
Amir Khosrow Dehlavi, Hafez, Salman Sawji, Kamal Khojandi, Iraqi, Rumi e Imad
Faqih. Il suo gusto, l'innovazione e il
talento nell'introdurre la cucina iraniana hanno reso lo sceicco famoso in
lingua persiana.
[…]
Basagh è considerato
alla pari del poeta francese Joseph Debrecho, le cui poesie parlano del buon
cibo.
[…]
Bishq morì a Shiraz
tra l'827 e l'838 dell'Egira. La
sua tomba si trova nel cortile di Cheheltanan, un chilometro a nord del
santuario di Hafez.»
ωωω
Ah !
Non
datemi dell’islamista e che volessi veder le ragazze col velo in faccia e in testa, oppure di dover passare
un intero mese a mangiar solo dopo il tramonto. Ricordo il mio amico del
Marocco, cintura nera di karate, Sadik (che non vedo da anni) come dovesse, in
palestra, correr al bagno per i problemi derivati da questa pratica religiosa.
Sappiate che la sera riposo in camera mia con
la mia bambina ovvero la gattina Luna e tre idoletti.
Due son fatti da me, gli eroi del fumetto
umoristico Tiramolla e Pepito e il terzo in simil marmo è un’eredità di mio
zio, e non è che mi piego, ma mi spiego, quello di… Lenin!
E con
questo vi saluto.
Fonti
- https://www.treccani.it/enciclopedia/italo-pizzi_(Dizionario-Biografico)/
-
https://it.wikipedia.org/wiki/Italo_Pizzi
-
https://eurasia-rivista.com/un-orientalista-dimenticato-italo-pizzi/
-
https://canaledieci.it/2024/06/27/aldo-fabrizi-la-nipote-laura-discute-una-tesi-sul-nonno-ecco-perche-lo-considero-lottavo-re-di-roma/
-
https://www.iranicaonline.org/articles/boshaq-atema/
- https://www.superluminal.com/cookbook/essay_bushaq.html
- https://fa.wikipedia.org/wiki/%D8%A7%D8%A8%D9%88%D8%A7%D8%B3%D8%AD%D8%A7%D9%82_%D8%A7%D8%B7%D8%B9%D9%85%D9%87
Marco
Pugacioff
[Disegnatore
di fumetti dilettante
e
Ricercatore storico dilettante, ma non blogger
(Questo è
un sito!)]
Macerata
Granne
(da Apollo
Granno)
S.P.Q.M.
(Sempre
Preti Qua Magneranno)
30/05/’26
articoli
Fumetti