Il cosidetto massacro
di verden del 782.
Carlomagno
come dracula?
Illustrazione del 1871
Anni
fa il professor Giovanni Carnevale mi narrò di come doveva esser avvenuto il
cosiddetto massacro di Verden, detto “Corte di sangue”.
Mi riferì di come il vocabolo “delocavit”
fosse stato erroneamente trascritto in “decolavit”. Mi venne in mente la terza
pellicola di Totò, San Giovanni decollato… e continuo ancor oggi a chiedermi come
il professore tedesco (ma chi? Ovviamente il professor Carnevale non mi riferì
nessun nome) impegnò più di vent’anni a far accettare il suo pensiero.
Oggi come oggi, specialmente da professoroni
come il barbaro o con un nome simile (mica solo lui, tutti quanti ragliano la
stessa cosa) che seppur dica le cose giuste su Garibaldi, sottolinea ben il
contrario.
In rete trovo scritto «La controversia filologica a cui fai
riferimento riguarda il celebre Massacro di Verden (782 d.C.) descritto negli Annales Regni Francorum.
La
questione ruota attorno a un presunto errore di trascrizione dei copisti
medievali:
La versione tradizionale (decolavit / decollavit): Il testo giunto fino a noi recita che Carlo Magno fece decapitare (decollavit, dal latino
decollare) ben 4.500 Sassoni in un solo giorno a Verden per punire la loro ribellione.
L'ipotesi revisionista (delocavit): Diversi storici moderni hanno ipotizzato che il testo originale
contenesse in realtà il verbo delocavit (da delocare, ovvero ricollocare
/ trasferire / deportare). Secondo
questa lettura, Carlo Magno non avrebbe sterminato i prigionieri, ma li avrebbe
semplicemente deportati all'interno
del regno franco (una pratica di trasferimento forzato che utilizzò spesso
durante le guerre sassoni).
Il
verdetto della filologia
Nonostante
l'ipotesi delocavit sia
affascinante e ridurrebbe drasticamente la brutalità dell'evento, tutti i
manoscritti superstiti
degli Annales Regni Francorum
riportano la lezione legata alla decapitazione (decapitatos, decollati o decollavit). Non esiste alcuna prova materiale o
variante testuale nei codici che attesti la parola delocavit.
Di
conseguenza, la maggior parte degli storici contemporanei ritiene che il
massacro sia avvenuto realmente e che l'ipotesi dello scambio delocavit /
decolavit sia stata
un tentativo (nato soprattutto in Germania tra il XIX e il XX secolo) di
"riabilitare" la figura di Carlo Magno da un atto di estrema
ferocia.» credo
sia un testo scritto dalla cosidetta intelligenza artificiale… tanto
intelligente che mi scambia le tavole di Tarzan per quelle di Zagor. Embé,
intelligente come me direbbe tutti, comunque…
Tarzan come Zagor !!!
Ammazzalo, un gran parakul come Carletto Magno
diventa un precursore del principe Dracula che si diceva pure che banchettava
davanti agli impalati sanguinanti e che gettano urla di dolore.
Mi
domandavo, ma dove ha attinto questa “verità scomoda” del trasferimento?
Da quel gran testa di ca… che sono mi
incaponisco e trovo, finalmente trovo una pagina in ostrog.. [vabbè, scusate,
oltre italiano, francese e spagnolo non vado oltre e specialmodo l’inglese e
tedesco sono per me lingue ostrogotiche] in tedesco che recita così «Gli Annali Reali sono stati oggetto di
controversie sin da quando Wilhelm von Bippen ne mise in dubbio l'accuratezza
nel 1889.
[…]Alfred
Rosenberg e altri ideologi nazisti che rifiutavano il cristianesimo unirono
questa visione all'ideale razziale del nazionalsocialismo, orientato verso
l'"uomo nordico". Ispirandosi direttamente agli scritti di Rosenberg,
nel 1934 si tenne a Verden una "Giornata della Bassa Sassonia"
nazionalsocialista. L'obiettivo ideologico era interpretare il massacro come il
culmine dei crimini del re franco e stilizzare il suo avversario Widukind, e
con lui i Sassoni "nordici", come martiri tedeschi per eccellenza.
Un
ruolo chiave in questo dibattito fu svolto dal libro Karl der Große
oder Charlemagne? *Carlo
il Grosso o Carlo Magno?*, scritto da otto eminenti storici. Il libro
affrontava le esecuzioni nel contesto dell'antagonismo franco-tedesco e
ritraeva Carlo Magno "come una personalità completa di carattere e origine
germanico-tedesca", appropriandosene così per la Germania. Il teologo
e storico della Chiesa Karl Bauer difese Carlo Magno nella sua opera del 1937 Die
Quellen für das sogenannte Blutbad von Verden *Le fonti del cosiddetto massacro di Verden*.
Sostenne che le fonti contemporanee contenevano un errore di trascrizione:
invece di *decollati* ("decapitati"), si dovrebbe leggere *delocati*
, intendendo che le vittime erano state "trasferite". Affermò inoltre
che non vi era mai stato alcun massacro. Analogamente, lo storico pacifista
liberale Ludwig Quidde, nel suo esilio a Ginevra e sostenuto da von Bippen e
Heinrich Ulmann, respinse l'idea dell'esecuzione di 4.500 Sassoni: "Carlo
Magno non è l'assassino di massa, il macellaio sassone della tradizione".»
v.
https://www.wikimap.de-de.nina.az/Blutgericht_von_Verden.html
Le argomentazioni del professor Braun, come
leggerete, son davvero ben motivate e dettate dal buon senso e da una logica
più che ferrea, tanto ferrea che è stata dimenticata ad… arrugginirsi!
Ma si vede che vogliono un Carletto stragista
piuttosto che… schiavista.
A conferma di ciò, la teoria (che deve restar
teoria) che Aquisgrana stava in altro luogo, e che Aachen indubbiamente non può
essere dell’ottavo secolo, ma del dodicesimo, si è arrivati pure a riscrivere
le date di tutta la storia, et ecc., ecc.
Ma è tanto difficile riconoscere che la
primitiva Aquisgrana era in bel altro luogo? In una terra molto più calda? Dove
le messi germogliavano copiose e che erano state spopolate da una allucinante
Guerra gotica, una grave pestilenza e dall’arrivo di quella grande civiltà dei Longobardi che
usavano i mastini contro i contadini “Romani”?
Questi qua, li franchi (non li Frank)
dovevano da magnà, perciò ecco cosa mi narrò ancora il professor Carnevale (che
ne sapeva di scherzi storici più che nella festa
omonima) li conti con i loro uomini arrivati in una certa zona la
circondarono e la racchiudevano e in seguito rastrellavano tutti quelli che vi
trovavano uomini, donne e bambini e poi li deportarono… eh, eh ! dove? Ma in Francia, la Francia delle origini, non
en France!
Non ci credete, eh?
Vedi un po’ la donazione di Ottone III a
Gerberto, ritrovata nel 1139 da una
commissione del pontefice nell’archivio di Assisi], in cui gli si conferiva “otto
contee, Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona, Fossombrone, Galo, Jesi ed Osimo,
ond'egli le possedesse e amministrasse ad onore di Dio e di San Pietro, alla
sua ed alla salute di Cesare, a vantaggio della Chiesa e dell'Impero.”
Siamo nei luoghi dove furono deportati i sassoni
ed al di sopra della “Francia” delle origini,
nella primitiva Aquisgrana.
Ed inoltre Widukindo, che fa? Ma come, prima
il capoccia dei Sassoni difende la sua terra da li invasori e poi… Si
“consegna” a li nemici e diventa addirittura cristiano? Vabbè che “Parigi, val
bene una messa”, ma ammazza, se ‘sto Widuking era assai fetente! E già, e
quando muore (secondo tradizione nel 810, scrive viki) Intorno alla sua figura
si sviluppò anche una serie di leggende relative alla cristianizzazione della
Sassonia e alla protezione dei tesori ecclesiastici. Alcuni oggetti sacri, tra
cui una presunta coppa battesimale donata da Carlo Magno, furono associati al
suo nome e conservati a Enger, andando a costituire il cosiddetto tesoro
di Dionigi che «rappresentano un'importante testimonianza dell'arte
sacra altomedievale nell'area della Vestfalia.»! E tralascio ciò che avevo già scritto su
Dionigi, Eleuterio e Rustico e delle loro ossa… a San Ginesio.
intanto vedevi questo video della Signora De Moreau
https://www.youtube.com/shorts/xqc_uVwMYqY
Tesoro di Dionigi
(Dionysiusschatz) Acquamanile a sirena, 1230 circa…
ci ha tanto un’aria d’origine persiana
Con la Traslatio imperi, sono state trasportate tante
pergamene dalla “Francia” delle
origini in Germania, per cui gli originali non si trovano più oppure sono in
gran parte corrosi. Guardate queste scansioni…
Si possono trovarne alcuni belli e altri…
… tanto malridotti da far piangere.
È mia opinione che i Sassoni scrivani capirono
fischi per fiaschi, e sono convinto che Viduchindo venne a prender il sole in panciolle al mare a…
Civitanova o a Falconara.
Badate bene, i professoroni già NON ci
vogliono credere, ma soprattutto VOGLIONO
difendere la loro grassa pensione, al contrario de me che invece…
Inseguo solo un sogno!
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La tomba dei coniugi Braun
Vogliamo
vedere cosa scrisse veramente il professor Carlo Braun? Prima di tutto fu un
professore protestante che andò in pensione nell’era nazista, nel ’39. Ebbe un
coraggio da leone a prendere posizione contro la tesi dominante del reich, ma
scomparve proprio in quel’anno, come si vede dalla foto dell’ultima dimora in
cui riposa insieme alla moglie scomparsa nel ’69, al
Cimitero Centrale di Münster.
https://de.wikipedia.org/wiki/Karl_Bauer_(Historiker)
Ogni pagina è staccata dall’altra da dei
separatori, ovviamente la traduzione è di gogole traduttore, se volete fidarvi,
sennò fate tradurre il libriccino da chi volete.
Le fonti relative al
cosiddetto massacro di Verden.
Del professor Karl Bauer
di Münster.
Il fatto che Carlo Magno, nell'anno 782,
abbia tenuto a Verden, sull'Aller, un terribile tribunale di sangue – di cui
sarebbero rimasti vittime non meno di quattromilacinquecento Sassoni – è
accettato quasi universalmente come un dato storico. 1)
È vero che nel 1889 il bibliotecario di Brema W. v. Bippen
2) espresse dubbi sull'esattezza di tale fatto, ritenendolo «molto scarsamente
fondato nella tradizione storica». D'altra
parte, tuttavia, le fonti non gli sembravano sufficienti nemmeno per relegare
il massacro dell'Aller nel regno delle leggende storiche. Egli
ritenne quindi di poter ipotizzare che la realtà dei fatti consistesse nel
fatto che «nell'autunno del 782 Carlo fece trucidare molti Sassoni, sia in
combattimento che sul luogo dell'esecuzione, e ne condusse via altri come
ostaggi».
Questo lavoro di v. Bippen
non riscosse, tuttavia, molti consensi. Ulmann
3) e Dieck 4) si espressero in senso favorevole alla sua tesi; ma
poi intervenne Dietrich Schäfer 5), definendo inammissibile cancellare dalla
storia l'uccisione dei quattromilacinquecento Sassoni per mano di Carlo. Egli
considerava il tentativo di v. Bippen
come un tentativo di "salvataggio" della figura del sovrano,
consigliando invece di risparmiare al re tali operazioni di riabilitazione:
egli rimaneva infatti abbastanza grande da poterne fare a meno.
1)
Una novità nell'interpretazione è il tentativo di elevare questi Sassoni al
rango di martiri della loro fede. A ragione H. Dörries (*Germanische
Religion und Sachsenbekehrung*, p. 23) sottolinea, contro una tale distorsione
della realtà storica: «Non si può assolutamente sostenere che ai 4500 Sassoni
sia stato imposto di farsi battezzare e che essi abbiano pagato con la morte il
loro rifiuto. Affermare che quei 4500 Sassoni si sarebbero lasciati massacrare
piuttosto che tradire la propria fede è una palese falsificazione storica, per
non parlare delle fantasie di chi vorrebbe vedere in quei 4500 Sassoni dei
sacerdoti pagani o degli iniziati a un'antica sapienza germanica». Analogamente, H.
Lother (*Neugermanische Religion und Christentum*, p. 74) sottolinea «che
questo massacro non ha nulla a che fare con la cristianizzazione, né ne ha
rappresentato il coronamento o il compimento».
2) W. v. Bippen, *Die Hinrichtung der Sachsen durch Karl den Großen*. Deutsche Zeitschrift für Geschichtswissenschaft 1 (1889),
75-95.
3) H. Ulmann, *Zur Hinrichtung der Sachsen 782*. Ivi, 2
(1889), 156 sgg.
4) Fr. Dieck, *Hat Karl der Große wirklich bei Verden
4500 Sachsen hinrichten lassen?* Programm des Domgymnasiums zu Verden. 1894. 5) D. Schäfer, *Die Hinrichtung der Sachsen durch
Karl den Großen*. Histor. Rivista 78 (Nuova
serie 42, 1897), 18-38.
Pag. 5
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Di fronte a un'autorità come Dietrich
Schäfer, l'affermazione di von Bippen — «il dubbio ha artigli affilati» — si
rivelò infondata. Così, persino in uno
studioso solitamente così autonomo e meticoloso come Hans von Schubert 1),
sotto l'influsso di D. Schäfer — l'unico da lui citato — «l'orrendo massacro di
Verden, nel quale il campione regio del cristianesimo macchiò la propria
persona e la propria causa con l'esecuzione di 4000 (sic!) Sassoni
consegnatigli», apparve come un fatto storico. Il
«Manuale» di Gebhardt 2) insegna a studenti e dottorandi: «Carlo si vendicò in
modo terribile: fece massacrare a Verden 4.500 insorti; invano si è tentato di
scolparlo di tale atto o di attribuire la cifra a un malinteso». Sulla
scia di ciò, nel 1932 una tesi di dottorato di Münster 3) ha riproposto la
narrazione tradizionale. Analogamente, Brandi
4) parlò poi delle «orrende esecuzioni di Verden sull'Aller del 782». Ancora
nel 1934, H. Dörries 5) ritenne di poter parlare senza esitazione, basandosi
sugli Annali del regno franco, di un «giudizio punitivo» nel corso del quale
sarebbero stati decapitati 4.500 Sassoni. E
anche Lintzel 6) continua a sostenere la storicità del massacro di Verden, che
avrebbe fornito alla lotta dei *Frilinge* e dei *Liti* contro la nobiltà e i
Franchi una nuova parola d'ordine e una giustificazione morale particolarmente
incisiva. Di recente, anche Kurt
Dietrich Schmidt 7) e Helmut Lother 8) si sono espressi in tal senso.
Nel frattempo, la ricerca avrebbe avuto
motivo di indagare su come Carlo fosse riuscito a indurre i Sassoni a
consegnargli ben 4.500 dei loro connazionali affinché venissero messi a morte. Da
tempo, infatti, era disponibile la grande opera di Hans Delbrück sulla
"Storia dell'arte della guerra nel quadro della storia politica". Da
essa emergeva innanzitutto che Carlo Magno – a differenza di quanto accaduto un
tempo a Germanico, che per i rifornimenti e i vettovagliamenti disponeva di una
flotta – era costretto, a causa delle difficoltà logistiche, a operare con
eserciti assai più ridotti rispetto a quelli impiegati un tempo dai Romani.
¹) H. von Schubert, *Geschichte der christlichen Kirche
im Frühmittelalter* (1921), 336.
²) Gebhardt, *Handbuch der Geschichte* 1, 7ª ed. (1930), 165.
³) P. H. Wiedemann, *Die Sachsenbekehrung*, 46 sgg.
⁴) Brandi, *Karls des Großen Sachsenkriege*, in:
*Niedersächsisches Jahrbuch für Landesgeschichte* 10 (1933), 42.
⁵) H. Dörries, *Germanische Religion und
Sachsenbekehrung* (1934), 23.
⁶) In: *Sachsen und Anhalt. Jahrbuch der historischen
Kommission für die Provinz Sachsen und Anhalt* 10 (1934), 56. Tuttavia, un
atteggiamento più cauto emerge nel 1935 (in: *Karl der Große und Widukind*, p.
28) riguardo alla cifra: «presumibilmente 4500».
⁷) K. D. Schmidt, *Widukind*, 11 e 16.
⁸) H. Lother, *Neugermanische Religion und Christentum*,
74.
⁹)
Cfr. al riguardo i calcoli istruttivi per il periodo 804-811: 2, 2ª ed., 452
sgg.
e
3, 15 sgg.
Pag.
6
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Se ciononostante i Sassoni venivano regolarmente
sconfitti dalle forze messe in campo da Carlo con relativa facilità, la causa
di ciò non poteva risiedere in una superiorità numerica dei Franchi. Delbrück
ne individuò piuttosto la ragione, in primo luogo, 1) nel fatto che la
crescente civilizzazione avesse sì intaccato la potenza bellica dei Sassoni,
pur senza diminuirne il valore. In
secondo luogo, egli avanzò l'ipotesi 2) che «tra i capi sassoni esistesse una
forte fazione che vedeva di buon occhio, o forse addirittura auspicava,
l'ingresso nell'ambito dell'impero franco», e che pertanto Carlo «contasse – e
avesse ragione di contare – su un'adesione dei Sassoni in parte volontaria». Tuttavia,
Delbrück rimaneva ancora talmente influenzato da Dietrich Schäfer da 3)
confermare la realtà del massacro, pur rinunciando a considerare attendibile la
cifra tramandata dalle fonti.
Di recente, Klingelschmitt 4) ha proseguito
lungo la strada tracciata da Delbrück. Egli
parte dal presupposto che i Sassoni, data la scarsa densità demografica del
loro territorio — assai ridotto rispetto al regno dei Franchi —, «non fossero
assolutamente in grado di mettere in campo 4.500 guerrieri». A
tal proposito, osserva con lucidità: «Come Carlo abbia potuto imporre ed
eseguire l'esecuzione di 4.500 Sassoni alla presenza dei loro stessi
connazionali, disponendo solo di un pugno di cavalieri franchi, resta un
mistero custodito da quegli eruditi che, di fronte alla tradizione, mettono da
parte non solo ogni spirito critico, ma anche il buon senso». Giunge così a una
tesi radicale: «Non vi fu mai alcun "massacro" di 4.500 Sassoni». Secondo
Klingelschmitt, la realtà dei fatti era ben diversa: a titolo di riparazione
per la morte dei due messi regi Adalgis e Gailo, caduti nella battaglia del
Süntel, Carlo avrebbe preteso «un numero di capi ribelli doppio rispetto a
quello dei caduti». Egli interpreta
infatti la lettera «D» presente nel testo degli *Annales Regni Francorum* —
«Tunc omnes Saxones... reddiderunt omnes malefactores illos, qui ipsud
rebellium maxime terminaverant, ad occidendem IIII D» — non come il numerale
500, bensì come l'abbreviazione di *Domino* (ovvero Carlo); la
lettura come numero 500 sarebbe frutto di un errore di interpretazione da parte
di un copista successivo. In
realtà, i Sassoni avrebbero consegnato al re solo quattro capi della rivolta
affinché venissero giustiziati. Una
soluzione di una semplicità sorprendente! Peccato solo che sia troppo semplice
per risultare convincente. L'affermazione
secondo cui D sarebbe Domino non trova infatti da nessuna parte il benché
minimo sostegno che possa renderla credibile.
1) Vol. 3, 60. –
2) Ivi, 62 sgg. –
3) Ivi, 65.
4) La favola del «Tribunale di sangue
di Verden».
*Kirchenbote
für Stadt und Bistum Osnabrück* del 31 marzo 1935, n. 14. Sono venuto a
conoscenza di questo articolo solo dopo aver concluso la mia ricerca.
Pag. 7
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Sebbene Carlo venga spesso definito
*Dominus* negli annali, tale titolo non è mai abbreviato con la lettera D.
Bisogna dunque concludere che anche nel nostro caso la D rappresenti l'antica cifra
latina per 500; di conseguenza, la
sigla IIII che la precede non può che indicare a quante migliaia si
aggiungessero quelle 500 unità.
Alla luce di tutto ciò, la questione di cosa
sia accaduto allora a Verden appare tuttora irrisolta. Non
è possibile rispondervi con semplici congetture, bensì soltanto attraverso un
esame accurato del materiale documentario a nostra disposizione. Klingelschmitt
ha giustamente fatto ricorso a tali fonti, senza tuttavia approfondirne la
critica. Prima di lui, anche il
docente Hans Philipp di Potsdam si era adoperato per chiarire l'accaduto sotto
questo profilo.1) Philipp basa il proprio lavoro su quello di von Bippen,
citando inoltre Ulmann e Dieck; purtroppo,
però, ha trascurato completamente l'indagine di D. Schäfer. Ciò
ha inevitabilmente svalutato il suo lavoro, anche agli occhi di chi — dopo un
esame critico dell'intero materiale — sia giunto sostanzialmente alle sue
stesse conclusioni. Inoltre, le sue indicazioni
relative alle fonti non sono del tutto attendibili: egli ha infatti ignorato
gli *Annales Fuldenses*, i quali parlano esplicitamente della decapitazione di
quattromilacinquecento uomini (*quatuor milium et quingentorum hominum
decollatione*). Quanto
all'affermazione secondo cui anche gli *Annales S. Amandi* non farebbero
menzione del massacro di Verden, essa richiederebbe una dimostrazione, dato che
in tali annali leggiamo tuttora: *Karolus congregatos Saxones jussit eos
decollare*.
Ciò premesso, resta ancora molto da fare per
la critica delle fonti in merito alla questione in esame. Il
metodo seguito dalla maggior parte dei più recenti storici 2) è stato descritto
a suo tempo da v. Bippen 3) nei seguenti
termini: essi «seguono indistintamente le indicazioni degli Annali di Lorsch e
di quelli di Eginardo, combinandole tra loro; e non paghi di ciò, vi aggiungono
anche la notizia, tratta dagli Annali Petaviani, relativa alla deportazione di
numerosi ostaggi – fatto di cui le altre due fonti non fanno menzione».
1 ) Eiserne Blätter. Monaco, 8 luglio
1934, n. 27: Il cosiddetto bagno di sangue di Verden. Cfr. Die Auslese,
settembre 1934. Le conclusioni di questo saggio, di cui anch'io sono venuto a
conoscenza solo dopo aver concluso la mia ricerca, hanno da allora trovato
ulteriore diffusione, in parte grazie alla stampa ecclesiastica.
²) Cfr. ad es. F. Dahn, Urgeschichte der germanischen und romanischen
Völker 3 (1883), 994 sgg.
³) Ivi, 90.
Pag. 8
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Da allora, nulla di sostanziale è cambiato
in questo procedimento.1) Tuttavia, nel lavoro storico non è ammissibile
combinare acriticamente le informazioni provenienti dalle fonti più disparate. Il
compito primario deve essere piuttosto quello di esaminare ogni fonte
singolarmente – ovvero di accertarne le affermazioni, valutarne l'attendibilità
e determinarne il rapporto con le altre fonti. Solo
una volta acquisita una base solida si può tentare, con ragionevoli probabilità
di successo, di fare chiarezza sulla questione in sospeso. L'errore
metodologico di v. Bippen consistette
nell'aver proceduto troppo frettolosamente: egli intendeva sì avviare
un'analisi delle fonti, ma invece di condurla dapprima in modo dettagliato, la
intrecciò immediatamente con la questione di cosa avesse fatto Carlo nel 782.
Tali questioni vanno invece trattate separatamente, se si vuole giungere a un
risultato certo.
1.
Osservazioni
preliminari sulla critica delle fonti.
Tra le fonti a cui attingono le
ricostruzioni tradizionali dell'evento del 782, i cosiddetti *Annales Einhardi*
sono chiaramente quelli privilegiati. Essi
risultano i più dettagliati e, apparentemente, anche i più chiari e autonomi. Tuttavia,
sorge l'interrogativo se l'autore fosse così vicino agli avvenimenti descritti
da poterne fornire un resoconto storicamente attendibile, o se la vividezza
della narrazione testimoni soltanto la sua capacità di rappresentarsi in modo
concreto quanto già trovato nella fonte di partenza. Non
è possibile risolvere tale questione appellandosi semplicemente a Eginardo,
poiché è quantomeno assai incerto che egli sia effettivamente l'autore degli
annali che portano il suo nome; le
argomentazioni addotte contro la sua paternità dell'opera – e a favore di una
stesura successiva – non possono essere facilmente liquidate.
1
) È vero che Hauck (*Kirchengeschichte Deutschlands*, vol. 2, 2ª ed., 1900, p.
384, nota 1) tentò almeno di andare oltre questo limite, citando — accanto agli
*Annales Laurissenses* — anche gli *Annales Amandi*, *Mosellenses*,
*Laureshamenses* e la *Chronicon Moissiacense*. Tuttavia, egli omise di esaminare quali
conclusioni potesse effettivamente offrire un’analisi di tali fonti. Solo il *Handbuch
der Kirchengeschichte* di Krüger (parte 2ª, 2ª ed., p. 28) sembra atteggiarsi
con scetticismo di fronte alla tradizione, poiché non menziona affatto il
massacro dell'Aller e indica nella deportazione — sebbene non riferita all'anno
782 — il mezzo più violento con cui Carlo assicurò la sottomissione dei
Sassoni.
Per
contro, J. von Walter (*Die Geschichte des Christentums*, 2° semivolume, 1934,
p. 302) informa i lettori sulla sorte dei 4.500 Sassoni: Carlo «fece massacrare
l'intera grande schiera in un solo giorno».
Pag.
9
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Ma anche supponendo che questi Annali siano
opera sua, ciò non garantisce ancora l'attendibilità del resoconto in
questione. Infatti, nel 782
Eginardo era un ragazzo di circa dodici anni che frequentava la scuola
monastica di Fulda; all'epoca era del
tutto estraneo alle vicende della politica. E
sebbene anche a Fulda si seguissero con grande attenzione le guerre di Carlo
contro i Sassoni, un giovane allievo del monastero era certamente la persona
meno indicata per attingere informazioni storicamente preziose e di prima mano
sul loro svolgimento. Egli dipendeva
interamente da ciò che apprendeva casualmente 1) o da ciò che si riteneva
opportuno comunicargli al riguardo. È
lecito dubitare che egli fosse anche solo a conoscenza di un massacro tra i
Sassoni, come quello narrato negli Annali a lui attribuiti, dato che non ne fa
menzione nella sua biografia dell'imperatore. Non
si ravvisa alcun motivo per cui avrebbe dovuto citarlo negli Annali se — come
si potrebbe presumere dalla biografia — avesse preferito stendervi sopra un
velo di oblio. Di conseguenza, il
resoconto di tali Annali appare gravato da riserve così serie da non poter
essere preso in considerazione, sin da principio, come fonte primaria.
Ma disponiamo davvero di una fonte primaria? O a
quale resoconto possiamo attribuire il merito di avvicinarsi, almeno
relativamente, all'evento in questione? Per
rispondere a questo interrogativo, si può senz'altro fare riferimento, con
buona sicurezza, agli *Annales Petaviani*. Infatti,
sebbene fino all'anno 771 essi siano del tutto privi di autonomia e offrano
materiale noto anche da altre fonti, a partire da quell'anno e fino al 799 — e
dunque proprio in relazione agli avvenimenti del 782 qui esaminati — essi
forniscono la testimonianza di un contemporaneo che appare decisamente
attendibile. Certo, come del resto
accade per la maggior parte dei resoconti paralleli, il testo non è scritto in
un latino particolarmente pregevole, ma non offre comunque alcun motivo per
guardarlo con diffidenza a priori.
1) L'esempio
del figlio di Lutero, Paul, ci insegna forse nel modo più eloquente con quanta
cautela si debbano utilizzare le testimonianze dei fanciulli come fonti
storiche. Secondo un autografo conservato nella biblioteca di Rudolstadt, egli
avrebbe sentito dire dal padre che, mentre si trovava sulla Scala Santa a Roma,
questi avrebbe voluto recitare la consueta preghiera dei pellegrini a ogni
gradino, ma vi avrebbe rinunciato perché gli era tornato in mente il passo
biblico (Abacuc 2,4): *Justus in fide sua vivet*. Ciò è chiaramente contraddetto dalla testimonianza diretta di
Lutero stesso nel sermone del 15 settembre 1545 (Edizione di Weimar 51, 89): «A
Roma volevo liberare mio nonno dal Purgatorio; salivo la Scala Santa e a ogni
gradino recitavo un *Pater Noster*. Ero infatti convinto che chi pregasse in tal modo avrebbe
riscattato un'anima. Ma
giunto in cima, pensavo: chi sa se è vero?».
2) Tratto
dagli *Annales S. Amandi* e dagli *Annales Mosellani*.
Pag. 10
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Poiché, inoltre, la totale assenza di
coloriture locali consente di dedurre che l'opera non fu scritta in un
monastero, bensì alla corte del re – dove era possibile attingere alle informazioni
migliori –, essa merita certamente, in primo luogo, la nostra attenzione.
Una considerazione altrettanto seria merita
la prima parte degli *Annales Fuldenses*, anche se non si condivide la
convinzione di Kurze 1) che essa sia opera di Eginardo. Per
il periodo compreso tra il 771 e il 795, essa coincide sotto molti aspetti con
gli *Annales Regni Francorum*, ma contiene anche informazioni peculiari che
meritano di essere vagliate sotto il profilo dell'attendibilità. Tale
verifica è tuttavia resa complessa dal fatto che l'intera prima parte non ci è
giunta nella sua stesura originale, bensì nella forma conferitale da Rodolfo,
l'autore della seconda parte (839-863). In
ogni caso, ci troviamo anche qui di fronte all'opera di un uomo che non si
limita agli interessi del proprio monastero, ma che, dalla sua cella, osserva
con sguardo ampio gli eventi del mondo esterno; egli non si limita a
registrarli a beneficio dei posteri, ma si preoccupa anche di presentarli loro
nella giusta luce.
Tra le fonti contemporanee figurano inoltre
gli *Annales Mosellani*, che mostrano una stretta affinità con gli *Annales
Laureshamenses*. La questione
controversa su quale delle due opere abbia fatto da modello all'altra è
irrilevante ai fini della nostra indagine, dato che entrambe concordano quasi
parola per parola nel resoconto che qui ci interessa. L'unica
differenza tra i due testi si presta a diverse interpretazioni. Gli
*Annales Mosellani* riferiscono che Carlo mosse contro i Sassoni dopo aver
appreso che essi si erano nuovamente sottratti all'obbedienza, unendosi a
Vitichindo per ribellarsi, e che alcuni dei suoi uomini erano rimasti uccisi
durante la rivolta. Negli *Annales
Laureshamenses*, invece, manca la motivazione della spedizione legata alla
notizia della morte di alcuni dei suoi uomini negli scontri con gli insorti. È
assai difficile stabilire con certezza se tale omissione sia dovuta a una
svista del copista (che avrebbe saltato una riga) o se la versione più breve
sia quella originale, successivamente integrata negli *Annales Mosellani*; in
ogni caso, la questione è priva di rilevanza sostanziale.
Infine, risalgono a un'epoca contemporanea
anche gli *Annales S. Amandi*, ovvero la cronaca del monastero di Elnon 2)
(presso Saint-Amand-sur-l'Elnon, sullo Scarpe, nel dipartimento del Nord),
1 ) Nella sua edizione degli *Annales
Regni Francorum* (1895), p. 12.
2) In tempi più recenti è divenuto noto
per il fatto che qui, nel 1837, Hoffmann von Fallersleben rinvenne il
*Ludwigslied*
p. 11
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fondato da
sant'Amando, il quale svolse opera di evangelizzazione tra i Menapi, i Morini e
i Tungri e fu per un certo periodo anche vescovo di Maastricht. Di
questa cronaca, a noi interessa soltanto un breve passo.
Solo a una certa distanza di tempo seguono a
queste cronache contemporanee gli Annali del regno franco (*Annales regni
Francorum*), che ci sono pervenuti in due redazioni: gli *Annales Laurissenses
maiores* e gli *Annales Einhardi*. Quanto
agli *Annales Einhardi*, si è già detto il necessario: essi non possono essere
considerati la testimonianza di un uomo che disponesse di una conoscenza
diretta e attendibile degli eventi del 782. La situazione non è diversa per gli
*Annales Laurissenses*: anch'essi non costituiscono un'opera autonoma, bensì si
fondano – fino all'anno 788 (o 795), e dunque anche per l'anno 782, per noi
così importante – su materiale annalistico preesistente e accessibile
all'autore. Stabilire in che
misura l'autore si sia limitato a riordinare tale materiale, o fino a che punto
abbia integrato notizie orali o lasciato che proprie riflessioni influissero
sulla stesura del testo, sono questioni che possono essere risolte solo caso
per caso. Un problema a sé
stante è poi il rapporto tra quest'opera e i cosiddetti *Annales Einhardi*:
questi ultimi non si sono limitati a rendere più scorrevole il testo e a
rielaborarlo secondo modelli classici, ma contengono anche informazioni assenti
nella fonte originaria. È possibile che essi
si basino su testimoni diretti, ma bisogna anche considerare l'ipotesi che si
tratti semplicemente del frutto di riflessioni e deduzioni personali. Anche
in questo caso, un giudizio è possibile solo esaminando la questione di volta
in volta.
Come ultima fonte merita di essere
menzionato il *Chronicon Moissiacense* (ovvero quello di Moissac, sul fiume
Tarn, nel dipartimento del Tarn-et-Garonne). Quest'opera,
tuttavia, non possiede praticamente alcun valore autonomo, dato che risale a
un'epoca leggermente successiva; si
tratta quasi interamente di una compilazione che ha attinto in larga misura
dalle opere precedenti. Il suo resoconto
dell'evento del 782 deriva dagli *Annales Mosellani*; manca
soltanto il riferimento al ruolo svolto da Vitichindo nella rivolta dei Sassoni
di quell'anno. Sarà necessario
verificare se si tratti di una semplice svista dello scriba o se alla base vi
fossero considerazioni particolari.
Tutti questi cronisti
appartengono al regno dei Franchi.
Purtroppo non
disponiamo di alcuna contro-relazione coeva di parte sassone. Il
monaco Vitichindo di Corvey, che più tardi narrò la storia del suo popolo, è sì
sassone anima e corpo – nutre solo disprezzo per Turingi e Lotaringi e, ai suoi
occhi, anche i Franchi sono inferiori ai Sassoni.
p. 12
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Tuttavia, egli sorvola il più rapidamente
possibile sulla resistenza che i suoi connazionali opposero a Carlo Magno.1) Il
re dei Franchi – che, secondo il suo racconto, superava tutti gli altri sovrani
per valore e saggezza – si adoperò per trentatré anni, ora con blande
persuasioni, ora con la forza delle armi, per liberare i suoi vicini di
nord-est dal loro vano errore e condurli sulla retta via. Quando
Widukind conclude questa breve sintesi affermando che «coloro che un tempo
erano alleati e amici dei Franchi sono ormai divenuti fratelli e, grazie alla
fede cristiana, quasi un unico popolo», le sue parole non lasciano certo
intendere che egli fosse a conoscenza di un bagno di sangue tra i Sassoni, tale
da decimare quella *gens nobilis* per mano di Carlo.
Tuttavia, per l'utilizzo dell'intero nostro
materiale di fonti, occorre ricordare un aspetto fondamentale: non ci è
pervenuto l'originale di nessuno di questi scritti. Li
possediamo esclusivamente in manoscritti di epoca successiva, che talvolta
divergono l'uno dall'altro. Ci
troviamo dunque di fronte al compito di valutare, caso per caso, quale lezione
meriti la preferenza. Dobbiamo inoltre
mettere in conto la possibilità che, in un modello a noi non più pervenuto, il
testo originale avesse già subito una modifica: ciò poteva accadere quando il
copista riteneva necessario correggere tacitamente un errore di scrittura
dell'originale, oppure omettere un'osservazione che non comprendeva, convinto
che l'autore non avesse voluto o potuto scrivere ciò che vi era riportato.
Nel passare all'esame delle fonti dopo
queste premesse di critica delle fonti, è innanzitutto necessario individuare
correttamente il punto da cui iniziare. Sarebbe
infatti come mettere il carro davanti ai buoi se iniziassimo dalle fonti più
tarde per interpretare, a partire da esse, quelle più antiche. Dobbiamo
invece esaminare le testimonianze in ordine cronologico, evitando l'errore di
ritenere che le fonti più recenti – proprio perché più dettagliate – siano
necessariamente le meglio informate. Non
è superfluo richiamare, proprio in questa sede, tale principio fondamentale
della metodologia storica, dato che persino uno studioso del calibro di
Dietrich Schäfer vi è venuto meno. Schäfer,
infatti, prese in esame per primi gli Annali del regno dei Franchi (nella
duplice redazione della Cronaca di Lorsch e degli Annali di Eginardo) senza
considerare di muoversi su un terreno alquanto incerto, e solo successivamente
si rivolse alle testimonianze più antiche, ovvero gli *Annales Mosellani*, di
S. Amando e di Petaviano.
1) Widukind, Rer. gest. Saxon. l, 1S.
p. 13
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Egli non si accostò a esse chiedendosi cosa
riferissero in base a conoscenze dirette sugli eventi del 782, bensì se la loro
esposizione confermasse la dinamica dei fatti così come egli l'aveva trovata
narrata negli Annali del Regno. E
affermò che il suo «risultato» non solo non ne veniva scosso, ma ne risultava
addirittura confermato. A ciò dobbiamo opporre
che non è lecito accostarsi alle fonti più antiche avendo già in mente un
«risultato»; la nostra indagine deve invece prendere le mosse proprio da quei
resoconti che possono essere considerati con certezza coevi. Dato
il modo in cui operavano i cronisti, il nostro compito non può che consistere
nello stabilire quale evoluzione abbiano subito in seguito tali resoconti più
antichi.
2. Gli *Annales
Petaviani*
Iniziamo con gli *Annales Petaviani*. Per
l'anno 782, essi riferiscono quanto segue: *Hoc anno domnus et religiosus rex
Karolus habuit magnum placitum in Saxonia super flumen Lippia: et ibi venerunt
legationes Unorum ad praesentiam principis*. In
quello stesso anno, i Sassoni si ribellarono tornando alla loro "via
precedente" — rinnegando Dio e la fede promessa — e si scontrarono con un
grande esercito nemico in Sassonia; i Franchi uccisero una moltitudine di
Sassoni e ne condussero molti prigionieri in Francia. Qui
veniamo a sapere di una grande assemblea tenuta da Carlo in Sassonia, presso il
fiume Lippe, e dell'arrivo di un'ambasceria degli Avari. Non
viene specificato quali decisioni siano state prese riguardo alla Sassonia. Si
parla poi di una rivolta dei Sassoni, senza tuttavia menzionare Widukind. Il
fatto che i Sassoni siano tornati alla loro "via precedente" viene
chiarito spiegando che essi abbandonarono Dio e infransero la fedeltà promessa. Ciò
che segue non è del tutto chiaro, poiché nella parte di frase *tunc cum magno
esercitu hostes in Saxonia* mancano soggetto e predicato. Probabilmente
il copista ha saltato una riga che suonava all'incirca così (dopo *exercitu*):
*domnus et religiosus rex Karolus profligavit*. Quanto
segue lascia comunque intendere una sconfitta dei Sassoni, descritta più nel
dettaglio precisando che i Franchi ne uccisero una gran quantità. A
conclusione vi è l'interessante annotazione secondo cui molti Sassoni furono
condotti prigionieri in Franconia. Il
testo non afferma che si trattasse di nobili, né che dovessero servire da
ostaggi.
1)
a. a. 0 . 34.
p.
14
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È un'interpretazione singolare di questo
resoconto quella avanzata da D. Schäfer 1), il quale ha osservato: «Da questa
comunicazione nessuno potrà dedurre un'esecuzione capitale, ma altrettanto poco
si può affermare che essa la contraddica. Il trasferimento di prigionieri –
evento altrimenti non documentato – non deve trarre in inganno; esso può essere
avvenuto parallelamente all'esecuzione». Si
tratta di un esempio emblematico di come si tratti un testo quando non gli si
lascia dire semplicemente ciò che dice – e che palesemente intende dire – ma vi
si proietta sopra il contenuto di un testo più tardo. Una
simile procedura, per quanto ci è noto, era solitamente severamente
disapprovata nel seminario di Schäfer. Il
nostro testo attesta in termini inequivocabili la deportazione di molti Sassoni
nella terra dei Franchi; per contro, non fa la
minima menzione di un'esecuzione capitale, tanto meno di un'esecuzione di
massa. Infatti, quando il testo afferma che «i
Franchi» *caederunt* (abbatterono/uccisero in battaglia) una moltitudine di
Sassoni, ciò non significa che Carlo abbia fatto giustiziare quei Sassoni,
bensì che essi caddero combattendo contro il grande esercito franco. Significa
capovolgere completamente il senso di un resoconto di per sé chiarissimo voler
ridurre a mera possibilità il trasferimento di molti Sassoni – narrato invece
come un fatto certo – e parlare di un'esecuzione solo perché il cronista non la
nega esplicitamente. Se si accetta il
resoconto così com'è, non vi è dubbio: esso non riferisce nulla di
un'esecuzione, ma parla soltanto di una deportazione.
Non si può nemmeno
sostenere che, poiché la sconfitta dei Franchi al Süntel non è menzionata nel
resoconto pur essendosi effettivamente verificata, allora dal silenzio su quel
massacro all'Aller non si debba dedurre che esso non sia mai avvenuto. La
situazione è ben diversa. Il
nostro resoconto si limita agli eventi principali. Per
questo può trascurare la battaglia del Süntel: non fu essa ad avere
un'importanza decisiva, bensì il successivo arrivo di Carlo; del
resto, essa era implicitamente inclusa nel termine generico *rebellantes*. Restava
poi da chiedersi: cosa fece Carlo dopo aver sedato la rivolta? Se
avesse davvero ritenuto necessaria un'esecuzione di massa a scopo deterrente,
il cronista non avrebbe potuto passare sotto silenzio un evento così
emblematico del monito *Discite moniti!*. Se invece
tace al riguardo, proprio tale silenzio dimostra che, stando alle sue
informazioni, un simile massacro non ebbe affatto luogo; tanto
più che egli riferisce invece di un'altra misura con cui Carlo sperava di
prevenire future sollevazioni dei Sassoni: una deportazione di massa.
1)
a. a. 0 . 35.
p.
15
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Questa misura [in una traduzione precedente viene detta Mafiosa. Nota mia] rientra
nella politica di Carlo nei confronti della Sassonia.1) Nel corso degli anni,
egli ne fece un uso sempre più massiccio. Non
fu solo nell'anno 804 2) che ricorse alla misura radicale di sostituire la
popolazione dei territori sassoni — perennemente turbolenti 3) — trasferendo a
migliaia i Sassoni, con mogli e figli, nella Francia e insediando al loro
posto, in quelle importanti zone di confine, Franchi fidati che poi si fusero
con i resti della popolazione sassone dando vita a un unico popolo.4) Già
nell'anno 797 si ha notizia di una tale deportazione di massa, che coinvolse un
terzo dell'intera popolazione indigena. Se
a proposito dei settemilasettanta Sassoni che Carlo fece deportare nell'autunno
del 795 si afferma che si trattava di un numero «mai visto prima»,5) ciò
dimostra che tale misura non era una novità per l'epoca. È
documentato 6) anche per l'anno 783 che, dopo la battaglia del fiume Hase, un
gran numero di prigionieri di guerra fu «trasferito», ovvero spostato dalla
propria terra d'origine verso un'altra regione.
1) Secondo gli *Annali* di Eginardo,
egli aveva già minacciato i Sassoni di tale misura a Paderborn nell'anno 777:
*si ulterius sua statuta violarent, et patria et libertate privarentur* [se
avessero violato ulteriormente i suoi decreti, sarebbero stati privati della
patria e della libertà]. Applicò la medesima procedura anche ai Longobardi. Dieck (p. 16, n. 3)
richiama giustamente l'attenzione sulla voce relativa all'anno 787 presente
negli *Annales Nazariani*, *Guelferbytani* e *Alamannici*, la quale riferisce
che Carlo *exsiliavit in Franciam* i Longobardi meno fidati: espressione che,
nell'uso del latino medievale, indica che li fece trasferire dalla loro terra
d'origine alla Francia.
2) *Ann. regn. Franc.*: *omnes, qui
trans Albiam et in Wihmuodi habitabant, Saxones cum mulieribus et infantibus
transtulit in Franciam* [trasferì in Francia tutti i Sassoni che abitavano
oltre l'Elba e nel Wihmuodi, insieme alle loro donne e ai loro figli].
3) Si ama citare un desiderio sfrenato
di libertà come motivo di ciò e lodare per questo i Sassoni. Si tratta di una
ricaduta in una mentalità di stampo liberale. Una seria ricerca storica deve
riconoscere il fatto vergognoso che la perfidia verso il nemico e la violazione
di trattati giurati erano all'ordine del giorno tra i Sassoni dell'epoca tanto
quanto tra i Franchi e i Longobardi. La tanto decantata lealtà germanica sembra
essere emersa solo sotto l'influsso del Cristianesimo. Un esempio
caratteristico riguardante i Sassoni pagani è narrato dal monaco sassone
Widukind di Corvey (*Res gestae Saxonicae* I, 6). È vero che M. Lintzel (in:
*Sachsen und Anhalt. Jahrbuch der historischen Kommission für die Provinz
Sachsen und Anhalt* 3 [1927], 35) considera ciò come "autentico folklore
sassone", poiché la stessa storia è raccontata anche da Nennio (*Historia
Brittonum*, *Auctores antiquissimi* XIII, 189 sgg.), sebbene con i Britanni nel
ruolo della parte lesa. A mio avviso, questa duplicazione suggerisce la
storicità dell'evento piuttosto che il contrario; qui vorrei
associarmi alle parole di L. Schmidt (*Historische Vierteljahrschrift* 14, 5)
osserva: «L'esempio di altre popolazioni germaniche dimostra che eventi storici
reali sono stati conservati nella memoria dei popoli per un tempo
sorprendentemente lungo e con una fedeltà relativamente elevata». Altri esempi in H.
Böhmer, *Das germanische Christentum*, «Theol. Stud. u. Krit.» 86 (1913), pp. 235
sgg.4 ) *Francis adunati unus cum eis populus efficerentur*, scrivono gli
*Annales Mettenses* alla voce dell'anno 804.
5) Anna. Lauriss., Ann. Alam. Cont. Murbac. 795 d.C.
6) Attraverso i cosiddetti Annali
Eginardo: Caesa est eorum (sc. Saxonum) inlinita multitudo, spoliaque direpta,
captivorum quoque magnus abductus est numerus.
p. 16
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Alla luce di ciò, nulla osta alla veridicità
dell'informazione contenuta negli *Annales Petaviani*, secondo cui una tale
deportazione su larga scala ebbe luogo già nell'anno 782. Non sappiamo dove
furono insediati nello specifico i deportati. A
Metz, l'interesse si concentrò in seguito soprattutto sulle colonie situate nella
parte del Regno dei Franchi a sinistra del Reno.1) Sulla riva destra del Reno,
ancor oggi una serie di toponimi testimonia questa colonizzazione sassone, 2)
ad esempio nel Württemberg: Groß-Sachsenheim (lungo la linea ferroviaria
Mühlacker-Stoccarda); nell'Algovia:
Sachsenried (tra Kaufbeuren e Schongau); nell'entroterra del Baden: Sachsenflur
(tra Osterburken e Lauda); lungo
la Bergstraße:
i tre villaggi confinanti di Groß-Sachsen, Lützel-Sachsen (ovvero
"Piccola" Sachsen) e Hohensachsen; a Francoforte sul Meno: il
quartiere di Sachsenhausen, situato sulla riva sinistra del fiume – dove,
ancora quarant o cinquant'anni fa, l'autentico abitante di Sachsenhausen
superava nettamente l'antico cittadino di Francoforte – di indole più duttile
sia fisicamente che mentalmente – per statura e per una rozzezza schietta e
primitiva.
Il trasferimento dei Sassoni rende
testimonianza della lungimiranza politica di Carlo. Tale
misura non era solo opportuna dal punto di vista della politica estera – in
quanto il confine settentrionale e orientale poteva dirsi sicuro soltanto
quando non vi fosse più nulla da temere per la sicurezza 3) del regno da parte
della popolazione della provincia di confine sassone (territorio che Carlo
poteva considerare tale, almeno da quando, nel 777, aveva tenuto per la prima
volta una dieta imperiale su suolo sassone, a Paderborn) – ma si rivelava
vantaggiosa anche per ragioni di politica interna. Nel
regno dei Franchi vi erano ancora vaste aree scarsamente popolate o del tutto
disabitate; promuovendo in esse
una colonizzazione interna su larga scala, il re avrebbe accresciuto
direttamente la forza e la prosperità del proprio regno. Se
tale opera avesse coinvolto una popolazione vigorosa e capace come quella delle
tribù sassoni, il vantaggio sarebbe stato doppiamente prezioso. Quanto
poi all'intento di cristianizzare i Sassoni, tale obiettivo risultava più
facilmente e sicuramente raggiungibile qualora, in un ambiente nuovo ed
estraneo, essi non avessero più avuto alcuna possibilità di recarsi ai loro
antichi luoghi sacri o di praticare le loro antiche usanze.
1) Cfr. *Ann. Mett.* 804, secondo
cui Carlo insediò i Sassoni – che aveva completamente rimosso dalla loro terra
d'origine – attraverso la
Gallia e le altre regioni del suo regno.
2) Alla luce di ciò, l'affermazione di
Lintzel (in: *Sachsen und Anhalt*, 7 [1927], 23, nota 104) dovrebbe essere
ridimensionata o, meglio, corretta: «Secondo le fonti, i Sassoni furono
trasferiti in Francia, il che è anche l'ipotesi più probabile».
3) Lintzel ha messo bene in luce (in:
*Sachsen und Anhalt*, 10 [1934], 33-43) come Carlo, attraverso i trattati del
772-782, abbia progressivamente integrato i Sassoni nel proprio regno.
«Ciascuno di questi trattati comportava un inasprimento di quelli precedenti e un
nuovo passo verso la totale sottomissione della regione» (p. 43).
p. 17
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Quanto appare misera, al cospetto di questo
dato di fatto che traiamo dalla cronaca coeva degli *Annales Petaviani*, l'idea
che un sovrano come Carlo Magno abbia fatto giustiziare in un solo giorno
quattromilacinquecento Sassoni – in modo del tutto inutile e privo di scopo –
preda di una insensata furia cieca che, si badi bene, aveva per qualche tempo1)
tenuto a freno!
O forse le testimonianze delle altre fonti
ci costringono davvero a riconoscere un simile massacro come un fatto storico?
Vediamo cosa si può ricavare da tali fonti. A
tal fine, ci atterremo innanzitutto, ancora una volta, alle cronache coeve.
3. Gli *Annales
Mosellani*.
È opportuno prendere in esame innanzitutto
gli *Annales Mosellani*, i quali, come già osservato, coincidono quasi alla
lettera con gli *Annales Laureshamenses* e il *Chronicon Moissiacense*. In
essi si legge: *Habuit Karlus rex conventum magnum exercitus sui in Saxonia ad
Lippiabrunnen; et constituit super
eam comites ex nobilissimis Saxonum genere*.
1) Dieck (op. cit., p. 6) ricorda
giustamente: "che l'esecuzione non fu ordinata - come si potrebbe supporre
- subito sotto l'impatto della notizia (che agitava profondamente Carlo)
riguardante la rivolta sassone e la distruzione del suo esercito per mano
loro... Erano passati giorni, settimane, forse mesi dall'arrivo di quella
notizia prima che Carlo potesse giudicare i ribelli sulle rive dell'Aller. In
un lasso di tempo così lungo, la voce della prudenza e della riflessione
avrebbe dovuto sicuramente farsi nuovamente sentire, prevalendo sulla passione
del re”.
Gli
Annali reali non lasciano dubbi su come Carlo fosse abituato a esigere
vendetta.
Il
suo metodo era la spedizione punitiva. Con ciò continuò in Sassonia la pratica
che aveva incontrato durante la campagna di ritorsione di suo padre Pipino in
Aquitania;
cfr. *Ann. Q. D. Einh.* s.a. 761: *Rex tamen
cuncta, quae extra munitiones invenit, ferro et igni devastans* ecc. Similmente dello
stesso Carlo si afferma (*ibid.* s.a. 772): *Saxoniam ... ingressus ferro et
igni cuncta depopulatus* ecc. *Ibid.* s.a. 774: *Rex. . . misit exercitum, qui
incendiis ac direptionibus cuncta devastans* ecc. La campagna del 782 appare
nell' *Ann.
Mosell.*
nella stessa luce. (o Anna. Lauresh. e il Cron. Moiss.): Et cum eos
cognovisset iterum a fide dilapsos et cum Widuchindo ad revolutionlandum esse
adunatos et quod nonnulli suorum in hac seditione interissent, rursum abiit in
Saxoniam et vastavit eam ecc. Lo stesso ver- . Carlo intraprese un'azione legale
contro i Sassoni secondo i cosiddetti Annali di Einhard ancora 783, 784, 795,
797 e 798. A quest'ultimo anno, in cui le cose Località simili a 782, dice: in
foedifragos ac desertores arma corripuit et ultor necis legatorum suorum,
quicquid Saxoniae inter Albiam ac Wisuram interacet, totum ferro et igni
vastavit.
Almeno
a quei tempi non aveva fatto giustiziare il doppio dei Sassoni rispetto ai
legati che aveva perso a causa loro.
p. 18
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(cum Widuchindo) 1) ad rebellandum esse
adunatos (et quod nonnulli suorum in hac
seditione interissent), 2) rursum abiit in Saxoniam et vastavit eam et ingentem
Saxonum turbam atroci confodit gladio.
Questo resoconto ha in
comune con quello degli *Annales Petaviani* soltanto due fatti: che Carlo tenne
una grande assemblea presso il fiume Lippe e che intraprese una campagna
vittoriosa contro i Sassoni insorti. Tuttavia,
i dettagli forniti su entrambi gli eventi differiscono a tal punto dal
resoconto degli *Annales Petaviani* da far ritenere che i due testi siano stati
redatti indipendentemente l'uno dall'altro. Dagli
*Annales Mosellani* apprendiamo infatti che quel *magnum placitum in Saxonia
super flumen Lippia*, già noto dagli *Annales Petaviani*, consistette in una
grande rassegna delle truppe presso Lippspringe. E
mentre gli *Annales Petaviani* si soffermano sull'ambasceria degli Avari, per
gli *Annales Mosellani* è più importante il fatto che, in tale occasione, Carlo
abbia esteso alla Sassonia l'istituzione franca dei conti di contea
(*Gaugrafen*). 3) Se essi ritengono
particolarmente degno di nota che tali conti fossero scelti *ex nobilissimi
Saxonum genere* — ovvero non tra la nobiltà franca, bensì tra quella indigena
—, se ne può dedurre che tale istituzione non doveva contenere nulla di
provocatorio per i Sassoni; in altre parole, che la successiva rivolta sassone
non ebbe in essa la propria causa. Sembra
che, in origine, il testo non menzionasse il coinvolgimento diretto di
Vitichindo (*Widukind*) in tale rivolta. L'espressione
*eos ... ad rebellandum esse adunatos*, infatti, può significare soltanto che
le diverse tribù si unirono tra loro per una sollevazione comune. Quanto
a un'unione (*adunatio*) del sassone Vitichindo con i suoi compatrioti sassoni
— vale a dire... ...parlare di un
singolo in relazione a una totalità di cui egli già fa parte costituisce
un'impossibilità linguistica. Infatti,
i soggetti di un'*adunatio* devono sempre essere entrambi o singolari 4) o
plurali 5). Laddove si intenda
affermare l'unione tra un soggetto singolare e uno plurale, non si parla di
*adunare*, bensì, ad esempio, di *coniungere*.
1) Ciò che è tra parentesi manca nella
*Chronica Moissiacensis*.
2) Ciò che è tra parentesi manca negli
*Annales Laureshamenses*.
3) Sul rapporto tra i loro distretti e
i *Gau* della Sassonia, cfr. M. Lintzel in: *Sachsen und Anhalt*, 5 (1929), p. 1 e segg.
4) In tal modo, nella cristologia, si
poteva parlare dell'*adunatio* delle due nature in Cristo.
5) Cfr. Lattanzio, *De mortibus
persecutorum* 23: *in civitatibus urbanae ac rusticae plebes adunatae*.
p. 19
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Sembra dunque che il
testo originale fosse presente nella fonte utilizzata dal *Chronicon
Moissiacense*. Tuttavia, tale
silenzio degli *Annales Mosellani* originari non risolve ovviamente la
questione se, o in quale misura, Widukind abbia partecipato alla preparazione
della rivolta. Occorre inoltre
chiedersi se il fatto che «alcuni dei suoi fossero morti in quella rivolta»
(*quod nonnulli suorum in hac seditione interissent*) abbia costituito un
motivo per la spedizione di Carlo in Sassonia. Questa
motivazione è assente negli *Annales Laureshamenses*, senza che vi sia un
motivo evidente per tale omissione; si
è piuttosto tentati di supporre che un copista vi abbia inserito un elemento
tratto da un'altra cronaca.1) Tali questioni di critica testuale sono tuttavia
secondarie ai fini del nostro compito. L'aspetto
fondamentale è quanto segue: alla notizia del nuovo tradimento dei Sassoni e
della loro sollevazione, Carlo marcia nuovamente verso la Sassonia, devasta il
territorio e *ingentem Saxonum turbam atroci confodit gladio*.
È necessario soffermarsi un momento su
quest'ultima frase. Cosa afferma? La
risposta di v. Bippen inizia così:2)
«Se disponessimo solo di questa notizia, nessuno ravviserebbe nelle parole
*ingentem turbam atroci confodit gladio* un'esecuzione capitale avvenuta a
seguito di un processo. Esse sembrano piuttosto indicare soltanto che il re
represse la rivolta con la forza e senza clemenza — *atroci gladio* — e che
numerosi Sassoni persero la vita, sia in combattimento sia in altro modo». Sarebbe
stato opportuno che v. Bippen si fosse
limitato a questa osservazione, poiché fino a questo punto egli rimane fedele
al testo del suo resoconto. Tuttavia,
ci sorprende proseguendo in questo modo: «D'altra parte, non è certo da escludere
che le parole possano riferirsi a una vera e propria esecuzione capitale, ed è
possibile che la fonte perduta degli Annali in questione ne parlasse in termini
più espliciti». v. Bippen
è stato indotto a tale considerazione confondendo il compito di interpretare il
proprio testo con l'interrogativo su cosa un'altra cronaca3) sembrasse forse
suggerire riguardo a un'udienza giudiziaria tenuta da Carlo in quel periodo.
Dietrich Schäfer ha seguito questa linea con
grande prontezza. Tuttavia, le sue affermazioni
risultano assai più fiduciose e categoriche rispetto alla cauta riservatezza di
von Bippen. Egli, infatti, non
esita a dichiarare in merito al resoconto: 4) «La sua frase conclusiva –
"Carlo trafisse un'enorme schiera di Sassoni con la sua spada spietata"
– si adatta indubbiamente molto meglio all'esecuzione riferita dagli Annali di
Lorsch e da quelli di Eginardo che non a perdite subite in uno scontro di cui
altrimenti non sappiamo nulla».
1) Vale a dire la notizia contenuta negli *Annales Fuldenses*:
Saxones ... legatos regis Adalgisum et Gailonem ... non sine grandi clade
suorum occiderunt.
2)
a. a. O. 81.
3 ) Ovvero gli *Annales S. Amandi*, in
una nota che deve ancora essere discussa.
4)
a. a. O. S. 34f.
p.
20
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Per lui, inoltre, è un dato di fatto che
l'esecuzione sia "praticamente confermata" da quell'altra cronaca,
che von Bippen aveva consultato solo con esitazione e riserve. Anche
in questo caso, è caduto nell'errore di lasciare che una testimonianza venisse
spiegata non in base a se stessa, bensì attraverso un'altra testimonianza. Un
simile procedimento è però inammissibile in un'indagine storica, esattamente
come lo sarebbe se, durante l'audizione dei testimoni, il giudice non facesse
verbalizzare separatamente le loro dichiarazioni, ma le facesse invece
confluire in un'unica deposizione complessiva.
Se vogliamo sapere cosa l'autore degli
*Annales Mosellani* abbia da dirci sulla guerra di Carlo contro i Sassoni del 782,
dobbiamo lasciarlo parlare fino in fondo, senza che il cronista di Saint-Amand
o chiunque altro lo interrompa. Ebbene,
non vi è il minimo dubbio che il tenore della sua affermazione possa riferirsi
soltanto a una battaglia, escludendo categoricamente qualsiasi riferimento a
un'esecuzione. Basta consultare i
dizionari per convincersene. L'azione
compiuta da Carlo è espressa dal verbo *confodere*. D.
Schäfer l'ha tradotto correttamente con "Carlo trafisse". Tuttavia,
stranamente, ha ritenuto tale espressione molto più adatta a un'esecuzione che
a un combattimento. Ma dove ci viene
tramandato che, presso i Franchi, i criminali giustiziati di spada venissero
"trafitti"? Schäfer è giunto a
questa interpretazione solo perché non è riuscito a prescindere dal resoconto
degli *Annales Einhardi*. Ha
però trascurato il fatto che gli *Annales Einhardi* non parlano affatto di
*confodere*, bensì utilizzano il termine *decollare*, appropriato per una
decapitazione. Anche il fatto che
l'azione di *confodere* avvenisse con il *gladius* impedisce di pensare a
un'esecuzione. Infatti, il *gladius*
è la spada corta a doppio taglio destinata principalmente a colpire di punta e
a trafiggere, non a fendere con colpi di taglio. L'arma da taglio è invece
l'*ensis*, che per questo motivo era anche più lungo del *gladius*; solo
l'*ensis*, e non il *gladius*, può essere considerato una spada da esecuzione. Se
si tiene conto di questa distinzione lessicale, la nostra frase — *(Karlus rex)
ingentem Saxonum turbam atroci confodit gladio* — acquista, pur nella sua
brevità, una straordinaria vividezza e plasticità.
1) Questa espressione fu trasmessa al
Medioevo dalla Vulgata, secondo la quale Simeone annunciò alla madre di Gesù
(Lc 2,35): *et tuam ipsius animam pertransibit gladius*. In seguito, nello
*Stabat Mater* di Jacopone da Todi († 1306), si legge ancora: *cuius animam...
pertransibat gladius*.
p. 21
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Egli evoca l'immagine di una battaglia
furiosa che si dispiega davanti a noi – o in quale altro modo avrebbe potuto
Carlo Magno «trafiggere un numero immenso di Sassoni con una spada spietata»,
se non in uno scontro in campo aperto, con il quale intendeva riscattare la
sconfitta subita al Süntel?
D. Schäfer ha
sostenuto, è vero, 1) che altrimenti non avremmo notizia di un simile scontro. Tuttavia,
egli ha trascurato completamente la testimonianza degli *Annales Petaviani* —
*tunc cum magno exercitu hostes in Saxonia et caederunt Franci de Saxonibus
multitudinem hominum* — che rimanda indubbiamente a uno scontro («cum magno
exercitu») e non a una passeggiata militare seguita da un massacro; e anche se
tale scontro non fosse menzionato altrove, ciò costituirebbe forse la prova che
esso non possa essere citato nemmeno in questo caso, e che si debba invece
parlare di un'esecuzione di massa? A
me sembra piuttosto che, se un contemporaneo ci descrive una battaglia in modo
così inequivocabile e vivido, non abbiamo il diritto di trasformare quella
battaglia in un'esecuzione di massa. Con
un fraintendimento così grossolano, potremmo facilmente esporci all'accusa di
falsificazione storica, seppur involontaria.
Confrontando il resoconto degli *Annales
Mosellani* con quello degli *Annales Petaviani*, la differenza tra i due appare
inequivocabile. Gli *Annales
Mosellani* riferiscono di una battaglia combattuta da Carlo contro i Sassoni
insorti; non viene indicato il
luogo dello scontro, ma si precisa che i Sassoni vi subirono perdite ingenti. Gli
*Annales Petaviani* confermano l'avvenuta battaglia, aggiungendo però che molti
Sassoni furono condotti prigionieri nel regno dei Franchi. Non
si afferma che tali deportati dovessero servire da ostaggi; al
contrario, è evidente che si intendesse insediarli stabilmente nel territorio
franco. Le due fonti coeve –
che, come giustamente osservato da Schäfer, sono indipendenti l'una dall'altra
– si integrano a vicenda. La
situazione descritta è chiara ed evidente: la rivolta dei Sassoni viene
repressa nel sangue e gli insorti, per quanto catturati, vengono trasferiti in
un nuovo ambiente dove non possano più fomentare disordini. In
questi resoconti più antichi non vi è alcun accenno, nemmeno minimo, a
un'esecuzione di massa in cui le teste dei Sassoni rotolassero a migliaia nella
sabbia sotto la spada del carnefice nel corso di una sola giornata.
Tuttavia, esistono
altre due fonti contemporanee che, leggendone il testo oggi, parlano
effettivamente di un'esecuzione. Si
tratta degli Annales S. Amandi e degli Annales Fuldenses.
1) a. a. O. 35.
2) a. a. O. 34: „Offenbar selbständig
[Apparentemente
autonomo]".
p.
22
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4. Gli *Annales S.
Amandi*.
Il resoconto degli *Annales S. Amandi* è
estremamente conciso. Vi si legge soltanto:
*Saxones rebellantes plurimos Francos interfecerunt, et Karolus congregatos
Saxones jussit eos decollare*. La
prima frase è chiara: parla di una rivolta vittoriosa dei Sassoni, che costò la
vita a moltissimi Franchi. Si
fa riferimento alla battaglia del Süntel. Tuttavia,
il testo sembra presentare un'incongruenza: il racconto prosegue in modo
brusco, affermando che i Sassoni vengono radunati e Carlo ordina di
decapitarli. È ovviamente da
escludere che ciò sia avvenuto subito dopo la sconfitta dei Franchi. Prima
di poter impartire ordini sulla sorte dei Sassoni, Carlo doveva naturalmente
riprendere il controllo sugli insorti; ciò
avvenne attraverso quella battaglia nota grazie agli *Annales Petaviani* e
*Mosellani*. Che Carlo abbia poi tenuto
un'udienza giudiziaria è cosa ovvia. V.
Bippen 1) ha ritenuto di scorgere un accenno a tale evento nelle parole
*Saxones... congregati*; a tal fine, ha
richiamato il passo della *Capitulatio de partibus Saxoniae* (cap. 34): *nisi
forte missus noster de verbo nostro eos congregare fecerit*. Tuttavia,
appare improbabile che un cronista, il quale tace sulla svolta decisiva
rappresentata dalla battaglia, abbia voluto menzionare in modo particolare un
dettaglio di per sé così scontato come la convocazione della successiva udienza
giudiziaria. L'espressione
*congregatos Saxones* consente anche un'altra interpretazione, che mi pare
corrispondere meglio alla situazione. Questi
*Saxones* sono gli stessi indicati poco prima come *rebellantes*, gli stessi
che *plurimos Francos interfecerunt*; non si tratta dunque dei Sassoni nel loro
complesso, bensì dei vincitori del Süntel, che Carlo ha ora sconfitto e fatto
prigionieri. Sono i medesimi
Sassoni di cui gli *Annales Petaviani* riferiscono che i Franchi ne condussero
molti in catene (*multos vinctos Saxones*) nel regno dei Franchi. Un
*congregare* di questi ribelli prigionieri acquista senso se si trattava del
loro trasferimento collettivo verso il territorio franco. In
tal caso, tuttavia, il nostro cronista non avrebbe attribuito al re dei Franchi
l'ordine di decapitarli; avrebbe invece scritto, in accordo con gli *Annales
Petaviani*: *Karolus ... jussit eos desolare* oppure *delocare*, termini che
solo successivamente una mano diversa ha trasformato in *decollare*. 2)
1)
a. a. O. 81.
2)
Secondo Du Cange, desolare = de solo eicere; delocare è sinonimo, I sinonimi sono
eicere e amandare a solo (ἐκτοπίζειν).
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Per comprendere come si sia giunti a questa
modifica del testo, non occorre ricorrere alla fantasia sanguinaria di un
oscuro monaco amanuense, il quale, nell'isolamento della sua cella, mancava del
senso della misura necessario a valutare di quali azioni il grande re dei
Franchi fosse capace e di quali no.
Ai fini della
spiegazione, è più che sufficiente richiamare alla memoria la *Capitulatio de
partibus Saxoniae*. Non sappiamo con
certezza se tale legge sia stata effettivamente emanata già nell'anno 782 (o
addirittura nel 777), come spesso si è ipotizzato. Le obiezioni sollevate da v. Bippen
1) contro questa datazione precoce, basate su singole disposizioni del testo,
sono indubbiamente fondate; occorre
dunque dar ragione a Hauck, che ne colloca l'emanazione cinque o sei anni più
tardi 2), rendendola così una possibile causa della rivolta del 793, ma non di
quella del 782. Tuttavia, a prescindere dal momento esatto della sua
promulgazione, l'aspetto decisivo non è l'epoca di origine, bensì il contenuto,
caratterizzato da disposizioni draconiane. 3)
Ricorreva costantemente la formula stereotipa: *capite punietur*, *morte
moriatur* o espressioni analoghe. La
pena capitale era prevista non solo per omicidio, sacrifici umani, rapimento di
fanciulle, alleanze con i pagani, saccheggio e incendio di chiese. Doveva
subire la morte anche chi perseverava nel paganesimo, chi rifiutava il
battesimo o infrangeva il digiuno, chi offriva sacrifici, uccideva una presunta
strega o bruciava un cadavere anziché seppellirlo; infine, la pena si applicava
anche a chi derideva le istituzioni ecclesiastiche, aggrediva un ecclesiastico
o danneggiava beni della Chiesa. L'intera
superstizione pagana e la pratica delle svariate usanze pagane erano punite con
la morte. A un successivo
copista degli *Annales S. Amandi* tali disposizioni erano certamente note;
senza soffermarsi a valutare se esse fossero effettivamente già in vigore nel
782, egli ritenne che quei ribelli sassoni le avessero violate innumerevoli
volte e che, di conseguenza, Carlo avesse dovuto far loro scontare il pieno
rigore della legge – a prescindere dal fatto che essi non solo avevano
rinnegato la fede, ma avevano anche infranto la fedeltà giurata, incorrendo
così, secondo il diritto franco, nella pena capitale.4)
1) a. a. O. 77.
2) Hauck,
*Kirchengeschichte Deutschlands*, 2ª ed., vol. 2, p. 386, nota 1. Secondo K. D. Schmidt (*Widukind*, 14),
ogni probabilità depone in effetti a favore della datazione della *Capitulatio*
al 782. Purtroppo, egli non ha addotto né ragioni a sostegno di ciò, né
argomenti contro v. Bippen.
3) «Nel valutare queste leggi occorre
tenere conto del carattere draconiano del diritto sassone, che prevedeva la
pena di morte già per il furto di bestiame e di alveari, nonché per l'incendio
doloso, l'effrazione e gli atti osceni.» H. von Schubert, *Gesch. der christl. Kirche im
Frühmittelalter*, 336.
4) Lex Ripuaria 69, 1 : si quis homo
regi infidelis extiterit, de vita componat, et omnes res ejus fisco censeantur. Ciò non valeva
soltanto per i capi della rivolta sassone, ma in termini generali per tutti
coloro che vi presero parte in qualsiasi modo.
p. 24
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Quando, nel
trascrivere il testo, giungeva al punto in questione, egli naturalmente
interpretava *desolare* o *delocare* — senza esitazioni — come un errore di
ascolto o di trascrizione per *decollare*, sostituendolo con quest'ultimo
termine.1) In tal modo si spiega anche, nel modo più naturale, la scelta
proprio di questa espressione per rendere il *puniri capitali sententia* della
*Capitulatio*. Si tratta di un latino
di qualità paragonabile a quella che avrebbe il termine «enthalsen»
[«de-collare» inteso letteralmente come «togliere il collo»] in tedesco per
indicare l'esecuzione capitale mediante spada.
5. Gli *Annales
Fuldenses*.
La medesima variazione terminologica si
riscontra anche negli *Annales Fuldenses*, nella redazione in cui ci sono
pervenuti. In essi si legge: «I
Sassoni, infatti, istigati da Widukindo, insorsero nuovamente in armi e uccisero
i legati del re, Adalgiso e Gailone – inviati con un esercito contro gli Slavi
– dopo essersi scontrati con loro in battaglia nella località chiamata Süntel; ciò
avvenne non senza una grave perdita di vite tra le loro stesse file, e la morte
di quei legati fu vendicata con la decapitazione di quattromilacinquecento
uomini». L'autore di questa
notizia è evidentemente ben informato. Sa che l'istigatore della nuova
sollevazione sassone è Widukindo. Conosce
i nomi di alcuni degli uomini di Carlo che persero la vita durante questa
rivolta: si trattava dei messaggeri del re, Adalgiso e Gailone. Sa
che questi messaggeri avevano il compito di guidare un esercito contro gli
Slavi. È in grado di indicare anche il luogo
dello scontro tra loro e i Sassoni, ovvero il Süntel. Infine,
è a conoscenza di quanti Sassoni subirono la vendetta di Carlo; è
qui, infatti, che per la prima volta il loro numero viene quantificato in
quattromilacinquecento. Non si può certo supporre che un cronista così ben
informato su tutti questi dettagli ignorasse la sorte reale di quei
quattromilacinquecento Sassoni, un fatto che noi conosciamo grazie agli
*Annales Petaviani*, fonte coeva. Anche
lui ha certamente scritto che la punizione inflitta da Carlo per la rivolta –
costatagli il suo magnifico esercito e due dei suoi fedeli – consistette nella
*delocatio* (o *desolatio*) di quattromilacinquecento uomini. L'elevato
numero di persone trasferite si spiega con il fatto che il provvedimento doveva
colpire tutti i colpevoli; esso
non riguardava soltanto i *multi vincti Saxones* menzionati dagli *Annales
Petaviani* – vale a dire i prigionieri di guerra –, bensì tutti coloro che
avevano risposto all'appello di Vitichindo e avevano partecipato alla rivolta
in un modo qualsiasi, e dunque non soltanto in quella battaglia contro i
Franchi.
2) Si tratterà probabilmente di una
reminiscenza della lezione originaria quando Regino di Prüm — come già
segnalato da Dieck (op. cit., p. 16) — parla di *interfectis itaque seditiosis
exsilioque dampnatis* (ovvero i Sassoni).
p. 25
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Lontano, nella terra
dei Franchi, non sarebbero più stati raggiungibili da eventuali nuove manovre
sovversive. D'altra parte, la cifra di 4500 si accorda perfettamente con la
nota degli *Annales Laurissenses* relativa all'anno 795: i settemilasettanta
Sassoni che Carlo fece deportare in quell'anno rappresentavano un numero «mai
visto prima». E se nel 782 Carlo
fissò a sole 4500 unità il numero dei deportandi, disponiamo così anche di un
parametro per valutare la portata della rivolta di quell'anno: essa fu ben
inferiore a quella del 795. Purtroppo, neppure il passo degli *Annales
Fuldenses* ci è giunto nella sua stesura originale. Proprio
come negli *Annales S. Amandi* i termini *delocare* o *desolare* del testo
originario vennero trasformati in *decollare*, così un copista degli *Annales
Fuldenses* mutò in *decollatio* la *delocatio* o *desolatio* (attestata ancora
dagli *Annales Petaviani*). Le
ragioni di tale modifica furono, in questo caso, naturalmente le stesse del
precedente. Poiché, d'altronde, è
improbabile che la modifica sia avvenuta simultaneamente in entrambi gli
annali, sussiste la possibilità che uno dei copisti fosse già a conoscenza
della «correzione peggiorativa» apportata dall'altro e vi si sia adeguato nella
propria trascrizione, ritenendola corretta alla luce della *Capitulatio* e del
diritto franco.
6. Gli *Annales
Laurissenses maiores*.
La fonte successiva di cui deve occuparsi la
nostra indagine sono i cosiddetti Grandi Annali di Lorsch, denominati *Annales
regni Francorum* secondo la definizione del loro ultimo redattore 1). Essi
riferiscono che, nell'anno 782, Carlo tenne un'assemblea *ubi Lippia consurgit*
2), vale a dire a Lippspringe. Qui
convennero (oltre agli ambasciatori normanni e avari) *omnes Saxones*, a
eccezione del ribelle Widukind. Ciò
non significa, ovviamente, che l'intera popolazione della Sassonia vi fosse
affluita in massa, famiglie al seguito comprese. L'annotazione
relativa all'assenza di Widukind lascia intendere che si intendesse la
partecipazione all'assemblea imperiale da parte dei rappresentanti di tutti i
distretti sassoni. Si trattava
evidentemente – anche se non viene detto esplicitamente – di una manifestazione
di fedeltà analoga a quella che gli stessi annali descrivono in relazione
all'assemblea tenuta da Carlo, nello stesso luogo, sei anni prima:
1) Annales regni Francorum et Annales
q. d. Einhardi. Ed. F. Kurze (Hannover 1895, unveränderter Neudruck 1930).
2) Il termine *Consurgit* descrive in modo molto vivido la potente
sorgente del fiume Lippe a Lippspringe.
p. 26
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Et Saxones
perterriti omnes . . . venientes ex omni parte et reddiderunt patriam per wadium omnes manibus eorum et
spoponderunt se esse christianos et sub dicione domni Caroli regis et Francorum
subdidertmt,
O come riferiscono le
cronache dell'assemblea di Paderborn del 777: i Sassoni convennero da ogni
parte della Sassonia... e ivi una moltitudine di Sassoni fu battezzata e,
secondo la loro consuetudine, rinunciò formalmente al proprio stato di uomini
liberi e alle terre in proprietà allodiale, accettando di perderli qualora
fossero tornati alle loro pratiche malvagie — ovvero, qualora avessero mancato
di osservare la fede cristiana o di rimanere fedeli in ogni aspetto al già
menzionato signore e re Carlo. Dopo
che Carlo fece ritorno da Lippspringe in Francia, i Sassoni insorsero
immediatamente di nuovo, istigati da Widukind. Il
re non ne ebbe notizia; e quando in seguito alcuni Slavi si sollevarono, egli
inviò i suoi messi Adalgiso, Gailo e Worad con l'ordine di reprimere la rivolta
impiegando truppe non solo franche, ma anche sassoni.
1) Alla luce dell'odierna tendenza a
esaltare Widukind come eroe nazionale della libertà, occorre rilevare che le
informazioni in nostro possesso su questo nobile sassone – definito *unum e
primoribus Westfalaorum* dai cosiddetti Annali di Eginardo alla data del 777 –
sono estremamente scarse. La
Chiesa cattolica lo annovera tra i suoi santi
e la sua *Vita* (cap. 1, in *Acta Sanctorum* dei Bollandisti, gennaio II, pp.
380-385, alla data del 7 gennaio) sostiene che egli condusse le sue guerre
contro i Franchi *non tam pro gentis suae libertate, quam odio Christianae
religionis*;
tuttavia,
in seguito sarebbe divenuto un cristiano così zelante che, *post vitae
excessum*, si distinse per i miracoli e ottenne gli onori riservati ai santi
(*Divorum post mortem honores adeptus*). Stando così le cose, l'attuale
prospettiva è il risultato di un processo di secolarizzazione. La Bassa Sassonia, divenuta
protestante, non sapeva più cosa farsene di un San Widukind. E, ancor più, per
l'epoca moderna, ormai estranea alla dimensione religiosa, un Widukind che
adorava ciò che aveva bruciato non risultava più sufficientemente interessante. Poiché tuttavia si
continuava a mostrare con orgoglio la sua tomba a Enger, si preferì puntare
sulla sua figura di combattente nelle guerre sassoni, idealizzandolo come
paladino della libertà germanica (e dunque non più soltanto sassone!) contro un
conquistatore di stirpe straniera (e quindi non più consanguineo, sebbene
anch'egli germanico!). Le nostre fonti, però, non ne sanno nulla. Le fonti tacciono
tanto sui motivi del suo atteggiamento fino al 785 quanto su quelli della
successiva svolta nella sua condotta. Solo gli *Annales Laurissenses minores*
riportano, per l'anno 778, una notizia concisa ma significativa: *Withuchindus
Saxo tyrannidi nititur*. Egli cercava dunque di instaurare un dominio assoluto sui
vari *Gau* (distretti) e sulle tribù dei Sassoni, come ipotizzato da Lintzel
(in: *Sachsen und Anhalt*, 10 [1934], p. 70) sulla base di elementi interni. In qualità di duca –
titolo che gli fu attribuito dagli autori successivi (per primo, dopo l'825,
Altfrido nella sua *Vita s. Liudgeri*, cap. 21; ed. W. Diekamp, p. 24: *dux
Saxonum*) – egli intendeva riunire gli Ostfali, gli Engern e i Westfali in un
grande ducato tribale che, in un'ottica di particolarismo, non dovesse
confluire nello Stato universale di Carlo Magno, bensì affermare la propria
indipendenza accanto ad esso. A ragione, quindi, Lintzel (in: *Sachsen und
Anhalt*, 5 [1929], p. 19) lo definisce un usurpatore che dovette la propria
posizione a una rivoluzione. Tuttavia, non fu possibile coinvolgere l'intera
popolazione sassone in questo progetto di dominio tirannico. Quando infine
Widukind comprese l'inutilità dei suoi sforzi, abbandonò il piano e si
sottomise al re dei Franchi. Le successive sollevazioni dei Sassoni furono
causate dall'imposizione della decima ecclesiastica e dalle severe disposizioni
della *Capitulatio de partibus Saxoniae*.
p. 27
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Mentre sono in
viaggio, gli inviati vengono a sapere della rivolta dei Sassoni e aggregano a
sé la *supradicta scara* – ovvero la guarnigione di Eresburg e Karlesburg che
il re vi aveva stanziato nel 776. Con queste truppe invadono la Sassonia, senza tuttavia
riferire nulla dell'accaduto a Carlo. Ne
scaturisce una guerra contro i Sassoni, nella quale i Franchi escono
vittoriosi, combattendo con valore e uccidendo molti nemici. Tuttavia,
presso il monte Süntel, cadono due degli inviati reali, Adalgis e Gailo. Appresa
la notizia, Carlo marcia verso quel luogo con i Franchi che riesce a radunare
in fretta, spingendosi fino al punto in cui l'Aller confluisce nel Weser.
Segue ora la parte del resoconto per noi più
importante: tutti i Sassoni si radunarono nuovamente e si sottomisero
all'autorità del suddetto signore e re; consegnarono
inoltre, affinché venissero giustiziati, i quattromila colpevoli che erano
stati i principali istigatori della ribellione — sentenza che fu regolarmente
eseguita — fatta eccezione per Widukind, il quale si salvò fuggendo nella
regione della Northmannia (ovvero la Danimarca). Una
volta compiuto tutto ciò, il suddetto signore e re fece ritorno in Francia.
L'inizio di questo resoconto è chiaro. Si
tiene nuovamente una grande assemblea, alla quale confluiscono *omnes Saxones*,
ovvero i rappresentanti di tutti i distretti sassoni. Essi
riconoscono la supremazia di Carlo e si dichiarano pronti a punire i colpevoli. Tra
questi non figura soltanto Vitichindo – che il cronista ha già indicato come il
vero istigatore della rivolta – ma anche *omnes malefactores illi, qui ipsud
rebellium maxime terminaverunt*, vale a dire i principali responsabili. La
loro colpa risiede nel fatto di aver *ipsud rebellium maxime terminaverunt*. Tale
espressione è oscura e controversa. Per
v. Bippen 4) la questione rimase aperta
riguardo a quali persone si intendessero: se coloro «che avevano principalmente
deciso la rivolta o coloro che l'avevano principalmente attuata». Ulmann
5) propese per l'ipotesi che si trattasse di coloro i quali «avevano
principalmente deciso quella sollevazione». Dietrich
Schäfer 6), infine, ritenne che si potesse tradurre soltanto: «coloro che
avevano principalmente attuato questa rivolta».
1)
La *supradicta scara* che gli ambasciatori conducono con sé non può
naturalmente essere l'esercito franco a cui pensavano v. Bippen (op. cit., p.
83, nota 1) e D. Schäfer (op. cit., p. 20). L'espressione rimanda piuttosto
all'annotazione del cronista relativa all'anno 776: *perfecta supradicta
castella* (ovvero Eresburg e Karlesburg) *et disposita per Francos scaras resedentes
et ipsa custodientes*. Cfr. anche H.
Delbrück, *Geschichte der Kriegskunst*, vol. 3, pp. 18 sgg. e 52 sgg.
2)
Secondo Du Cange, *mandatum* significa: una voce, una notizia o una lettera che
riferisce di una qualche questione.
3) Qui il cronista sembra
attingere alla stessa fonte degli *Annales Fuldenses*, i quali parimenti
riferiscono che i Sassoni uccisero Adalgiso e Gailo *non sine grandi clade
suorum*.
4) a. a. O.
84. - ') a. a. O. 156f. - 6) a. a. O. 22.
p. 28
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Mi sembra necessario ricordare innanzitutto
che il termine *terminus*, secondo Du Cange e altri, indica anche *pagus* o
*regio* — ovvero un territorio circoscritto dai propri confini e limiti — e
*districtus*. Si parlava, ad
esempio, di *terminus Turonicae urbis*, *terminus Pictavus*, *terminus
Lemovicinus*, vale a dire del territorio della città di Tours e così via. Da
questa accezione della parola derivò in seguito il nome di *terminarii* dato
agli ordini mendicanti: essi «terminavano», ovvero percorrevano le campagne
(con la sacca da elemosina) spostandosi da una fattoria all'altra, da un
villaggio all'altro. È probabile che anche
in questo contesto il verbo *terminare* sia usato con un significato analogo. I
*malefactores* erano individui simili al Bertran de Born descritto da Uhland,
colui che «portava la rivolta di luogo in luogo». Non
si limitavano a incitare alla ribellione, ma — ed è a questo che si riferisce
l'avverbio *maxime* — passavano essi stessi ad atti di violenza. Per
questo motivo la loro colpa era più grave rispetto a quella di altri che,
restando prudentemente in disparte, si limitavano a sobillare il prossimo e a
favorirne le azioni. Apparivano ora in un
luogo, ora in un altro, e il loro passaggio era segnato dalle rovine fumanti
delle chiese cristiane, dai cadaveri di sacerdoti trucidati e simili — come
ebbe modo di constatare, ad esempio, Willehad. Il
loro numero è stimato in quattromilacinquecento unità; tuttavia,
la correttezza di tale cifra è già stata messa in dubbio. Tuttavia,
l'entità della cifra non sorprende chi consideri quali masse possa coinvolgere
il fanatismo, una volta che le passioni siano state aizzate: quando cessa ogni
riflessione pacata, si spegne la consapevolezza della responsabilità
individuale e l'esasperazione dell'uno si trasforma, nel secondo, in furia
cieca, per poi degenerare, nel terzo, in una frenesia del tutto insensata.
E quale punizione viene ora
inflitta loro? Non si può
certo dire che il nostro resoconto si distingua per particolare chiarezza in
questo punto, quando scrive: *omnes Saxones ... reddiderunt omnes malefactores
. .
. ad
occidendum* […]; *quod ita
et factum est*, eccetto Vitichindo, che fuggì verso le regioni della Normandia. Le difficoltà suscitate dall'annotazione
*quod ita et factum est* sono già state ampiamente messe in luce da v. Bippen 1). Forse è possibile superarle chiarendo innanzitutto cosa significhi
che i Sassoni *reddiderunt ad occidendum* a Carlo i principali malfattori. Dietrich Schäfer 2) e v. Bippen 3) concordano sul fatto che il
senso di queste parole sia che i quattromilacinquecento furono «consegnati al
preciso scopo di essere uccisi», ovvero «...siano
stati realmente uccisi». Ma
è davvero questo il senso della frase? Qui la semplice spiegazione delle parole non basta più; solo una spiegazione del contenuto può
esserci d'aiuto.
1) Anche Schäfer (op. cit., p. 24) ha
definito dubbio «se l'espressione *excepto* debba riferirsi all'uccisione, alla
consegna o a entrambe le cose».
2) a. a. 0. 24. –
3)
a. a. 0. 84.
p.
29
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Ma è davvero questo il
significato contenuto nella frase? Qui
la semplice spiegazione dei termini non è più sufficiente; occorre
invece una spiegazione che chiarisca la sostanza dei fatti. Tale
spiegazione ci è offerta dalle usanze medievali, così come le conosciamo
attraverso la testimonianza di Ottone di Frisinga 1). Nel
descrivere la consegna di Milano al Barbarossa nel 1158, egli narra il corteo
con cui i rappresentanti ecclesiastici e laici della città si recarono al
cospetto del vincitore. Dietro l'arcivescovo e
il suo clero, che procedevano in testa indossando vesti penitenziali, seguivano
«i consoli e i notabili della città, anch'essi spogliati delle vesti, a piedi
nudi e con le spade sguainate appoggiate alla nuca». Non
vi è dubbio alcuno sul significato di quelle spade nude portate alla nuca dai
cittadini e dai consiglieri di Milano 2): esse simboleggiano il riconoscimento
di aver perso il diritto alla vita a causa della loro ribellione. Coerentemente
con ciò, il loro portavoce dichiarava all'imperatore: «Le nostre teste, che
offriamo al vostro potere e alle vostre spade, rappresentano quelle di tutti i
milanesi» 3). Si potrebbe riassumere
l'accaduto anche con la frase: *Mediolanenses omnes malefactores Friderico ad
occidendum reddiderunt*. I milanesi, tuttavia,
confidavano che l'imperatore avrebbe concesso clemenza e che le teste
offertegli sarebbero rimaste saldamente al loro posto, sulle spalle. L'intero
corteo, dunque, costituiva una consegna incondizionata alla mercé del
vincitore. Allo stesso modo va
intesa la notizia riportata nella Cronaca di Lorsch. I
rappresentanti dei distretti sassoni, riunitisi attorno a Carlo presso la foce
dell'Aller, prendono le distanze dagli insorti e li consegnano
incondizionatamente al re dei Franchi, 4) riconoscendolo esplicitamente come
loro signore.
1) Gesta Friderici, III, 48. Così come
il concetto di *infidelitas*, anche la pena da essa comportata è stata
naturalmente recepita dal diritto franco in quello dell'Impero. La procedura
adottata da Barbarossa rimanda dunque a modelli franchi.
2) Si veda anche il modo di dire
proverbiale «cercarsi la frusta» (*sich eine Rute aufbinden*), che in origine
non andava inteso in senso figurato, bensì letterale.
3) In W. von
Giesebrecht, *Geschichte der deutschen Kaiserzeit*. A
cura di W. Schild, 5, 140.
707
4)
Cfr. O. Schäfer, op. cit., p. 24: «La consegna non potrebbe forse
essere avvenuta nella convinzione — condivisa tanto dai colpevoli quanto dagli
innocenti, tanto da coloro che venivano consegnati quanto da chi li consegnava
— che il re avrebbe concesso la grazia in luogo della giustizia?» Egli ritiene,
tuttavia, che Carlo abbia deluso tale aspettativa. Secondo v. Bippen (op. cit., p.
94), «la vita di tali ostaggi era rimessa nelle mani del re; in tal senso gli
*Annales Laurissenses* affermano giustamente che egli li ricevette *ad
occidendum* [per farli uccidere]», e lo studioso non riteneva improbabile «che
gli stessi *Annales Laurissenses*, nella loro espressione alquanto goffa, non
volessero dire altro se non che al re era stato consegnato un certo numero di
ostaggi».
p.
30
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Se non ci si limita alla frase *Omnes
Saxones reddiderunt omnes malefactores illos... ad occidendum*, ma si aggiunge
anche *quod ita et factum est*, appare evidente che viene fatta una distinzione
tra il *reddiderunt* della prima proposizione e il *factum est* della seconda:
l'azione del *facere* segue quella del *reddere*. Ciò
significa che la consegna dei colpevoli più gravi non avvenne durante
l'assemblea stessa, bensì fu soltanto promessa e avviata in quella sede. Cadono
così anche gli interrogativi posti da v. Bippen:
1) «Quale forza costrinse mai costoro (ovvero quei 4500 uomini) a presentarsi
al re presso l'Aller? Quale forza li consegnò nelle mani del re e di quali
mezzi coercitivi disponeva il sovrano per eseguire su di loro quella terribile
punizione?» V. Bippen giunse a
porsi tale domanda perché interpretava il nostro testo in questo modo: «Qui si
intende che l'enorme massa di persone fu consegnata in blocco dai propri
connazionali allo scopo preciso dell'esecuzione capitale». Tuttavia,
nel testo non vi è nulla di tutto ciò. Come
abbiamo visto, esso non parla affatto di uno «scopo preciso dell'esecuzione». Né
afferma che la consegna avvenne «in blocco»: è stato Bippen a leggere tale
dettaglio nel testo, traendolo dai cosiddetti *Annali di Eginardo*. Qui
dobbiamo concordare con la spiegazione di D. Schäfer 2): «Dopo che a
Lippspringe si era tenuta la dieta e vi erano stati nominati conti sassoni —
stando agli *Annales Laureshamenses* — incombeva comunque sui capi del popolo
(a prescindere dal fatto che a Lippspringe sia stata o meno promulgata la
*capitulatio de partibus Saxoniae*) un certo obbligo di prevenire nuove
sollevazioni; è lecito supporre che, in seguito alla rivolta fallita, essi
avvertissero tale responsabilità di fronte al re che stava avanzando.» 3)
Di conseguenza, si affrettarono ad accogliere la richiesta del sovrano, il
quale esigeva la consegna dei principali responsabili dei disordini. L'adempimento
di tale impegno fu agevolato dal fatto che i partecipanti alla rivolta erano
ormai privi di una guida unitaria. Infatti
Widukind, colui che li aveva spinti alla ribellione, ritenne ancora una volta
che la prudenza fosse la parte migliore del valore: mentre le masse dei suoi
connazionali pagavano il prezzo del tradimento a cui egli li aveva indotti,
egli mise in salvo la propria persona fuggendo all'estero. Nelle
terre dei Normanni era al riparo dal braccio vendicatore di Carlo e poté
osservare con calma, da lontano, quale sorte attendesse i suoi seguaci in
patria.
1) a. a. 0. 85. - 2) a. a. 0. 23.
3) Secondo Brandi (*Karls des Großen
Sachsenkriege*, in «Niedersächsisches Jahrbuch» 10 [1933], 42, nota 39), rimane
tuttavia del tutto oscuro chi abbia effettuato la consegna a Verden.
p.
31
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
La nostra cronaca tace stranamente sul loro
destino. L'ultima notizia che
apprendiamo riguarda la consegna dei principali responsabili della rivolta. Probabilmente
i fatti si svolsero in questo modo: in ogni contea vennero arrestati dal conte
e dai suoi uomini e condotti a gruppi in un centro di raccolta. Se
poi il re abbia concesso la grazia o meno, se abbia ordinato il loro
trasferimento in territorio franco o se abbia effettivamente emesso la
spaventosa sentenza capitale — condannando alla decapitazione tutti quei
quattromilacinquecento insorti in quanto *infideles* — su tutto ciò la nostra
cronaca tace, almeno nella forma in cui ci è pervenuta. E
non siamo più in grado di stabilire con certezza se, in origine, dopo la
locuzione *factum est* vi fosse un'ulteriore frase che riferiva della
deportazione, poi soppressa dal copista: questi, forse, non riusciva a
conciliare l'idea della deportazione con l'espressione *reddiderunt ad
occidendum* e ritenne necessario eliminare quella che considerava una
contraddizione interna del testo originale. Che
si sia verificata una tale mutilazione del testo è tuttavia assai probabile, se
si confronta l'opera con il *Chronicon Reginonis*; quest'ultimo, infatti, al
posto della generica espressione degli *Annales Laurissenses maiores* — *Haec omnia
peracta* — riporta un'informazione più precisa: *Interfectis itaque seditiosis
exsilioque dampnatis rex in Franciam reversus est*, ecc. Per Schäfer 1) tale
notizia risultava naturalmente assai scomoda; egli cercò di cavarsela
ricorrendo a una spiegazione di ripiego: «È possibile che esistesse una
redazione degli Annali di Lorsch in cui, oltre agli uccisi, si menzionassero
anche i deportati (come negli *Ann. Petav.*) e che tale versione fosse nota a
Reginone.
Tuttavia, la sua annotazione — tardiva e,
nel significato, non del tutto univoca — non mi pare possa prevalere sulla
testimonianza dei contemporanei dell'imperatore». Ma
la questione non si risolve così facilmente. Non
si accresce l'autorevolezza della Cronaca di Lorsch attribuendola a un «contemporaneo
dell'imperatore» — il quale, peraltro, non deve necessariamente essere stato
contemporaneo degli eventi del 782 —, né si può sminuire la testimonianza di
Reginone sostenendo che il suo significato sia oscuro. Non
vi è dubbio che, nella sua esposizione, Reginone si attenga fedelmente alla
nostra Cronaca di Lorsch, limitandosi a cercare di renderne più fluido lo
stile. L'unica informazione di merito aggiunta
rispetto alla fonte originale riguarda l'uccisione e la deportazione degli
insorti. Qui il termine
*interfectis* fa evidentemente riferimento alle ingenti perdite che Carlo,
stando agli *Annales Petaviani* e *Mosellani*, inflisse ai Sassoni in una
battaglia campale.
1)
a. a. O. 3.5, Anm. 1.
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Tuttavia,
l'espressione *exsilio dampnatis* riprende l'informazione degli *Annales
Petaviani* riguardo alla deportazione di molti Sassoni nel regno dei Franchi. Il
fatto che Regino riporti proprio questa notizia indica verosimilmente che egli
non aveva ancora davanti a sé la nostra versione poco chiara della Cronaca di
Lorsch; al contrario, in essa egli dovette trovare menzionata, accanto alla
resa a discrezione, anche la pena della deportazione, senza ravvisare alcuna
contraddizione tra la condanna all'esilio (*exsilio dampnare*) e il precedente
*reddere ad occidendum*. Accostando queste due
informazioni, egli non condivise le perplessità che avevano indotto il copista
della Cronaca di Lorsch ad apportare quella modifica rispetto all'originale. In
tal modo, grazie a lui, riusciamo quantomeno a scorgere ancora qualche traccia
della stesura originaria.
7. Gli *Annales*
attribuiti a Eginardo.
Resta ancora da esaminare l'ultimo dei
nostri resoconti. Si tratta di quello dei cosiddetti *Annales* di Eginardo, che
sta alla base della narrazione tradizionale degli eventi del 782. Il testo è
chiaro ed efficace. È opinione
generalmente condivisa che l'autore conosca il resoconto della Cronaca di
Lorsch e cerchi di migliorarne lo stile; è
invece oggetto di disputa se egli dimostri anche una migliore informazione sui
fatti. Secondo D. Schäfer è così, secondo v. Bippen
no.
Il cronista inizia con la dieta di
Lippspringe, menzionata nella sua fonte e svoltasi all'inizio dell'estate del
782, senza tuttavia che la nostra conoscenza degli eventi connessi ne tragga un
arricchimento sostanziale. Passa
poi a trattare la ribellione dei Sassoni, attribuendone la responsabilità a
Vitichindo, rientrato in patria dalla Danimarca. Si
sofferma più a lungo sulla campagna militare che, per volontà di Carlo, doveva
essere condotta dalle forze congiunte di Franchi orientali e Sassoni contro i
predoni Sorbi, stanziati tra l'Elba e la Saale. Un elemento nuovo
è qui rappresentato dal ruolo svolto dal conte Teodorico, un parente del re. Si
parla di gelosie tra i messi regi e il conte, che finiscono per causare gravi
perdite ai Franchi sul monte Süntel – *male pugnatum est* – e, fatto ancor più
grave, tra i caduti figurano due dei messi, quattro conti e venti esponenti di
spicco della nobiltà. Questo cronista non sa
nulla di una sconfitta dei Sassoni o di gravi perdite subite da parte loro,
come invece riportano gli Annali di Lorsch.
Prosegue poi dicendo: Cuius rei nuntium cum
rex accepisset, nihil sibi cunctandum
arbitratus collecto festinanter exercitu in Saxoniam proficiscitur accitisque
ad se cunctis Saxonum primoribus de auctoribus factae defectionis inquisivit.
Et cum omnes Widokindum huius sceleris
p. 33
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
auctorem proclamarent,
eum tarnen tradere nequirent, eo quod is re perpetrata ad Nordmannos se contulerat,
ceterorum, qui persuasioni eius morem gerentes tantum facinus peregerunt, usque
ad quattuor milia D traditi et super Alaram fluvium in loco, qui F erdun
vocatur, iussu regis omnes una die decollati sunt. Huiusmodi vindicta patrata
rex Theodone-villa in hiberna concessit etc.
Qui il narratore sottolinea innanzitutto la
*celeritas* che aveva riscontrato nella sua fonte. Appresa
la notizia della battaglia del Süntel, Carlo ritiene necessaria la rapidità e
raduna in fretta un esercito con cui marcia verso la Sassonia. Tuttavia,
la spedizione non sembra dirigersi verso la confluenza dell'Aller, come
indicato nella Cronaca di Lorsch, poiché Verden – situata cinque chilometri a
monte di tale confluenza – viene menzionata solo in un contesto successivo. L'assemblea
degli *omnes Saxones* registrata nella Cronaca di Lorsch appare qui, nel suo
significato sostanziale, come un'adunanza di tutti i capi sassoni (*cuncti
Saxonum primores*) fatti convocare dal re. I
nostri Annali intendono escludere il possibile equivoco – sorto con la versione
più sintetica degli Annali di Lorsch – secondo cui tra gli *omnes Saxones*
riuniti fossero inclusi anche gli insorti. Si
tiene dunque, secondo questa fonte, un'udienza giudiziaria nel corso della
quale Carlo svolge indagini sui responsabili della rivolta (*de auctoribus
factae defectionis*). Con ciò si intendono i
*malefactores* menzionati nella Cronaca di Lorsch – coloro che furono i
principali artefici della ribellione –, ovvero quegli agitatori e sobillatori
che percorrevano l'intera regione non limitandosi a fomentare disordini, ma
compiendo anche atti di violenza e nefandezze. Se
qui vengono definiti *auctores* (autori/promotori) della defezione, ciò non
significa che essi siano soltanto gli istigatori della sollevazione, ai quali
sarebbe riconducibile l'intero piano strategico riguardante il momento
dell'attacco e le modalità d'azione. Essi
sono piuttosto gli artefici della rivolta, in modo del tutto analogo a quanto
accade in Cicerone, dove gli *auctores querelarum* non sono coloro che danno
origine ai reclami, bensì coloro che li sostengono davanti al Senato. Secondo
il nostro cronista, i *cuncti Saxonum primores* avrebbero indicato
esclusivamente Vitichindo come *huius sceleris auctor*. È
facile comprendere come egli sia giunto a tale affermazione: nella sua fonte
aveva letto che i Sassoni si erano ribellati *suadente Widochindo*. Aveva
quindi recepito questa notizia nella propria narrazione scrivendo: *Widokindus,
qui ad Nordmannos profugerat, in patriam reversus vanis spebus Saxonum animos
ad defectionem concitavit*. In
tal modo, nella sua opera, Vitichindo prende il posto degli *omnes
malefactores* della Cronaca di Lorsch.
Poiché però in questo
caso si trattava della consegna di quattromilacinquecento Sassoni, il nostro
cronista contrappone all'istigatore Vitichindo quegli *ceteri, qui persuasioni
eius morem gerentes tantum facinus peregerunt* di fronte.
p. 34
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Di fronte a questa
narrazione, egli dovette procedere oltre con le deduzioni: Carlo esigeva
naturalmente la consegna di Widukindo in quanto capo della rivolta e, non
potendola ottenere – poiché questi, *re perpetrata*, si era rifugiato presso i
Normanni, come si leggeva in termini simili nella Cronaca di Lorsch –, toccò
alla gran massa dei seguaci pagare il prezzo della sua fuga: *super Alaram
fluvium in loco, qui Ferdun (=Verden) vocatur, iussu regis omnes una die
decollati sunt*; furono tutti decapitati in un unico giorno – non meno di
quattromila cinquecento uomini –, dato che la fonte originale riferiva che
erano stati consegnati *ad occidendum* (per essere uccisi). Il
nostro cronista non comprese, tuttavia, che tale espressione non alludeva a un
massacro di massa di persone inermi. Egli
ignorava come si fossero realmente svolti i fatti – secondo l'attendibile
testimonianza degli *Annales Petaviani* – e che fu la prudenza politica a
indurre Carlo ad adottare una misura così drastica per gli interessati, quale
la deportazione e la colonizzazione interna. Egli
conosceva solo l'idea di una *vindicta*, ovvero di una punizione per la
ribellione che recava in sé la nota della vendetta. Ai
suoi occhi, il re dei Franchi veniva così ad assimilarsi a quel governatore del
dramma di Schiller che fece accecare il padre di Melchthal perché gli era
sfuggito il figlio, colpevole di aver aggredito un suo servo. La
differenza sta solo nel fatto che la vendetta di quel governatore colpì un
singolo individuo, mentre la presunta *vindicta* del re avrebbe causato, in un
solo giorno, la morte di ben quattromila- cinquecento uomini. Quanto
alle modalità tecniche con cui una simile esecuzione di massa avrebbe potuto essere
attuata, egli non si pose certo il problema nella sua cella monastica; e se D.
Schäfer ha ritenuto di dovervi provvedere, 1) si è trattato di uno sforzo
piuttosto superfluo, dato che evidentemente non si trattava di una
decapitazione, bensì di un trasferimento: non di *decollatio*, ma di
*desolatio* o *delocatio* di quei quattromilacinquecento Sassoni.
8. Risultato.
Qual è dunque il risultato a cui ci conduce
questo intero esame delle nostre fonti?
') Cfr. anche il
Barone L. v. Borche,
*Zur Hinrichtung der Sachsen* (Sull'esecuzione dei Sassoni), in *Korrbl. der Westd. Ztschr. f. Gesch. u. Kunst* 12 (1893), n. 6, pp. 126 sgg.; egli ha esaminato la
questione giungendo a una duplice ipotesi. O «potrebbe trattarsi di un ordine
delle parole errato», nel senso che nel resoconto la particella *una* non si
trovasse originariamente prima di *decollati*, bensì dopo *traditi*; oppure: «forse non
tutti i colpevoli furono giustiziati».
p. 35
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Una cosa è comunque
chiara: gli Annali del regno dei Franchi – e in particolare la versione nota
come Annali di Eginardo, ovvero proprio le fonti su cui si fonda principalmente
la diffusa affermazione riguardo a quel massacro sull'Aller – non possiedono,
proprio nel punto cruciale, quel grado di affidabilità storica e di credibilità
che è lecito pretendere quando si tratta di accertare fatti reali. Prima
di prestar loro fede, esse dovrebbero trovare conferma nella testimonianza
inoppugnabile di resoconti degni di fiducia, redatti da uomini che furono
abbastanza vicini agli eventi da poterne riferire fedelmente lo svolgimento. Tuttavia,
le fonti più antiche offrono tale conferma soltanto se vi si proietta sopra la
narrazione degli Annali del regno dei Franchi.
Se si rinuncia a
questo procedimento scientificamente inammissibile, dai resoconti dell'epoca
emerge un quadro ben diverso. Nel tentativo di ricostruire tale quadro,
possiamo tralasciare gli eventi del 782 fino alla battaglia del Süntel. Ci
interroghiamo soltanto su ciò che accadde in seguito. Gli *Annales Petaviani*
confermano quanto si poteva presumere fin dall'inizio come ovvio: ovvero che i
Franchi, grazie a una vittoria schiacciante, tornarono padroni della
situazione. Di questa vittoria parlano anche gli *Annales Mosellani*, concordi
con gli *Annales Laureshamenses* e il *Chronicon Moissiacense*. Anche gli
*Annales S. Amandi* sembrano riferirsi a tale vittoria. Gli *Annales
Fuldenses*, invece, la confondono con la battaglia del Süntel, che in essi
appare dunque come una vittoria dei Franchi; si tratta di un errore che ricorre
nella grande Cronaca di Lorsch, ma che viene corretto nei cosiddetti *Annales
Einhardi*, i quali dimostrano di essere ben informati proprio su questo punto.
Gli *Annales Petaviani* riferiscono ciò che Carlo fece dopo la
vittoria con la frase: *Franci... multos vinctos Saxones adduxerunt in
Franciam*. Di questa
deportazione tratta anche una nota di Reginone di Prüm, il quale menziona
*interfectis itaque seditiosis exsilioque damnatis* (ovvero i Sassoni). Gli *interfecti* sono coloro che caddero
in quella battaglia, mentre i condannati all'esilio sono i Sassoni deportati
nel regno dei Franchi. Anche
gli *Annales S. Amandi* rientrano in questo contesto: le due testimonianze
appena citate ci autorizzano infatti a leggere nel testo — in riferimento alla
battaglia disastrosa per i Sassoni — la frase *Karolus congregatos Saxones
jussit eos desolare* oppure *delocare*, anziché la lezione tramandata
*decollare*.1)
1 ) Viene spontaneo chiedersi in quale
punto *delocare* o *desolare* sia stato trasformato per la prima volta in
*decollare*.
Si
può ritenere pressoché certo che ciò non sia avvenuto nei cosiddetti Annali di
Eginardo.
Infatti,
chi — come il loro autore — si sforza con la massima cura di modellare il
proprio stile su quello di storici quali Livio, Cesare e Tacito, non avrebbe
certo deturpato la propria esposizione con un termine così barbaro come
*decollare*.
[la nota prosegue nella pagina successiva]
p.
36
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Ciò che queste fonti
riferiscono in modo sommario, altre fonti lo raccontano ora più
dettagliatamente. Veniamo infatti a
sapere a quanto ammontasse il prezzo che i Sassoni dovettero pagare per la
rivolta. Secondo le *Annales
Fuldenses* – notizia che ritroviamo anche nella *Grande Cronaca di Lorsch* e
nei cosiddetti *Annali di Eginardo* – essi erano in tutto
quattromilacinquecento. Naturalmente non si
trattava soltanto di prigionieri di guerra, come si potrebbe dedurre dagli
*Annales Petaviani*. A questi vanno
aggiunti *omnes malefactores illos, qui ipsud rebellium maxime terminaverunt*
(tutti quei malfattori che avevano dato l'impulso decisivo alla ribellione),
menzionati nella *Grande Cronaca di Lorsch*, nonché l'intera schiera degli
altri che avevano aderito all'insurrezione e che, non essendo stati catturati
con le armi in pugno, se ne stavano ora pacificamente a casa. Ci
viene poi detto dove gli insorti furono radunati per subire la sentenza: a
Verden, sull'Aller. Spettava naturalmente
ai *comites* sassoni assicurarsi che i colpevoli si presentassero puntualmente
sul luogo. Sappiamo inoltre che i
Sassoni consegnarono questi malfattori *ad occidendum*, vale a dire che essi
dovettero rimettersi alla totale discrezione di Carlo. Poiché
l'estensore della *Grande Cronaca di Lorsch* non comprese tale espressione, di
conseguenza anche i cosiddetti *Annali di Eginardo*, così come gli *Annales
Fuldenses* e quelli di Sant'Amando, parlarono di *decollare* (decapitare) o di
*decollatio* (decapitazione) dei condannati, laddove in realtà si trattava di
*desolare* o *delocare*, ovvero... ...si
trattava di una *desolatio* o *delocatio*. Infine,
per tutti fu fissato un unico termine (*una dies*), vale a dire che entro una
data prestabilita tutti dovevano presentarsi, al più tardi. Allora
il lungo e mesto corteo si mise in cammino verso terre straniere, destinate a
diventare la nuova patria.1)
[…]Questa parola, per quanto ne so,
compare solo in Svetonio e in Aurelio Vittore. Tuttavia, questi autori non gli
servirono da modello. Per esprimere il concetto di "decapitare",
avrebbe potuto scrivere *capite plectere*, conformemente al *Codex
Iustinianus*.
Tuttavia,
una volta che un copista meno sensibile alle sfumature linguistiche ebbe
introdotto tale variante, essa si diffuse naturalmente con grande facilità
nelle altre cronache, forte dell'autorità del nome di Eginardo. Per inciso, mi
giunge notizia che nei pressi di Verden scorra un ruscello chiamato "die
rote Beeke" il quale, secondo la tradizione locale, deve il proprio nome
al sangue di quei 4.500 Sassoni. Non sono in grado di verificare tale
affermazione.
Se
essa fosse fondata, si potrebbe ipotizzare, per la lezione *decollare*,
l'esistenza di una leggenda etimologica volta a fornire una spiegazione (già)
storica del nome del corso d'acqua; casi analoghi sono noti anche altrove.
1) Se si considera quanto profondamente
il sassone sia legato alla propria terra e con quanta tenacia si aggrappi al
suolo degli avi, si comprende quale effetto esasperante dovesse esercitare sui
Sassoni questa misura – evidentemente applicata qui da Carlo per la prima volta
– e come coloro che erano rimasti non vi abbiano risposto con paziente
sottomissione, bensì con la terribile rivolta scoppiata già l'anno seguente.
p. 37
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Se si vogliono
tracciare dei confronti storici, si pensi all'espulsione dei protestanti di
Salisburgo sotto Leopold Anton von Firmian o alla deportazione degli Israeliti
e degli Ebrei in cattività assira e babilonese.
Riassumiamo brevemente il risultato: la
battaglia del Süntel non mutò la situazione dei Sassoni. Il
loro capo, Vitichindo, ritenne opportuno mettersi in salvo in Danimarca. I
conti di contea (*Gaugrafen*) non furono rimossi dall'incarico. Carlo
rimase, come prima, padrone del territorio. Adottò
la misura volta a prevenire il riaccendersi della rivolta durante un'assemblea
a Verden, luogo in cui i conti di contea avevano l'obbligo di consegnare tutti
i Sassoni che avevano partecipato all'insurrezione. Costoro
furono trasferiti nel Regno dei Franchi. 1)
La stessa sorte toccò ai Sassoni fatti prigionieri di guerra; in
totale si trattava di quattromilacinquecento uomini. Il
fatto che come punto di raccolta fosse stata scelta una località nelle
immediate vicinanze del Weser sembra indicare che il trasferimento non avvenne
verso ovest, oltre il Reno, in direzione della Neustria, bensì risalendo il
corso del Weser verso sud, alla volta della parte del regno franco situata
sulla riva destra del Reno.
Certo, il nostro risultato si concilia ben
poco con la rappresentazione delle guerre sassoni oggi tanto in voga, che
dipinge Carlo Magno come un invasore estraneo 2) sul suolo germanico e
Vitichindo come l'eroe nazionale germanico. Tuttavia,
la ricerca storica seria non può piegarsi a certe opinioni predilette che, qua
o là, rischiano di trasformarsi in mode del momento. Essa
esige un onesto riconoscimento della realtà storica, a prescindere dal fatto
che ciò comporti o meno la revisione di un ritratto di figure del passato
divenuto temporaneamente popolare.
Amicus Widukindus.
Amicus Carolus.
Magis amica veritas.
Widukind è un amico.
Carlo è un amico.
La verità è un'amica
più grande.
1) v. Bippen e Dieck ipotizzano che, oltre a
ciò, siano stati giustiziati anche i principali istigatori. Di per sé, tale
ipotesi appare plausibile. Tuttavia, dato che di norma Carlo
cercava di guadagnarsi proprio i capi ricorrendo a mezzi pacifici, ritengo più
probabile che a Verden non sia stato versato affatto sangue. Quando Widukind si
sottomise, Carlo non gli torse un capello. Diversi nobili sassoni si convinsero
inoltre che valesse la pena porsi al servizio di Carlo, ottenendo così una
parte di «quell'abbondanza di beni preziosi che la ricca Gallia produce» e che
erano rimasti loro sconosciuti nelle modeste condizioni della terra d'origine. Cfr. Poeta Saxo IV
125 e segg.
2) W. Teudt, *Die Externsteine als
germanisches Heiligtum* (1934), prefazione a p. 5 lo definisce perciò «re dei Franchi
occidentali», come se Carlo il Grande [Karl der Grosse] avesse regnato dopo il
trattato di Verdun e avesse eletto a propria residenza Parigi – al pari di Carlo
il Calvo – anziché Aachen, Ingelheim e Francoforte sul Meno!
p. 38
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Vabbé, io ciò provato e
spero di finirla con queste ricerchine.
Torniamo ai fumetti (che belli)
Per adesso vi
saluto.
Marco
Pugacioff
[Disegnatore
di fumetti dilettante
e
Ricercatore storico dilettante, ma non blogger
(Questo è
un sito!)]
Macerata
Granne
(da Apollo
Granno)
S.P.Q.M.
(Sempre
Preti Qua Magneranno)
17/10/’26
articoli
Fumetti