Bushâq, il ghiottone
Poeta e umorista persiano (15° secolo dell’Era volgare)
Splendida illustrazione tratta dal libro ungherese
Ricordi della mia infanzia, tradotto da Kiss Jenő
Nelle mie ricerchine sulla prima Aquisgrana, ho messo il naso sulla poesia persiana… e non fate come quella barzelletta, mi pare di Gigi Proietti, in cui un ragazzo aveva un appuntamento con una ragazza cinese, và all’appuntamento e qua gli cade un pezzo de finestra sopra. Viene soccorso proprio da un amico il quale gli chiede
- Ahò! Ma che tè successo? – e l’infortunato gli risponde
- Eh ! avevo un appuntamento con una cinesina e invece ho trovato una persiana!
Comunque sia, il legame ce sarebbe. Seguitemi…
Il cervellone parmense Italo Pizzi, un orientalista oggi dimenticato, nato a Parma il 30 novembre 1849, era secondogenito di numerosa famiglia di nobiltà decaduta. Fu allievo del grecista Domenico Comparetti [che bello il suo studio su Virgilio nel Medioevo], a quindici anni, del sanscritista Michele Kerbaker; da professore straordinario di persiano e sanscrito arrivò a tradurre opere come i Nibelunghi, ma soprattutto quella che per cui era famoso. Infatti a Torino poté finalmente vedere la luce la monumentale opera a cui Pizzi si era tenacemente dedicato per quasi vent’anni, ossia la traduzione integrale dello Shāhnāmeh, Il libro dei re di Firdusi, uscita in otto volumi tra il 1886 e il 1888 e seguita poi, nel 1915, da un’edizione compendiata in due soli volumi.
Mentre la versione francese di Mohl era in prosa, quella pizziana si presentava in eleganti endecasillabi che rendevano in maniera alquanto libera ma rispettosa i solenni distici composti da Firdusi.
Scomparve a Torino, il 6 dicembre 1920 e i suoi resti mortali riposano nel cimitero di Respiccio nei pressi di Fornovo Taro, in provincia di Parma.
Pizzi già nel 1887 realizzò un Manuale di letteratura persiana apparsa sui manuali Hoepli, ampliata qualche anno dopo nei due volumi di Storia della poesia persiana, il primo è del 1894 e qui scrive a pag. 63, parlando della poesia lirica…
“Tali erano adunque e di tal valore questi poeti persiani che precedono il sorgere della vera poesia persiana; alcuni, anzi, ne sono contemporanei. Perchè essi non hanno poetato nella loro lingua materna, ma perchè hanno usato quella dei conquistatori, divenuta lingua universale dei mussulmani a que’ tempi, formano una classe che sia da sé, come quei poeti italiani che nell'ltalia superiore, intorno al mille e duecento, poetarono in provenzale. Questi usarono il provenzale perchè gli aspri dialetti subalpini e lombardi non erano ancora da tanto da esprimere alti e sottili concetti; e quelli poetarono in arabo, perchè non credevasi allora che la lingua di Persia fosse degna d’essere scritta come quella del Profeta. Ma quei pochi poeti persiani che ebbero l’ardire tuttavia di poetare in persiano, erano contemporanei di questi altri che usarono l’arabo, e con questi vissero alla corte dei Sàmànidi che tutti li raccolse e ospitò.”
Quella lingua provenzale tanto vicina a Dante e ai fedeli d’Amore (ricordate quel che scrisse Eugenio Aroux?). E poi i legami tra la prima Aquisgrana e Bagdad [Re Carlo aveva rapporti con Aronne (al Rascid), re dei Persiani, meglio conosciuto come Harûn al-Rashîd «Sotto i califfi abbasidi la corte di Baghdad si apre alla cultura e alle raffinatezze e soprattutto Harûn tende ad attirare nella sua orbita gli uomini considerati più eminenti nelle scienze, nelle lettere e nella teologia. Questi personaggi di talento, chiamati nadim, "compagni del califfo", sono ricompensati con elevati stipendi e doni e hanno come compito quello di interessarlo e distrarlo.
V. https://www.arab.it/islam/califfi_casa_della_saggezza_baghdad.html»] erano tanto forti che, dalla Persia, altri tesori di sapere da riempire le già piene biblioteche di coloro che principalmente detenevano la cultura, i monasteri. E dai Benedettini in poi fecero il centro del suolo italico (massicciamente dalla parte adriatica per la sede dell’impero… ma non ditelo ai saggi universitari, queste sono solo sogni, chimere, fallaci illusioni, per dirla come nei fumetti di guido Scala.
Da Paperone e il demone del gioco del 1974
Di sicuro, però, fu fonte per molte opere di Emilio Salgari e altri scrittori salgariani. Nell’introduzione, alle pagine 35-36 scrive di Mahmùd, che gli stessi Sàmànidi conferivano il titolo onorifico di Spada dell’impero. Questo principe. Questo principe “recò le armi sue nel paese degl’infedeli per distruggerne gl’idoli e atterrarne i templi con la Speranza certa di arricchir sè e i suoi della preda, col beneplacito del Califfo che per tal modo allontanava da sè il turbolento vicino. Ma la guerra d’India, fatta a più riprese, costò innumerevoli vite e dall’una e dall'altra parte. Poiché gl’lndiani con inaudito valore difesero la terra e l’onore dei loro Dei.
Narrasi che il principe del Pengiàb salisse volontario sul rogo pregando gli Dei di potere espiare col proprio supplizio i peccati de’ suoi, purchè gli Dei salvassero il paese. E quando, nell’ultima Spedizione, Mahmùd volle prendere d’assalto il celebre tempio di Sûmnât laddove gl’lndiani avevano e adoravano un idolo, detto appunto Sûmnât (in sanscrito, Somanàtha, uno dei nomi di Çiva), più volte l’esercito maomettano fu ributtato dalle mura della città dai difensori disperati, finchè il valore ne fu vinto dal numero soverchiante. Il simulacro del celebre idolo fu fatto in pezzi sotto gli occhi del conquistatore, e perchè esso era vuoto nell’interno, un’infinita copia di gemme preziosissime si sparse all'interno sul suolo al suo spezzarsi. La ricchissima preda fu raccolta e mandata a Ghasna che già d’altra preda raccolta in altre Spedizioni del principe erasi abbellita e arricchita.”
Sembra proprio una trama scaturita da Capitan Salgari…
Narra alle pagine 43 e 44, anche di Hasan Sabàh, il quale “raccolse proseliti e pose la residenza sua nel castello di Alamût, castello inespugnabile nella terra di Rùdbâr, tra Qazvin e il Mar Caspio, donde poi distese all’interno la sua potenza terribile. Quasi per designare come e quanto il castello fosse difficile a prendere, il nome suo di Alamût significa, nella lingua del paese, il nido dell’aquila.
Dal momento che Hasan si fu posto in Alamût, ogni ardimentoso e audace, ogni scapestratotrato e delittuoso, si raccolse interno a lui. Dagli addetti suoi egli chiedeva e voleva obbedienza cieca fino alla morte, e perchè essi si invasassero di fanatica furia per lui, quale visibile oggetto d’ogni lor sentimento religioso, li faceva trasportare addormentati con l’opio in amenissimi giardini, laddove, al loro destarsi, avevano diletti e godimenti e piaceri. Ne erano poi tratti via novellamente addormentati, onde poi, al ridestarsi giuravano d'aver visto il paradiso.”
Pizzi sta narrando del Vecchio della montagna, già descritto da Marco Polo.
ωωω
Dalla viki persiana, il busto sulla sua tomba (ابواسحاق_اطعمه)
Eppure anche tra tutte queste note storiche, scaturì un personaggio, che mi conquistò da subito e ricordandomi – ghiottone com’era – l’attore Aldo Fabrizi, detto anche “l’ottavo Re de Roma”, «che fu umorista serio, mai scurrile o maleducato. Si prendeva in giro e criticava gli italiani: geniale.» per usar le parole di Leo, il conquistator dell’Antartide con una Marina e una Fragola.
Appunto ecco: Bushâq, il ghiottone
Dal capitolo la poesia lirica, pag. 121, paragrafo 121, scrive Pizzi...
D’un contrasto tra il violino e il liuto, del grande poeta Saadi, del quale parleremo in altro capitolo, fa ricordo l’Hammer, come di componimento che servi di modello ad altro contrasto di Bushâq il ghiottone; ma non ne troviamo alcuna menzione presso l'Ethé, diligente raccoglitore ed espositore di tutto ciò che risguarda questi contrasti persiani. Ma Bushàq, del quale in altro capitolo parleremo, morto nell’830 d. E. (1426 d. С.), sia che imitasse, sia che non imitasse il contrasto di Saadi, al suo, che è una disputa tra la focaccia dolce e il pane, diede forma e intendimento diversi. Perchè, descritta una bella tavola sontuosamente e lautamente imbandita, egli finge che la focaccia, interrogata della origine e dell’esser suo da uno dei commensali, dichiari ed esponga tutto cotesto.
Dopo di che, il pane dice l’origine sua e l’essere suo. Nella chiusa, il poeta trova allusioni morali nella focaccia e nel pane in riguardo dell’uomo e di Dio suo fattore, detto ridevolmente il cuoco celeste. Tutto ciò non è contrasto, ma è indubbiamente una degenerazione del contrasto vero, stando pur sempre nel fondo la disputa dell’eccellenza fra due avversari, introdotti a parlare.
Passiamo da pag. 244 a pag. 248, al capitolo de La poesia mistica e la poesia scettica
Paragrafo 116.
Sarà forse lecito, dopo tanti filosofi e poeti grandi, ricordar qui il cantore della ghiottoneria, unico tra i poeti persiani, al quale i contemporanei diedero il nome stravagante, ma proprio, di scardassiere [Chi fa il mestiere di scardassare la lana o cardatore] delle leccornie? Anche il poeta Ananio, fra gli scrittori di giambi presso i Greci, soleva giurare per i cavoli nelle sue poesie e v’inseriva ragionamenti intorno alle salse e ai manicaretti. Che se Bushàq il ghiottone, tale è il nome del poeta persiano, avesse celebrato nei suoi versi soltanto i piaceri della tavola, non avremmo osato ricordarlo dopo un gran— filosofo quale Avicenna, dopo un gran matematico e poeta quale Omar Khayyàm. Ma poiché in alcuni tratti delle sue poesie egli, come già il lirico Fâryâbi, punge con fina e scettica ironia gli svenevoli ed evirati cantori d’amore, e distruggendone e disfacendo, col ridurle al vero, le loro immagini barocche, sembra avere inteso che la poesia può e deve essere richiamata a verità maggiore di cose e di pensieri, ci è parso di poter qui ricordarlo e porre come alla coda degli scettici con plausibile ragione. Nè, per cotesto, baderemo alla forma della sua poesia, spesse volte goffa e triviale, ma bensì al pensiero intimo che essa racchiude, e all’intento che essa ha manifesto e aperto di far la parodia d’ogni poesia più colta ed elevata.
Paragrafo 117.
Questo Singolare poeta, adunque, chiamavasi Abû Ishâq; ma egli, abbreviando, solevasi dire e farsi chiamare anche dagli altri Bushâq. Era nativo di Sciraz, e visse alla corte del principe Iskender, figlio di Omar, uno dei discendenti di Tamerlano, ben veduto da lui, trattato con favor grande e invitato spesse volte a pranzo, laddove egli faceva pompa di tutte le sue lepidezze facete e argute, ridendo е facendo ridere altri per la sua barba lunga, folta e distesa. Ma al genere della poesia giocosa e della parodia egli si consacrò per un caso particolare, Siccome egli stesso racconta. Perchè, lagnandosi egli un giorno di esser venuto dopo tanti poeti illustri i quali (sono parole sue) avevano già detto tutto ciò che egli avrebbe potuto dire, e spazzato l’universo, nè sapendo quale argomento scegliere che già prima non fosse stato trattato, la donna sua ch’egli amava, si dolse invece di debolezza di stomaco e di appetito mancato.
E da qui mi è venuto in mente di far questo disegno, prendendo a modello Aldo Fabrizi che inforca degli spaghetti. Solo che tutti quelli che mi conoscono dicevano che ero io… in effetti, anni fa avevo visto una assomiglianza tra Fabrizi e mio babbo, Vabbé, con molti chili in meno!
Per le quali parole disceso Bushâq d’un tratto dai suoi sogni sublimi di poesia, pensò di comporre un’opera intorno all’argomento consigliatogli impensatamente dalla sua bella, non mai stato toccato da altri, e compose diverse ghazele [Forma più svelta e leggiera, e però più elegante, e l’altra forma lirica che dicesi ghazela, quale i Persiani (e ciò é detto dal nome arabo che essa porta) presero come le altre dagli Arabi e condussero a non più veduta perfezione, tanto da potersi dire genere più loro proprio che di altri. Non ha l’impeto della nostra ode, е perciò non possiamo rassomigliarla all’ode, ma piuttosto, se non erriamo, al sonetto. V. pag. 16] e quartine [Una delle forme più usate dai Persiani si è la quartina, che somiglia al nostro epigramma quand’essa e frizzante e pungente, e si accosta quasi al nostro madrigale quando nulla ha di sarcastico e di satirico. V. sempre a pagina 16] che trattano d’ogni sorta di vivande e ne fanno le lodi. Le riunì poi in una raccolta sola che chiamò con titolo arabo Кіnz ul-ishtiyâ, cioè il Tesoro dell’appetito, premessavi una prefazione in prosa nella quale egli narra l’avventura della donna. Bushâq, lo scardassiere delle leccornie, mori nell’830 d. E. (1426 d. C.).
Paragrafo 118.
Uno dei caratteri più evidenti della poesia di Bushâq sì è quello della parodia, onde tutto il suo canzoniere, se pure sì può chiamar tale il Tesoro dell’appetito, non è che una raccolta curiosa, laddove le poesie dei maggiori poeti sono volte a riso e a beffa. Né rispetto, né reverenza vale a frenare l’audace e impertinente poeta, il quale prende tanto maggiore ardire quanto più alto è il poeta a cui s’appiglia. Perchè, degli antichi, egli si mette con Firdusi, con Anvari, con Attâr, con Rûmi e con Saadi, e viene anche ai più recenti, come Fâryâbi, Hasan di Dehli e Kirmâni, e più anche ad llâfiz che era della sua stessa città e allora, come poi sempre, in onore grandissimo presso i suoi cittadini. Pur tuttavia quella grazia e quella finezza che possono far piacere la parodia (genere sempre detestabile d’arte), e quel garbo che può far tollerare talvolta che si volga in beffa cosa grave e degna di rispetto, mancano
interamente, e ciò vogliam dire qui subito, nelle parodie di Bushâq. Il quale non sa trovar mai, per quanto abbiam potuto vedere, quella parola o quel motto arguto e fine, quel sale e quella facezia, dai quali nascono la grazia, la finezza, il garbo, di cui sopra si diceva. Perchè egli procede sempre goffo e triviale, insipido e vuoto quasi sempre non parlando che di ghiottonerie; onde vogliam credere che, se la sua parodia fu la delizia a Sciraz dei lauti desinari del principe, cotesto avvenne soltanto e potè avvenire per quella lepidezza particolare d’atti, di gesti, di modi del porgere, che rendono piacevoli i lazzi anche volgari e le facezie anche sciocche di chi fa il mestiere di far ridere altrui nelle brigate allegre. Ma, passato quel tempo felice, in cui il piacevole autor della facezia ha potuto farla passar trionfalmente tra il riso e il plauso, quella facezia, riudita a mente fredda e fuor del luogo dove fu detta in prima, d’un tratto perde tutta quanta la sua efficacia. Questo, s’intende, diciam noi soltanto per le facezie del genere di queste parodie di Bushâq, non già di quelle parole e di quei motti celebri, tanto gravidi di senso, da passar fino alla posterità, intatta sempre la loro efficacia e il loro valore. Poteva piacere ai buontemponi della corte di Sciraz udir travestiti e volti a beffa і versi di Firdusi, di Saadi e di Hâfiz; ma la gente di senno dovette disapprovare, e forse i buontemponi stessi, usciti dall’allegro convegno, dovettero condannare ciò che là, poco prima, avevano approvato. Ma perchè non sembri troppo acerbo il nostro giudizio, altri vegga se per due esempi che recheremo, se ne potrà formare concetto eguale al nostro o diverso e giudicarne poi in conformità o in sentenza contraria.
Paragrafo 119.
Il celebre Hâfiz, del quale diremo nell’altro capitolo, fu il poeta che forse più degli altri Busbâq trattò male, se così possiam dire, perché Hâfiz, con quella sua poesia arguta e fine e di significato assai recondite, più che ogni altro gli porse il destro alla parodia. Ed ecco, per esempio, il principio d’un’ode (tâ, 40), nella quale Hâfiz biasima quei troppo indiscreti ortodossi che s’impacciano delle coscienze altrui e non lasciano in pace alcuno:
Monaco di purissima natura, [Detto con ironia.]
De’ scapestrati non far biasmo. Un giorno
Altri non fia che ascriva
A te l'altrui bruttura. [Se noi siam peccatori, non ne sarà data a te la colpa.]
S’ìo son buono o son reo, va per tua via,
Sta con te stesso [Non impacciarti dei fatti altrui.]. Ognuno in fin raccoglie
Frutto de la semenza
Ch’ei seminando gìa.
Non tôrre a me di grazia sempiterna.
Non tôrre a me la speme. E sai tu forse
Qual cosa buona o rea
Dietro a quel vel s’interna? [Nell'altra vita.]
Questo principio, con tutta l’ode che segue е che non riferiamo per intero,
fu volto in parodia da Bushâq nel' modo seguente:
Frittella di purissima natura,
La torta non biasmar, se la sua pasta
Con lievito al tuo pari
Non monta in levatura.
L'erbe coltivi tu‘. [Discorso rivolto a chiunque altro, non più alla frittella.] Cura son mia
Agli e cipolle Ognuno in fin raccoglie
Frutto de la semenza
Ch’ei seminando gìa.
A' pasticcini non può dirsi: «Internamente c’è l’ uva passa» [Non si può indovinare dall’esteriore di che cosa siano composti i pasticcini]. E sai tu forse
Qual cosa buona o rea
Dietro a quel vel s’interna?
E seguita di questa maniera fino a dichiarare e a definire in modo sconcio e da non ridirsi come mai egli dovesse esser nato molto ghiotto dei vermicelli di pasta e dei taglierini al sugo.
Paragrafo 120.
Il secondo esempio crediamo che sia anche più audace, prendendovisi a farla parodia di qualche canto di Firdusi e commemorandovisi in metro epico l’avventura eroica di Risotto allo zafferano e di Maccherone fritto, se pure così possono esser resi in italiano i nomi originali di due pietanze persiane. Narrasi, pertanto, dell’avvenimento al trono di Risotto e si descrive la rassegna dell’esercito; dopo di che si chiede con gran burbanza a Maccherone di riconoscer la sovranità di Risotto e di pagar tributo. Maccherone sdegnosamente si ricusa; perchè Risotto gli intima la guerra, si arma e parte con un grande esercito. Pasticcio vuol far da paciere, ma senza frutto, onde ben tosto gli eserciti vengono a fronte; ed ecco che Risotto, allo stesso modo degli eroi di Firdusi, esalta con gran parole la gloria de’ suoi antenati, e Maccherone risponde. Segue la battaglia, e Maccherone e vinto e disfatto, intanto che Bushâq allegramente spoglia і morti e si porta via і resti della battaglia, intendendosi con ciò che i convitati fanno man bassa sulle apprestate vivande. Di Maccherone poi, vinto e posto in fuga, seguita il poeta a raccontare in un romanzo in prosa e in verso, le molte avventure, e finisce con un ridevole e satirico dizionario di vivande. Al qual punto, la parodia si volge contro ai compilatori pedanti di registri e di cataloghi, simili nella loro facchinesca sapienza ai molti nostri, nati soltanto per infestare la presente letteratura. E noi, per parte nostra, crediamo che soltanto a questo punto la sciocca e insipida parodia abbia qualche briciolo di sale.
Paragrafo 121.
Ma, dell’opera poetica di Bushâq v’ha un altro aspetto che di non poco la nobilita e rialza, nè egli fu soltanto autor di parodie di poco valore. Perchè, quantunque in tutte le sue poesie egli lodi le vivande e sembri che vada in visibilio al profumo che esse mandano. ebbe tuttavia idee oneste e buone le quali richiamò talvolta in occasioni opportune. E già, nel paragrafo che tocca della poesia popolare, abbiam notato come, nel suo Contrasto della focaccia dolce col pane, egli sapesse porgere anche qualche buono ammaestramento morale. Ma di lui vogliamo ora parlare (е già l’abbiam detto) come di poeta che risente dello scettico. Tale pertanto, se non affronta le ardue questioni filosofiche come Avicenna e Omar Khayyâm, si mostra dinanzi agli Spettacoli belli della natura, ridendosi poi allegramente di quei poeti che ne traggono ispirazione per i loro versi. Perchè egli si fa beffa di quelli che assomigliano agli occhi di donna bella e avvenente il narciso, il quale, al dire di questi disgraziati poeti, e come una vaga lance, colma d’oro e d’argento. Ma agli occhi suoi, egli aggiunge, tutto ciò non è che una bella tazza di zafferano con sei panetti piccini. E l’azzurra volta del cielo, per la quale ascende il sole con la sua luce bionda, al dir dei poeti, gli fa venire in mente un piatto color turchino con un pizzico di zafferano nel mezzo. In tutte queste cose, molto volgari in verità, anche qualche parte di satirico si sente; e certamente, con intendimento di satireggiare i poeti svenevoli e fiacchi, scriveva Bushâq che egli faceva salire il pianto suo fino alle stelle e, misero! si estenuava della persona, come un filo, per amore di una coda d’agnello e per desiderio di riscuoter lo stipendio. E più oltre, forse con scetticismo timido in materia religiosa, toccava anche le pratiche religiose, quando diceva di poter soddisfare all’obbligo delle preghiere mattutine е vespertine ponendosi innanzi, da mane e da sera, una manata di farro. Così quell’amore per una coda d’agnello e per un pane d’orzo gli fa dannar l’anima, come l’amore di donna leggiadra manda all’inferno tanti suoi miseri amadori. Tale fu quest’uomo stravagante e singolare che, per le ragioni assegnate avanti, abbiam creduto di dover porre tra gli scettici. Che se nell’assegnargli il posto avessimo errato, sia molto, sia poco, rispondiamo che era difficile assai trovargli posto adeguato; ne d’altra parte era conveniente per noi il passarlo sotto silenzio.
APPENDICE ALLA POESIA MISTICA E ALLA SСЕTTICА
pag. 286
1. Il narciso che all'occhio si assomiglia
Di vaga donna che rapisce il cor,
Reca una lance, dicono [Mette in ridicolo i poeti seri e le loro immagini.], e d'argento
Piena è la lance e d'or.
Agli occhi di Bushâq, ella non reca
Non argento, non oro. In mezzo ell’ha
Sei panetti piccini, ed una tazza
Di zafferan vi sta.
2. Quando l'azzurra volta ascende il sole
Con la sua luce bionda, zafferano
Mi viene in mente sovra un piatto azzurro [Mette in ridicolo anche qua i poeti seri e le loro immagini.].
3. Ventre pieno di dolci e pien d'arrosto
É cosa buona, e se lenticchie il ventre
Fanno rigonfio, questa è lor natura.
4. Per l’amor della coda d'un agnello
Sale fino a le stelle il pianto mio;
E m'assottiglio come filo in questo
Di pigliar lo Stipendio alto desio.
Aimé! che dopo tanta penitenza
E tutta questa mia devozïone,
D'un pan d’orzo il desio e della coda
D'un agnel mi condusse a perdizione!
Ora, di farro e da mane e da sera
Pongomi innanzi e prendo una manata.
Di notte è questa sì la mia preghiera,
Devozïone della mattinata.
ωωω
È davvero un peccato che il professor Pizzi non abbia tradotto il Tesoro dell’appettito. Un’opera di sano umorismo è sempre la benvenuta.
Ma di Bushâq il ghiottone, non si trova altro? Ho rintracciato debitamente tradotto dalla rete dall’inglese, [Moayyad, Heshmat. "BOSḤĀQ AṬʿEMA." Encyclopaedia Iranica.] un sito in cui è detto:
“Le sue opere conosciute sono raccolte in un dīvān.
DĪWĀN
N Vocabolo arabo d'origine persiana, italianizzato in divano (fr. e ingl. divan, sp. diván, ted. Diwan), il quale è andato assumendo significati svariatissimi, che qui riassumiamo.
1. La parola araba, poi diffusa in altre lingue di popoli musulmani, deriva sicuramente da un vocabolo del pahlawi o mediopersiano, all'incirca dēwān, che si collega con parole persiane significanti "scrivere, scrivano", ecc. Fu introdotta in arabo sotto il califfato di ‛Omar I (1323 èg., 634-644 d. C.) nel significato di registro dei soldi delle milizie arabe e delle pensioni di stato; presto si estese anche a designare sia il complesso degli scrivani che tenevano quei registri, sia il loro ufficio in astratto, sia il luogo ove lavoravano.
[…]
3. Dal senso di registro si sviluppò già nel sec. III èg. (IX d. C.), se non prima, il significato di raccolta, collezione scritta, e particolarmente di raccolta delle poesie di un determinato poeta, canzoniere; si ricordi il West-östlicher Diwan di Goethe. Questo significato si è diffuso in tutte le letterature dei popoli musulmani.
https://www.treccani.it/enciclopedia/diwan_(Enciclopedia-Italiana)/
Bosḥāq nacque a Shiraz, probabilmente all'inizio della seconda metà dell'VIII/XIV secolo, e vi morì (la sua tomba esiste ancora) nell'827/1423 o nell'830/1427. Il suo titolo ḥallāj, così come una storia menzionata da Dawlatšāh (p. 367), suggerisce che fosse un cardatore di cotone di professione. Come poeta godeva di sufficiente rispetto da diventare un fedele compagno (nadīm) alla corte del principe timuride Eskandar Mīrzā.
[…]
Non c'è nulla nel suo Dīvān che suggerisca una sua affiliazione con i Sufi. Il resoconto di Kermānī (p. 88), ripetuto in Majmaʿ al-foṣaḥāʾ (IV, p. 15), della parodia di un ḡazal di Shah Neʿmat-Allāh Walī da parte di Bosḥāq e di una battuta ad essa collegata, tendono piuttosto a indicare un disinteresse per le pretese mistiche.
[…]
La dipendenza di Bosḥāq dai maestri classici è evidente in quasi ogni pagina del suo dīvān. Lo stile satirico innovativo di Zākānī fu certamente il fattore più influente nel plasmare la poesia di Bosḥāq e nel determinarne la direzione, sebbene egli si astenne dall'emulare l'uso di linguaggio e immagini oscene da parte di Zākānī. Anche il sarcasmo pungente e l'aspra critica sociale del maestro più anziano sono assenti nella sua opera. L'originalità di Bosḥāq risiede nell'uso senza precedenti del vocabolario culinario, con il quale sembra aver voluto esprimere la sua noia per la ristretta gamma di temi e la ripetitività della poesia del suo tempo. Il valore principale della sua opera è filologico; è indispensabile per qualsiasi studio della cultura alimentare iraniana medievale.”
ωωω
Poi in un altro ho letto uno scritto di Peter Lambor Wilson
“Alla corte dello Shah Ni'matullah non mancava il suo buffone: Abu Ishaq Shirazi (Bushaq At'imah), l'elogio del cibo, certamente uno dei poeti sufi più insoliti di tutta la letteratura persiana.
[…]
Biwarid è una specie di sottaceto che il Maestro Aceto, ormai lacero, manda a trascorrere quaranta giorni in ritiro nella cella solitaria del barattolo dei sottaceti, finché non riceve rivelazioni dal mondo della Bottiglia di Sciroppo d'Uva. Poi viene portato nella casa sufi del tavolo da pranzo e siede sul tappeto da preghiera di pane bianco con i discepoli dell'insalata verde, e infine, nel mondo della gnosi, recita questo verso:
Ho
sofferto il dolore della separazione
finché non ho raggiunto l'Unione, proprio come
i versetti coranici della Misericordia vengono
dopo i tormenti dell'Inferno!
[…]
In un'epoca in cui il misticismo è generalmente considerato una cosa seria, un'epoca che ha dimenticato che anche il riso è un aiuto sul cammino, la "sincerità" di Bushaq può essere vista con scetticismo; ma i suoi contemporanei sembrano non aver visto alcuna contraddizione tra le sue conquiste spirituali e il suo senso dell'umorismo.
Mansur
al-Hallaj disse "Io sono la
Verità",
Bushaq al-Hallaj dice "Io sono il Budino".
[…]
Tra i grandi scrittori rielaborati e reinterpretati da Bushaq figurava lo stesso Shah Ni'matullah. Sebbene la poesia di Bushaq sia estremamente difficile da tradurre, a causa degli innumerevoli riferimenti a menù medievali, ricette, prelibatezze dimenticate e utensili culinari, queste parodie di Shah Ni'matullah sono di grande interesse. Abbiamo quindi tradotto sia i modelli originali di Ni'matullah (tra le sue opere più belle e spiritualmente elevate) sia le rielaborazioni del suo discepolo.
Annegati nell'oceano senza rive, a volte
siamo onde, a volte il mare stesso.
Siamo l'usignolo del roseto dell'Amata,
come suo amante cantiamo i cantici dell'amore.
Siamo il sole del cielo del cuore e dell'anima
e così ci muoviamo da orizzonte a orizzonte.
Non siamo adatti a nessun lavoro
tranne che a quello di fare l'amore.
Oggi siamo ubriachi e innamorati
e non sappiamo nulla dei mal di testa di domani.
La nostra amata è diventata la luce stessa dei nostri occhi
e così e solo così abbiamo la vista.
Ubriachi spensierati, ubriachi barcollanti
veniamo dalla taverna dell'amore*
da quando abbiamo visto per la prima volta il suo volto, le sue trecce,
a volte siamo credenti, a volte cristiani.
Tutte le creature sono cieche e prive di vista
altrimenti ci vedrebbero manifestarci come il sole stesso.
Siamo venuti in questo mondo
solo per mostrare Dio alla Sua Creazione.
Se sei malato e cerchi medici,
noi siamo il medico per ogni cosa.
Se qualcuno dovesse chiedere la
Grazia di Dio,
digli di venire da noi, da Ni'matullah.
Shah Ni'matullah
Siamo maccheroni nella Casseruola della
Gnosi,
a volte grumi di pasta e a volte torta.
Sulla superficie dello stufato siamo gocce di grasso ricco
e facciamo amicizia con la zuppa di yogurt e polpette.
Ora siamo il Simurgh sui pendii di grasso di coda di pecora,
ora la Fenice
sul Monte della Carne.
Siamo discesi in questa cucina solo per
rivelare il ragù agli spaghetti.
Come i datteri in una ciotola di budino di riso,
a volte siamo manifesti e a volte no.
Questa testa di pecora bollita ora diventa la luce nei nostri occhi
e così attraverso i suoi occhi abbiamo la nostra vista.
Abbiamo distorto i nostri ego come spiedini,
discepoli dell'haggis a questa festa.
Grumi di favo di miele siamo galleggianti in mezzo al burro:
a volte siamo su e a volte giù.
Come Bushaq il Maestro Chef non siamo
adatti a nient'altro che a tale ingordigia!
ωωω
Infine ho scovato la pagina della viki iraniana dove ho estrapolato queste righe…
«Sheikh Abu Ishaq Ahmad ibn Hallaj Atama, noto come Bishak Atama, fu un poeta di lingua persiana vissuto tra la seconda metà dell'VIII e il IX secolo. Nacque a Shiraz nella seconda metà dell'VIII secolo dell'Egira. Il suo nome, Hallaj, gli fu attribuito perché lavorava come sgranatore di cotone. Sheikh Bishak compose poesie dedicate a vari cibi e prelibatezze, da cui il soprannome di Atama. Abu Ishaq Atama è l'inventore della poesia Atama e Ashrabeh, uno dei generi letterari più originali del IX secolo. Si tratta di una poesia umoristica e satirica, spesso in risposta alle poesie di poeti precedenti e ai loro versi.
[…]
Bisqah ha scritto la maggior parte delle sue poesie in risposta e in risposta alle poesie di poeti precedenti come Ferdowsi, Saadi, Amir Khosrow Dehlavi, Hafez, Salman Sawji, Kamal Khojandi, Iraqi, Rumi e Imad Faqih. Il suo gusto, l'innovazione e il talento nell'introdurre la cucina iraniana hanno reso lo sceicco famoso in lingua persiana.
[…]
Basagh è considerato alla pari del poeta francese Joseph Debrecho, le cui poesie parlano del buon cibo.
[…]
Bishq morì a Shiraz tra l'827 e l'838 dell'Egira. La sua tomba si trova nel cortile di Cheheltanan, un chilometro a nord del santuario di Hafez.»
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Ah !
Non datemi dell’islamista e che volessi veder le ragazze col velo in faccia e in testa, oppure di dover passare un intero mese a mangiar solo dopo il tramonto. Ricordo il mio amico del Marocco, cintura nera di karate, Sadik (che non vedo da anni) come dovesse, in palestra, correr al bagno per i problemi derivati da questa pratica religiosa.
Sappiate che la sera riposo in camera mia con la mia bambina ovvero la gattina Luna e tre idoletti.
Due son fatti da me, gli eroi del fumetto umoristico Tiramolla e Pepito e il terzo in simil marmo è un’eredità di mio zio, e non è che mi piego, ma mi spiego, quello di… Lenin!
E con questo vi saluto.
Fonti
- https://www.treccani.it/enciclopedia/italo-pizzi_(Dizionario-Biografico)/
- https://it.wikipedia.org/wiki/Italo_Pizzi
- https://eurasia-rivista.com/un-orientalista-dimenticato-italo-pizzi/
- https://www.iranicaonline.org/articles/boshaq-atema/
- https://www.superluminal.com/cookbook/essay_bushaq.html
Marco Pugacioff
[Disegnatore di fumetti dilettante
e Ricercatore storico dilettante, ma non blogger
(Questo è un sito!)]
Macerata Granne
(da Apollo Granno)
S.P.Q.M.
(Sempre Preti Qua Magneranno)
30/05/’26
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