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sabato 18 aprile 2026

I misteri della Cavalleria dell’Arnoux di Marco Pugacioff 1di 4

 

I misteri della Cavalleria dell’Arnoux

di Marco Pugacioff

1di 4 

       Recentemente mi è preso il desiderio di leggere un bel malloppone (imito Jean-Paul Belmondo che definisce, al cinema – era il ’75 –  un bel mattone la Divina Commedia), e cioè Il linguaggio segreto di Dante e dei fedeli d’amore, del 1928, di Luigi Valla 1878-1931.

      Però, nonostante la pesantezza è stato bello. Qui Valla scrive…

Si illuminò sempre meglio il fatto che in Persia e in genere nel mondo islamico, tra il secolo IX e il XV, un vastissimo movimento mistico e religioso si era svolto proprio a quel modo che il Rossetti aveva delineato per la setta dei «Fedeli d'Amore». Mistici musulmani e Sūfī, in Persia, avevano scritto una quantità enorme di poesie nelle quali la mistica Sapienza che conduce a Dio o Dio stesso erano rappresentati e cantati simulatamente sotto la figura della donna e qualche volta persino (orrore!) del giovane coppiere amato: poesie nelle quali (proprio come vedeva il Rossetti nella poesia dei «Fedeli d'Amore» italiani) si fingeva di parlare della donna e si parlava della Sapienza o di Dio con termini convenzionali secondo i quali la bocca, i capelli, il sorriso, il neo della donna avevano un preciso significato mistico iniziatico e si parlava così perché la plebe della «gente grossa» non intendesse e forse perché non intendesse la gelosa ortodossia musulmana che, come la cristiana, sebbene meno ferocemente, era avversa a quel misticismo che tendeva a rimettere l'uomo direttamente nel cospetto e nel contatto di Dio.

Il  Rossetti  aveva  già  avuto  qualche  sentore  di  questo  fatto,  non solo, ma

aveva  portato  molti  argomenti  a  dimostrare  che  lʹuso  di  velare  sotto   le          

formule   convenzionali   dellʹamore  idee  mistiche  e  iniziatiche  era  venuto        

appunto dalla Persia  attraverso  i  Manichei, i Catari (Albigesi) e attraverso i  

Templari,  che  ritroveremo molto legati a tutto questo movimento; e che tale 

Uso   era  passato  dai  Provenzali  ai  poeti  Siciliani  (Federico  II,  Pier  delle            

Vigne,  Jacopo  da  Lentini)  e  da questi ai Bolognesi (Guinizelli) e ai Toscani     

(Cavalcanti, Dante, Cino, ecc.).

Si  aveva  in  tal  modo  non  solo  l a conoscenza  di  un  fatto  perfettamente            

analogo   a    quello   rivelato  dal  Rossetti,  che  acquistava  così  una  molto 

maggiore verosimiglianza, ma la poesia mistica pseudo amorosa della Persia e  la  poesia  pseudo  amorosa dellʹItalia, venivano anche storicamente legate 

tra loro. La mistica «Rosa», mèta di tanti sogni e sospiri e appassionati aneli-

ti  nella  poesia  persiana  (ove  lʹusignolo,  simbolo dellʹanima, anela nel suo            

amore  alla mistica Rosa) e mèta di simbolici viaggi fino nel tardo romanzo    

indostanico La rosa di Bakavali, appariva assai somigliante a quella «Rosa»

che è lʹunica donna cantata nella primitiva poesia italiana, la mèta dellʹamo-

re nel Romanzo della Rosa e nel Fiore, come è la mèta del viaggio sacro di 

Dante, il quale soltanto in forma di una «Rosa», troverà manifestato «il                    

tempio del suo voto».”

     Quindi tutto inizio in Persia dove Carlomagno aveva i suoi contatti con Aronne al rashid.

     Comunque sempre grazie a Valla ho scoperto un altro autore, Eugènie Aroux, di cui scrive a pag. 390… “L’Aroux, in quello che è il più notevole dei suoi libri, Le Mystère de la chevalerie e de l’Amour platonique au moyen age, riconosce una trama simbolica e settaria (connessa con le lotte della Chiesa Albigese contro la Chiesa di Roma) sotto un gran numero di romanzi cavallereschi.”

      Eugènie Aroux, si affermò come avvocato a Rouen nel 1815 e divenne un oppositore liberale della Restaurazione. Fu Chevalier de la Légion d'honneur nel 1836.

V. https://fr.wikipedia.org/wiki/Eug%C3%A8ne_Aroux  

Dice la Treccani in linea, fu un “Uomo politico e letterato francese (Rouen 1793-Parigi 1859), sostenitore di una fra le più stravaganti interpretazioni esoteriche dell'opera dantesca. L'Autore, che aveva in gioventù partecipato attivamente all'opposizione liberale alla Restaurazione, diede poi il proprio appoggio, come magistrato e come deputato, alla monarchia di luglio, accentuando progressivamente il proprio clericalismo conservatore. La sua opera letteraria (che include, fra l'altro, una traduzione del Paradiso perduto di Milton e una della Storia universale del Cantù) riflette molto chiaramente i suoi atteggiamenti e timori politici. […] Nel 1853, dopo l'esperienza quarantottesca, egli pubblicò un libro su Dante il cui contenuto è espresso chiaramente nel titolo: Dante hérétique, révolutionnaire et socialiste. Révelations d'un catholique sur le Moyen Âge (Parigi 1853).” Dove Dante era  “un ateo, uno di quegli uomini senza fede e senza onore che sognano e tramano rivoluzioni, per innalzare sulle rovine insanguinate l'edificio della loro fortuna") sarebbe stato membro di una delle sette ereticali avversarie dell'autorità apostolica e dell'ordine costituito che avrebbero raccolto nel Trecento l'eredità del ghibellinismo di Federico II e della ribellione albigese…”

V.  https://www.treccani.it/enciclopedia/eugene-aroux_%28Enciclopedia-Dantesca%29/

Opere:

-          come traduttore Dante. La Divine Comédie. Enfer. Purgatoire. Paradis. Traduction en vers. Avec le texte en regard, accompagnée de Notes et éclaircissements. Paris 1842.

-          come traduttore La Comédie de Dante, Enfer, Purgatoire, Paradis, traduite en vers selon la lettre, et commentée selon l’esprit, suivie de…

-          la clef du langage symbolique des fidèles d’amour. Paris 1856.

-          Dante hérétique, révolutionnaire et socialiste, révélations d'un catholique sur le Moyen Âge, 1854.  

-          L’hèrésie de Dante démontrér par Francesca da Rimini, devenue un moyen vaudoise et coup d’œil sur les romans du St. Graal, notammment sur le Tristan de Léonnois, 1857

-          Les mystères de la chevalerie, 1858

 

    Poteva essere interessante legger un’opera che parlasse dei Paladini, che dopo [per tutti] le folli ricerche del professor Giovanni Carnevale, posso sognare scorrazzare per le valli meridionali delle Marche. Ne più ne meno come fanno i cavalieri yankee che parlano spagnolo e inglese americano e vanno in giro a raddrizzar torti alla stregua degli scritti salgariani di Gianluigi Bonelli.

   Perciò ho provato a farmelo tradurre dal traduttore in rete, ma questa macchina prendeva fin troppe libertà, perciò giocoforza, ho dovuto rivedere il tutto.

    Visto tutto il lavoraccio, alla fine ho deciso di pubblicarlo in rete, anche se non è il lavoro di un professore universitario, ma solo quello di un disegnatore di fumetti dilettante, con tutte le sue solite pecche.

   Evvabbé, il mio ennesimo lavoro inutile.

   Per non confondermi tra le varie denominazioni come Trovatori o menestrelli, oppure  Giullari o giocolieri, i nomi e designazioni originali le cui esatte definizioni la si troverà nelle note…

 

 

 

***

 

 

 



 

 

 

LES MYSTÈRES

DE LA CHEVALERIE

ET DE

L'AMOUR PLATONIQUE AU MOYEN AGE.

Eugène Aroux

1858

 

DEDICA.

 

    L'autore dedica umilmente questa modesta opera all'Académie Française, per i suoi aspetti storici; all'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, per i suoi aspetti archeologici; alle Reale Società di Londra e di Edimburgo; alla Reale Accademia di Berlino; e a tutte le società scientifiche di Germania, Italia e Spagna, per quanto riguarda le letterature straniere. Possa egli trovare maggiore successo presso questi collegi di quanto ne ebbe a Roma con Dante l'Eretico, e possa essere letto, anche solo di sfuggita!

    Forse i loro stimati membri troveranno che la forma dell'opera non sia del tutto rigorosa per il suo contenuto; ma certamente ricorderanno che l'autore trovò orecchie spietatamente chiuse e bocche silenziose negli ambienti altolocati quando tentò di dedicarsi all'erudizione, apparentemente senza la minima attitudine per tale compito. Fu quindi costretto a rivolgersi a menti meno elevate e a scrivere per le masse. Perciò, volendo rendersi accessibile a loro questa volta, si rassegnò al volgare, seguendo l'esempio degli scrittori medievali, per essere compreso da tutti, anche dai poveri di intelletto e di cultura.

   Un'offerta simile è davvero misera, osare rivolgerla a’ principi della terra e porla sotto un patrocinio così alto; ma il ricordo delle Sacre Scritture può giustificarla: per quanto modesta, l'offerta della povera vedova al tempio fu tuttavia gradita al Signore.


***************

  

PREFAZIONE

IN RISPOSTA ALLA PICCOLA CHIESA OZANAMITA.

 

   Proprio mentre ci accingevamo a raccogliere gli appunti per questo opuscolo, avendo deciso di abbandonare il nostro tentativo di far luce sulle tenebre dantesche, un pamphlet stampato di duecento pagine è apparso sulla nostra scrivania, quasi a protestare e a riportarci alla Commedia. Questo pamphlet è una seconda edizione di quello pubblicato nel 1854 dal signor Ferjus Boissard, fervente discepolo di Ozanam, per difendere l'ortodossia del grande Alighieri.

    A Dante eretico, rivoluzionario e socialista, questo onorevole avversario si contrappone ancora una volta a Dante rivoluzionario e socialista, ma non all'eretico, come se la questione non si fosse mossa di un millimetro negli ultimi quattro anni. Esultando per le lodi tributategli da quelli che considerava critici di prim'ordine, riprodusse con audacia, "senza omettere nulla", disse, "il suo modesto libro", non senza esprimere sorpresa e rammarico per il fatto che non avessimo risposto alle sue obiezioni, "ritenute inconfutabili da ogni parte".

    Questa provocazione diretta da parte di uno scrittore isolato ci avrebbe lasciati senza parole; ma vedendo in colui che ce l'aveva rivolta il portabandiera della piccola chiesa di cui Ozanam era diventato il venerato patrono, la risposta desiderata non tardò ad arrivare. Avevamo pensato di poterne fare a meno, convinti che nuove prove avrebbero dovuto portare a qualche conversione, e soprattutto convinti che certe obiezioni si confutassero da sole. In effetti, era davvero necessario insegnare ai nostri avversari la semplice ricetta per produrre simboli immaginari, nello stile di Napoleone il Sole [Napoléon-soleil]? Una battuta arguta rivolta seriamente contro di noi, senza nemmeno il merito dell'invenzione. Non sanno forse che, con qualche nozione scientifica e un po' di abilità, basta prendere una figura storica, selezionare alcuni eventi cruciali della sua vita e metterli in evidenza da una determinata prospettiva, lasciando nell'ombra tutto ciò che potrebbe contraddire l'effetto desiderato? Se ne sono consapevoli, rispondano a loro volta.

   È così che abbiamo proceduto con Dante? Abbiamo forse operato una selezione dalla Commedia? C'è forse un solo verso, dall'inizio alla fine, che non abbiamo analizzato, interpretato, sempre allo stesso modo? Un personaggio, una similitudine, una figura retorica, di cui non abbiamo rivelato il vero significato? Non lo riconosciamo noi stessi quando diciamo: "Ogni canto è riassunto, commentato, interpretato"? Queste interpretazioni seguono forse un ordine logico e naturale, senza mai contraddirsi, completandosi a vicenda, e gettano una luce inaspettata anche sui passi più oscuri? Infine, sono, sì o no, in perfetto accordo con le interpretazioni che abbiamo dato della Vita Nuova, del Banchetto, delle Canzoni del Linguaggio Volgare, di tutte le opere del poeta, insomma?

   Se si trova impossibile rispondere negativamente, proclamando che "l'interpretazione del signor Aroux è sempre la stessa", allora il paragone fatto tra l'esercizio intellettuale del signor Perès e quello che viene chiamato il nostro sistema non è altro che una sciocchezza infantile, uno scherzo da ragazzini, di collegiali.

    Lo stesso si potrebbe dire delle iniziali punteggiate, che contraddicono l'interpretazione data a TAL, LVI, ALTRI, ecc., pronomi così frequentemente ripetuti nel corso del poema. Perché non citare, tra gli altri esempi di spiegazioni fantasiose, quella di una dama romana in opposizione a un frate cappuccino riguardo alle quattro lettere S.P.Q.R., incise su un antico monumento? Se ne potrebbero citare molti altri.

   Quando si è ridotti a tali argomentazioni, applaudite da alcuni critici, non è certo opportuno adottare un tono pedante e rimandarci alle fonti della Commedia. Credereste, dunque, che senza averle studiate, siamo giunti a proclamarla eretica nel suo spirito e nel suo scopo, nonostante l'ortodossia magica della sua forma? Giuriamo solo su Ozanam, ma gli neghiamo forse il riconoscimento che gli spetta? Tutt'altro; inoltre, concordiamo con lui sulla maggior parte delle fonti che ha indicato, pur essendo in grado di citarne centinaia di altre. Siamo stati criticati per non aver specificato la setta a cui Dante avrebbe appartenuto; ebbene, ora sappiamo che egli doveva essere annoverato tra coloro che venivano chiamati, in mancanza di un nome migliore, Albigesi o Catari, e che, inoltre, era uno degli eminenti pastori della chiesa proscritta. Si potrebbe dunque ritenere che abbia dimostrato grande abilità ed estrema prudenza prendendo apertamente in prestito elementi del suo poema da dottrine condannate da Roma?

    Tutt'altro, Dante imitò, ma superò, i metodi dei poeti provenzali e degli autori dei romanzi del Gesto, suoi predecessori. Dogmi, storia, tradizioni, leggende, preghiere, persino simboli: attinse a tutto, imprimendo su ogni cosa il sigillo convenzionale dell'eresia. Lavorando con questa massa di materiale come farebbe un artista di grande talento, la rielaborò, la plasmò a suo piacimento e la assimilò, senza distorcerla visibilmente agli occhi di un profano o disattento. Questa è la prodigiosa impresa di genio compiuta sotto il titolo di COMMEDIA.

   Che persone del calibro del professor Bensa, abituate a pensare solo attraverso gli altri, si aggrappino ai commentatori; che, "leggendo molto e non immaginando nulla", siano state ingannate da questo stratagemma e si infurino all'idea di ammettere di essere state ingannate, è perfettamente naturale; ma che la piccola chiesa si affidi a tali autorità è sorprendente. Persino il rispettabile signor Artaud, accademico in vita, viene invocato per dimostrare che Dante morì di morte cristiana, come se gli Albigesi non fossero cristiani. Si sarebbe dovuto dire che morì di morte cattolica. Anche se questo fatto fosse accertato, ricordiamo, per amor di Dio, l'albigese Pungiluovo, beatificato a Ferrara e sul punto di essere canonizzato a Roma. Egli, senza dubbio, ebbe una fine cattolica. Inoltre, compì miracoli dopo la morte: Dante ne compì solo uno, nella sua Commedia, che a sua volta produsse miracoli di credulità.

    Ciò che ci sorprende ancor più è che il nostro onorevole avversario non abbia accettato come risposta alle sue obiezioni i tre volumi che abbiamo pubblicato successivamente, ovvero: 1. la traduzione in versi della Commedia, con un commento sull'Inferno e sul Purgatorio, seguito da una chiave esplicativa; 2. Il Paradiso illuminato dal giorno. Sembrerebbe che le prove e le autorità, che non mancano di certo, non costituiscano una risposta agli occhi dell'avversario. Sarà forse perché la risposta non porta il suo nome per intero? O ci siamo forse sbagliati a tal punto sul valore di queste prove che, con la mano sulla coscienza, egli può affermare di non avervi trovato "nulla di veramente nuovo"?

    Cosa? Nemmeno la dannazione di San Domenico, Gregorio V o Innocenzo III, trasformati in demoni! Nemmeno la rivendicazione della Chiesa albigese su San Benedetto, San Pietro Damiano, San Francesco d'Assisi o San Bernardo; Per non parlare del presunto crociato Cacciaguida, Roberto il Guiscardo, o del pio eroe di Tasso, Goffredo di Buglione, il Cavaliere del Cigno dei romanzieri settari!

    Il valoroso difensore si sbaglia; è stato scosso dalle nostre prove più di quanto voglia ammettere. A nostro avviso, forse, mancano ordine e metodo, ma è chiaro che non si è perso, come sostiene, nei dettagli dell'"immensa erudizione" con cui ci elogia così gratuitamente. La nostra preparazione accademica è davvero esigua per il compito intrapreso; ma questo compito è veramente "spaventoso" solo per coloro le cui menti si offendono di fronte a certe verità. Ci piace pensare che il nostro avversario non sia tra questi.

    È vero che a volte abbiamo "lasciato dietro di noi delle incertezze che sono state risolte più avanti". Ahimè! Più esperto di noi, egli avrebbe senza dubbio saputo trascrivere nei primi canti dell'Inferno, già stampati, ciò che gli sarebbe stato rivelato solo da un passo del Purgatorio o persino del Paradiso. Privi di questo segreto, abbiamo proceduto come minatori, avanzando passo dopo passo e spesso costretti a tornare su terreno già esplorato.

   Tuttavia, il nostro lavoro, nonostante le sue lacune metodologiche, deve avere un certo valore, e non dobbiamo aver sprecato la nostra erudizione invano, poiché non solo abbiamo fatto progredire la questione, ma abbiamo anche sollevato dubbi in una mente illuminata come quella del nostro avversario. La questione deve aver fatto qualche progresso, visto che egli stesso si prende la briga di specificare a che punto, a suo parere, è giunta.

   Come possiamo non riconoscere i dubbi che lo tormentano e contro i quali lotta coraggiosamente, quando leggiamo l'interrogatorio sui fatti e sugli articoli che ci ha appena presentato? Le sue stesse domande testimoniano che, anche se non tutto ciò che è presente nelle nostre interpretazioni fosse vero per lui, non oserebbe, in coscienza, dichiararlo completamente falso. Si guarda bene, tuttavia, dal specificare cosa accetta come provato, ben consapevole che ammettere un solo punto lo porterebbe, per una serie di conseguenze, a condannare tutto il resto.

    Il campione ozanamita è senza dubbio un giovane destinato a grandi cose, poiché è desideroso di imparare; questo lo rende eccessivamente curioso. Ma bisogna perdonargli qualcosa per il suo ardente desiderio di sapere. Vorremmo poterlo soddisfare su tutti i punti; purtroppo, non conosciamo con precisione i limiti entro cui il principio di autorità, di fronte al quale ci inchiniamo sia temporalmente che spiritualmente, può circoscrivere l'espressione del nostro pensiero; pertanto, con nostro profondo rammarico, forse non saremo espliciti quanto l'onorevole interlocutore desidererebbe.

   Potrebbe benissimo dirci: "Il signor Aroux non ha un'idea molto precisa del Cattolicesimo e dell'autorità che governa la Chiesa"; e poi citiamo san Paolo, dichiarando che: «l'autorità ecclesiastica non è, come spesso accade per i poteri terreni, un brutale dispotismo che cerca di dominare i ciechi»; temeremmo, anche se ci limitassimo a discutere le questioni che «la Chiesa, che non proibisce la ragione, ci permette di esplorare in profondità», di cadere in «quelle aberrazioni che essa condanna». «Il cattolicesimo del nostro avversario, con la sua propensione alla libera ricerca, ci sembra troppo vicino alle dottrine protestanti. Che stia attento. Crediamo senza dubbio, con lui e con san Tommaso d'Aquino, che "la fede presuppone la ragione"; ma sappiamo anche che la ragione, che è umana, quando la grazia non la illumina, deve spesso tacere di fronte all'autorità della fede, che è di essenza divina. Non fecero forse uso della ragione Abelardo, Wycliffe, Giovanni Hus e Lutero quando l'autorità spirituale ritenne opportuno punirli? La loro colpa agli occhi della Chiesa non fu certo nell'uso della ragione, ma nell'abuso di essa. Essa li condannò per aver sollevato pubblicamente dibattiti pericolosi e per aver persistito in opinioni che essa condannava.

   Qual è, infatti, il dovere dei veri cattolici quando, dopo aver studiato e approfondito certe questioni difficili, la loro mente comincia ad avere dubbi?» Il loro dovere, se non erro, è quello di sottoporre queste questioni, con l'intento di ottenere chiarimenti, ai loro superiori, di discuterne con loro in privato; e, infine, se persistono, di confessarle davanti al tribunale della penitenza, di abiurarle ai piedi della croce. Tale riservatezza in materia religiosa non sembra rientrare nelle abitudini del paladino cattolico. Egli insiste, ed è coram populo, nel richiedere da noi una categorica professione di fede. Lo fa in qualità di confessore o di giudice? Sarebbe difficile per noi stabilirlo. In ogni caso, avrebbe dovuto cominciare dandoci il buon esempio. Questa professione di fede, "Signor Aroux", dice, "sembra abbastanza indipendente da non incutere timore, nemmeno oggi; che dica dunque con audacia e franchezza ciò in cui crede in materia di religione e di politica". «Abbiamo forse sbagliato a dire che il giovane era eccessivamente curioso? Non è tutto; il commentatore di Dante offenderebbe gravemente l'avvocato nominato dal tribunale se non gli rivelasse, alla luce di ciò con cui lavora, di ciò che lo guida, di ciò che lo ispira, in modo che i suoi amori, se ne ha, e i suoi odi (chi non dovrebbe averne, se non contro gli uomini, almeno contro le cose?), possano essere naturalmente spiegati».

   Chi non ammirerebbe l'ingenua sicurezza con cui tali domande vengono poste proprio in questo momento e stampate in mille copie? E questo proprio "in un momento", dice, "in cui la penna dello scrittore è ben lungi dal godere della piena indipendenza", quando, come ci dice lui stesso, "il titolo stesso del suo opuscolo può essere carico di controversie, poiché l'amministrazione ha visto un pericolo nel manifesto che recava quel titolo". Cercheremo comunque di rispondere alle domande poste, anche se la nostra franchezza non appare così diretta come si sarebbe potuto desiderare.

    Riguardo alla religione, due parole basteranno: la nostra fede è interamente espressa nel Credo degli Apostoli e i nostri voti sono riassunti nel Padre Nostro. Se serve altro, ecco cosa possiamo aggiungere: il nostro cattolicesimo non è quello dei signori Veuillot e dei suoi soci, né quello del signor de Montalembert, né tantomeno quello del signor Dupin; Forse non è nemmeno colpa di chi pone la domanda, almeno per quanto riguarda l'esercizio della ragione. Ognuno di questi signori, essendo o affermando di essere cattolico a modo suo, ammetterà senza dubbio che possiamo essere cattolici a modo nostro senza meritare la scomunica.

    Quanto alla politica, non esitiamo a dichiarare che adottiamo prontamente questi due principi come fondamento del buon governo: "Autorità e protezione delle persone oneste", auspicando al contempo il momento opportuno in cui le libertà promesse al Paese coroneranno l'edificio costituzionale e permetteranno alle persone oneste, amiche dell'ordine in ogni cosa, di segnalare con fiducia alle autorità le misure di protezione richieste dai loro diversi interessi.

   Potremmo senza dubbio approfondire ulteriormente le nostre idee; ma, a parere di tutti i dottori, chi ha una costituzione debole dovrebbe evitare lunghi discorsi, specialmente in tempi di crisi.

   Un tempo potremmo anche aver opposto una certa resistenza, ma i tempi cambiano. Allora godevamo di una costituzione piuttosto solida; Respiravamo più liberamente e i nostri occhiali ci permettevano di vedere chiaramente a dieci passi di distanza; infine, non avevamo più i capelli grigi. Il fatto è che, dal 1830, anno in cui, lo ammettiamo, ogni tanto abbiamo avuto qualche piccola esitazione, abbiamo sempre obbedito alla legge, salvo il monito occasionale che la legge è dura, ma è pur sempre la legge. Quanto alle cospirazioni, mai; non è questo il mestiere che abbiamo imparato in Italia. Inoltre, una volta usciti dall'aula legislativa, abbiamo reciso i nostri legami con gli affari di governo. Ora, è importante capire che il nostro cervello è organizzato in modo tale che, quando un concetto cruciale viene ristabilito, buona parte di ciò che prima dominava viene cancellato. È così che, imparando l'italiano, ci siamo allontanati dal latino; è così che, intromettendoci negli affari di stato, la legge è stata messa da parte; ed è così che, addentrandoci sempre più nel Medioevo, ora non capiamo più nulla di politica. Quindi osserviamo, senza interferire.

    Rifugiati nel regno del passato, vi restiamo, per non sovraccaricare la nostra memoria ormai vacillante. Su questo terreno, almeno, non possiamo oscurare alcun potere. E come possiamo essere sospettati di opposizione estremista o faziosa quando ci mostriamo pronti ad abbracciare gli obiettivi del governo e desiderosi di sostenerlo nella nostra modesta sfera, offrendo volentieri il nostro aiuto a un ex collaboratore?

   Infatti, con un recente decreto, il Ministro della Pubblica Istruzione ha appena incaricato un illustre professore di sovrintendere alla pubblicazione di trentotto volumi di poemi epici, le chansons de Geste. L'obiettivo di Sua Eccellenza è quello di far conoscere i nostri tesori epici attraverso questi antichi monumenti della nostra letteratura. L'illuminato pensiero che ha dettato questo provvedimento porta naturalmente ad aspettarsene un altro: quello di commissionare la traduzione di questi poemi epici in francese moderno; altrimenti, sarebbero comprensibili solo agli studiosi, che oggi possono leggerli in forma manoscritta, e la loro stampa sarebbe un completo spreco, poiché la stragrande maggioranza dei lettori non sarebbe in grado di comprenderli.

   Ebbene, ci uniremo con tutto il cuore a questa utile impresa, tentando una traduzione non ufficiale di quella ufficiale, e a condizione che non ci discostiamo troppo dal nostro compito, l'effetto dei provvedimenti decretati potrebbe superare di gran lunga le aspettative del ministro. Speriamo quindi di meritarci la fortunata successione vacante del signor Romieu, alla quale siamo ben lungi dal rinunciare. In effetti, esiste una sorprendente analogia tra le nostre rispettive opere. Questo ex magistrato, indicando lo Spettro Rosso, disse: "Marciate contro di lui e svanirà". Noi, invece, diciamo, indicando il Fantasma Bianco: "Guardatelo attentamente, sollevate la sua stola bianca e vedrete questa folla di valorosi cavalieri in elmi e armature, di galanti trovatori, di belle e poetiche dame, dissolversi in fumo per lasciare il posto alla prosaica realtà".

   Se, dunque, la nostra previsione si avvererà nella stessa misura della sua, potremmo avere la possibilità di raggiungere, come lui, una posizione eccezionale, senza essere filologi più talentuosi di lui. Ora, una volta elevati a questa posizione di fiducia, tutti i nostri sforzi saranno diretti a dimostrarci degni di essa; da un lato, applicando i nostri metodi investigativi a nuove scoperte archeologiche; dall'altro, tentando un approccio meno oneroso e molto più rapido all'interminabile e imperfetto compito di catalogare la nostra grande biblioteca. Forse allora saremmo trattati con un po' meno disprezzo nella cerchia ristretta e non dovremmo languire per sei mesi alla porta solo per ottenere un'udienza; chissà se il nostro lavoro non verrebbe menzionato nel Journal des savants; se non avessimo persino l'onore di essere consultati su alcune revisioni da apportare alla Histoire littéraire de la France?

  Tali ambizioni sono certamente perfettamente legittime e sembrano destinate a rassicurare coloro che se ne informano con tanta ansia. Ora conoscono il nostro modo di pensare, in religione come in politica, e, inoltre, i nostri progetti letterari. Altri potrebbero ritenersi soddisfatti, ma non loro. Dobbiamo far loro conoscere "i nostri amori e i nostri odi". Niente di più semplice, come potete vedere, e più facile. Non dovremmo sentirci in colpa per aver turbato le persone per una cosa così insignificante? Facciamo loro sapere, dunque: noi siamo tra coloro che, considerando le cose in sé, non si curano né dell'opinione della massa né delle consuetudini. La verità in ogni cosa, ecco ciò che amiamo sopra ogni altra cosa. È "alla sua luce che operiamo", guidati unicamente dalla nostra coscienza, e non abbiamo altra guida. Di conseguenza, ciò che detestiamo è la menzogna, l'ignoranza credulona, ​​le cospirazioni di ogni genere, la presunzione, l'ipocrisia in tutte le sue forme, l'inganno spudorato, l'errore ostinato e, infine, la stupida routine che lo propaga o lo incoraggia.

   Queste sono tutte spiegazioni; eppure non abbiamo ancora finito con il nostro curioso antagonista. Pur dichiarando di non temere l'isolamento nella fede, il suo cattolicesimo alquanto mondano lo preoccupa nondimeno molto a riguardo; Non senza tristezza egli enumera le crudeli perdite che la Chiesa dovrebbe subire, nel Medioevo e da allora in poi, se avessimo ragione. «Questo isolamento è sufficiente a rattristare», dice, «un animo un po' ardente», e gli sembra che «sia un legittimo orgoglio per un cattolico voler unire nella solidarietà della sua fede ciò che i secoli gli hanno dimostrato essere potente e generoso».

   Quanto è triste la condizione di chi si trova ad avere le mani piene di verità! Se ne lasciasse sfuggire anche solo la più piccola alla volta, allontanerebbe tutti. Quando il discepolo di Ozanam si lamenta e si indigna, pensando che la Chiesa cattolica possa perdere Dante, un zelante protestante, il signor Cherbuliez, di Ginevra, ci lancia pietre per aver osato mostrargli nel grande poeta toscano un precursore di Lutero e Calvino!

   Preoccupato per il numero dei fedeli e soprattutto per la gloria terrena, il cattolico zelante sarebbe piuttosto indulgente riguardo alla vera sostanza della fede, purché la forma fosse preservata. Vediamo quanto siano diverse le nostre prospettive. Così come saremmo stati addolorati dalla canonizzazione di un Pungiluovo, se fosse avvenuta per qualche impossibile coincidenza, ci ritroveremo a rassegnarci a vedere esclusi dalla Chiesa ortodossa coloro che non l'hanno mai riconosciuta come loro madre: anche se gli esclusi si chiamassero Dante, Petrarca, Michelangelo o Raffaello; perché, eretici o no, il loro genio, ispirato dal Cristianesimo, non sarà meno un dono di Dio e un motivo di ammirazione per le sue creature di tutti i tempi.

    Pertanto, abbiamo ogni ragione di affermare: "Ci sembra che il signor Aroux non sia affatto rattristato dalle conseguenze del suo sistema e le accetti senza problemi".  Ci auguriamo che il nostro avversario faccia lo stesso ed esamini le prove presentate a sostegno del nostro sistema, mettendo da parte le sue preoccupazioni religiose, poiché la critica non può basarsi sul sentimento.

   Purtroppo, il sentimentalismo domina il suo pensiero; non può quindi perdonarci per un lavoro il cui risultato infrangerà le sue illusioni. Ci perdona ancor meno per aver contrapposto il Dante di Ozanam, quel modello di ortodossia, a un vero Dante, un eretico geniale e un acerrimo nemico del cattolicesimo. Sarebbe fin troppo felice di coglierci in flagrante eresia. Considerate le seguenti domande che ci lancia: "Tra i settari guidati da Dante, ci sono solo Petrarca, Boccaccio, Tasso, Raffaello, Michelangelo e altri, menzionati di sfuggita dal signor Aroux nel suo commentario?". Cosa pensa il signor Aroux dei pochi nomi che stiamo per suggerire? Desideriamo e ci aspettiamo una risposta chiara e franca che ponga fine a questo dibattito una volta per tutte.” Seguono i nomi di Salomone, l'autore dell'Apocalisse, Erma, San Bernardo, San Francesco d'Assisi, San Bonaventura, San Tommaso d'Aquino, ecc., ecc.

    Una simile provocazione è davvero in linea con lo spirito cattolico? Abbiamo affermato, e sembra sufficientemente dimostrato, che per Dante, indubbiamente fuorviato da tradizioni errate e interpretazioni fallaci di certi atti o scritti, San Benedetto, San Pietro Damiano, San Francesco d'Assisi, San Tommaso d'Aquino, San Bonaventura, San Bernardo e altre figure beate erano albigesi o appartenevano alla loro chiesa. Ma questo significa forse che siamo diventati albigesi e che adottiamo per noi stessi le opinioni che troviamo negli altri?

    Ci siamo preoccupati di annotare i fatti, gli scritti, le circostanze che avrebbero potuto indurre in errore Dante; vale a dire, abbiamo addotto circostanze attenuanti a favore di colui che siamo accusati di accusare. Da quando un avvocato è vincolato dalle opinioni del cliente per il quale chiede clemenza?

    Che Dante e i suoi correligionari, come i franco-massoni di oggi, vedessero in Salomone, fondatore del Tempio di Gerusalemme, il primo organizzatore della loro Massonia o Massoneria [Massenie], l'inventore di una lingua misteriosa, la cui chiave, la sua clavicola, era l'eredità di alcuni membri; Che il Cantico dei Cantici fosse per loro un canto d'amore mistico, alludente a qualcosa di diverso dall'unione della Chiesa romana con Gesù; che la Sulamita abbia fornito loro il modello per le loro chiese femminili: cosa possiamo farci? Ciononostante, persistiamo nel credere a ciò che la Chiesa ci insegna riguardo a Salomone e al Cantico dei Cantici.

   Allo stesso modo, riguardo al discepolo prediletto e alla grande visione apocalittica, le nostre opinioni e credenze non hanno nulla a che vedere con quelle dei precursori del protestantesimo nel Medioevo. Queste non impedirono loro di considerare San Giovanni il primo apostolo della religione dell'amore, di contrapporlo, per il suo spirito di mitezza e carità, a San Pietro, che tagliò l'orecchio a Malco con la spada e rinnegò il suo divino Maestro. Né impedirono loro di nominare il misterioso capo della loro Chiesa, questo famoso PRETE GIOVANNI, luce d'Oriente, cercato ovunque invano, e che Ariosto raffigura come Senapo [Senape], il papa anziano [Senior papa], incessantemente tormentato da arpie sacerdotali. Non fummo certo noi a suggerire loro di considerare l'Apocalisse il libro per eccellenza, per aver denunciato in futuro la grande Meretrice Romana e aver messo in guardia il mondo dalle calamità che la BESTIA aveva in serbo per la terra.

 



   L'erudizione del nostro avversario trova la nostra carente riguardo a Erma e del suo Pastore. Lo leggeremo un giorno, secondo le sue indicazioni. Ma a giudicare da ciò che è disposto a dirci, è molto probabile che Dante abbia attinto ampiamente da questo dottore greco, riducendolo, come sempre, a un'interpretazione settaria. Non ha forse anche Papa Innocenzo III contribuito, con le pietre simboliche che ci vengono scagliate, alla farsa dell'ortodossia? Ma tali prestiti da Sant'Erma non sono certo da contrapporre a questo Padre, giustamente canonizzato, come noi crediamo fermamente. Intraprendendo la strada che il discepolo di Ozanam vorrebbe farci seguire, finiremmo per rendere il Vangelo un libro eretico, per aver fornito gli elementi principali della religione d'amore.

   Che dire allora di Santa Teresa, San Giovanni della Croce, San Francesco di Sales, Jacopone de Todi, Savonarola – tutte figure di cui sappiamo che Dante non ha mai pronunciato una parola? Vogliamo dunque dichiararli colpevoli di eresia insieme a San Francesco d'Assisi, San Bernardo e San Tommaso d'Aquino? "Chiediamo solo logica al signor Aroux", gridano. In verità, la logica di questo dispensatore di ortodossia è, a dir poco, strana. È senza dubbio in questo senso che afferma, nel suo grido di "Giustizia!" contro il signor Veuillot, "di non aver trovato nulla di nuovo" nei nostri ultimi tre volumi. È stato forse incaricato di condurci in tentazione, o dovremmo semplicemente considerarlo un sobillatore del neocattolicesimo?

   Cosa? È da noi, cattolici romani, che si aspetta una risposta affermativa a tali domande! Ma una tale risposta sarebbe una rinuncia alla nostra fede. Non comprende che, poiché la Chiesa cattolica romana è infallibile, anche solo sospettare di eresia coloro che essa considera santi significa opporsi alle sue decisioni; significa supporre che essa possa essere stata indotta in errore; che, ingannata dalle astuzie del diavolo, abbia errato e gli abbia permesso di prevalere nel suo consiglio! In breve, significa accusarla di aver canonizzato ciecamente gli avversari dei suoi dogmi, o, cosa ben peggiore, di aver consapevolmente beatificato, per ragioni di politica umana, uomini che né la virtù né la conoscenza avrebbero dovuto assolvere ai suoi occhi dall'essersi lasciati infettare dal veleno dell'eresia!

   È qui che conduce l'esercizio della ragione, seguendo le orme dei membri della piccola chiesa. È cento volte meglio lasciarli ai loro dubbi piuttosto che intraprendere, sotto la loro guida, un cammino così pericoloso.

   Quanto al resto delle domande, abbiamo già risposto. Se le autorità ecclesiastiche si astennero dall'agire contro l'opera di Dante, non fu per ignoranza né per pusillanimità. Abbiamo detto e ripetuto, e potremmo facilmente dimostrarlo se non fosse per i limiti di tempo e spazio, che questa politica fu dettata da una prudente abilità e che ottenne molto più successo di misure violente. Fu proprio questa politica a indurre il censore di Pio VII, nel 1794, a pronunciare la significativa frase citata dallo stesso avversario: "Si concorda di considerare Dante un autore classico e le sue satire monumenti alle opinioni del suo tempo". Lo invitiamo a indagare su quali fossero queste opinioni; poi, dopo aver considerato le implicazioni dell'affermazione del censore, forse potrà dirci in base a quale autorità tali accordi vengono presi a Roma.

   Ma com'è possibile che, data la nota esistenza di una grande setta, i suoi segreti non siano stati svelati? Perché le religioni proibite raramente trovano traditori al loro interno. Finché il Cristianesimo è stato perseguitato, i suoi misteri sono mai stati rivelati? I tradimenti sono frequenti in politica, ma quasi inesistenti in materia religiosa, soprattutto in tempi di fede. Leggete gli archivi dell'Inquisizione e vedrete con quanta abilità le risposte dei settari siano calcolate per celare la verità dietro il simbolismo, persino in mezzo alla tortura, alla presenza del rogo. La Compagnia di Gesù trovò forse dei Giuda tra le sue fila? Conoscete, in questo preciso istante, il segreto dei Templari, che Clemente V ebbe gran cura di tenere nascosto? Prima di indirizzarvi sulla retta via, conoscevate il segreto dei franco-massoni, che ha perso le mot, la parola, insieme alla chiave dei suoi misteri? Consultate le pagine 1296 e seguenti de Il Paradiso Illuminato [Paradis illuminé]. Sappiamo forse, a questo punto, cosa si trama nelle oscure associazioni la cui esistenza viene quotidianamente riportata?

   Gli Albigesi, tuttavia, subirono delle defezioni: in particolare il frate domenicano Rinieri e il trovatore Foulques, che fu elevato al vescovado di Tolosa come ricompensa; ma le loro rivelazioni non andarono oltre il livello di iniziazione che avevano raggiunto, e il pericolo fu scongiurato. Furono proprio queste rare defezioni, e soprattutto le indiscrezioni involontarie, i peccati della gola, a rendere ripetutamente necessaria la revisione di questa lingua misteriosa di questo parler clus, questo linguaggio esclusivo, creazione dei trovatori, portato al suo massimo splendore da Dante.

   Ma questa lingua interamente simbolica, che procede per allusioni, antitesi, reticenza e fantastiche personificazioni, viene erroneamente definita gergo, argot, poiché è l'elemento costitutivo e magistrale di due lingue il cui alto valore letterario è innegabile: il provenzale e l'italiano. Ne sarete convinti leggendo i Testi di lingua del nostro vecchio amico, il dotto bibliotecario Gamba, il quale, credetemi, è ben più esperto in questo campo dell'illustre Atto Vanucci, accademico della Crusca, e di tutti i Bensa del mondo.

   Questo è sufficiente, e forse anche troppo, perché lo zelante difensore di Dante e Ozanam non debba più lamentarsi del fatto che "passiamo davanti al suo libro inchinandoci". Dovrebbe considerarsi soddisfatto. Concludiamo chiedendogli di non affrettarsi a considerare come una ritrattazione le poche concessioni che siamo costretti a fare al pregiudizio e al sentimentalismo; di non accusarci di una "vasta cospirazione" quando abbiamo parlato solo di un piccolissimo complotto di individui infinitesimamente insignificanti; e infine, di non avanzare affermazioni così rischiose come questa riguardo ad alcuni critici: "Per molti, il silenzio equivale a una confutazione". Molti sarebbero più inclini a credere che in queste persone il silenzio equivalga a impotenza.

  Come ultima soddisfazione per l'avversario, non riguardo alle nostre riflessioni su San Tommaso d'Aquino, che già conoscete; ma riguardo a quelle su Dante, sulle quali nutre ancora dei dubbi, lo invitiamo a fare riferimento all'inizio del canto 27 dell'Inferno. Ricorderà senza dubbio che, a causa del suo mutismo meditativo, i compagni di studio del Dottore Angelico lo avevano soprannominato il Bue Siciliano [Bœuf de Sicile]. Ebbene, che sia così gentile da seguire questa traduzione dal testo di un paragone tanto audace quanto strano, proposto per introdurre l'episodio del vecchio Montefeltro: «Proprio come il Bue di Sicilia, il bue Cicilian muggiva dapprima, commosso fin troppo giustamente da ciò che colui dal quale aveva ricevuto l'insegnamento lamentava con le lacrime, col pianto di colui che l'aveva temperato con la sua lima (Alberto il Grande); poi unì il suo ruggito alla voce dell'Albigese, perseguitato, mugghiava con la voce dell'afflitto; tanto che, pur essendo di energia bronzea, con tutto ch' e' fosse di rame, appariva al suo popolo lacerato dai dolori, pareva dal dolor trafitto; così anche, per mancanza di via d'uscita, di un minimo passaggio lasciato al pensiero, per non aver via ne forame, l'anima tormentata prese in prestito dal Papato, che accende i roghi, dal principio del fuoco, il suo linguaggio ortodosso, per farmi udire parole di tristezza, in SUO LINGUAGGIO si convertivan

   Forse lì si troverà qualcosa di nuovo; ma lì, non più che nei nostri ultimi due volumi, e in questo piccolo libro che, logicamente, avrebbe dovuto fungere da introduzione al Commentario alla Commedia, non si avrà certo nulla da rivendicare in nome di Rossetti.

   Non si rivela forse l'intero processo del linguaggio settario in questo mirabile paragone in cui, con un solo tratto di pennello, il poeta, accostando per amor di riflessione San Tommaso, Alberto di Colonia e il romano Falaride, sembra aver voluto dare sia precetto che esempio? Sostituite toro a bue, e l'espressione è più precisa, più poetica, la misura è la stessa. Perché allora Dante ha preferito quest'ultimo? Che lo dica il suo avversario. Se non è in grado di parlare, perché provocarci? Gli sarebbero bastate le note del Paradis illluminé.

   Dopo aver fatto i conti con un avversario che, quantomeno, esprime onestamente la propria opinione e si prende la briga di giustificarla, senza sottrarsi al confronto, è giunto il momento di spiegare l'obiettivo che ci prefiggiamo nel nuovo cammino che si apre davanti a noi, la verità che intendiamo illuminare con questa pubblicazione. Saremo brevi.

   Come accade per ogni nuova idea, per ogni scoperta, come per i libri, di cui si è detto giustamente: habent sua fata (hanno il loro destino). Quante prove devono essere sopportate prima di essere non solo accettate, ma anche esaminate! Questo è tanto più vero per ogni verità, poiché, per il semplice fatto di essere tale, deve aspettarsi di essere derisa, oltraggiata e calunniata fin dall'inizio, essendo destinata ad avere come nemici insanabili l'orgoglio, la pigrizia, la routine e il pregiudizio.

    «La routine è così potente nella sua pigra imbecillità», ci assicura un arguto scrittore, «che spesso accetta le menzogne ​​più grossolane come verità, solo per evitare la fatica di ristabilire la verità. La storia, la politica e le religioni di tutti i popoli fornirebbero carichi di volumi a sostegno di questa affermazione». Non ci ha quindi sorpreso affatto constatare lo scarso riconoscimento ricevuto nel mondo accademico dalle tre pubblicazioni successive in cui abbiamo tentato di indicare Dante non solo come il poeta dell'eresia, ma anche come un eminente pastore di quella chiesa albigese, un tempo dedita allo sterminio. Ci siamo dunque rassegnati filosoficamente a questo, al punto da abbandonare, per il momento, qualsiasi tentativo di convincere gli studiosi riguardo a quella che viene ancora così appropriatamente definita la filosofia del poeta di Beatrice.

   Metteremo quindi da parte per un po' questa spiacevole questione, per intraprendere un lavoro di ricerca in un altro ambito, dal quale speriamo di ottenere maggiore successo. Perché? Non lo neghiamo: ci rivolgiamo ad altri giudici. La difficoltà sta nel trovarne di imparziali, ovvero liberi da ogni preconcetto, e soprattutto nel catturare la loro attenzione. Ecco l'approccio che abbiamo adottato, in quanto il più semplice e razionale; è quello che ci è stato suggerito dall'esperienza.

   Invece di pubblicare voluminosi e impegnativi libri che richiedono tempo e sforzi costanti, procederemo, al contrario, con articoli brevi e distaccati, accessibili senza il minimo sforzo anche alla mente più modesta. Invece di ostinarci a trattare un'opera di cupo misticismo, proveniente da un unico poeta, i cui scritti sono stati letti per intero da pochissimi, recensiremo composizioni leggere, avventure di guerra e d'amore tracciate da cento penne diverse, romanzi i cui eroi sono noti a tutti, almeno di nome; metteremo da parte ogni apparato erudito, per non spaventare la pigrizia, né fornire pretesti per respingere una critica più o meno seria; mireremo soprattutto a stimolare la mente senza obbligarla a lunghe e difficili ricerche; Quindi, invece di pretendere spiegazioni dagli studiosi, quando a loro conviene tacere, ci limiteremo a fare appello al buon senso del lettore medio; infine, cercheremo tra la folla un pubblico tanto più ricettivo in quanto privo di errori personali da confessare, di corsi di letteratura o di storia da stravolgere, di critiche o commentari da bruciare, di amici o clienti da assecondare.

   Questo sarà dunque il nostro metodo operativo nella ricerca che ci proponiamo di intraprendere nel Medioevo. Il suo scopo sarà quello di individuare, all'interno delle opere di questo periodo, il pensiero dominante che le ha ispirate, riproducendosi costantemente in forme estremamente varie; di svelare, sotto il velo delle più diverse finzioni, uno spirito di opposizione che rimane costante, perseguendo incessantemente il suo obiettivo; e infine, di evidenziarne le tendenze e i metodi essenziali.

   Ci auguriamo di dimostrare in questo modo:

  1. Che il protestantesimo albigese ha avuto un'influenza molto maggiore sul corso della mente umana e sugli eventi che si sono verificati in Europa a partire dal X secolo di quanto si sia supposto finora;

  2. Che l'albigensianesimo si sia semplicemente appropriato di dottrine neoplatoniche, collegandole, da un lato, ai Vangeli e all'intera teologia cattolica, e dall'altro, a tradizioni locali, rielaborate nello stesso spirito e basate sulle stesse fonti: dalle saghe scandinave al mabinogion, ai Nibelunghi e alle migliaia di leggende pie o eroiche che circolavano tra le popolazioni comuni delle regioni in cui i suoi apostoli si diffusero;

   3. Che attraverso l'albigensianesimo, le idee dell'amore platonico si diffusero dal sud al nord della Francia, in Spagna, Italia, Inghilterra e Germania, dove diedero origine alla cavaleria amorosa [chevalerie amoureuse], il romanzo cavalleresco;

   4. Che questa concezione del tutto idealizzata non abbia mai avuto una reale esistenza nella civiltà medievale; che queste generazioni platoniche di amanti rispettosi e dame immacolate non fossero altro che un sogno, una finzione immaginata dai poeti di una comunione cristiana, ma anticattolica, a scopo propagandistico; In breve, che gli Albigesi opponevano la cavalleria amorosa, un'utopia basata sul Vangelo, alla cavalleria feudale, violenta, brutale, oppressiva e corrotta;

   5. Che i poeti d'amore [chantres d’amour] della Provenza furono i primi a coltivare la poesia in volgare e a comporre romanzi epici, per narrare, sotto il velo dell'allegoria, i successi e le prove dei loro missionari, chiamati Uomini Buoni [Bonshommes] e Perfetti nella loro chiesa, Trovatori [Troubadours] nel mondo;

   Che questi racconti romantici erano veri e propri diari, bollettini, cronache dell'opposizione, comprensibili solo agli iniziati, che avevano il compito di spiegarli ai neofiti; e che, tradotti rapidamente nelle lingue dei paesi in cui la setta aveva i suoi apostoli, servirono da modello per composizioni simili diffuse in varie parti d'Europa;

   6. Infine, che questa scuola albigese e provenzale è legata a quella della corte siciliana sotto Federico II e all'intera grande scuola italiana. Non avevamo forse ragione, dunque, ad affermare, all'inizio dei nostri studi su Dante, che quest'opera rappresentava una vera e propria rivoluzione nella storia dal punto di vista religioso, politico, letterario e filosofico?

   Il nostro programma, come possiamo constatare, riproduce su una base più ampia la tesi di Fauriel, attribuendo ai provenzali l’onore di aver introdotto la Francia alla letteratura e alla poesia. Forse i compatrioti del dotto professore, forse i suoi discepoli, troppo dimentichi dei suoi insegnamenti, si vergogneranno infine di vedere un figlio della Normandia, patria dei trovatori, rifiutare un'immeritata gloria attribuita a loro e adoperarsi per restituirla a coloro che ne hanno veramente diritto: i trovatori stessi.

   A tal fine, esamineremo, senza attenerci ad alcun piano sistematico, romanzi, cansoni, sirventi, aubade, poemi satirici, leggende e così via, sottoponendoli a una breve analisi. Se non possiede altri pregi, la varietà di temi e generi servirà quantomeno a evitare la noia. Forse in questo modo anche i più scettici potranno cogliere, senza troppa fatica, questa verità innegabile per noi: che le numerose poesie d'amore dei trovatori, dei cantastorie, dei minnesänger, ecc., la cui popolarità perdurata per secoli stupisce gli studiosi, furono ispirate da una vivace e instancabile ostilità verso la Chiesa cattolica romana, da quello che noi chiamiamo protestantesimo albigese; e infine, che furono difese, esaltate e diffuse in tutta Europa e persino oltre dall'opposizione anticattolica, che all'epoca era ben più numerosa e potente di quanto si creda, salvandone così molte dalla distruzione sistematica.

   Chi ha letto il Paradis illuminé a giorno ha già potuto constatare, attraverso l'analisi di Tristan de Léonnois, che nel nostro metodo di interpretazione di certe allegorie non mancavano né probabilità né prove. Abbiamo intrapreso un lavoro analogo sulle composizioni poetiche del Medioevo e su diverse serie di romanzi epici, in particolare su Ferbrace [Fierobraccio], Jauffre e Brunissens, Aucassin e Nicolette, Girart de Rossillon, Floire e Blanceflor [Florio e Biancofiore], Berta dal grand piede, Girart de Nevers, Gualtiero [Walther] d'Aquitaine, il Dolopathos, i romanzi di Renart e la Rosa, ecc., ecc.

Questo non è un libro che intendiamo scrivere; ci proponiamo solo di raccoglierne gli elementi principali. Un giorno qualcun altro scriverà quel libro e, senza dubbio, ci sarà grato per aver preparato il materiale per un'opera che va ben oltre le nostre capacità. Più giovane, avrà più tempo, possiederà maggiori conoscenze e sarà in grado di considerare il periodo che noi stiamo solo accennando da una prospettiva più ampia. Il nostro compito è molto più modesto. Non conterrà né note, né citazioni ambiziose, né materiale per ricerche approfondite. Le uniche opere da consultare, se necessario, saranno la storia degli Albigesi e dei Catari di C. Schmidt, la storia della Francia di H. Martin, la storia dei trovatori dell'Abbé Millot, il Cours de littérature di Fauriel e la selezione di poesie originali dei trovatori curata da Raynouard. Questi libri si trovano in ogni biblioteca.

   Quando, attraverso un breve esame accessibile anche alle menti più superficiali, tutti saranno in grado di comprendere con fluidità tante finzioni settarie, tante creazioni fantastiche con doppi sensi ingegnosamente intrecciati, di seguirne passo dopo passo l'idea iniziale al di sotto dei suoi molteplici travestimenti, i nostri studiosi decideranno finalmente di studiare qualcosa di diverso dal loro significato letterale? Allora, quando avranno finalmente ammesso che i romanzi del Santo Graal, quelli di Lancillotto del Lago, Partenopex de Blois, Goffredo di Buglione, Guillaume au Cort-nez[1], e altri, non sono altro che composizioni ortodosse, potranno ben nutrire qualche dubbio su certi capolavori di ordine superiore e pensarci due volte prima di osare giurare che, sotto i fiori artificiali del loro cattolicesimo, il serpente eretico non si sia insinuato.

   La verità storica, a quanto pare, può solo trarre beneficio da un dibattito in cui ha un ruolo profondo e che acquisisca rilevanza. Invano certi oscurantisti, coraggiosamente alleati contro di essa per un obiettivo comune, si saranno adoperati per garantire che il caso venga giudicato dai loro amici a porte chiuse, senza discussione, e che Lady Verità venga giustiziata a porte chiuse; non sarà così, grazie a Dio, perché sapremo come indurli a esaminare il caso provenzale con meno superficialità e a confutare seriamente le due prove che emergeranno una dopo l'altra. In effetti, questo caso è enorme, e se ne potrebbe estrarre, senza esaurirlo, una mole di documenti, tutti sigillati con lo stesso misterioso sigillo. Abbondano le testimonianze più precise e coerenti, spesso rinvenute in modo del tutto innocente dagli stessi nostri avversari, che non avevano alcuna intenzione di nuocere.

    Questa è la fonte da cui trarremo instancabilmente elementi di convinzione a sostegno della nostra tesi. Forse dovremo tornare spesso e a lungo su questo punto; Ma una volta che l'attenzione del pubblico sarà catturata, la protesta pubblica costringerà sicuramente i giudici incaricati del caso a formulare un parere sulle rispettive dichiarazioni e sui documenti a supporto: non meno che la nobiltà, la conoscenza acquisita con l'esperienza, impone.

 

    Parigi, febbraio 1858.

 

 



I MISTERI DELLA CAVALLERIA

E

DELL'AMORE PLATONICO NEL MEDIOEVO.

 

I nostri romanzieri di oggi basano i loro romanzi sulla storia;

molto prima di loro, gli storici basavano la storia sui romanzi.


Les aventures du chevalier Jaufré, 1856 illustrato dal Doré

 

   Divertiamo i semplici e gli ignoranti con racconti, dai quali a volte traggono beneficio anche i grandi e i dotti; li istruiamo con esempi molto più efficaci che con le dimostrazioni più erudite: perché dunque, visto che non scriviamo più per gli scienziati, non dovremmo provare a procedere per racconti ed esempi?

   C'era una volta, tanto tempo fa, una povera donna che, non possedendo nulla al mondo se non le sue virtù e la sua fede in Dio, si guadagnava faticosamente il pane quotidiano con il sudore della fronte. Umile e di animo gentile, piena d'amore per il prossimo, lo aiutava per quanto le sue scarse risorse glielo permettevano, condivideva il suo pane con gli affamati e confortava con le sue parole coloro che non poteva aiutare con le sue azioni. Benedetta dagli sfortunati e dagli oppressi, le sue buone opere le attirarono l'odio dei ricchi e dei potenti; Fu calunniata, crudelmente perseguitata e costretta a nascondere persino le buone azioni che compiva.

   Si unì davanti a Dio a un marito che, povero e virtuoso come lei, la sostenne e la guidò nelle sue opere di carità, la confortò durante le dure prove inflitte alla sua debolezza e le diede esempio di coraggio, rassegnazione e obbedienza alla legge.

   Entrambi vissero una lunga vita in questo modo, conducendo un'esistenza oscura e miserabile, sopportando molti giorni tristi e crudeli sofferenze, ma perseverando comunque sulla via del Signore. Amati e venerati da tutte le brave persone, ma troppo spesso bersaglio dell'odio dei malvagi.

   La loro più grande consolazione, in mezzo a tante avversità, fu quella di trovarsi circondati da una grande famiglia, desiderosa di imparare dai loro insegnamenti e seguire il loro esempio. Ma i tempi continuarono a essere difficili per loro.

    Infine, la voce delle loro opere meritorie giunse alle orecchie di un grande principe. Fu commosso dalla loro gentilezza e, non contento di aver preso sotto la sua protezione la coppia e i loro numerosi figli, volle ricompensare la loro incrollabile dedizione alle buone azioni con favori straordinari. Ai suoi occhi, la ricca dote che aveva dato alla moglie era insufficiente; credeva che la virtù nella povertà fosse anch'essa una forma di nobiltà, ed elevò il marito al rango di principe, affidandogli il governo di intere province e assegnandogli una sontuosa capitale come residenza.

   Ma gli onori cambiano i costumi; questo detto si rivelò fin troppo vero nel caso del marito. Gonfio d'orgoglio per l'alta posizione che credeva di aver raggiunto, pensava solo ad accrescere la sua ricchezza e a salire ancora più in alto. Invano la moglie, che ricordava la loro precedente povertà e le umili origini, cercò di farlo ragionare; egli rimase sordo alle sue suppliche e a quelle di alcuni dei suoi figli, che agivano nel loro interesse comune. Si sentiva sostenuto dai figli maggiori, la maggior parte dei quali, sperando di ottenere qualcosa per sé, abbracciarono le ambiziose idee del padre.

    Infine, la sua superbia crebbe a tal punto da convincersi di essere destinato a regnare su tutti i re della terra e a imporre loro le sue leggi. Persino i successori del magnanimo principe, al quale doveva potere e ricchezza, non trovarono alcun favore ai suoi occhi; dovevano riconoscere la sua sovranità o rinunciare al trono. Da quel momento in poi, tutti dovettero sottomettersi, dal più piccolo al più grande, e, pena la consegna ai loro aguzzini, non dovevano avere altra volontà, altro modo di vedere le cose se non il suo, poiché si era dichiarato incapace di errore e non esitava a ricorrere alla spada per dimostrarlo. L'uso della ragione, il semplice esercizio del pensiero, al di fuori del cerchio di ferro tracciato da un'autorità sospettosa, divenne un crimine punibile con le pene più severe; così, ogni opposizione fu messa a tacere e si udì solo la voce degli studiosi privilegiati. Tutto ciò che restava da leggere erano i loro scritti, stampati su pergamena, poiché la stampa non era ancora stata inventata.

   Come sempre, la compressione, portata al suo massimo livello, generò dissimulazione, e la dissimulazione, espedienti oscuri. Il pensiero dissenziente fu effettivamente represso nel profondo delle menti delle persone dal terrore; ma, lungi dal rimanere inattivo, cercò instancabilmente un modo per liberarsi, e ci riuscì.

    C'erano allora persone chiamate trovatori [Trouveurs] o inventori, e in effetti, come vedremo, erano uomini di genio. Erano ben lungi dall'essere d'accordo con l'autorità dominante su certi punti dottrinali, e sopportavano con impazienza la condizione di zelo entusiastico o di silenzio imposta loro, pena la morte, l'esilio e la rovina, per sé stessi e per le proprie famiglie.

    Idearono un piano per sfuggire alle costrizioni con l'astuzia e per minare un potere oppressivo fingendo venerazione.

    A tal fine, combinarono ben presto gli elementi di un vocabolario con cui il pensiero contrario sarebbe stato completamente celato sotto simboli e figure concordati, in modo che la sostanza dovesse sempre scomparire sotto la forma. L'idea era così ingegnosa che questo vocabolario si adattava a tutte le lingue e poteva essere compreso in ogni paese. L'antitesi ne costituiva la base.

    Gli studiosi ufficiali scrivevano in un linguaggio cosiddetto colto, incomprensibile alle masse, e le copie delle loro opere, riprodotte a mano da amanuensi, venivano vendute a prezzi esorbitanti. Ebbero quindi l'idea di comporre in volgare, su argomenti apparentemente leggeri, per rendersi accessibili al popolo e diffondere queste composizioni di vario interesse, oralmente o tramite materiale stampato a basso costo, a tutte le classi sociali.                                                                                          Questo piano fu attuato dai suoi autori con la stessa abilità con cui era stato concepito; non si trattava infatti di comuni cospiratori che ricorrevano alla violenza e all'assassinio. Le loro opere, ispirate dalla carità, che è amore, invocavano il regno della giustizia, la riparazione dei torti e garanzie per tutti, ma soprattutto per i deboli e gli innocenti.

   Erano compresi, nonostante il mistero che avvolgeva le loro azioni: così, il numero dei loro seguaci aumentò costantemente con l'oppressione; Giunse il momento in cui l'uomo un tempo impoverito, ora un fiero despota, vide una formidabile opposizione levarsi contro la sua autorità.

    Uniti dal pericolo comune, i due coniugi diressero tutte le loro forze contro gli avversari, che furono annientati. Uomini, donne e bambini perirono a migliaia; ma le idee non possono essere uccise, né il ferro né il fuoco sono impotenti contro di esse. Eppure, le stesse idee che avevano istigato questa immensa ribellione contro la coppia continuarono a minare la loro autorità, indebolendola sempre di più. Infine, esplosero, l'esplosione fu terribile e il risultato fu lo smembramento dell'impero più potente che fosse mai esistito.

    Questa è la storia con cui abbiamo ritenuto necessario premettere, a mo' di introduzione, le narrazioni allegoriche che stiamo per trattare. La storia sarà facilmente riconoscibile al di sotto della finzione. Non è quindi necessario aggiungere che i due sposi sono la Chiesa e il Papa; che la formidabile opposizione contro cui furono costretti ad agire fu l'eresia albigese, schiacciata dai crociati di Montfort; che gli organizzatori dell'immensa cospirazione diretta contro l'edificio cattolico sono i trovatori [troubedours, trouvères], Minnesinger, o i cantori d'amore; e infine, che il linguaggio simbolico da loro utilizzato per affermare la libertà di ragione e per confutare gli abusi, sia religiosi che politici, è precisamente quello che impiegarono nelle loro composizioni, sia in versi che in prosa.

    Dato che l'esistenza di questo linguaggio convenzionale è stata ostinatamente contestata dagli studiosi per oltre quattro anni, nonostante le numerose prove e le tante autorità che ne attestano l'essenza, l'origine e l'influenza, sembra che il modo migliore per convincere gli scettici sia quello di dimostrarne il meccanismo; L'obiettivo è mostrarne il funzionamento e poi smontarne, pezzo per pezzo, gli ingranaggi e le molle principali. Forse, operando in questo modo su diversi prodotti simili e ottenendo un risultato analogo da ciascuno, si comprenderà che questi prodotti condividono non solo un'origine comune in termini di idea ispiratrice, ma anche un'identità di scopo. Se si potessero aprire, con una sola chiave, dieci, venti o cento serrature di diverse botteghe, non si sarebbe forse giustificati ad affermare che tutte queste serrature sono state realizzate secondo lo stesso sistema, seppur da artigiani diversi?

   Ebbene, la nostra intenzione è di ricorrere a una dimostrazione di questo tipo. L'antico filosofo in presenza del quale il movimento fu respinto si mise a camminare. Come lui, offriremo ai nostri silenziosi detrattori una risposta con i fatti. Essi negano che le opere dei trovatori, le loro poesie d'amore o satiriche, i loro poemi epici, siano composte in linguaggio simbolico e ridono con commiserazione di fronte a tale affermazione. Forse riacquisteranno la serietà quando ci vedranno svelare simboli, allusioni e personaggi della cui esistenza non avevano mai nemmeno sospettato l'esistenza. Certamente negano che abbiamo trovato una chiave capace di aprire tante porte rimaste chiuse per secoli anche ai più esperti; ma qualsiasi discussione su questo argomento li respinge e sembra spaventarli. Sarebbe sconveniente insistere troppo. Cercheremo quindi di illuminarli. A tal fine, basterà manipolare la chiave magica, scegliendo preferibilmente le opere più facili da consultare. Il più delle volte intendiamo procedere per mezzo di esempi e, senza ulteriori preamboli, cominciamo.

PRIMO ESEMPIO. - Jauffre e Brunissens

   Tra i numerosi romanzi arturiani su cui potremmo concentrare la nostra analisi, preferiamo Jauffre e Brunissens, non perché il testo provenzale sia giunto fino a noi, ma perché è più facile per tutti consultare la traduzione illustrata di Mary Lafont o la storia della poesia provenzale di Fauriel, che offre un'analisi a pagina 95 del volume III.

   Un romanzo dedicato a Pietro II, ucciso nel 1213 nella battaglia di Muret, combattendo per gli Albigesi, ma più probabilmente a Pietro III, detto il Grande, l'istigatore segreto dei Vespri di Sicilia; in cui le lodi tributate al buon re d'Aragona sono precedute da una satira pungente contro la morale di un secolo dominato dall'influenza cattolica, nutriamo inizialmente profondi sospetti sulla sua ortodossia. I sospetti sorgono quando "l'autore, fedele al sistema dei romanzieri medievali originali, non nomina né si identifica in alcun modo", affermando di aver appreso da un cavaliere straniero, parente di Artù e Galvano, il canto che mette in rima.

    Siamo tanto più diffidenti nei suoi confronti perché la sua opera acquisì rapidamente grande fama e fu tradotta quasi immediatamente in catalano; «Il cronista Muntaner lo cita in modo tale da suggerire che ai suoi tempi fosse considerato alla pari di Lancillotto del Lago», e il famoso templare Wolfram von Eschenbach menziona Jauffre o Joffroi due o tre volte tra i campioni della corte di Artù.

    Ma i sospetti non sono prove; esaminiamo dunque in che misura l'opera stessa, ricondotta al suo vero significato, possa illuminarci sul reale pensiero dell'autore.

   Seguiremo l'analisi di Fauriel il più fedelmente possibile, integrando, con l'aiuto del testo e della traduzione francese, gli episodi che egli ritiene opportuno omettere.

     Re Artù si trova a Cardeuil, dove sta celebrando la Pentecoste con la sua corte (gli Albigesi accettavano solo il battesimo per mezzo del fuoco o dello Spirito). È circondato dai Cavalieri della Tavola Rotonda: Galvano, Tristano, Lancillotto del Lago, Parsifal e altri. Non volendo sedersi al banchetto prima di aver trovato un'avventura, si incammina, scortato dai suoi baroni e cavalieri, verso la vasta e oscura foresta di Bréciliande o Brocéliande. Improvvisamente, si ode in lontananza una voce lamentosa che invoca l'aiuto di Dio e di Maria; ora, Maria, questa "madre della purezza", era il nome simbolico della Chiesa dei Puri, o Catari.

    Il re desidera andare da solo per offrire l'aiuto richiesto. Giunto sulla riva del fiume, all'ingresso di un mulino, gli apparve davanti una donna sconvolta che si strappava i capelli per la disperazione. Gli raccontò che una bestia feroce, discesa dalla montagna, si trovava lì e stava divorando tutto il suo grano.

    Avvicinandosi con cautela, vide la terrificante bestia, la cui testa era nascosta da un cespuglio di corna diaboliche.

    Quando Artù entrò coraggiosamente nel mulino, spada in pugno, il mostro, lungi dall'essere spaventato, non alzò nemmeno la testa e continuò a divorare il grano nella tramoggia. Il re lo colpì con il piatto della spada, ma la bestia non si mosse. Allora afferrò la bestia per le corna e la scosse vigorosamente, ma non riuscì a liberarla dalla presa. La rabbia lo assalì; avrebbe voluto colpirla con un pugno, ma entrambe le mani erano saldamente aggrappate alle corna.

   Una volta intrappolato il nemico, la bestia uscì dal mulino, portando con sé il povero re, che pendeva dalle sue corna. Mentre faceva ritorno nella foresta, la bestia incontrò i cavalieri di Artù, che si prepararono ad attaccarla con le lance; ma Artù glielo proibì. «Se la toccate», disse, «sono morto. Posso salvarmi se la risparmiate».

    Essi obbedirono, profondamente angosciati, e semplicemente seguirono la bestia, che, senza fretta e senza sembrare vederli, si diresse verso una ripida roccia. La scalò rapidamente e, una volta in cima, protendendo la testa verso il punto in cui la roccia si spaccava bruscamente, tenne Artù sospeso sull'abisso. I cavalieri furono sopraffatti dalla disperazione. Proprio nel momento in cui, convinti che il re fosse in pericolo di una terribile caduta, avevano ammucchiato i loro vestiti a terra ai piedi della roccia, la bestia balzò in mezzo a loro, liberando Artù, e si trasformò improvvisamente in un bel giovane cavaliere, «uno dei migliori e più stimati tra i valorosi, i cortesi e i saggi».

    Lo scrittore si premura di aggiungere che "questo barone conosceva le sette arti e quella degli incantesimi". Ora, il re gli aveva promesso da tempo una coppa d'oro, un destriero e un bacio dalla più bella fanciulla se si fosse trasformato durante la corte; e così aveva appena ottenuto il primo dono (*).

(*) La coppa simboleggia l'Ultima Cena; il destriero, la comunità albigese, da condurre e tenere a freno; il bacio, la consolazione, data da noi in nome della chiesa dei puri, simbolicamente designata sotto il nome di Maria, signora di ogni bellezza, di ogni purezza e di ogni cortesia, poiché fu lei a presiedere i concili o corti d'amore.

Sembrerebbe che Artù avrebbe potuto lamentarsi del terribile inganno a cui era appena stato sottoposto; ma non è affatto così! Il re bretone ha un carattere raffinatissimo e, lungi dall'indignarsi, "inizia a ridacchiare e a ridere" dello scherzo orditogli dall'incantatore senza nome.

   Sapete perché? Perché ha capito immediatamente che questo cavaliere di così profonda erudizione voleva dargli un utile consiglio attraverso un'allegoria in azione. Il suo significato è piuttosto semplice da cogliere, eppure Fauriel lo ha ignorato nella sua analisi.

   La moglie del mugnaio, che si dispera e invoca invano aiuto, rappresenta i plebei valdesi, la classe dei popolani, i lavoratori, il cui pane la Chiesa cattolica, la grande meretrice, la bestia dalle sette corna dell'Apocalisse, divora, incurante delle sue lacrime e delle minacce di coloro che egli si prende fantasia di poter aiutare.

    A coloro che dubitano che la moglie del mugnaio sia valdese, rimandiamo l'opera di uno scrittore la cui ortodossia è fuori discussione: Don Chisciotte. Quali sono i nomi delle due donne che il Cavaliere dal Volto Triste incontra all'inizio della sua carriera cavalleresca? Tolosa e La Molinera, ovvero l'albigese e la valdese. Vedremo anche Berta dal gtan piede, persa nella foresta degli ulivi di Le Mans, trovare rifugio presso un mugnaio. La Chiesa romana, o bestia apocalittica, continua dunque la sua opera di saccheggio, nonostante l'indignazione che suscita tra re, baroni e cavalieri. Se un monarca osasse agire contro di essa, se anche solo la toccasse, verrebbe improvvisamente reso impotente. Mettere le mani su uno dei suoi presunti diritti, o sulle sue corna, è un crimine per il quale la scomunica porta giustizia, paralizzando il colpevole e legandolo alla terra, dove ben presto si ritroverà sospeso su un abisso senza fondo.

   Questo, a nostro avviso, è il significato della lezione che il cavaliere-filosofo intendeva impartire al re bretone. Nei romanzi del Sacro Graal, Artù svolge lo stesso ruolo di Carlo Magno nei romanzi carolingi e di Attila nel Canto dei Nibelunghi, vale a dire, simboleggia il potere temporale unificato in conflitto con l'autorità spirituale. Questo spiega la disinvoltura con cui il monarca si prende la libertà, alquanto audace, di questo cavaliere, che stava per causargli una morte improvvisa per apoplessia.

   Lungi dal lasciare il minimo turbamento, l'avventura appena vissuta dal re, una prova così straziante, aveva riempito la corte di allegria. Tutti erano tornati a palazzo e avevano preso posto a tavola, e "non pensavano ad altro che a mangiare e bere", quando un bel giovane apparve e, gettandosi ai piedi del re, lo supplicò di nominarlo cavaliere. Artù aveva appena accolto la sua richiesta e lo aveva invitato a partecipare al banchetto, quando un vassallo, entrando nella sala armato, la attraversò a cavallo, colpì un cavaliere con la lancia e lo abbatté morto ai piedi della regina.

   "Mi chiamo Taulat de Rugimont", gridò, "re malvagio, e tornerò ogni anno, nello stesso giorno, per farti la stessa umiliazione".

   Un vassallo davvero audace e insolente, non trovate? Eppure il buon Artù, così valoroso solo pochi istanti prima contro la bestia, "abbassò il capo, irritato e addolorato". Perché aveva ancora ben presente nella mente il consiglio allegorico del suo amico cavaliere. Si trovava esattamente nella stessa posizione di tanti imperatori tremanti di fronte al sovrano pontefice, un vassallo dell'Impero.

    In effetti, il nome Taulat de Rugimont, che gli studiosi avevano lasciato passare inosservato, gli diede molto su cui riflettere, e due eventi, destinati a colpirlo profondamente, accaduti così presto l'uno dopo l'altro, devono essergli sembrati legati da un qualche filo segreto. Artus sapeva, senza ombra di dubbio, che in provenzale taula significa tavolo. Che la figura perfetta della sua Tavola Rotonda, Taula retonda, ammetteva solo uguali, perfetti, senza primi né ultimi. Questo nome Taulat deve quindi averlo turbato per la sua stranezza, a causa della T finale, se vi scorgeva l'iniziale di tetragono, deducendo da ciò una costante ostilità tra due principi rivali, non meno opposti della figura delle due tavole. La proposta di Rugimont, ulteriormente rifiutata dal signore della Tavola Quadrata – una tavola che necessariamente include primi e ultimi – pp. 10-14 non gli fu di alcun conforto, se gli ricordava quella ripida vetta dove la bestia apocalittica lo aveva tenuto sospeso, o quell'altra montagna i cui ruggiti facevano tremare il mondo, scagliando i fulmini della scomunica. Non poteva non notare una certa somiglianza, una somiglianza di famiglia, tra il presuntuoso Taulat de Rugimont e quel pazzo orgoglioso, con cui si era già scontrato, quell'Estult il Superbo, che pretendeva di riempire un grande mantello con le barbe di tutti i re e principi della terra e che aveva ferito mortalmente Tristano il Povero di Lione. (Vedere più avanti per un'analisi del romanzo di Tristano.)

   È quindi comprensibile che Artù abbia ingoiato in silenzio l'insulto, riservandosi il diritto di decidere in seguito, dopo aver consultato il suo amico incantatore. Ma la fanciulla appena giunta, che non condivideva le stesse ragioni di cautela, voleva vendicarsi dell'audace provocatore. Perciò implorò il re di concedergli il titolo di cavaliere che gli aveva promesso; poi, terminata la cerimonia, montò a cavallo, completamente armato, e si mise all'inseguimento di Taulat, dopo essersi presentato come Jauffre, figlio di Dovon (dal termine inglese "dove", che significa piccione o colomba, per identificare uno dei fratelli dello Spirito).

    Jauffre cavalcò a briglia sciolta, chiedendo a chiunque incontrasse notizie di Taulat; ma viaggiò giorno e notte senza raggiungerlo. Infine, trovò due cavalieri morti sulla strada, poi un terzo gravemente ferito. Quest'ultimo rispose, con un sospiro: "È Estult, il signore di Verfeil, che ci ha ridotti in questo stato, per soddisfare la sua superbia". Ci saremmo stupiti molto se un Estult (stultus), della stessa famiglia di coloro contro i quali Tristano e Artù avevano combattuto così valorosamente, non fosse comparso sulla scena all'inseguimento di Taulat. Quest'ultimo è tiranno di Verfeil, ovvero del "verde fogliame", vale a dire dei pergolati sotto i quali i membri della Massenia del Santo Graal si riunivano nei boschi per celebrare i misteri della rosa d'Oriente, ridotta allo stato selvatico dalla persecuzione, e che per loro diventava o la rosa selvatica o la violetta, accompagnata da calendule.

   Il figlio di Dovon apprende che questo Estult, o rappresentante papale, è così temibile che persino i più coraggiosi "non osano affrontarlo, tanto è barbaro da non risparmiare mai la vita". Ciononostante, persiste nell'inseguirlo e alla fine lo vede consegnarsi quando chiede informazioni su di lui ad alcuni cavalieri perfetti, ridotti da questo tiranno sacerdotale a seguirlo a piedi, come suoi servi, e a girargli lo spiedo [tourner la broche].

    Ne segue una feroce battaglia tra Estult e Jauffre, il quale, uscito vittorioso, concede mercede, concede generosamente, la grazia al suo avversario. Ma a condizione che restituisca a tutti i cavalieri contro i quali ha abusato del suo potere tutto ciò che ha preso loro, e che si rechi con loro a presentarsi al cospetto di Re Artù, raccontandogli come e da chi è stato sconfitto. Inoltre, lo costringe a consegnare le sue armi in cambio delle proprie, "frantumate e spezzate", armi la cui superiorità rispetto alle migliori di Estult è proclamata con queste parole: "Per quanto forte si colpisca l'elmo (la mitra o persino la tiara), è impossibile danneggiarlo; nessuna lancia potrà mai scalfire lo scudo o la cotta di maglia (l'inferno non prevarrà mai contro di essi), e quanto alla spada (la lama spirituale), è così dura che taglia facilmente ferro, metallo e acciaio".

   Il valoroso Jauffre si ritrova così invulnerabile, protetto dall'armatura cattolica. In effetti, fu solo mascherando la propria fede e rivestendosi di ortodossia che i missionari di pace e amore poterono, dal X al XIII secolo, sfuggire a pericoli di ogni genere e sostenere la lotta contro avversari onnipotenti. Mentre il valoroso cavaliere riprendeva il suo viaggio, più impaziente che mai di raggiungere Taulat, vide una lancia appesa a un albero e, poiché gli sembrava buona e robusta, pensò di scambiarla con la sua; vale a dire, di adottare le forme dialettiche usate nelle scuole di teologia, dove Dante aveva studiato con tanto profitto. Ma un nano deforme, o un monaco, se preferite, con labbra carnose, denti storti, un ventre enorme e mani larghe e a forma di zampe di rospo, gli impedì di impossessarsi della lancia di cui era custode. Il nano emise un grido e un cavaliere, in rappresentanza del clero secolare, si avvicinò per offrire a Jauffre una scelta: essere ridotto in schiavitù o combattere contro di lui, a condizione che, in caso di sconfitta, sarebbe stato impiccato, come trentatré cavalieri prima di lui, per aver toccato la lancia o l'argomento sacerdotale, nemico della contraddizione. Nel XIV secolo, la Massenia [Massénie (un particolare modello di cavalleria)] aveva trentatré gradi; La Comédie (un genere di commedia) è composta da tre serie di trentatré canti.

    Il campione del clero viene necessariamente sconfitto dal campione dell'eresia: è quindi lui a essere impiccato, e il nano, accolto con clemenza, si reca alla corte di Artù per raccontargli di questa nuova avventura, consegnargli la lancia catturata e dichiararsi suo vassallo.

    Questa doppia vittoria sul clero secolare e su quello regolare, così gloriosamente conquistata dal Perfetto cavaliere, è davvero qualcosa di straordinario... ma egli sarà soddisfatto solo dopo aver trionfato su Taulat. Cavalca fino a mezzanotte e, giunto all'imbocco di una stretta gola, incontra il rappresentante della nobiltà feudale, devoto al servizio della Chiesa; così, l'anonimo romanziere lo nomina suo servitore, sebbene in seguito gli venga attribuito il titolo di signore.

    Questo servitore, "agile, di corporatura robusta, con una folta chioma, teneva in mano tre dardi affilati come rasoi". In effetti, a quel tempo i popolani erano tenuti in condizioni di estrema povertà dalla taille (tassa fondiaria), dalla corvée (lavoro forzato) e dalla tassa pro capite. "Il grosso coltello che portava alla cintura, con una gonnella ben fatta e rifinita", è l'arma del brigantaggio, in cui i baroni, rivestiti di ferro, si cimentavano così frequentemente, riscattando mercanti e pellegrini.

   Questo servitore del clero, in agguato nella gola, chiede a Jauffre di consegnargli cavallo e armi come pagamento. Al suo rifiuto, gli scaglia contro tre dardi, colpendolo solo leggermente, e poi una grossa pietra che si frantuma sul suo scudo. Se ricordiamo che, nell'Inferno di Dante, tutto ciò che è legato alla Chiesa di Roma, indicata con il nome di Madonna Pietra, è fatto di pietra, poiché edificata su Pietro, possiamo comprendere che ciò si riferisce ai doveri ecclesiastici che si aggiungevano agli obblighi feudali.

   Infine, proprio mentre il Perfetto cavaliere credeva di aver trafitto con la sua lancia quell'implacabile nemico, quest'ultimo schivò il colpo, si armò del suo lungo coltello, gli balzò alle spalle e, stringendolo in un abbraccio fortissimo, lo strinse così forte da soffocarlo. È infatti con l'astuzia, unita alla violenza, che la nobiltà devota può sopraffare i fedeli dell'amore affiliati alla Massoneria del Santo Graal. L'oppressione è così forte che Jauffre, inizialmente così sottomesso da "non potersi muovere", prende una decisione disperata. Riesce ad afferrare il braccio destro del servo e lo torce con tale vigore da fargli cadere il grosso coltello; vale a dire, lo abbandona, trasformando in disertori i suoi uomini d'arme, convertiti alla religione dell'amore, proprio quegli uomini "che rappresentavano il più grande ostacolo per lui". Poi, afferrandogli il braccio sinistro con entrambe le mani, lo tira con tanta violenza e forza da strapparglielo dal corpo. Una volta che il gran barone veniva privato della sua forza militare o del suo braccio destro, era molto più facile separarlo dai suoi sudditi, dai suoi vassalli, o dal suo braccio sinistro, e poi rovesciarlo. Così, Jauffre lo fa "balzare a terra, dove cade con il collo mezzo spezzato".

   Poi, mettendo piede a terra, gli nega la pietà, esclamando: "Non avrò mai pietà di un brigante!". E, tagliandogli i piedi con queste parole – vale a dire, spogliandolo delle sue terre e dei suoi diritti tirannici, le fondamenta del suo potere – gli dice: "Impara un altro mestiere, perché hai esercitato questo fin troppo a lungo".

    Dopo aver così reso giustizia al brigantaggio feudale, Jauffre si recò al castello del vinto, che il suo nano – o, se preferite, il suo cappellano – chiamava "mio Signore". Lì, liberò venticinque Cavalieri Perfetti, che trovò incatenati e che lo benedissero per averli "salvati dal dolore e dal martirio". Poi, come gli altri prima di loro, si misero in cammino per dire a Re Artù che dovevano al figlio di Dovon la vita e la libertà.

   Il valoroso cavaliere aveva ripreso l'inseguimento di Taulat quando fu chiamato ad affrontare un avversario ben più formidabile di quelli che aveva sconfitto fino a quel momento: il fanatismo romano. È rappresentato come il monastico Morhout nel Tristano, come il pontefice Estult e come molti altri della stessa essenza, che ritroveremo nei romanzi epici, sotto forma di un gigante con braccia e mani enormi, con dita nodose e adunche, con occhi opachi, divorato dalla lebbra e di conseguenza ricoperto di pustole, cunicoli e squame, come quelle anime dannate che, all'Inferno, si traevan con l’unguie la scabbia. Il mostro, per curarsi dalla sua orribile afflizione, non trova di meglio che bagnarsi nel sangue umano. Arriva persino a condannare i bambini a una morte cattolica. Si noti che il gigante indossa una gonnella bianca, di cui Jauffre taglia mezzo piede con un solo colpo di spada; ma questo traditore non combatte né con la spada delle parole né con la lancia della dialettica, bensì con una clava di ferro, in altre parole, con la forza bruta. Il fanatismo non ammette discussioni.

    Ciononostante, Jauffre riesce ad abbatterlo, sebbene stordito dai colpi della clava e sanguinante dalla bocca, dagli occhi e dalle orecchie. In questo modo salva una bella dama di chiesa [dame-église], sulla quale il gigante stava per scatenare la sua brutalità, e le salva l'onore e la vita. Ella è la figlia di uno di quei cavalieri normanni costantemente glorificati dai trovatori, così ostili, pertanto, ai francesi del Nord. Suo padre si chiamava Passart, che significa maestro dell'arte dell'Amore, in Gaia Scienza; Aveva come marito o pastore un Perfetto cavaliere, di cui prudentemente non rivela il nome, e che vide morire sotto i colpi del gigante.

    Una volta che il suo feroce nemico giaceva senza vita, Jauffre credette di poter lasciare la stanza in cui lo aveva sconfitto per cercare un bambino strappato dalle braccia della madre da uno dei servi del mostro; ma un incantesimo lo trattenne sulla soglia. Mentre disperava di fronte a questo imprevisto ostacolo, udì, dall'altra parte, le grida di bambini; corse verso di loro, sfondò una porta e impedì al lebbroso rapitore, la cui sciabola aveva appena massacrato sette bambini, di continuare la sua orribile opera su una trentina di altri, che emettevano urla strazianti. Dopo averlo atterrato, gli diede solo un colpetto al polso e gli risparmiò la vita, a condizione che gli insegnasse come lasciare il castello della superstizione illeso.

    Il lebbroso con un braccio solo, l'inquisitore, se preferite, ridotto all'impotenza di versare il sangue dei figli della chiesa albigese, i Figli della Vedova, si rassegna a informarlo che l'incantesimo si spezzerà e l'intero castello crollerà non appena "avrà dissigillato e frantumato una bella testa di marmo posta sopra la finestra".

    Si può intuire che quel bel volto sia quello della Vergine, sotto la cui protezione i carnefici hanno posto la loro sanguinosa opera. Non si tratta della Madre di misericordia e amore che gli Albigesi venerano profondamente e al cui nome dedicano la loro chiesa, ma di quella che rappresentano senza alcuna effigie visibile, aborrendo il culto delle immagini. Inoltre, ella gode di un falso prestigio presso coloro le cui anime rifuggono dallo spargimento di sangue; pertanto, deve essere distrutta; cosa che il Perfetto cavaliere, un vero iconoclasta, si affretta a fare.

    Immediatamente, si scatena una terribile tempesta, l'edificio cattolico crolla e disperde i suoi detriti ovunque, dal quale Jauffre riesce a fuggire, ferito, schiacciato e a malapena in grado di reggersi in piedi. Tali demolizioni non avvengono senza terribili schizzi di sangue. Ma la dama di chiesa [dame-église] normanna, che si era rifugiata con il lebbroso monco, la madre e il bambino sotto l'arco di una roccia di granito albigese, corse da lui, lo confortò con un sorriso e, "prendendolo tra le braccia, gli baciò la fronte, gli occhi e la bocca". Questa era la forma in cui veniva offerta la consolazione ai Perfetti.                                                              Conclusa così felicemente l'avventura, la dama di chiesa [dame-église], la madre e il bambino, seguiti dal lebbroso pentito, si misero in viaggio a loro volta, carichi del solito messaggio, verso la corte di Re Artù. Tante imprese erano state compiute per la maggior gloria del potere temporale unificato, affinché vi fosse una sola fede e un solo re, sia che il suo nome fosse Artù o Carlo Magno.

    Jauffre riprese il suo viaggio, completamente esausto, morente di fame, sete e sonno; cavalcò a lungo. Infine, alla luce delle stelle, scorse il cancello di un frutteto, che gli sembrò "un paradiso", tanto era ricco di "buone piante", ovvero buonomini [bons hommes], e di "bellissimi fiori", ovvero brave cristiane, che emanavano un dolce profumo d'amore. Sarebbe stato difficile descrivere meglio il giardino provenzale.

   Questo giardino, dove si divertono uccelli o trovatori, appartiene alla bella Brunissen (dal participio brunezir, che significa oscurare), e il castello si chiama Montbrun (perché, come la dama, è avvolto nell'oscurità). In questo scenario idilliaco, dove vivono "in gioia e pace nella più commovente armonia, come Perfetti sotto il dominio della comunità", si riuniscono in gran numero "operai, borghesi e uomini di buona famiglia". È noto, infatti, che lo spirito fosse piuttosto democratico nel sud della Francia, dove sopravvisse il municipio romano. Lì, trovatori e giullari abbondavano naturalmente; Vi sono anche molte "dame di buona famiglia [dames bien apprises], dalla parlantina sciolta, dall'animo accogliente e dalle maniere raffinate, che sanno cedere e difendersi, quando vengono corteggiate", a seconda che il supplicante sia ortodosso o albigese. Inutile dire che i Perfetti cavalieri non mancano.

    La dama-chiesa di questo paradiso non poteva che avere un vasto e antico palazzo fiancheggiato da torri annerite dal tempo; risiedeva "in quella centrale", che aveva sette porte, proprio come il nobile castello in cui Dante entra nel capitolo IV dell'Inferno. Per sette porte entrai.

    Per sette anni, la bella Brunissens è stata abbandonata al dolore più crudele, di cui subisce sette attacchi in ventiquattro ore, quattro di giorno e tre di notte. Impossibile essere più fedeli al numero sette, che richiama il numero dei ranghi della Massenia. Durante ognuna di queste dolorose crisi, la povera chiesa piange, grida e si lamenta così forte che è un miracolo che riesca a sopportarlo. Va notato che tutti gli abitanti del castello, giovani e vecchi, sono colti nello stesso istante dallo stesso accesso di desolazione. Prova di una commovente solidarietà tra tutti i membri della comunità. Ma bisogna anche ricordare che al tempo della Crociata albigese, ogni bocca in Provenza e in Linguadoca ripeteva all'unanimità canti di dolore, spesso interrotti da grida di morte.

    Incantato dalla vista di una dimora così piacevole, Jauffre, che ha un grande bisogno di riposo, si sdraia sul prato e cade in un sonno profondo. Svegliato dal siniscalco della bella dama, stupito di non sentire più il canto degli uccelli e spaventato dalla presenza di un uomo profano, Jauffre supplica l'intruso di lasciarlo dormire in pace e, al suo rifiuto, gli ordina di svuotare le bisacce. Fa lo stesso con altri due cavalieri che, uno dopo l'altro, vengono a disturbarlo e che lui riduce in uno stato pietoso; perché, sfortunatamente, non riuscivano a riconoscere in lui un fratello sotto le armi prese in prestito con la forza.

    Improvvisamente afferrato da una folla di cavalieri, viene condotto al cospetto di Brunissens che, pur minacciandolo di tortura, si innamora di lui, con scarso effetto sul cavaliere, che dorme profondamente; ovvero, in quello stato di abbattimento e scoraggiamento in cui cadono anche le anime più energiche quando i maggiori sforzi, e persino i più brillanti successi, le lasciano ancora lontane dalla meta a cui aspirano. "Tant'era pien di sonno in su quel punto", dice anche Dante entrando nella foresta.

    Jauffre supplica quindi la dama di concedergli un dono: la grazia di poter dormire a suo piacimento fino al giorno seguente, grazia che lei gli concede e di cui lui si affretta ad approfittare. Ma viene svegliato di soprassalto nel cuore della notte dalle grida e dai lamenti degli abitanti del castello. Quando, naturalmente, chiese ai cavalieri che lo sorvegliavano il motivo di tanto trambusto, questi gli si avventarono addosso e, colpendolo violentemente, lo lasciarono credendolo morto. Fortunatamente, rimase protetto dalla sua armatura, il che significa che aveva dalla sua parte la fede e la coscienza, che, secondo Dante, sono la migliore cotta di maglia.

    In questo periodo del XII secolo, nulla era più certo: chiunque, viaggiando per la Provenza, avesse osato chiedere ai poveri Albigesi perché si abbandonassero a tanta desolazione, sarebbe stato considerato da loro solo un cattolico zelante, un nemico da quel momento in poi, che pretendeva di trovare perfettamente giusto il trattamento che stavano subendo per il loro bene.

    Quando la sentinella nella torre annunciò la messa di mezzanotte, si scatenò la stessa desolazione e lo stesso tumulto; ma questa volta Jauffre, che "non dormiva più e pensava a Brunissens", si guardò bene dal muoversi. Convinto di essere circondato da pazzi o da persone stregate, attese che tutti dormissero e riuscì a fuggire dal castello.

    Era già lontano quando, all'alba, o alle prime ore del giorno, come dicono i massoni, udì gli stessi lamenti provenire dalla direzione del castello e si congratulò venti volte per la sua fuga. Quando il tumulto cessò, cavalcò tranquillamente attraverso la campagna, incantato dal silenzio che vi regnava. Ma all'ora di nessuno, un concerto di lamenti, ululati, gemiti, colpi e rumori di ogni genere si levò improvvisamente dal mezzo dei campi, da tutte le case, da tutte le capanne. Era come trovarsi con Dante in quell'inferno dove sospiri, pianti e alti guai risuonavan. La desolazione doveva essere davvero grande, dal castello alla capanna, quando i crociati di Montfort, su ordine dei legati di Innocenzo III, si avventarono sulle popolazioni scomunicate dell'antica Aquitania.

    Nel frattempo, Jauffre incontrò un pastore, un affittuario di Brunissens, uno di quei pastori che Dante chiama buoni bubolchi, intento a seminare buon grano. Il valoroso uomo guidava un carro carico di provviste e invitava a mangiare tutti i passanti che incontrava; era inoltre tenuto (per la sua dama di chiesa) a offrire ospitalità a trenta cavalieri. Solo un cieco non avrebbe riconosciuto in questo presunto pastore uno di quei predicatori ospitali che si dedicavano a distribuire sia il nutrimento del corpo sia il pane degli angeli, come dice Dante, ai fratelli viaggiatori.

    Jauffre, che non mangiava da tre giorni, accettò il pane, il vino e le pietanze prelibate offerte dalla vassalla di Brunissens, "la dama degli insegnamenti". Il signor Mary Lafont, che, con il pretesto di tagliare lunghi passaggi, tralascia diverse sezioni importanti, forse inconsapevole di qualsiasi malizia, ha almeno conservato queste poche parole che spiegano la natura del cibo offerto e accettato.

    Terminata la cena, il cavaliere si stava congedando dal pastore quando gli chiese perché gli abitanti del luogo gridassero così forte. A queste parole, l'oste andò su tutte le furie, chiamandolo infedele, traditore, e lo avrebbe volentieri definito un informatore, mentre gli scagliava contro la sua ascia. Nella sua ira, distrusse il carro delle provviste, preferendo rinunciare all'ospitalità e alla distribuzione del pane degli angeli piuttosto che rischiare di doverlo dare ai soldati di Montfort.

     Senza comprendere tale rabbia, il figlio di Dovon riprese il cammino al trotto. Viaggiò così fino a sera, quando incontrò due giovani di ritorno dalla caccia con un falco e un levriero. Inizialmente, tutto si svolse con grande cortesia tra loro. Ma alla fatidica domanda ripetuta dall'incorreggibile cavaliere, i due giovani si infuriarono a loro volta, chiamandolo traditore, "cavaliere di sventura [chevalier mal né]", confondendolo così con lo sventurato [mal nati] del poeta fiorentino; uno gli gettò il falco in testa, l'altro lo colpì con il levriero, per mancanza di altre armi. Questi due animali simbolici, attributi della nobiltà feudale, si possono facilmente identificare nei due giovani scudieri come rappresentanti della giovane nobiltà albigese, fuorviata sia dalla domanda dello straniero sia dall'armatura di Estult, che Jauffre, ricordiamo, indossava.

   Cambiando improvvisamente atteggiamento e linguaggio, senza che l'anonimo romanziere si degnasse di spiegarne il motivo, i due fratelli invitano Jauffre a seguirli a casa del padre e lo conducono a un grazioso piccolo castello "circondato da fossati pieni d'acqua corrente". Vale la pena notare, di passaggio, che l'acqua corrente è il simbolo della dottrina settaria, secondo queste parole del Salvatore: Ego sum aqua viva. Viene accolto a braccia aperte dal signore del castello, di nome Auger (che significa "crescente", da auger, augere). Quest'uomo, appartenente all'antica nobiltà settaria, dichiara di non aver ricevuto un ospite più gradito in sette anni, e la sua giovane figlia gli affida il bucato da lavare, secondo l'usanza dei grandi.                                                                                                                                                            Tutto procede per il meglio fino al giorno seguente; ma al momento del congedo, la maledetta domanda riaccese la solita irritazione tra padre e figli. Se ben presto si calmarono, fu di nuovo senza alcuna ragione apparente, senza dubbio risvegliati dal loro errore da qualche segno o parola d'ordine. Infine, richiamarono il cavaliere, che tornò indietro, promettendo di astenersi da qualsiasi violenza nei suoi confronti. Ristabilita la fiducia, Jauffre aveva appena annunciato il suo impegno a combattere il feroce Taulat quando il signore del maniero, incantato, gli diede le istruzioni necessarie per raggiungere questo oppressivo vassallo.

     Si trattava di "percorrere per tutto il giorno un sentiero che attraversa un deserto, dove non vi è né castello, né città, né pane, né vino, né uomo nato da madre". «Da queste descrizioni si può avere un'idea dello stato in cui le bande di Montfort avevano ridotto i fertili campi della Linguadoca. Dopo aver attraversato quella terra desolata, avrebbe visto un magnifico castello costruito ai piedi di una ripida montagna. Lì avrebbe dovuto entrare, senza lancia né scudiero, per avere notizie di Taulat e scoprire la causa delle grida di dolore che tanto lo preoccupavano.

    Jauffre seguì queste istruzioni alla lettera e giunse effettivamente a un vasto castello circondato da un accampamento di tende e capanne di foglie, dove un gran numero di cavalieri andava e veniva – o, per essere più precisi, Perfetti costretti a fuggire dalle persecuzioni e ad accamparsi in aperta campagna dopo che le loro case erano state bruciate; ma che, nonostante le loro sventure, continuavano a stringersi attorno alla loro Chiesa e al loro capo. Le capanne di foglie stavano preparando il tempio».

    Il valoroso Jauffre, entrato nella grande sala del castello, vide lì un letto in cui giaceva un cavaliere ferito. «Due donne gli stavano accanto con profonda disperazione»; una era ancora giovane, poiché rappresentava la Chiesa albigese (Tolosa); l'altra era anziana e rappresentava la Chiesa valdese (La Molinera). Jauffre si avvicinò a quest'ultima e dichiarò di venire da Auger, spiegandole il suo scopo. Apprese quindi da lei che Taulat, o Innocenzo III, un cavaliere di audacia e forza straordinaria, era al tempo stesso mostruosamente malvagio e stava seminando devastazione nelle terre circostanti. I cavalieri accampati nelle tende erano valorosi cavalieri che, sperando di salvare il mondo, avevano osato sfidarlo; ma, sconfitti da lui, erano suoi prigionieri. «Così anche questi sono prigionieri di Babilonia, sfortunati che desiderano sfuggire alla schiavitù d'Egitto».

    «Il cavaliere, disteso sul letto, orribilmente ferito da Taulat, ha sofferto più di tutti per la sua malvagità. Prima di tutto, ha ucciso suo padre, senza motivo. (Raimondo VI, il Tiresia cieco di Dante, ucciso come sovrano da Innocenzo III e costretto a rinunciare all'albigesianesimo, subendo una morte ortodossa). Poi, muovendogli guerra (contro Raimondo VII, una guerra di brevi e bolle papali), si è impossessato di parte delle sue terre (per darle a Montfort), lo ha ferito più volte con una lancia, lo ha catturato e imprigionato in questo castello remoto. Per sette anni ha sofferto, disteso su questo letto. Non appena le sue ferite stanno per rimarginarsi, una volta al mese Taulat lo fa catturare dai suoi valletti e lo fa flagellare crudelmente finché il sangue non sgorga dalle ferite.»

    «Questo sfortunato cavaliere si chiama Mélian de Montmélier (dal provenzale mels o mielhs, migliore, e meiller, ottimo; questo nome è quindi equivalente a *meilleur* della montagna dei migliori o dei Perfetti). È il signore della terra dove risuonano tanti lamenti per la sua triste sorte. Buono, giusto e Perfetto com'era, i suoi sudditi lo amavano profondamente, e perciò piangono e si lamentano più volte al giorno; un dolore straordinario che conserveranno finché il loro sfortunato signore sarà il martire della ferocia di Taulat.» Il testo è di per sé molto eloquente.

     Jauffre non può attendere nel castello l'arrivo del tiranno; sarebbe una questione di vita o di morte per i suoi abitanti; ma se tornerà tra otto giorni, lo troverà sicuramente lì, poiché sarà trascorso un mese dalla sua ultima visita.

    «Mia Dama», gridò il figlio di Dovon, «la superbia uccide il suo signore, e per superbia, spero, cadrà Taulat (Estult il Fiero o l'Innocente III). Tra otto giorni sarò qui per combatterlo». E il coraggioso cavaliere, allontanandosi, si addentrò in un bosco per cercare riparo. Lì, accovacciata sotto un pino (all'ombra di un campanile piramidale, simile al pino), gli apparve davanti agli occhi una vecchia, orribile a vedersi, la cui «testa era più grande di un arco, con piccoli occhi infossati e lacrimosi (che necessariamente le offuscavano la vista), labbra nere, denti lunghi, braccia avvizzite, un ventre gonfio, unghie sproporzionatamente lunghe, ecc., ecc.». I suoi ispidi capelli bianchi erano coronati da una ghirlanda di verde (come una profetessa pagana), e indossava una camicia di cansil, una blusa di cendat rossa e un mantello scarlatto foderato di ermellino. Aggiungete a ciò una raffinata alba di lino, una talare di seta rossa e mantello scarlatto foderato di ermellino, ed ecco il costume completo dell'antica Chiesa romana.

   Cerca di far tornare indietro Jauffre, tentando di spaventarlo; ma lui non presta attenzione alle sue minacce. "Chi sei?" chiede. "Colei che vedi", risponde lei, e alzandosi, gli mostra la sua statura gigantesca. Ma è tutto inutile; Jauffre prosegue per la sua strada, tanto poco si cura della vecchia.

Giunto nei pressi della cappella di un eremita, un cavaliere nero, armato e in sella a un cavallo dello stesso colore, gli si avventò contro colpendolo con tale violenza da farlo cadere a terra insieme al suo destriero. Quando Jauffre si rialzò, spada in pugno, per vendicarsi, il suo nemico era svanito. Lo stesso gioco si ripeté più volte. Jauffre poteva anche aver trafitto con la sua lancia il corpo di questo sfuggente avversario, poteva anche averlo momentaneamente atterrato, ma quando credeva di doverlo finire, non lo vedeva più. E, non appena si rimise in sella, lo vide riapparire più temibile che mai. Così la battaglia continuò nell'oscurità, finché il buon eremita, infastidito dallo scontro d'armi, uscì dalla cappella cantando i Salmi (secondo il rito albigese, naturalmente). Allora il cavaliere nero scomparve nel mezzo di una tempesta, emettendo un grande grido.

    Jauffre, accolto dall'eremita, apprende da lui che il suo avversario, "il cavaliere nero, è un demone evocato dall'inferno da una vecchia orribile che deve aver incontrato. La vedova di un gigante deforme e malvagio (necessariamente un papa) che spopolò la terra per venti leghe intorno, questa vecchia, temendo per la sua vita e per quella dei suoi figli, evocò magicamente questi spiriti maligni, che da trent'anni veglia sulla campagna.

    Era dunque così difficile riconoscere in questo essere fantastico, "privo di carne e sangue", dice Fauriel, in questo spirito oscuro e malevolo evocato dall'inferno, onde 'nvidia prima departillo, il demone della calunnia? Colui che trasformò i dissidenti in manichei, gente persa nel vizio. Eppure nessuno ha ancora pensato di dargli un nome. Quale nemico è più oscuro, più sfuggente della calunnia, contro la quale ci si difende invano, che cresce sempre più forte e ti colpisce con colpi sempre più terribili proprio quando pensi L'hai sconfitto?

    Jauffre apprende anche che la vecchia della foresta, colei che ha scatenato il demone oscuro della calunnia contro i poveri Albigesi, ha due figli; ora, uno di loro non è altri che il fanatismo romano, il gigante lebbroso, che il cavaliere ha giustamente ucciso nel castello incantato, dove si era bagnato nel sangue. Quanto all'altro, che è appena partito dopo aver saputo della morte del fratello, lo vedremo presto comparire.

    Otto giorni dopo questa gloriosa avventura, Jauffre, che, grazie a Dio, si è dimostrato valoroso contro la Chiesa ortodossa e i suoi sostenitori in tutte le loro forme, si mette in cammino per combattere Taulat. L'eremita ospedaliero, non meno fervente adoratore del Paraclito di lui, implora lo Spirito Santo di proteggerlo dalla vendetta del mostro. Non appena il figlio di Dovon ha cavalcato per un'ora, vede avvicinarsi il gigante, questo secondo figlio della vecchia, forse il maggiore, visto che è monachesimo. Eterno rapitore di giovani uomini e donne, questo Morhout aquitano, rapisce una fanciulla che grida disperata. Ella ha buone ragioni per non voler entrare in convento, poiché è la figlia di Auger, il valoroso gentiluomo albigese. Jauffre si avventa sul gigante e, inutile dirlo, alla fine trionfa, non senza difficoltà; poi, fedele al suo principio di non concedere ai nemici alcuna possibilità di riprendersi, o almeno di rimanere in piedi, gli taglia entrambi i piedi, come aveva fatto al signore al servizio della Chiesa cattolica romana, vale a dire, lo priva delle sue proprietà terriere e di tutti i suoi diritti temporali.

    Dopo questa prudente operazione, ripartì con la fanciulla appena liberata e giunse al castello di Rugimont. Proprio in quel momento, il feroce Taulat aveva appena fatto legare lo sfortunato Raimondo Mélier "a un palo, per frustarlo e riaprirgli le ferite". "Deponete le armi e arrendetevi!" gli urlò Taulat. «No», rispose il figlio di Dovon, «sono qui per questo cavaliere che i vostri scapoli stavano per sconfiggere». Questi scapoli erano quantomeno dottori in teologia, se non prelati.

    A queste parole, Taulat si infuriò, accettando la sfida e rifiutandosi di combattere se non con lancia e scudo, ovvero con argomentazioni teologiche e l'autorità delle chiavi; del resto, queste armi gli erano bastate "per sconfiggere e conquistare cinquecento cavalieri più valorosi di Jauffre".    

     I due campioni si lanciarono l'uno contro l'altro. Entrambi furono disarcionati, tanto fu terribile l'impatto; ma Jauffre si rialzò illeso, mentre la sua lancia aveva frantumato lo scudo con le due chiavi e si era conficcata nel fianco dell'avversario.

    "Santa Maria (Madonna in catedra, Nostra Signora di Tolosa e Mantova)", gridarono i prigionieri del tiranno, "oggi umilia il tradimento di Taulat e distruggi questo orgoglio che è tanto durato!".

    Taulat, atterrato, implorò pietà, quando Jauffre, spada in pugno, si avventò sul fiero signore di Rugimont, immobilizzato a terra come un rettile. Si tratta dello stesso paragone con i serpenti che Dante adottò per rappresentare i cattolici. "La mia grande follia mi ha ucciso", gridò il vinto; e il vincitore pronunciò un bel discorso sulla sua presuntuosa superbia, che sarebbe stata "prima o poi punita dai valorosi cavalieri della Tavola Rotonda". Concluse, tuttavia, concedendo a Taulat la vita, a condizione che si sottomettesse alla clemenza di Re Artù, così gravemente insultato da lui, come tanti imperatori erano stati insultati dai pontefici romani.

    Infatti, non appena la ferita gli permise di essere trasportato, Taulat partì per Cardeuil, scortato da Mélier de Montmélian e dai cinquecento cavalieri liberati con lui. Giunto al cospetto della regina bretone Gilamier e dell'intera corte, Mélier consegnò il suo messaggio e Taulat, disteso sulla sua lettiga, fece la sua confessione papale in questi termini: "Confesso di aver sofferto di gran follia e gran superbia (ero veramente Estult il Superbo); ma un medico (un guaritore aquitano) venne da me e mi guarì da entrambi i mali". Quindi implorò la clemenza del potere temporale, che gliela concesse.

    Ma Mélier, che aveva subito la vergogna fisica [honte corporelle], insistette, come era suo diritto, affinché il tiranno caduto fosse sottoposto a un processo formale, e la sentenza fu pronunciata in questi termini:

    "Taulat sarà consegnato a Mélier, il quale, ogni mese per sette anni, lo farà legare allo stesso palo e flagellare dagli stessi contadini; la corte, tuttavia, gli concederà la facoltà di perdonarlo". Riuscite a immaginare Raimondo VII che fa fustigare il Papa dagli stessi legati che gli avevano inflitto tale umiliazione?

   Nel frattempo, Jauffre aveva lasciato Rugimont per recarsi alla dimora del nobile Auger. Il vecchio gentiluomo, con il cuore spezzato per la perdita della figlia, rapita dal gigante, fu felicissimo di vederla riportata sana e salva dal figlio di Dovon. Avrebbe voluto trattenerlo, ma «il suo cuore lo spingeva verso Montbrun», quindi Jauffre ripartì il giorno seguente, scortato dal suo ospite e dai suoi due figli, con i quali cavalcava, conversando di Brunissens.

     La bella dama, sconvolta dalla fuga del cavaliere, aveva inviato il suo siniscalco con l'ordine di trovarlo a tutti i costi e riportarlo da lei. Lui, che si trovava alla corte di Artù quando Mélier arrivò, non appena seppe che il cavaliere addormentato nel frutteto era il liberatore dei Perfetti, corse a Montbrun, informò la sua dama dei meravigliosi eventi di cui lei non era a conoscenza e le consigliò di andare in grande stile con cento damigelle incontro al vincitore di Taulat. Cosa che fece con tutto il cuore.

    Questa volta, Jauffre riceve un'accoglienza ben diversa al castello di Montbrun rispetto alla prima volta. Viene onorato con grande riguardo e il suo amore è naturalmente ricambiato dalla bellissima dama di corte. Si sono appena scambiati le promesse nuziali quando viene annunciato l'arrivo di Mélier, signore di Brunissens. Il Perfetto signore interviene per decidere e promuovere l'unione dei due Perfetti amanti e, non incontrando particolari difficoltà nelle trattative, i due partono presto con un numeroso seguito per recarsi alla corte di Cardeuil, dove si celebrerà il matrimonio.

    Ma, lungo il cammino, Jauffre deve portare a termine con successo un'ultima avventura. Deve immergersi a sorpresa nelle acque della fontana di scienza o conoscenza [fontaine de science], come Dante nell'Eunoè, e, come lui, in compagnia di due dame, indubbiamente parenti strette di Matilde e Beatrice. Questo bagno è un preludio essenziale per permettergli di lottare ancora una volta per una di queste dame perseguitate. L'autore la chiama la Fata di Gibel, senza dubbio per ricordarci i legami che univano la chiesa settaria di Sicilia, l'amata figlia di Federico II, a quella di Provenza o di Brunissens. Ora, questa fata è esposta, nella sua persona e nei suoi domini, alla brutale violenza di un cavaliere la cui perversità eguaglia la sua bruttezza, ed è su Jauffre che giustamente ripone la sua fiducia per essere salvata da questo pericolo.

    Questo cavaliere è l'epitome della fellonia, del tradimento, ed è infatti chiamato il Fellone di Albarua, ovvero Fulco di Marsiglia, il trovatore apostata, che divenne il vescovo persecutore di Tolosa e il santo patrono di San Domenico; il Fellone che abbandonò la via bianca dei puri, alba rua, la via seguita, con Goffredo di Buglione, dai Cavalieri del Cigno, e passò dai bianchi ai neri. È "un mostro che sogna solo complotti e azioni malvagie"; La sua bruttezza è orribile, poiché "ha la testa di un toro o di un cavallo" (allusione alle due corna della mitra e al Campidoglio di Tolosa); inoltre, come ci si aspetterebbe, ha labbra spesse e nere, denti grossi e storti, ecc., tanto da "terrorizzare tutti".

    Jauffre lo vede "avvicinarsi silenziosamente", a caccia con un astore "dal collo sottile, dal becco grosso e affilato come un rasoio, dalle ali lunghe e dalla coda lunga", indubbiamente paragonabile a quello che Dante attribuisce al suo Minosse. Il rapace, liberato dal suo padrone, compie un lungo giro e presto, levandosi molto in alto, sembra precipitare dal cielo su innocue gru che, "tremanti di terrore al suo grido terribile, nascondono la testa nell'erba e, immobili, si lasciano uccidere e catturare dai compagni di Felon", o dai Domenicani.

    Forse varrà la pena ricordare che Dante, dopo aver travestito San Domenico da demone, nelle sembianze di Minosse, paragona alle gru dal piumaggio misto bianco e nero i fedeli dell'amore costretti a seguire, cantando i loro lamenti, Semiramide, la meretrice di Babilonia, o la Chiesa romana, che libito fe licito in sua legge.

    Questo feroce cacciatore, la fata di Gibel, che viaggiò dalla Sicilia alla Linguadoca, per poi tornare in Lombardia, non era altro che un "furfante destinato a essere il servo dei più vili mascalzoni del suo esercito" di crociati. Ma il suo orgoglio fu presto umiliato da Jauffre, che aveva assistito alla Messa dello Spirito Santo e aveva offerto sette marchi d'argento per la cassa comune dei poveri di Dio.

    La battaglia tra i due ebbe luogo nella regione albigese, precisamente "nel prato dove l'astore aveva cacciato le gru", e Félon, gravemente ferito, fu costretto a implorare pietà. Dovette "arrendersi alla dama che aveva tanto oppresso", rinunciando così alla fede cattolica e consegnando, come riscatto, al suo vincitore "l'astore, il cacciatore di gru". Quindi, come gli altri vinti, sarebbe stato alla mercé di Re Artù. San Domenico è ora in buone mani.

    È quasi impossibile, lo ripetiamo, non riconoscere in questo signore traditore il famoso vescovo di Tolosa, Fulco di Marsiglia, l'ex trovatore ritratto da Dante nel suo Paradiso, tra due prostitute, per essere diventato l'implacabile persecutore dei suoi ex fratelli e il nemico del suo generoso signore, Raimondo Berenger. Il suo uccello da caccia non può che essere San Domenico. Questa è, senza dubbio, solo un'ipotesi, come dicono gli studiosi, ma quante probabilità supporta, secondo tutto ciò che precede! In ogni caso, lasciamo umilmente a persone più erudite il compito di risolvere la questione, dopo un attento esame, attendendo il loro parere motivato su questo punto, come su molti altri. Senza dubbio, questa volta non sosterranno che ci vorrebbero anni per verificare le nostre prove; non devono condurre lunghe ricerche; il romanzo da cui traiamo queste idee è molto facile da consultare e, inoltre, è tradotto in un francese eccellente.

    Jauffre ha ormai trionfato su tutti i nemici della sua amata  dama di chiesa e può quindi presentarsi con sicurezza con lei alla corte di Artù. Arriva lì Infatti, il giorno dopo la sua ultima vittoria, fu ricevuto dal re a braccia aperte. Infine, il suo matrimonio con Brunissens fu benedetto dall'arcivescovo gallese, ovvero dal vescovo albigese del Galles, quella terra druidica convertita da Tristano, il Povero di Lione, alla religione d'amore.

    Ma poi, nel bel mezzo dei festeggiamenti successivi alla cerimonia nuziale, si levò il grido di battaglia! Artù stava per combattere contro un uccello gigantesco, causa di questo improvviso allarme, quando all'improvviso si sentì "afferrato per entrambe le braccia con i suoi artigli e sollevato in aria". L'uccello mostruoso lo portò via a perdita d'occhio, poi lo lasciò cadere, salvo poi riprenderlo prima che toccasse terra e appollaiarsi con lui in cima a una torre. Da lì, librandosi verso la foresta, fece una lunga deviazione e riportò il re a palazzo, dove fu trasformato di nuovo nel bel mago che tutti conosciamo.

    Artù, che comprende l'importanza di guardarsi da una certa figura potente con artigli affilati, abituata a giocare à la paume [Un gioco (antenato del tennis) praticato al chiuso, che consiste nel colpire una palla avanti e indietro attraverso una rete usando una racchetta e secondo determinate regole.] con i re, accoglie questa seconda versione di un simile e piacevole scherzo con la stessa benevolenza dimostrata a Pentecoste, e perdona questo astuto stratagemma allegorico, che riproduce, quasi identicamente, nel suo epilogo, il pensiero così audacemente messo in atto all'inizio del poema.

     Il giorno seguente, i due novelli sposi lasciano la corte di Cardeuil, deliziati da una felicità dovuta alle sofferenze passate (da qui l'espressione "car ou cher deuil", che significherebbe più o meno "per il caro lutto"), accompagnati da "tutto il popolo di Mélian, che la fata di Gibel attendeva nel prato per colmarli di doni". Era il minimo che la figlia di Federico II facesse qualcosa per i Perfeti della Linguadoca. Così, ricompensati per la loro perfezionismo, "riportarono trionfalmente la bella coppia al castello di Montbrun".

    In questo poema epico cavalleresco, M. Mary Lafont individua "un gioiello sconosciuto". "Gli appare come 'un chiosco di Smirne o Granada'. Infine, secondo lui, 'la società feudale prende vita nella sua interezza, mentre allo stesso tempo si ritrovano più echi delle Mille e una notte'". Quanto all'ipotesi che uno dei grandi eventi dell'epoca feudale potesse essere servito da testo per questa creazione fantastica, il traduttore non la prese in considerazione.

    Dotato di un occhio penetrante, Fauriel non poteva sbagliarsi sull'essenza allegorica di quest'opera straordinaria. «Al centro di tutte queste meravigliose avventure», disse, «si cela un'idea seria legata a eventi reali. Si potrebbe dire che l'autore, sebbene forse senza un'intenzione esplicita e in modo vago, abbia personificato in Taulat la forza e l'autorità brutali, come quelle che si vedevano spesso a quei tempi, opprimere e sconvolgere la società; e in Jauffre, il Genio della cavalleria lotta contro questa forza perversa.

    Se il dotto professore avesse penetrato la vera causa di «queste lamentele grida pronunciate nel castello di Montbrun», una causa che egli trova «ben al di sotto delle aspettative poetiche», sarebbe stato immediatamente sulla strada giusta e, con un'autorità ben più imponente della nostra, non avrebbe esitato a proclamare il pensiero albigese come fonte d'ispirazione per un Poema in cui, come in quelli di Tristano e Ferbrace, si riproduce l'antagonismo delle due chiese rivali.

    Se osassimo, in conclusione, esprimere la nostra opinione sull'autore del romanzo che abbiamo tentato di interpretare, diremmo che, per noi, è la stessa persona che ha scritto la cronaca in rima della guerra albigese, abilmente attribuita a Guglielmo di Tudela. Voleva raffigurare ciò che lui stesso aveva vissuto, ritraendo Jauffre, inizialmente sopraffatto da un sonno plumbeo, risvegliato dal suo torpore solo dal tumulto di grida e singhiozzi di disperazione. Anche lui, infatti, avrebbe iniziato la sua cronaca in rima sotto l'influenza di un sonno ortodosso, che Dante paragonò alla morte; poi, cessata questa irresistibile influenza, avrebbe continuato la sua opera con uno spirito completamente diverso, quando, tra le urla e la carneficina, tra il sibilo delle fiamme divoratrici, il cristiano coscienzioso, il patriota, improvvisamente si schierò dalla parte delle vittime e si risvegliò Albigese.



[1] Guillaume d'Orange (Guglielmo d'Orange), notò anche come Guillaume Fièrebrace ou Guillaume de Rodès ou Guillaume au court nez [Guglielmo dal Naso Corto]  ma anche Guillaume au Cornet. è un personaggio della letteratura medievale che compare in diversi poemi epici o chansons de geste legate al ciclo carolingio (Geste de Garin de Monglane), in cui è il figlio di Aymeri di Narbonne.

Guglielmo è un personaggio molto impetuoso che si distingue in numerose e particolarmente brutali battaglie contro gli eserciti saraceni. È completamente devoto all'imperatore Ludovico. Durante un duello contro il campione saraceno re Corsolt, in difesa di Roma, gli viene mozzata parte del naso, guadagnandosi il soprannome di "Guglielmo dal Naso Corto".

V. https://fr.wikipedia.org/wiki/Guillaume_d%27Orange_(chanson_de_geste)


Guglielmo d'Orange sconfigge il gigante Isoré, affresco nella Torre Ferrande di Pernes-les-Fontaines.

2 di 4: https://marcopugacioff2.blogspot.com/2026/04/i-misteri-della-cavalleria-dellarnoux-2.html 

Marco Pugacioff

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I misteri della Cavalleria dell’Arnoux 4 di 4

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