L’origine persiana di un racconto del Novellino
Vorrei fare una appendice al mio scritto Bushâq, il ghiottone Poeta eumorista persiano (15° secolo dell’Era volgare) Nicola Pizzi, aveva già contemplato un precursore della Commedia di Dante nel « Libro di Arda […] che procurò all’Italia il maggior monumento della sua poesia…» vedi a pagina 6 del suo primo libro sulla Storia della Poesia Persiana, e poi aveva scovato nel secondo libro anche un’origine persiana di un racconto del Novellino. Leggiamo le sue note…
Illustrazione tratta da The Novellino of Masuccio - Now First Translated Into English - Masuccio (Salernitano) Londra 1895
Dal paragrafo 86 (pagina 330 del secondo libro)
Saad ul-Veravini, poeta e prosatore del secolo settimo dell'Egira, (tredicesimo dell'Era nostra), […] Veràvini, adunque, era cosi chiamato perchè nativo di Veravi o Verâvin, piccola e amena città dell'Azerbîgian tra Ardebil e Tebriz, posto in territorio fertile e ricco d'acque, ma d'aria insalubre. Egli v'incominciò i suoi studi, e dalla serie delle opere che formavano la sua delizia, s'intende che prediligeva le storiche e quelle di favole e di racconti.
Volle anche tentar la poesia, e si dice ch'egli volesse imitar Khaqani [( Afzal ud- Din Ibn Ali Naggiûr Khaqani), poeta lirico] di cui allora suonava alta la fama recente ;
[…]
Veràvini appartiene a questa classe di scrittori che amano lo stile florido e artifiziato nel quale molti pregi si trovano accanto a difetti grandi. Però egli è leggiadramente fine ed elegante nella maniera sua di concepire e di esprimere, felice nel descrivere e nel narrare, vivace e spigliato nel dialogo dei diversi personaggi, o veri o immaginari, onde la lettura sua piace e diletta.
[…]
Verâvini somiglia anche a Nasr-ullah di cui sembra un imitatore quanto allo stile, e come lui riesce lezioso sovente e reca fastidio col dire e due e tre volte e anche quattro, per sinonimi e per frasi equivalenti, le stesse cose in uno stesso periodo. Anche è non poco verboso e prolisso, quasi non si appaghi mai di ciò che ha detto, come se non fosse adeguatamente espresso però vi ritorna su volentieri. E qualche immagine sua è veramente stramba e ridevolmente concepita e foggiata, sebbene di ciò abbia la maggior colpa il gusto dei tempi che richiedeva questi modi e atteggiamenti del pensiero.
I suoi racconti poi (o forse cotesto va detto più per l'autore primo che per Veràvini) sono alcuna volta puerili, ma bene spesso, anzi per lo più, di senso acuto e di significato profondo, tolti, come sono, dalla vita dei bruti non solo, ma anche da quella degli uomini, spesso anche dalle credenze popolari e dalla vecchia mitologia iranica. Molti poi toccano alcuni principi e alcuni personaggi del tempo dei Sassanidi, che è il tempo al quale, con predilezione manifesta, l'autore tien rivolto lo sguardo. Nel nono capitolo mostreremo anche come alcun suo racconto che daremo tradotto nell'appendice, si trovi tale e quale nel nostro Novellino.
Prosegue poi…
Paragrafo 95 (da pagina 482)
Che molte favole e novelle sian venute d’Oriente, è cosa omai tanto nota che non vuol essere dimostrata ; vediamo, invece, se la forma che hanno presso di noi, ritiene ancora alcuna traccia della forma orientale , secondo quel principio che, quando viene la sostanza, la forma la segue da sè. Favole e novelle, quasi tutte d'origine indiana, son passate in Occidente nel Medio Evo per mezzo dei Persiani in versioni arabe, persiane, greche, ebraiche, e alcune se ne trovano fra quelle narrate dal Boccaccio, altre fra quelle che lo stesso divino Ariosto ha inserite nel suo poema. Ma nel lungo viaggiare e andare errando, talvolta esse si sono trasfigurate nel soggetto e nei particolari di tal guisa che ora l'occhio acuto del critico a grande stento giunge a riconoscerle. Altra volta, invece, tanto è rimasta fedele la tradizione al racconto originale e primitivo, che l'occidentale sembra mera e genuina traduzione del racconto orientale.
Veggasi, per esempio, la favola dell'usignuolo che Francesco del Tuppo, del secolo decimoquinto, ha inserita nella sua raccolta di favole detta l'Esopo, e si confronti con la novella persiana, i Consigli dell'augelletto, che trovasi nel poema mistico persiano la Cobla spirituale, di Rumi, e che noi abbiam data tradotta nell'appendice alla poesia mistica. Si vedrà quanto somiglino i due racconti lontani, derivati ambedue da una fonte, che il Teza ha trovato essere indiana, intanto che Gastone Paris ne ha data fuori una traduzione francese del decimoterzo secolo, col titolo : Il laio dell'augelletto . Nell'appendice alla poesia morale o gnomica, tra gli esempi di favole e novelle, abbiam riferito anche la novella dei tre sozi malandrini che trovasi nell'opera persiana il Libro di Merzbàn e di cui è quasi traduzion letterale un racconto del nostro Novellino, quello in cui si narra di tre scherani che si diedero la morte l'un l'altro per l'avidità dell'oro.
96. Ma ciò che importa a noi, si è il toccar della somiglianza delle forme. Per il qual punto si può dir subito che quel vecchio disegno dei libri di novelle indiane, secondo il quale, nella cornice di un racconto unico fondamentale, si trattano in tanti capitoli diversi altrettanti punti di morale, e la verità delle dottrine esposte bellamente vi si dichiara per acconcie narrazioni; questo stesso disegno, diciamo, è rimasto pur sempre quello anche presso i nostri scrittori di novelle. Anche l'intralciarsi artificioso delle diverse narrazioni che troviam presso i nostri, è abito costante dei libri orientali di novelle. Veggano ora quelli che hanno conoscenza della letteratura provenzale e della francese, se questo particolare si trova anche là, perchè, quanto a noi, non possiam ricordare che il Decamerone del Boccaccio. Del resto, dice il Bartoli, il concetto del raccogliere, del comporre in un insieme organico fatti per loro natura diversi, fu comune nell'età di mezzo, derivato, aggiungiam noi, dall'Oriente . Perchè questo medesimo, prima assai del Boccaccio e degli altri nostri, hanno fatto tutti gli scrittori di novelle, persiani e arabi, e per i persiani, veggasi il Libro di Merzbân, di Veravini ; il Roseto e il Verziere, di Saadi ; gli Splendori del Canopo, di Huseyn Vâiz, tutti libri di favole e di novelle, condotti appunto secondo quel concetto. Ma il concetto o disegno primitivo è indiano, del Panciatantra, dal quale giá sappiamo esser discesa tanto grande famiglia di libri di novelle. È poi certo che l'antica e primitiva spartizione del Panciatantra e delle sue prime versioni orientali era fatta secondo certi punti di morale pratica, considerati e svolti in appositi capitoli a parte, con racconti e aneddoti piacevoli, intanto che un solo e unico racconto fondamentale induce unità nel libro. Che questo particolare concetto assai presto sia passato in Occidente, s'arguisce anche dal libro, già tante volte ricordato, d'Ibn Zafer, arabo siciliano, che nei suoi conforti politici trattò cinque punti di morale e di religione per altrettanti capitoli, pieni di novelle e di storie persiane e di favole d'animali. Egli era del secolo dodicesimo. Anche Pietro Alfonso, ebreo spagnuolo convertito, vissuto verso la fine del dodicesimo secolo, componendo in latino la sua Disciplina clericale, a conforto delle varie dottrine esposte la riempi di racconti d'origine orientale, egli che conosceva i libri arabi, come s'intende dalle prime parole del suo libro che ebbe subito favore grandissimo in tutto l'Occidente cristiano, dove fu tradotto anche in francese e in guascone fin dal tredicesimo secolo. E tacciamo delle tante versioni ebraiche, latine, spagnuole, francesi, tedesche, fiamminghe, italiane, che in quel tempo, sotto nomi diversi, furon fatte per tutto l'Occidente del libro indiano pervenuto fino a noi, per le versioni arabe e greche, sotto il noto titolo di Libro di Kalila e Dimna.
97. Ma ben presto l'intento morale fu abbandonato, e allora i libri di novelle non furon che raccolte di narrazioni curiose, distribuite non più secondo certi punti di morale, ma secondo la natura e la qualità dei fatti e delle persone. In Persia ciò fu fatto assai per tempo, e il primo a darne l'esempio crediamo esser stato Aufi, un erudito e letterato di poco genio, che visse intorno al principio del secolo decimoterzo. Ecco intanto che questo è appunto il disegno del Decamerone, che, ponendo un racconto fondamentale, narra curiose avventure secondo certe categorie, stabilite secondo le qualità dei fatti e delle persone, non più secondo alcuni punti di morale. Questo stesso è il disegno del Novellino di Tommaso Guardati, detto Masuccio Salernitano, che divise l'opera sua in cinque libri classificandovi i racconti secondo certi ceti di persone e certe qualità di avvenimenti.
Ma torniamo alla fonte di un racconto del novellino
Favola dei tre sozi malandrini.
(da pag. 377)
Il sapiente Mihrân-beh disse : Ho inteso dire che una volta tre malandrini che assaltavano le strade , fecero società fra loro e che per molti anni, alle svolte delle vie dei Mussulmani, senza misericordia, ponevano loro agguati ; anzi, come gli accidenti della fortuna, tutte assalivano le carovane d'indole pacifica.
Ora, nei dintorni di una città, essi arrivarono un giorno a certe rovine deserte, quali la volta azzurra del cielo, al volgersi oltraggioso del destino, aveva tutte guaste, e là, tra le pareti che erano addossate e riverse come ubriachi satolli , di cui l'uno appoggia i piedi al capo dell'altro, guardarono attentamente. Sotto una pietra trovarono una cassettina piena d'oro e ne furono molto allegri e contenti.
Deputarono poi uno di loro, dicendo : Ora ti si conviene andare in città e recarci da mangiare, chè noi ne approfitteremo.
Il misero si affretto nell'andare ; andò e comprò da mangiare. Intanto, il mal talento dell'avidità, che si ciba di morti ed è micidiale, l'indusse a questo di gettar qualche parte di veleno mortifero in que' cibi, col pensiero che gli altri due ne avrebbero mangiato e ne sarebbero morti, intanto che le trovate ricchezze sarebbero rimaste a lui.
La stessa cagione del desiderio delle ricchezze mosse anche gli altri due a voler toglier di mezzo la presenza uggiosa di colui che avevano mandato alla città, per spartir poi fra loro ciò che avevano trovato. Quello intanto ritornò e portò il cibo, e gli altri due levatisi tosto, lo strangolarono e lo fecero morire. S'accostarono poi al cibo, ne mangiarono e ne morirono.
(Strofa).
Moneta non cercar di torre ad altri,
Chè di te stesso sei ucciditore ;
Non cercar suppellettili o ricchezze,
Chè di te il ladro già ti sta nel core.
Come nota Pizzi scrive “Abbiamo recato questo racconto, che in sé ha poco valore, soltanto perché si trova tale e quale per due volte nel Novellino.”
Marco Pugacioff
[Disegnatore di fumetti dilettante
e Ricercatore storico dilettante, ma non blogger
(Questo è un sito!)]
Macerata Granne
(da Apollo Granno)
S.P.Q.M.
(Sempre Preti Qua Magneranno)
11/07/’26
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