Visualizzazioni totali

sabato 18 aprile 2026

I misteri della Cavalleria dell’Arnoux 4 di 4

 

I misteri della Cavalleria dell’Arnoux

di Marco Pugacioff

4 di 4 

3 di 4: https://marcopugacioff2.blogspot.com/2026/04/i-misteri-della-cavalleria-dellarnoux-3.html 

 

Tratti commoventi di trovatori e cavalieri.

 

        "Secondo il signor H. Martin, la vita dei trovatori [trobadours] era più vivace e brillante di quella dei menestrelli [trouvères]; la tradizione ha tramandato le avventure più o meno autentiche di molti di loro con una cura che non si riscontrava al Nord per i loro rivali." Questa differenza deriva dal fatto che l'eresia era molto più diffusa e popolare nel Mezzodì che al Nord. Se dobbiamo credere all'eminente storico, anch'egli ingannato dal miraggio cavalleresco, "il puro amore dell'anima, lo spirito della vita interiore e contemplativa applicato alla passione, esisteva altrove che nei libri". Quali prove offre per "dimostrare il grado di esaltazione morale a cui un tale ideale poteva condurre"? Cita la storia del trovatore Goffredo di Rudel [Troubadour Geoffrey Rudel]. «Innamorato della contessa di Tripoli, unicamente per la fama delle sue virtù, la rese l'unico pensiero della sua vita, attraversò il mare per trovare la sua dama in Siria; ma colpito da una malattia mortale durante la traversata, non poté sopportare le emozioni del suo primo, unico, incontro con la contessa. Morì ai suoi piedi. Lei entrò in convento quello stesso giorno.»

 


Goffredo muore tra le braccia della contessa

Da: https://www.treccani.it/enciclopedia/jaufre-rudel/

 

         Fauriel non è meno commosso dall'amore devoto di Goffredo di Rudel. Secondo lui, «è tra la classe media dei cavalieri che bisogna cercare, nonostante il suo titolo di principe, questo Goffredo di Rudel». Perché, se ha preso per buone le parole dell'autore di un simile racconto, in sostanza, non fidarsi di lui per quanto riguarda i dettagli? L'eroe dell'avventura era effettivamente il principe di Blaye; sì, ma lo era nello stesso modo in cui lo era Orlando, come Bègue era il signore di Bélin. Come abbiamo già spiegato, era un vescovo albigese, e di conseguenza un principe di Merci.

La bella contessa, oggetto del suo amore, apparteneva alla casata di Tolosa, poiché Tripoli in Siria, conquistata dai crociati nel 1109, era stata elevata a contea da Bertrand, figlio di Raimondo di Saint-Gilles. La dama non era quindi una povera figlia dei tessitori [tisserends] delle Fiandre o dei paulianisti [poblicans[1]] di Vézelay o Montwimer; era una nobile e virtuosa donna di chiesa albigese, fondata in Siria da quei trovatori provenzali che avevano accompagnato i crociati. Aveva quindi mantenuto frequenti contatti con i suoi fratelli e sorelle nel Mezzodì della Francia, specialmente con i capi della sua illustre famiglia. Di conseguenza, il principe-vescovo di Blaye, edificato dalla sua corrispondenza e ricevendo solo buone notizie su di lei, si innamorò presto di lei. Iniziò quindi, per sostenerla nel cammino della salvezza, a celebrare le sue virtù in numerose composizioni poetiche. Ma, stranamente, la dama, originaria di Tolosa, non conosceva la lingua della sua terra natale; I versi del suo pastore-amante dovevano esserle "cantati da un interprete, perché", disse, "sono in lingua romanza [en langage roman.]".

         Cosa poteva dimostrare meglio che la Chiesa di Tripoli era un'entità collettiva, visto che era evidente che la maggior parte dei fedeli d’amore in Siria, siano essi nativi o crociati del Nord, recentemente convertiti all'albigesianesimo, non capivano la poesia provenzale? Ciononostante, spinto dall'eccesso del suo zelo apostolico e desideroso di giudicare personalmente i progressi di questa chiesa d'oltremare, il principe-vescovo si imbarcò per l'Oriente. Si ammalò gravemente durante il viaggio, ma ebbe la fortuna di arrivare ancora vivo e in tempo per morire tra le braccia dei suoi compagni di fede, della sua dama di Chiesa o dama parrocchiale [dame-église]. La bella dama di nobili origini di Tolosa gli rese l'ultimo saluto, dopo avergli scambiato un bacio di consolazione, e poi si ritirò nel dolore causato da una perdita così crudele. Ma il luogo di sepoltura è degno di nota: fu "tra i Templari di Tripoli che lo fece seppellire con grande sfarzo".

          Vi aspettavate forse che questa edificante storia venisse narrata con squilli di tromba nelle piazze pubbliche durante l'apice del dominio papale? I trovatori hanno poeticizzato l'evento secondo il loro metodo ordinario, ed è per questo che ancora oggi suscita l'ammirazione dei cuori teneri ed è citato da scrittori seri.

         Lo stesso accadde per l'avventura di Guillaume de Balaun, a cui venne strappata un'unghia per ottenere il perdono della sua dama di chiesa [dame-église], Guillelmine de Taviac; per quella di Pierre de Barjac con una nobile dama di Javiac che, avendo preso un altro amico, fu da lui invitata ad accompagnarlo davanti a un prete, affinché entrambi potessero essere assolti. Lo stesso vale per quella di Pierre Vidal con una dama della diocesi di Carcassonne; è troppo curiosa e troppo significativa per non essere raccontata.

          Innamorato di una donna di nome Louve (Loba) de Penautier, di cui le tenere instanze non riuscì ad ammorbidire il cuore, decise di farsi chiamare Lupo [loup] in suo onore; inoltre, si coprì con una pelle di lupo e si mise a vagare per i boschi e le pianure. Ma accadde che i pastori iniziarono a inseguirlo con i loro cani. "Lo inseguirono fino in montagna", racconta l'abate Millot, "lo braccarono e lo trattarono così male che fu portato dalla sua amante; perché si era rifiutato di liberarsi dei cani finché non avesse sopportato a fondo i loro morsi. La moglie e il marito si presero cura della sua guarigione". Ma erano ben lungi dal "ridere della sua pietosa follia", come dice l'abate-filosofo, che vi scorge "un'avventura quasi incredibile".

        Ciò che "sarebbe per lui la prova definitiva della follia" viene, come sempre, ridotto ad allegoria. L'apostolo albigese, Pierre Vidal, incontra grandi difficoltà nel convertire la parrocchia di Penautier, poiché questa riconosce, come cattolica, la suprema autorità della lupa romana. Ricorre quindi al solito stratagemma dei suoi correligionari, lo stesso che Dante non esitò a impiegare con la superiorità del genio; questo stratagemma si può riassumere in questi semplici termini: Vidal si traveste da cattolico e si finge lupo [fit loupe], fingendo ortodossia. Riesce a tal punto da ingannare i suoi correligionari. Denunciato da loro come apostata, diventa bersaglio degli attacchi dei pastori albigesi e dei loro cani, vale a dire i loro fedeli. Non riconosciuto, calunniato, in altre parole, fatto a pezzi, di sua spontanea volontà, trovò infine rifugio nella parrocchia di Penautier, che, mobilitata con tale zelo e abilità nella religione d'amore, leniva le ferite del falso lupo attraverso la sua conversione. Inoltre, il marito della bella dama, il suo parroco, abiurando la fede cattolica romana, completò il trionfo del missionario.

        Venti storie di questo genere differiscono solo nella forma e non avevano altro scopo che quello di suscitare zelo narrando i progressi della fede. Le biografie dei trovatori, così come ci sono giunte, a un esame più attento, non sono altro che leggende dei santi albigesi.

         È pura leggenda, un mito settario, questa avventura del Perfetto trovatore Guillaume de Cabestaing, perdutamente innamorato di Sermonde, moglie di Raimondo di Rossiglione, suo signore, uccisa dal marito geloso, che gli strappa il cuore e lo dà alla dama da mangiare. Questo mito viene riprodotto fedelmente nella storia del signore di Coucy e di Gabrielle de Vergy. Fauriel, insieme a molti altri prima e dopo di lui, avrà qualche dubbio su "certi dettagli", ma vi dirà "che non c'è motivo di contestarne la sostanza". Nessun motivo, santo cielo! Evidentemente non aveva letto la Vita Nuova di Dante, dove il grande pastore fiorentino riproduce lo stesso simbolo in modo identico nel sonetto che indirizza a tutti i fedeli d’amore.

          Nulla sarebbe più facile che svelare qui l'enigma; ma dobbiamo lasciare qualcosa da indovinare agli studiosi. Non ci hanno dimostrato abbastanza simpatia da obbligarci a completare la loro istruzione.

 

Gerardo del Rossiglione o de Viane (Vienne in Dauphiné).

 

         La nostra intenzione era di dedicare qui spazio all'analisi di uno dei nostri poemi epici più antichi. Avrebbe messo in luce, con non minore chiarezza delle analisi precedenti, la vera missione del vero eroe, celato sotto i nomi di Girart de Rossillon[2] e Girart de Viane. Nulla sarebbe stato più semplice che riconoscere in questo presunto barone feudale – sette anni signore potente e orgoglioso, sette anni umile e povero carbonaio, sette volte sconfitto e sette volte vittorioso, fondatore di sette monasteri, marito di una donna umile e gentile, amico per amore di sua sorella, potente regina e figlia di un imperatore, ecc., ecc. – la vera incarnazione dell'apostolato albigese in gran parte della Francia. Ma questa interpretazione ci porterebbe, per il momento, a dilungarci eccessivamente.

       Pertanto omettiamo quest'opera; e ciò è tanto più gradito in quanto un onorevole studioso – perché è modesto – il signor Mignard, autore di alcune memorie davvero affascinanti sui Templari, ha appena pubblicato un'ottima edizione di questo romanzo, basata sui manoscritti di Parigi, Sens e Troyes. Questa versione, scritta in un francese più moderno rispetto all'edizione Janet e arricchita da note filologiche assenti in quest'ultima, dove sarebbero state molto più necessarie, si differenzia in modo significativo dalle altre e merita di essere studiata. Se da un lato vi si notano effettivamente la maggior parte delle formule e delle tecniche la cui origine settaria è immediatamente evidente, dall'altro va aggiunto che il romanzo prende di mira in particolare il Cattolicesimo, soprattutto verso la fine. Perché, e a quale scopo? Questo è ciò che sarà interessante esaminare. Possiamo notare, tuttavia, fin da subito che il romanzo borgognone, come tutte le opere di questo genere, fu composto da un ecclesiastico anonimo, basandosi su un'antica cronaca latina proveniente dal monastero di Vézelay, ovvero il luogo stesso in cui si ricorda         San Bernardo per aver predicato la Seconda Crociata nel 1146.

 


Matrimonio di Girart de Roussillon da un manoscritto miniato nella collezione della Österreichische Nationalbibliothek, Vienna

 

          Come l'onorevole signor Mignard, vediamo nel poema di Girart de Rossillon "una vera e propria cronaca in versi le cui origini risalgono al X o all'XI secolo". Differiamo solo sugli eventi storici ivi narrati. Dal suo punto di vista, esso racconta "la più importante lotta politica del Medioevo"; dal nostro, racconta un antagonismo ben più ardente e prolungato, molto più significativo soprattutto per le sue gravi conseguenze, vale a dire la lotta religiosa il cui culmine fu la Riforma. Ecco perché, a nostro avviso, "la cronologia lascia tanto a desiderare", perché dipendeva molto meno "dal capriccio dei Trovatori e dall'ignoranza generale" – spesso esagerata – che dalla necessità di mascherare sia l'epoca che i personaggi.

 

Mille e un esempio - Le notti di Straparola. Racconti umoristici.

 

          C'è un'altra opera, pubblicata di recente, non meno curiosa e importante per la nostra tesi di Girart de Rossillon, sebbene risalga a poco prima del 1500. Come le altre, fu ristampata con la massima ingenuità; infatti, né il signor Janet né i suoi dotti collaboratori sospettavano certo che, con Le notti di Straparola[3] [Nuits de Straparole], stessero presentando al pubblico un'opera di carattere settario. Che opera edificante sarebbe offrire loro una traduzione annotata di tutti questi racconti umoristici, le cui implicazioni sono così profonde! La intraprenderemmo volentieri se non fosse per il tempo e il personale di segreteria che richiede, di cui siamo gravemente carenti.

        Possiamo almeno gettare colpo d’occhio, dare un'occhiata a questa raccolta istruttiva e, dato che nella nostra analisi del Tristano abbiamo avuto modo di parlare del Re Porco [Roi Porc], ci concentreremo invece su questa favola di origine indiana; un breve riassunto sarà sufficiente a darne un'idea completa. Speriamo che la accettiate in sostituzione di quella che stiamo rimandando.

Il re Galeotto, o meglio re Marin, è sposato con Ermesile, il cui nome equivale a "isola isolata, di lato", dal termine provenzale erm. È quindi ragionevole supporre che la scena si svolga nell'insulare Albion. Avendo già avuto un re cavallo, il tenebroso Marco [Mark], l'Inghilterra non avrebbe dovuto essere troppo contraria a un re maiale. La coppia britannica non ha figli. La regina, desiderosa di un erede, incarica tre fate [trois fées], ammaliate dalla sua bellezza, di esaudire i suoi desideri; aggiungiamo, per non destare sospetti, che queste fate sono tre divinità, le stesse che abbiamo visto nel Tristano contendersi il controllo della Gran Bretagna.

          Una vuole che la splendida regina-isola [reine-île] sia inviolabile e generi il più bel figlio [beau fils] o la più bella del popolo; la seconda, che nessuno possa offenderla (la stirpe era coraggiosa, soprattutto per esser guidata dai Normanni), e che questo figlio possieda ogni virtù e nobiltà [toute vertu et noblesse]; la terza, che ella abbondi di saggezza come di ricchezze, e che suo figlio, nato con l'aspetto e le abitudini di un maiale [pourceau], non cambi il suo stato finché non abbia preso tre mogli [trois femmes]. Così, sotto l'influenza dei Druidi, il cui simbolo era il cinghiale [sanglier], il bambino reale sarebbe nato un maialino o un cinghiale selvatico [pourceau ou marcassin] sacro, e avrebbe dovuto abbracciare successivamente tre credenze o chiese – cristiana, cattolica e albigese – prima di liberarsi completamente dai pregiudizi, dagli istinti e dai vizi innati che riducono l'uomo al livello di una bestia.

 

         


Les facétieuses nuits de Straparole(Giovanni Francesco Straparola)

Illustrato da Léon Lebègue (1863-1944). Edito da Charles Carrington, libraire-éditeur, 1907

L'incantesimo lanciato sul bambino si avvera. Nasce maiale e viene raffigurato, da bambino, mentre si rotola nel fango, per poi andare, "così sporco e sudicio, a strofinarsi contro le belle vesti della madre, imbrattandole di fango e fetore".

         Giunto alla pubertà, il giovane erede al trono desiderò sposarsi, e sua madre gli diede in sposa la maggiore di tre figlie, la cui madre era una povera vedova, figura tipica della Chiesa primitiva. La giovane fede unì in matrimonio questa rozza bestia, immersa nella sporcizia pagana, solo con estrema ripugnanza e per senso del dovere; il marito, dal canto suo, non la amava affatto e, anzi, la uccise poco dopo, temendo che lei stessa lo avrebbe ucciso. È comprensibile che le prime idee evangeliche dovettero soccombere al druidismo autoctono, che da esse era minacciato di estinzione.

        Il porco reale, qualche tempo dopo, sposa la seconda sorella, o la fede romana, con la quale continua le sue pratiche idolatriche e il suo crogiolarsi nella sporcizia, e la ripudia come aveva fatto con la prima. Infine, sposa per la terza volta l'ultima delle tre sorelle: la più giovane e l'unica di cui si conosce il nome. Il suo nome è Meldina; da mel, miele, o melh, meglio, come ognuno vorrà. È solo allora, e per amore di questa dama Perfetta [dame Parfaite], che il nuovo marito, rinato a una nuova vita [vie nouvelle], ripudia i suoi ignobili istinti, le sue disgustose pratiche. Per lei, liberandosi "della sua pelle puzzolente e sporca, il porco divenne un bel giovane". Lo stesso accadde, se ricordiamo, all'umile e povera ragazza conosciuta come Pelle d'Asino; ma lei non si crogiolò nel fango dell'idolatria, che aborriva.

         Re Marin e la regina Ermesile, felicissimi di avere un figlio e una nuora così perfetti, abdicarono in favore della fortunata coppia. Il nuovo re si dimostrò degno del potere sovrano grazie alle sue virtù; governò l'Inghilterra con saggezza e "visse a lungo e felicemente con la sua amata Meldine", che è ancora oggi regina, sotto il nome della Chiesa anglicana.

       Tale, in sostanza, è il racconto di Sées, i cui elementi meravigliosi sono in completa armonia con quelli delle altre opere che compongono i due volumi. Se si desidera consultarle, abbiamo detto abbastanza finora per rendere facilmente comprensibile l'histoire de Doralice [la storia di Doralice], che, per evitare di essere violentata dal padre [son PÈRE], si rifugia in Inghilterra, dove sposa il re Genesio [Genėse]; e questa storia fornirà la chiave per comprendere il celebre romanzo intitolato la belle Hélaine de Constantinople [La bella Elena di Costantinopoli]. Forse è giunto il momento di avvertire gli studiosi che non hanno studiato a sufficienza una geografia che prendono troppo alla leggera, e che nei romanzi di Geste Roma viene spesso chiamata Costantinopoli, un'allusione ironica alla presunta Donazione di Costantino. Chissà se Tolosa non venga talvolta chiamata Roma?

         Gli eruditi editori, che liquidano senza esitazione il nome Straparola come un'invenzione, devono ora comprendere che tale nome rappresenta un monito per il lettore intelligente, affinché cerchi il significato della narrazione al di là del significato letterale della parola extrà. Avendo avuto cura di indicare le fonti da cui sono state tratte tante finzioni – racconti indiani, favole arabe, leggende, Atti dei Santi, ecc. – non saranno certo loro a dubitare dell'abilità dei settari nel rielaborare e riadattare, secondo la propria prospettiva, materiali mutuati dalle credenze più opposte. Vedendoli sfruttare Le mille e una notte, che la versione dell'abate Galland portò alla luce solo nel XVIII secolo, saranno ancora più sospettosi dell'ignoranza di questi creatori di anacronismi [d'anachronismes], che conoscono la storia letteraria e politica dell'Europa tanto quanto quella dell'Oriente. Imparando che queste parole, capire il linguaggio degli uccelli [comprendre le langage des oiseaux], significano capire il linguaggio simbolico dei trovatori e dei cantori [i troubadours e i trouvères, i poeti e giocolieri della Francia settentrionale, si esprime nella lingua d'olio o meglio langue d'oïl.], le storie in cui compare questa espressione diventeranno più accessibili per loro, così come certe metamorfosi. La loro attenzione si rivolgerà quindi ai nostri fabliaux [Racconti brevi in versi ottosillabici del XIII e del XIV secolo.], persino alle fiabe [contes de fées, letteralmente racconti di fate]. Anche Pollicino [Petit Poucet] dovrebbe offrire loro molti spunti di riflessione. Non hanno forse riconosciuto il Gatto con gli Stivali [le Chat botté] nella loro edizione?

        Potrebbe sembrare un lavoro enorme tutto in una volta. Ma perché non si dedicano prima al Dolopathos, una delle loro pubblicazioni, e soprattutto ai racconti stessi, che hanno appena presentato per la pubblicazione? Ci offriremmo di tradurli se fossero disposti ad aiutarci un po' a trovare dei segretari e, soprattutto, un editore. Possiamo sempre consigliare loro, in particolare tra i racconti umoristici di Straparola, quelli di cui forniamo qui una breve panoramica:

    Demetrio [Demetrius] Bassariot che sposa la sua serva, dopo aver sorpreso la moglie Polissena [Polissène] in adulterio con un prete. - Carlo di Rimini innamorato di Teodosia [Théodosie]. - Il diavolo che sposa Silvia [Sylvia] (la lupa, la dama e regina della foresta selvaggia), e non riesce a soddisfarla colmandola di ricchezze. - L'umile pescatore Pietro [pêcheur Pierre], il sempliciotto, che sposa la figlia del re Luciano [Lucian], resa madre con un incantesimo. - Biancabelle del Monferrato [Blanchebelle de Montferrat], terra dei Valdesi, un'altra Biancafiore [Blanchebelle], guarita da un serpente [couleuvre], la buona Samaritana [Samaritaine] (la fata Manto di Ariosto), dopo che le ebbe gli occhi cavati e le mani tagliate. - La perfida e lasciva Isotta [Iseult], moglie di Lucafero, non di Beaudrac, ma di Albani o Albano vicino a Roma, signore di Gorem o di  Gomorra [Gomorrhe], volendo ingannare il pastore Travaillain (Travaglino?), il laborioso mandriano del cognato Emiliano [Émilian], signore di Pedrem, e tornando in preda alla vergogna con la testa di un toro dalle corna d'oro. Fortunio, il Cavaliere Perfetto ai tre colori danteschi, bianco, rosso e verde, protetto da tre animali simbolici, che sposa la figlia del re di Polonia [Pologne], questa Elgunda [Helgunda], senza dubbio, alla quale, secondo il vescovo di Posen, non si poteva girare le spalle senza essere sconfitti. Livoret, figlio del re di Tunisi [Tunis], che sposa, nonostante il suo soprannome Porcarole, la figlia del re di Damasco [Damas]. - Il fornaio di Provins (colui che vendeva il pane degli angeli), padre di tre figlie: Brunora [Brunore], incarnazione della cupa fede romana, il cui nome è lo stesso di quello di un gigante sconfitto da Tristano; Lionella [Lyonnelle], figlia dei Poveri di Lione [Pauvres de Lyon]; e Claretta [Clarette], la luminosa dottrina albigese, figlia dell'Oriente. Re Lancillotto sposò quest'ultima, con la quale ebbe tre figli segnati da una stella sulla fronte, che furono sostituiti da tre cani, come nell'ottava storia del Dolopathos, dove i fratelli di Goffredo di Buglione erano cigni, anch'essi sostituiti da cani. I tre figli di Lancillotto furono riconosciuti dal padre, che gli portò l'acqua che danza, la mela canterina e l'UCCELLO CHE PARLA. – Guerino [Guérin] o Garin, figlio del re di Sicilia, liberando dalla prigione un uomo, o meglio un cavaliere selvaggio, che all'inizio sembra muto, e che in seguito, avendolo aiutato a trionfare su un cavallo e una giumenta, una coppia distruttiva, vale a dire sul druidismo e sulla Chiesa cattolica romana, gli guadagna il diritto di sposare la figlia del re d'Irlanda. - Perché mai un re o una principessa di Francia? - Flamine Veralde, andando alla ricerca della Morte (pontificale), incontra la Via (dei Perfetti), che porta una spada in una mano e nell'altra un bastone che termina a TRIANGOLO. La Vita, sotto le spoglie di una vecchia mendicante, munita di pozioni e unguenti che rivaleggiano con il balsamo di Fierabras, riporta Veralde a una vita nuova, dopo avergli raddrizzato la testa che inizialmente aveva capovolto, come aveva, nel Canto XX dell'Inferno, Mantone, che "la natica bagnava per lo fesso, ecc., ecc."

        Questo è solo un riassunto di una parte del primo Volume . Lasciamo che il lettore giudichi il secondo Volume dal seguente singolo estratto:

       Non meno avido che avaro, il Papa, chiamato Andrigeto di Como [Andriget de Côme], inteso come un de Medici (Andriget significa figlio della terra, del paese), fa elemosina, "non per compassione verso i poveri", ma affinché gli venisse dato "qualche ettaro di terra per ampliare i suoi possedimenti", per diventare gradualmente "padrone e signore di tutto il paese". Tale è la folla di persone che accorre da lui per scambiare prati, boschi e vigneti con pochi sacchi di grano, "che nella casa di questo usuraio sembrava che fosse il grande giubileo".

        L'usuraio papale si ammala e, prima di morire, detta il suo testamento a Tony Raspant, o scuoiatore [écorcheur], il notaio o ciambellano del Santo Padre. Andrigeto di Como dichiara così di lasciare in eredità la sua anima "al grande diavolo dell'inferno"; quella del già citato notaio-ciambellano, suo complice in affari usurari, "al grande Satana"; e l'anima del suo confessore, il Sacro Collegio, custode di tutti i suoi segreti, "a trentamila coppie di demoni". Quanti per cardinale? Inoltre, dichiara di lasciare in eredità alla Chiesa, che chiama "Felicità, mia amata", una buona fattoria, "affinché possa abbandonarsi ai piaceri e ai bei tempi con i suoi ruffiani [rufiens], COME HA SEMPRE FATTO". La Felicità di Leone X e la Beatrice di Dante sono due nemiche giurate. Infine, lasciò in eredità tutti i suoi beni ai suoi due figli, il clero secolare e il clero regolare, di nome Commodo e Torquato, per non dire Torquemada, "chiedendo loro", stabilì, "di non far celebrare per me la Messa né il De Profundis; ma di dedicarsi esclusivamente al gioco d'azzardo, alla prostituzione, all'ubriachezza, alle risse, alle percosse e a tutte le cose più infami, detestabili e abominevoli; affinché i miei beni acquisiti indebitamente se ne vadano come sono venuti, e che, spinti alla disperazione dalla loro perdita, si appendano essi stessi per il loro collo". Dopo aver dettato il suo testamento in questi termini, il discendente di Cosimo de' Medici, Andrigeto, "muggendo come un toro, rese l'anima a Plutone, che lo attendeva da tempo". Così quest'uomo sfortunato, senza confessare né fare penitenza per i suoi peccati, finì miseramente i suoi giorni.”

        Perché il grande Papa Leone X è trattato così crudelmente in questo racconto? Perché, come tanti altri uomini ambiziosi, tradì le speranze che aveva ispirato e contraddisse il suo passato settario. Una volta giunto alla Santa Sede, adottò le politiche dei suoi predecessori e combatté l'eresia invece di perseguire i propri interessi.

        O dottori induriti, che questo esempio vi sia di giovamento! Confessate la vostra incredulità, pentitevi della vostra ostinazione e approfittate dei giorni che Dio vi concede per fare penitenza. Quanto a noi, vi perdoniamo di cuore la vostra ostilità, poiché egli mirava a niente di meno che a renderci grandi uomini, un ruolo che ci avrebbe fatto molto vergognare di interpretare, presentandoci come creatori di una lingua universale, molto più colta e complessa del greco e del latino, in cui voi brillate, o grandi filologi che siete!

        Che cosa possiamo concludere da questa moltitudine di finzioni, così trasparenti a chiunque non sia cieco, così moderne rispetto a quelle precedenti? Che il linguaggio simbolico, la cui esistenza è ancora ostinatamente negata, era molto reale, parlato, scritto e cantato; che ha dato origine alla letteratura più varia, più fertile e più popolare; che era compreso in tutta Europa e oltre da numerosi credenti, uniti dalla comunità di fede; che era ancora in uso e ben compreso alla fine del XV secolo e nel corso del XVI; infine, che a quel tempo era coltivato, apprezzato e patrocinato da menti eminenti nella Chiesa, nello Stato e nella letteratura.

        Infatti, chi sono le figure che compongono la nobile compagnia riunita per ascoltare le finzioni settarie raccolte dal cosiddetto Straparola? Sono tutti ben noti. C'è il cardinale Pietro Bembo, amico di Leone X e Ariosto; È suo fratello, Antonio Bembo, il poeta Bernardo Capello, Burchiella, il vescovo Casal di Bologna, ambasciatore inglese, Maria Sforza [Marie Sforza], vescovo di Lodi, ecc., ecc. Chi offre ospitalità a questa ristretta cerchia, una vera e propria Corte d'Amore? È Lucrezia Sforza, figlia del vescovo di Lodi, moglie di Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Infine, la cornice non è meno notevole: è infatti nel suo palazzo di Murano, a Venezia, che la lombarda Lucrezia Sforza presiede questa assemblea eterodossa. Così, la Venezia averroista di M. E. Renan, dove i fedeli d'amore, fiorentini e non, si recavano a cercare stampatori per le loro opere platoniche, proprio come i nostri filosofi di un tempo li trovavano in Olanda; Venezia, che aveva respinto l'Inquisizione romana, sarebbe stata scelta, non a caso, da questa accademia antipapale per tenere le sue sessioni e competere in verve satirica con le belle dame del Decameron.

         Dai racconti si poteva intuire lo spirito che vi regnava. Non ci soffermeremo sugli enigmi, la maggior parte dei quali osceni, a rigor di termini, e contenenti, come quelli del Tristano francese, due o addirittura tre significati diversi, le tre guarnacche di Dante. Sono lì solo per stuzzicare la curiosità, mostrando quanto sia facile celare il pensiero sotto il velo dell'espressione. Quindi, bisogna fare ben poco affidamento sul significato letterale in queste composizioni allegoriche, dove l'abilità linguistica è spinta all'eccesso.

         L'autore di queste poco edificanti Notti le scrisse e le pubblicò al tempo di Leone X. Tempi strani! L'amore platonico, più fiorente che mai, era presente nei sonetti, nelle pastorali, e la dissolutezza nelle morali. Firenze, Venezia, persino Roma, ridevano di tutto; l'Italia era impazzita. Era impossibile perdere il regno dei cieli e l'impero della terra con più allegria. Ariosto sorrise maliziosamente alla vista del suo vecchio compagno della Cazzuola [de la Truelle], Giovanni de' Medici, che indossava la tiara, sperando che il cappello rosso non mancasse all'autore dell'Orlando Furioso [Roland furieux]. Le sue allegorie settarie divertivano sia l'amante innamorato della Morosina che il cardinale Sadolet, amato persino dai Riformatori, e tanti altri uomini eminenti. Il mecenate di Sison, Ippolito d'Este, le liquidò come sciocchezze [balivernes]! In una metafora piuttosto rozza per un principe della Chiesa, forse era meno perspicace, o, detenendo due arcivescovadi, era più attaccato alle sue rendite episcopali. Poi i poeti tonsurati spinsero la battuta al punto da collocare Giove in trono nel paradiso cattolico. Il Carnevale era uno spettacolo costante sulle lussureggianti rive del Tevere, dove i festeggiamenti si svolgevano in pieno sole.

       Ma proprio in quel momento, tra le nebbie della Germania, si erse la figura austera di Lutero. L'audace riformatore non era affatto uno scherzo; Un demolitore a cielo aperto, non celava l'ostilità del suo pensiero sotto travestimenti ingegnosamente costruiti. Alla sua voce, più potente del corno e della spada di Orlando, Roma tremò dalle fondamenta; si aprì una profonda breccia nei fianchi dell'edificio cattolico, da tempo insidiosamente minato dall'azione massonica, e da allora quella breccia non si è più richiusa. Roghi, forche, torture, massacri non hanno dissuaso l'idea di riforma proposta dagli Albigesi; ancora oggi, il loro movimento massonico si perpetua, con gli stessi simboli, nelle logge massoniche, all'insaputa persino degli iniziati moderni. In questo risiede il segreto della guerra di scomuniche condotta dalla Chiesa, i cui colpi non mancano mai, contro la Massoneria [franc-maçonnerie], attraverso tradizioni ininterrotte, di cui conosce così bene le origini eterodosse e la parentela con i Templari.

 

Ritorno alle Corti dell'Amore. - Laura de Sade - La madre di Marcabro - Alfonso X di Castiglia.

 

        Gran parte delle informazioni biografiche riguardanti i trovatori non hanno altra fonte se non i racconti di un certo Jean Nostradamus, o Notre –Dame [Nostra Dama], in altre parole, l'amato apostolo della Madonna di Tolosa [Notre-Dame-de-Toulouse]. Questo pseudonimo dovrebbe renderlo ancora più sospetto, poiché la maggior parte delle belle leggende, di cui abbiamo appena esaminato alcuni esempi, sono tratte da lui. Gli dobbiamo anche alcuni dettagli sulle Corti d'amore, che esiteremmo a nascondere a coloro che sono curiosi di saperne di più.

         Abbiamo visto in precedenza che, mentre venivano indicate le regioni in cui si tenevano le Corti d'amore, in generale: Provenza, Guienna, Champagne, ecc., il luogo preciso in cui questi parlamenti o concili settari si riunivano veniva sistematicamente omesso. C'erano buone ragioni per questo. Nostradamus colma questa lacuna per la Provenza; ma come? Ci informa che le Corti d'Amore si tenevano a Signes, Pierrefeu, Romanin e infine ad Avignone stessa; arriva persino a fornire un elenco delle dame che ne facevano parte. Non negheremmo che, dietro i primi tre nomi, il cui valore simbolico è facilmente riconoscibile, si celassero le assemblee settarie che si tenevano a Saint-Félix-de-Caraman, nel Castello di la Minerve e in altri luoghi, principali centri di eresia, dove monumenti storici testimoniano raduni di questo genere.

 


Laura de Noves in un disegno conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana

 

         Ecco come Jean Nostradamus si esprime nella Vita di Bertrand d'Allamanon, citando Raynouard: «Questo trovatore era innamorato di Estéphanette de Romanin, dama di quel luogo, della casata di Gantelme, che a suo tempo teneva una corte d'amore aperta e paritaria nel suo castello di Romanin, vicino alla città di Saint-Rémy, zia di Laurette d'Avignon, della casata di Sade, così celebrata da Petrarca[4]».

        Vale la pena notare che lo stesso scrittore albigese dice della madre di Marcabro [Marcabrus], uno dei primi trovatori, vissuto dal 1120 al 1150: «Era colta e istruita in letteratura e la poetessa più famosa nella nostra lingua provenzale e in altre lingue volgari». «È sorprendente che, in un'epoca in cui i baroni di alto rango non sapevano nemmeno scrivere il loro nome, una donna, a prescindere dalle sue origini, abbia acquisito una cultura così profonda e che non solo abbia coltivato brillantemente la poesia nella propria lingua, ma anche in altre lingue volgari, il che è tutto dire.

        Lo stupore svanirà quando si apprenderà che Marcabro, discendente secondo alcuni da una nobile dama, secondo altri da una povera donna di nome Bruna (viene in mente Brunissens), era in realtà figlio della stessa santa Chiesa albigese, una nobildonna gloriosa e venerata dai suoi fedeli, eppure al tempo stesso vista come una donna umile e povera, ridotta alle prove più dure, come l'umile e gloriosa Beatrice.» È quindi comprensibile che questa chiesa madre dei trovatori eccellesse nelle scienze e nella poesia, e che componesse, attraverso di esse, in tutte le lingue volgari dell'Occidente, facendo scarso uso del latino, la lingua rituale della Chiesa. Non è forse questo ciò che Nostradamus intendeva comunicare con la seguente informazione, che l'abate Millot liquidò come un ridicolo errore: "Alcuni autori", dice Nostradamus, "hanno pensato che le invettive di Petrarca contro Roma fossero dirette alla madre di Marcabro; che egli si riferisse a lei come Roma, e la chiamasse l’avara Babilonia, nido di tradimento, fontana di dolore".

        Quindi, per questi autori anonimi, se questo è davvero il caso e se non deve essere considerato un inganno tipico del presunto Nostradamus, la madre di Marcabro sarebbe in realtà stata una chiesa, qualunque fosse il suo nome. Giudichiamo dunque da che parte starebbe l'errore.

 

       Una singola composizione di Marcabro ci permetterà di giudicare se egli avesse beneficiato degli insegnamenti della sua santa madre e se fosse rimasto fedele alle sue ispirazioni. Vale la pena notare, tuttavia, che nutriva grande stima per Guglielmo di Poitiers, che conosciamo, e che criticava aspramente l'altro, Goffredo Plantageneto, per essersi lasciato dominare da coloro che lo governavano male, vale a dire il clero romano, alla cui influenza attribuiva senza dubbio l'alleanza del conte con Luigi VII per ottenere l'investitura della Normandia. Lasciamo che il vecchio trovatore si esprima:

          "Il diritto e la ragione non hanno più alcun posto, poiché il denaro eleva anche gli uomini più vili alle più alte cariche". Quali dignità si potevano acquisire nel XII secolo con il denaro al di fuori della Chiesa, e in che altro modo si poteva condannare la simonia?

I signori accettano consigli solo da persone disonorevoli; non erano forse i membri del clero i consiglieri abituali dei potenti? Rinchiudono le loro mogli (più ricettive al Vangelo) e nessuno si avvicina a loro tranne i popolani (sacerdoti e monaci) ai quali affidano la loro cura. I loro figli condivideranno la natura e le inclinazioni di questi infami guardiani. Qui il confine è a doppio taglio e ci ricorda Renard la Volpe che "urinava il loviace" [«compissant les loviax[5].»].

        «Il mondo è avvolto da un grande albero folto che si è esteso prodigiosamente, fino ad abbracciare l'intero universo; quest'albero è la malvagità. Ha messo radici profonde, al punto che è impossibile abbatterlo. Nel momento in cui lo si tocca, coloro che dovrebbero proteggere la virtù alzano un grande grido." Conti, re e principi sono appesi a quest'albero dal vincolo dell'avidità, un vincolo così forte da non poter essere spezzato.»

          Dobbiamo abbandonare ogni tentativo di spiegare qualsiasi simbolo se ci rifiutiamo di ammettere che questo grande albero, che abbraccia l'universo e così difficile da abbattere, con grande rammarico dell'autore, è il Cattolicesimo rappresentato dal papato. Che cos'è la malvagità, nel suo senso più ampio? La somma totale di tutti i vizi: superbia, avarizia, lussuria, invidia, e così via. Chi è il primo malvagio e l'archetipo di ogni malvagità? Satana. Quali parole mette Dante in bocca a Plutone, in cui osa personificare Gregorio V? "Pap'è Satan aleppe", Satana, cioè il papa-re. Concludere e rifiutare di riconoscere il clero ortodosso in coloro che, in virtù della loro posizione, dovrebbero proteggere la virtù; nel vincolo dell'avarizia, dell'interesse materiale che, ben più della voce della coscienza, ha assoggettato i potenti della terra al dominio papale.

        Volete sapere cosa pensava il vecchio trovatore delle chiese ortodosse, che chiama prostitute, e come, secondo lui, praticassero l'amore o la carità? Ve lo dirà: «Le false e ardenti meretrici tradiscono ogni uomo che si fida di loro e si beffano degli folli che si lasciano ingannare dai loro sorrisi. In principio», dice Salomone, «sono dolci come l'idromele; ma alla fine sono più ardenti e amare di un serpente... Elargiscono mille carezze a coloro di cui bramano la pelle e li mandano (in paradiso) dopo averli rovinati. Mentre sono così disinvolte con tanti altri (i grandi e i potenti), si atteggiano a puritane con questi altri (i poveri e i deboli). Il denaro [Argent] fa sì che il loro amore si volga dove vuole e abbandona i più onesti per donarsi ai più vili». «Amore maledetto (cattolico) che è diventato mercantile (simoniaco), ti mando al diavolo». Perché non possiamo tradurre qui i sirvi [les sirventes] di Pierre Cardinal!

       Dovremmo dunque essere abbastanza certi sia delle credenze di Marcabro sia della vera natura della sua presunta madre Bruna, e possiamo tornare a Jean Nostradamus. Egli aggiunge, a proposito di questa santa e degna Madre Bruna, la cui dottrina era così profonda per il suo tempo:

"La suddetta signora teneva una corte pubblica ad Avignone". C'è forse da meravigliarsi, quindi, che menzioni Corti d'Amore in questa città papale? Certamente ce n'erano anche a Roma stessa.

         Lasciamo che Nostradamus, così ben informato su ogni cosa riguardante questa genealogia, ci illumini ora sulle nipoti della dotta Bruna. Ecco cosa ci racconta: «Secondo quanto scrisse il Monaco delle Isole d'Oro, che diede ampia testimonianza degli insegnamenti di queste dame, la bella Laura de Sade, amica di Petrarca, fu educata da sua zia, Estefanette de Gantelme, dama di Romanin. È vero», dice il Monaco, «che Fanetta [Phanette], essendo eccellente in poesia, possedeva un furore o un'ispirazione divina, stimato come un vero dono di Dio. Erano accompagnate da diverse illustri e generose dame di Provenza, che fiorirono a quel tempo ad Avignone, quando vi risiedeva la corte romana, e che si dedicarono allo studio della letteratura, tenendo aperti cortei d'amore».

          "Guillen e Pierre Balbz, e Loys de Lascaris, conti di Ventimiglia, di Tende e La Brigue... giunti ad Avignone in quel periodo per far visita a Innocenzo VI, udirono le definizioni e le sentenze d'amore pronunciate da queste dame, che, stupite e deliziate dalla loro bellezza e saggezza, rimasero sbalorditi dal loro amore."

           Questa bella e del tutto ingenua narrazione del veritiero Nostradamus, che confonde volentieri le date e non lesina sugli anacronismi per farsi capire, significa in un buon francese: che l'albigesianesimo passò dalla città di Romanin, dalla piccola Roma albigese, se vogliamo, ad Avignone, che vi si stabilì nonostante il Papa e sotto il suo naso; che ebbe le sue Corti dell'Amore, i suoi predicatori o "le sue dame di fede" che davano definizioni e sentenze d'amore, dello stesso spirito e contenuto di quelle il cui profondo significato è stato ammirato; che la dottrina albigese vi fu personificata, come abbiamo ripetuto più volte, nel nome di Laura de Sade, che divenne così la nipote di Bruna e la nipote della signora di Gantelme e Romanin; Infine, si afferma che durante il pontificato di Innocenzo VI, il fascino della zia e della nipote, sua allieva, "entrambe capaci di cantare con disinvoltura in ogni sorta di ritmo provenzale", grazie allo zelo dei trovatori, conquistò simultaneamente i borghi di Ventimiglia, Tende e La Brigue.

          Questo non è più difficile da comprendere. Consideriamo ora se Raynouard avesse ragione nel concludere la sua opera sull'argomento in questione: "Le diverse e numerose prove che abbiamo raccolto non lasciano il minimo dubbio sull'antica e prolungata esistenza delle Corti d'Amore, che vediamo esercitare la loro giurisdizione sia nel nord che nel sud della Francia, dalla metà del XII secolo fino a dopo il XIV secolo".

          Sì, è vero che le corti d'amore esistevano già prima del XII secolo e continuarono a funzionare ben oltre il XV; ma non come i trovatori si divertivano a far credere agli accademici, i quali, una volta ingannati, non ritornano facilmente né volentieri alla verità, anche se questa è sotto i loro occhi. Se la loro influenza fu così grande da sud a nord, fu perché non si esercitava su futili questioni di galanteria, bensì su interessi ben più seri: la politica e la religione.

         Finora nulla indica sufficientemente che la Chiesa albigese riconoscesse un capo supremo; ma la sua organizzazione, i mezzi impiegati con una così notevole unità, i suoi straordinari progressi, la disperata lotta condotta contro il papato, dimostrano tutti una direzione sapientemente calcolata, un piano di profonda integrazione e, infine, forze messe in moto verso un obiettivo costante, guidate da un pensiero incrollabile. Ora, questa direzione, questo pensiero singolare, era presente nei concili tramandati da storici e cronisti; concili che acquisirono questo nome solo in quei rari momenti in cui l'eresia poteva impunemente dispiegare la sua bandiera.

Doveva forse nasconderlo con prudenza? Concili, sinodi e conferenze scomparvero improvvisamente, o meglio, si trasformarono. Non se ne discuteva più. Ma poi si aprirono le Corti dell'Amore, sotto il patrocinio di qualche potente barone le cui forze militari garantivano protezione contro ogni violenza. Le prime menzionate sono quelle di Le Puy-en-Velay, nei domini del Conte di Tolosa, detto anche Monte Notre-Dame o Sainte-Marie, nomi con cui gli Albigesi si riferivano misteriosamente alla loro chiesa. Da allora in poi, raduni simili in tutti gli altri luoghi – e ce n'erano molti, sia nel sud della Francia che in Normandia e Inghilterra – furono chiamati Puys [i colli] e Puys d'amour [i colli dell’amore], il che ne rivela chiaramente l'essenza.

         Veri parlamenti diocesani o provinciali del Medioevo, essi deliberavano sugli affari della Chiesa dissidente, sulle misure da adottare, sulle istituzioni da istituire, sulla direzione da dare alle missioni e sulle scelte da compiere per ciascuna di esse. Questo è ciò che per lungo tempo fu considerato, con affascinante buon umore, come semplici raduni per feste e piaceri, poiché Perfetti e Perfette si incontravano lì con il pretesto di giochi marziali e poetici; un apparato puramente superficiale in realtà inteso solo a ingannare i non iniziati. Così, Fauriel definisce le Corti d'Amore "vere scuole di poesia, vere accademie, senza dubbio le più antiche d'Europa". Ma l'essenza di questo insegnamento, di questa poesia, gli sfuggì purtroppo. Se gli Albigesi avessero trionfato sui crociati, informazioni più precise gli avrebbero certamente impedito di commettere l'errore in cui incappò, a causa della mancanza dei documenti che tanto deplora, e che tuttavia aveva a sua disposizione.

        Si presume che gli argomenti trattati dai trovatori, sia sotto forma di romanzi – questo potente mezzo di comunicazione e propaganda – sia in qualsiasi altra forma, venissero discussi nei sinodi. In mancanza dei consueti mezzi di pubblicità, già piuttosto limitati a quel tempo, le composizioni commissionate o approvate dai Padri conciliari venivano diffuse in luoghi pubblici e riunioni private, alcune attraverso il canto, altre attraverso una recitazione accentata secondo determinate regole. Questo compito era affidato ai giullari o ai diaconi, sotto la direzione del Perfetto o del trovatore, i quali, a seconda del luogo, del tempo e del pubblico coinvolto, aggiungevano al testo commenti e insegnamenti appropriati.

        Molti sono stati lodati per l'acume critico e lo squisito tatto dimostrati dai poeti provenzali, che riservarono un'accoglienza mediocre alle opere di Deude de Prades, Hugues de Saint-Cyr e Gaucelm Faydit, sostenendo che "le loro canzoni non erano veramente animate dall'amore". Tuttavia, si dice che le composizioni di questi poeti siano, per noi, almeno pari per sentimento e colore a quelle a loro preferite; addirittura superano molte altre per eleganza e grazia di esecuzione.

         Ciò non sorprende, tuttavia, se non si persiste nel considerare cavalieri e trovatori come folli innamorati, tutti sospiranti all'unisono per una dama in carne e ossa, dotata di ogni perfezione fisica, morale e intellettuale. Le canzoni che non erano veramente animate d'amore erano quelle composte al di fuori della guida delle Corti d'Amore, quelle il cui contenuto o forma erano disapprovati, o quelle nate in circostanze che ritenevano inappropriate. I loro autori erano indubbiamente uomini di talento; Ma chi meglio dei loro superiori poteva conoscere la tiepidezza o l'esuberanza del loro zelo? È comprensibile, dunque, che lo spirito religioso abbia negato loro un successo che avrebbero dovuto unicamente all'arte, non a un profondo senso di fede e di dovere.

          Il genio poetico, pertanto, non era per i provenzali, come credeva Fauriel, "una facoltà morale e secondaria dell'amore"; era l'ispirazione religiosa ridotta all'arte per assicurare il trionfo della legge dell'amore, la legge di Dio, il principio di tutto ciò che è nobile, bello e giusto. Questo è precisamente ciò che esprime questo notevole passo di Giraud de Borneil: "La facoltà di trovare non cade né si eleva per favore o per qualsiasi favore che possa giungerle; si lega ai cuori nobili e il parlare bene segue il retto pensiero". Dirigere e contenere questa facoltà di trovare era proprio uno dei compiti principali delle Corti dell'Amore.

 

 

Cavalieri erranti, cavalieri selvaggi, cavalieri volontari.

 

         L'eminente professore, che non ci stanchiamo mai di seguire perché è un'autorità in materia, non immaginava, durante le sue ricerche sugli elementi che componevano il panorama della letteratura provenzale, di star consultando gli archivi della Chiesa albigese. Eppure è proprio così, come dimostrerà una rapida analisi di questi elementi, basata sul buon senso.


Da una edizione dell’Orlando Furioso del XVI secolo

        Si potrebbe concordare con lui sul fatto che, prima dell'XI secolo, nella Francia meridionale, esistessero uomini che, con il nome di giullari [in francese jongleurs],  joculatores, si dedicavano alla recitazione o al canto di racconti romantici. Ma fu proprio perché gli apostoli della dottrina dissidente trovarono questa pratica consolidata nelle regioni in cui era sopravvissuta al dominio romano che si affrettarono ad adottarla, a utilizzarla per la loro propaganda. Infatti, così come eccellevano nell'appropriarsi delle tradizioni eroiche e delle favole religiose di diversi popoli, innestando le proprie idee su questo fondamento nazionale, dimostrarono estrema abilità nell'adattarsi, a seconda dei tempi e dei luoghi, ai costumi e alle pratiche dei paesi in cui svolgevano il loro ministero. Furono così menestrelli [minnesinger] in Germania, bardi e scaldi in Scandinavia, menestrelli in Inghilterra, trovatori [trouvères] nella Francia del nord, trovatori e giullari [troubadours et jongleurs] nell'antica Aquitania, giullari, uomini di gioia, in Italia, lasciando ovunque monumenti del loro genio e una memoria molto popolare.

          I missionari dell'eresia predicavano certamente la religione dell'amore ben prima che Guglielmo di Poitiers, intorno al 1100, li definisse trovatori, poiché prima che le loro dottrine raggiungessero le classi superiori, ci volle del tempo prima che si infiltrassero nei ranghi inferiori.

         Nel periodo in cui la propaganda settaria era pienamente organizzata, ovvero tra il 1150 e il 1200, il periodo di massimo splendore della letteratura provenzale, Fauriel giustamente individua diversi ordini di trovatori e giullari, la cui stessa necessità deve averli divisi in due classi distinte. Alcuni, infatti, rivolgendosi più specificamente all'élite sociale, cantavano solo per corti e castelli; altri, facendo appello maggiormente agli istinti popolari, componevano per la piazza, per i mercanti e i lavoratori, per la popolazione rurale. Abbiamo detto che i primi erano i vescovi dissidenti, che univano le qualità di perfetti cavalieri e perfetti trovatori. Abbiamo spiegato come, possedendo non meno coraggio che abilità, sapendo quando impiegare l'astuzia e dimostrando costantemente incrollabile pazienza e umiltà, essi fossero il tipo di Renaud de Montauban, una figura cavalleresca in opposizione al Maestro Renart, rappresentante simbolico del clero romano.

           Questi ultimi, non meno utili per il fatto di reclutare costantemente uomini provenienti dalle classi più numerose, da coloro che più soffrivano per l'oppressione e le esigenze clericali, fornirono il modello per i cavalieri erranti, così come per i cavalieri selvaggi, personificati nel romanzo di cui Guido il Selvaggio [Guidon le Sauvage] è l'eroe facilmente riconoscibile.

         Infine, al di sopra di questi due ordini di cavalieri e trovatori, vi era quello dei baroni e dei signori feudali che, avendo abbracciato la fede albigese e diventandone protettori o mecenati, diffondevano la propaganda a modo loro e all'interno della propria sfera sociale. Questi uomini spesso coltivavano la poesia e la usavano per instillare idee ostili all'onnipotenza papale tra la nobiltà, e ancor più tra la borghesia. Non solo incoraggiavano il popolo a scrollarsi di dosso il giogo teocratico predicando con l'esempio, ma lo sostenevano e lo difendevano risolutamente contro prelati, inquisitori e legati: quegli Estult, Galaffron, giganti e uomini neri di cui abbondano i poemi epici. Da qui la figura eroica di Orlando, in contrasto con Sir Issengrin; Questo figlio di Milone, la cui potente parola, sotto il nome di Durendal, aprì un'enorme breccia nel granito delle montagne, una breccia attraverso la quale l'eresia invase il suolo spagnolo, dove poté esclamare, ben prima di Luigi XIV: "Non esistono più i Pirenei!"

           Questi nobili settari, archetipi del cavalleresco Orlando, erano a tutti gli effetti signori feudali, veri cavalieri. In tale veste, non esitavano, quando necessario, secondo le idee prevalenti all'epoca, e soprattutto all'interno delle logge massoniche, a conferire l'ordine cavalleresco a membri illustri della loro comunità che interessi religiosi o politici chiamavano in terre straniere.

           Si consideri, d'altra parte, con quanta liberalità certi imperatori tedeschi, come Corrado, Ottone e i due Federico, una volta giunti in Italia, conferirono l'ordine cavalleresco ai borghesi di Milano e ai mercanti e banchieri di Genova e Firenze. Per loro, questo era un mezzo per radunare consensi contro il papato e rafforzare in Italia un'opposizione che sapevano non essere meramente politica. Pertanto, Dante si guarda bene dal dimenticare le famiglie che inquartavano sui loro scudi "lo stemma del gran barone", vicario dell'imperatore Ottone, ed è con orgoglio che ricorda la promozione a cavaliere del suo trisavolo Cacciaguida, nominato cavaliere da Conrad.

         Quanto ai giullari propriamente detti – giullari del canto, delle parole, dei romanzi, come venivano chiamati – essi vanno distinti dai giullari mimi [mimes], vale a dire i ciarlatani e i buffoni. I giullari ecclesiastici erano, come già detto, ministri evangelici, ancora soggetti alle prove preliminari per il sacerdozio. Avendo il rango di diaconi nella chiesa settaria, erano vicini ai pastori ai quali erano legati, in una posizione analoga a quella degli scudieri nei confronti dei cavalieri, ed è con questo titolo che compaiono nei romanzi.

          Se si dice che illustri trovatori, tra cui Giraud de Borneil, fossero costantemente accompagnati da due giullari, è senza dubbio perché questi trovatori erano vescovi albigesi, la cui dignità e le cui funzioni richiedevano l'assistenza di due diaconi. Per questo si dice di loro: "Non intrapresero mai un viaggio (episcopale) senza averli entrambi al loro seguito".

          Sarebbe un grave errore credere che chiunque potesse essere ammesso alla professione di giullare. Fauriel afferma che essa richiedeva "una memoria straordinaria, una bella voce, un buon canto, una buona padronanza dello strumento con cui ci si accompagnava e, inoltre, conoscenza della storia, delle tradizioni e delle genealogie. Diversi giullari sono infatti citati per la loro conoscenza storica". Il dotto membro dell'Istituto ritiene che tale conoscenza non dovesse essere molto estesa in un'epoca in cui tutta la storia era ridotta a aride cronache; ma è davvero certo che i loro errori, i loro anacronismi, le loro confusioni di persone, paesi e date non fossero deliberati? Non potrebbero, al contrario, dimostrare che la loro conoscenza in questo campo era ben maggiore di quanto egli sia disposto a supporre? Quanto alle genealogie, si tratta di quelle dei poemi epici.

          Oltre ai menestrelli al servizio del vescovo o del semplice pastore, vi erano coloro che, avendo già dimostrato il proprio valore, si recavano, muniti della raccomandazione dell'uno o dell'altro, per impartire insegnamenti o offrire conforto nelle corti e nei castelli. Questi erano chiamati figli maggiori [fils majeurs], i diaconi di prima classe. Gli altri, designati come figli minori [fils mineurs], svolgevano le stesse funzioni nelle città e nei villaggi; ma il più delle volte, la loro particolare predisposizione li rendeva più adatti al tipo di servizio che ci si aspettava da loro.

         Queste due classi dello stesso sacerdozio venivano reclutate da tutti gli strati sociali, con l'unica condizione di coniugare una genuina vocazione con le doti naturali e la formazione necessarie per avere successo in un apostolato così difficile e pericoloso. «Un fatto curioso da sottolineare», secondo Fauriel, «è quante persone generalmente considerate di elevato rango sociale siano poi confluite in queste classi poetiche. Nulla era più comune, nei secoli XII e XIII, nelle regioni di lingua provenzale, che vedere cavalieri, signori feudali, canonici e ecclesiastici diventare trovatori o semplici giullari. Molti dei più illustri tra loro avevano iniziato come figure di spicco della società. Peyrols era stato un cavaliere, Pierre Cardinal era nato in una famiglia nobile e ricca; Pierre Roger era stato un canonico a Clermont; Arnaud de Marueilh era stato un chierico, e il famoso Arnaud Daniel era un gentiluomo che aveva ricevuto un'educazione di alto livello. » State certi che questi uomini non credevano di essere decaduti abbracciando l'apostolato; al contrario, si stavano elevando ai propri occhi e a quelli dei loro simili. Il misterioso Sordel era un nobile signore.

          Come mai cavalieri come Sordel, come il Delfino d'Alvernia e tanti altri esitarono a diventare trovatori per zelo della loro fede, quando re come Riccardo d'Inghilterra e Pietro d'Aragona, potenti signori come Guglielmo di Poitiers, si proclamavano professi della Gaia Scienza; quando univano le loro voci a quelle dei servi dell'amore, per esaltare, forse per un interesse più politico che religioso, la misteriosa e Perfetta Signora che, sotto diversi nomi, stella, fiore, luce, fu chiamata a ricacciare la lupa romana all'inferno, a schiacciare il serpente papale? l'Infâme non risale a Voltaire.

         Così come i decreti episcopali, i giorni delle prediche e l'ordine delle funzioni religiose venivano affissi sulle porte delle chiese, i trovatori si annunciavano nei castelli con una sorta di programma poetico, presentando composizioni liriche, pastorali o romantiche che sarebbero servite da testo per i loro insegnamenti. In quanti luoghi la Divina Commedia non veniva recitata e commentata in questo modo davanti a un pubblico elitario? Fauriel cita come esempio uno strano pezzo di Pierre Cardinal "in cui l'autore", dice, "si avvolge nei veli dell'allegoria più fantastica, al punto che gli appare incomprensibile". Questi veli gli sarebbero apparsi trasparenti se avesse compreso la vera composizione del balsamo di Fierobraccio.

          Come quel famoso balsamo, anzi, l'unguento preannunciato dal trovatore cavaliere e probabile vescovo, Pierre Cardinal, questo unguento che guarisce ogni sorta di ferita, persino i morsi dei rettili più velenosi (negli ambienti ortodossi, naturalmente), non è altro che la parola del Vangelo; così come il vaso d'oro in cui è contenuto, un vaso ornato con le pietre più preziose, non è altro che il Santo Graal stesso, o il Libro dei Vangeli, come adottato e tradotto dagli Albigesi; un libro d'oro, un vaso che contiene la vera luce, visibile solo agli iniziati, ai professanti della gaia sciabola [gay saber]. Ora, tra i romanzi preannunciati da Pierre Cardinal, c'è, non a caso, quello di Tristano di Leonois, così ben noto a Dante, che, celebrando la conquista dell'Inghilterra per la legge dell'amore, doveva essere, per più di una ragione. di grande interesse per i Provenzali.

          Abbiamo visto, da un lato, che il clero albigese, così abile e zelante, reclutava membri sia tra le fila del clero ortodosso, sia tra quelle della nobiltà e della borghesia; dall'altro, ci siamo convinti, attraverso le nostre interpretazioni delle sentenze dei Tribunali dell'Amore e delle decisioni della casistica dell'amore, che gli ecclesiastici convertiti alla fede d'amore non potevano mantenere la cura pastorale nella parrocchia in cui avevano prestato servizio come curati.

          Che fine facevano, dunque, una volta espropriati della parrocchia o di qualsiasi altra funzione sacerdotale, queste nuove reclute arruolate sotto la bandiera dell'eresia? Come altri aspiranti al sacerdozio settario, si recavano in seminari o logge per ricevere istruzione e, dopo essere diventati diaconi o scudieri, superate le prove richieste e fornite le necessarie garanzie, venivano ammessi al rango di Cavalieri Perfetti o Trovatori Perfetti. Così diplomati, partirono come missionari o pellegrini d'amore, come dice Dante, intraprendendo talvolta lunghi e pericolosi viaggi. Le loro tracce si trovano quindi ovunque, dai ghiacci artici e dalle profondità della Germania fino all'Oriente; in Francia e nei Paesi Bassi, in Inghilterra, Spagna e Italia. Fu allora che, nel linguaggio simbolico dei fedeli d'amore, vennero designati con il nome di cavalieri erranti.

          Predicando la parola d'amore, la vera legge del Redentore, la loro missione era quella di raddrizzare i torti di Roma, di difendere i deboli e gli oppressi; perciò venivano rappresentati e celebrati come i veri soldati di Cristo, i difensori dei poveri, che abbattevano in ogni forma i mostruosi abusi del regime teocratico, come i consolatori della vedova Rachele, di quella chiesa gnostica così crudelmente messa alla prova dal papa Erode; come i devoti sostenitori dei figli della vedova [fils de la veuve], quegli umili membri della Massoneria del Santo Graal, come il terrore di orchi, draghi e giganti.

         Dobbiamo dunque credere a Fauriel, il quale scrisse: "È indubbio che, in tutti i paesi d'Europa dove c'erano cavalieri, esistesse una classe particolare che veniva designata con il titolo di cavalieri erranti [chevaliers errants]"; e cita come prova la tassa che Enrico III d'Inghilterra impose loro nel 1241, il quale aveva grande bisogno di denaro e naturalmente dovette rivolgersi ai suoi migliori alleati per ottenerlo; avrebbe dovuto forse designarli con il loro vero titolo di missionari albigesi?

          «È nei monumenti poetici della Francia meridionale», aggiunge, «che trovo le tracce più antiche della cavalleria errante. Ciò che possiamo concludere da essi nel loro insieme è che la condizione di cavaliere errante era più accidentale e transitoria che fissa e permanente». Dove altro, del resto, si potrebbero trovare più tracce di questi pellegrini d'amore se non in Provenza, visto che la Provenza era la loro terra natale? E non era forse giusto che, dopo le prove di una vita errante, questi zelanti missionari, richiamati a una vita sedentaria, potessero riposarsi dalle loro lunghe fatiche?

           Contrariamente ai romanzi che li ritraggono sempre isolati e in fuga alla ricerca di avventure, "i poeti provenzali li mostrano piuttosto spesso mentre camminano insieme e, con ogni probabilità, temporaneamente uniti per un'impresa o una ricerca [quête] comune". Mio Dio, sì; assolutamente come i missionari dei nostri tempi, ed erano sempre accompagnati dai loro socius, che i trovatori, loro confratelli, nominavano scudiero.

          Uno dei più illustri di questi cavalieri erranti, una figura davvero autentica, almeno come trovatore, fu Raimbaud de Vaqueiras, il cui amore platonico per Madame Béatrice, che chiamava il suo bel cavaliere [beau chevalier], è molto curioso, ma richiederebbe un episodio troppo lungo. Diciamo semplicemente che Bonifacio, marchese del Monferrato, di cui si diceva che Béatrice de Raimbaud fosse la sorella, è uno dei signori dell'Europa meridionale più frequentemente citati dai trovatori, per la semplice ragione che, condividendone le credenze, estese la sua protezione ai Valdesi, la cui culla erano le valli del Piemonte.

          Altri cavalieri vengono menzionati nello stesso periodo nei monumenti storici della Francia meridionale e della Catalogna con il nome di cavalieri selvaggi [chevaliers sauvages]. Il romanzo intitolato Guido il Selvaggio [Guidon le Sauvage] offre una personificazione poetica di queste guide o pastori delle regioni alpine. Compare nell'Orlando Furioso di Ariosto, che probabilmente un giorno annoteremo, accanto a eroi il cui valore simbolico non è più difficile da determinare.

          Un brano di alcune costituzioni di Giacomo I d'Aragona, che doveva ingraziarsi Roma, proibiva, nel 1234, la creazione di "cavalieri selvaggi"; un altro brano, dice Fauriel, "sembra stabilire un collegamento tra questa classe di cavalieri e i giullari; proibisce qualsiasi dono a un giullare [jongleur] o a un cavaliere selvaggio". Credo a questa interpretazione, e tale collegamento era evidente. Il giullare non era forse lo scudiero, il compagno, il socius del cavaliere selvaggio? E il re d'Aragona, volendo dare rassicurazioni a Roma, poteva forse distinguerli nel divieto che emanò? Un dono fatto all'uno non sarebbe stato fatto anche all'altro?

         In realtà, i Cavalieri Selvaggi avevano i legami più stretti con i cavalieri erranti; come loro, erano ministri della fede proibita, obbligati a celare accuratamente la loro vera natura. Si differenziavano da loro solo per un aspetto: invece di recarsi in terre straniere per catechizzare e convertire le popolazioni ortodosse, dovevano svolgere il loro ministero nella loro patria. Inoltre, invece di esercitare funzioni sedentarie in un'unica parrocchia, dovevano spostarsi in un'area molto più vasta. Dovevano viaggiare per colline e valli, fino alle regioni alpine, portando la parola di pace e consolazione a popolazioni isolate, troppo esigue per avere un pastore residente, così come a coloro che erano stati privati ​​del loro persecuzione o del rogo. A differenza dei ministri di città, villaggi e castelli, dei cavalieri cortesi, in quanto detentori di questa o quella chiesa, della loro dama d'amore, loro erano i pastori dei boschi e delle montagne, ridotti, per far pascolare le loro pecore, a vagare per le terre più selvagge; Da qui il nome con cui vennero designati dai loro correligionari, i quali lo fecero accettare, come tanti altri termini convenzionali, anche al di fuori della loro chiesa, con un significato completamente diverso.

           Coloro che liquidano i nostri studi come buffonate e li considerano il risultato di una deplorevole allucinazione ci contrappongono a Fauriel e al suo discepolo smemorato, il signor Ampère; non possiamo fare di meglio che continuare a seguirlo, poiché egli è generalmente certo dei fatti in sé; altro discorso riguarda le loro implicazioni: pertanto, ci riserviamo la libertà di giudizio. "Esiste", afferma, "un'ultima categoria di cavalieri, la cui organizzazione effettiva e regolamentare è oggi ben poco conosciuta... Di tutti i paesi europei in cui si praticava la cavalleria, è forse la Spagna quella che offre le maggiori vestigia dell'organizzazione di cavalieri volontari [chevaliers volontaires] in un corpo di milizia distinto, prima dell'inizio del XIII secolo."

           Lungi dal perdersi nella ricerca di queste preziose vestigia storiche, il dotto e arguto professore si dirige dritto dove non può non trovarle, ovvero alla raccolta di leggi e costumi compilata dal re Alfonso X con il titolo Las Siete Partidas, o Le Sette Parti. È dunque del tutto appropriato indagare, riguardo a questo re di Castiglia e León, sul suo modo di pensare e di agire, e infine, sullo scopo delle sue politiche, procedendo in questo modo, per sette volte.

          Essendo figlio di Ferdinando III, al quale succedette nel 1352, saremmo ben inclini a considerarlo un discepolo dei fedeli d'amore. Dante aveva conservato un ricordo troppo affettuoso di questo regno, sebbene avesse dato i natali a San Domenico, perché le cose stessero diversamente; inoltre, le lodi entusiastiche tributate a questo monarca da tutti i trovatori testimoniano ampiamente la fiduciosa speranza riposta in lui dalla Chiesa dissidente. È proprio a loro che egli deve i suoi soprannomi di l’astronomo, il filosofo, saggio o studioso, nonostante la sua inettitudine governativa, poiché non era altro che il poeta fiorentino un fervente adoratore della dama Filosofia. Se Dio, diceva, lo avesse chiamato al suo consiglio al momento della creazione, il mondo sarebbe stato molto meglio ordinato, vale a dire, il Papa non sarebbe diventato, al posto di Satana, il principe del mondo, princeps mundi. Il che, bisogna ammetterlo, era molto filosofico per l'epoca.

         Cinque anni dopo l'ascesa al trono di Alfonso X, una fazione di principi tedeschi, composta da protettori della famiglia Minnesinger e segretamente ostile al papato, lo chiamò al trono imperiale e lo contrappose a Rodolfo d'Asburgo. La sua elezione fu accolta con le acclamazioni entusiastiche dei trovatori, che già prevedevano quello che chiamavano il Giorno del Giudizio, quando i morti e i vivi – ovvero cattolici e non cattolici – sarebbero stati ricompensati secondo i loro meriti. Per loro, era il giorno in cui avrebbero avuto un imperatore e un papa della loro fede. Avendo già assicurato il pontefice, la cui vita fu troppo breve, a Callisto II, ex vescovo di Limoges, che concesse alla cronaca di Turpino un certificato di autenticità come opera di un prelato contemporaneo di Carlo Magno, erano ansiosi di avere un imperatore che li aiutasse nell'elezione di un papa membro della loro chiesa. Così, in seguito, si affidarono molto a Enrico di Lussemburgo; anche all'epoca di Leone X, amico di Ariosto e membro della Società della Cazzuola [in francese Société de la Truelle], non sarebbe stato difficile per loro trovare nel sacro collegio un affiliato della loro setta, qualche eminente figura non meno devota ai loro interessi del cardinale Colonna, zelante protettore di Petrarca.

        Sfortunatamente per loro, il loro imperatore d’adozione caricò inutilmente il suo popolo di tasse per rafforzare le sue pretese sull'impero. Mentre si contendeva la corona con Rodolfo d'Asburgo, i Mori invasero le sue terre e suo figlio, Don Sancho, ribellandosi, lo depose dal trono nel 1282, aiutato dal malcontento dei suoi sudditi. Fu invano che tentò di reclamare lo scettro usurpato dal figlio, appellandosi, in vero stile filosofico, all'aiuto dei Mori d'Africa. Fallì nei suoi disperati tentativi e morì di dolore a Siviglia nel 1284. I trovatori Perfecti non mancarono di dedicargli canti di lutto e di lamentarne amaramente la perdita. Certamente, avevano buone ragioni per farlo.

        Tale era il compilatore delle Siete Partidas, ai nostri occhi altamente sospetto, data la sua provenienza da tale fonte, di aver mirato in particolare alla propagazione dell'eresia. Le sue sette divisioni sembrano corrispondere piuttosto da vicino ai sette gradi della Massoneria albigese, e potrebbero benissimo dare adito a più di un paragone incriminante; ma per brevità, vediamo quali prescrizioni Fauriel ci indica riguardo ai cavalieri volontari [chevaliers volontaires]; quali sono le usanze di cui dice: "Mi soffermerò su di esse tanto più volentieri in quanto non sono considerate esclusive della Spagna. Rappresentano, con ogni probabilità, ciò che era accaduto al di là dei Pirenei". Vale a dire, nelle province meridionali della Francia. Ci sembra impossibile trovare un'interpretazione più accurata.

        «Secondo il documento citato, la disciplina comune dei cavalieri volontari variava in tempo di pace e in tempo di guerra (ovvero di persecuzione) e si estendeva ai minimi dettagli del loro regime.» I colori delle loro vesti, in numero di tre, ovviamente, erano analoghi a quelli con cui Dante veste Beatrice, e che riappaiono alla fine del Paradiso, nei tre cerchi che, riflessi come Iri da Iri, offrivano allo sguardo abbagliato del poeta l'immagine dei Perfetti, la nostra effigie. Solo il giallo sostituisce il bianco, per un motivo puramente locale, essendo questo colore adottato come colore nazionale dagli spagnoli. I colori scuri adottati dai Perfetti nei paesi in cui furono costretti a nascondersi «sarebbero apparsi come un segno di tristezza e quasi di codardia» a questi valorosi dottori del gai saber, sotto un principe che li proteggeva e che stava per indossare il diadema imperiale.

        "Il loro stile di vita durante la guerra (e le persecuzioni) sembrava essere rigidamente regolamentato e molto severo. Consumavano due pasti al giorno (una dieta del genere non avrebbe dovuto dare a questi valorosi campioni un grande vigore?): uno al mattino presto (alle prime ore del giorno, quando i muratori iniziano il loro lavoro); l'altro la sera, dopo il tramonto (stessa analogia). Il primo pasto era molto frugale (senza dubbio per meglio affrontare le fatiche della giornata). Il pasto serale era il più abbondante; ma, sia al mattino che alla sera, venivano serviti solo cibi rozzi e vino mediocre. Tra un pasto e l'altro, veniva loro data solo acqua, tranne durante i periodi di caldo intenso, quando veniva mescolata con un po' di aceto. (Provate a sottoporre dei veri soldati a questo regime, anche in Spagna)."

         «Quando erano in guerra (cioè quando venivano attaccati), non si riteneva opportuno parlarne con loro. (La persecuzione parlava da sé.) Ma in tempo di pace, per mantenere vivo il loro coraggio nell’esaltazione, durante i pasti (nel refettorio) venivano lette loro delle storie ad alta voce. Venivano letti loro racconti veri o romanzati [romanesque] di antiche guerre o delle gesta [prouesses] di cavalieri di un tempo, e in assenza di storie scritte di questo genere, avevano i canti eroici dei menestrelli [jongleurs] (tutto ciò è autoesplicativo).»

 

         "Inoltre, oltre ai particolari doveri derivanti dalla loro organizzazione, i cavalieri volontari erano vincolati dai doveri generali della cavalleria (come si poteva dubitarne, per quanto perfetti fossero?); difendere i deboli dai forti (la vedova e i figli della vedova [Fils de la Veuve] contro l'oppressore mitrato, contro Estult il Superbo); adoperarsi per ristabilire la concordia ovunque la vedessero turbata (santo cielo! quali predicatori di pace sono questi guerrieri armati fino ai denti, che incitano, lancia in mano, ad abbracciarci il più presto possibile pena le percosse!); al rispettoso servizio delle dame (chiese) e alla difesa della religione (albigese)."

       «Esiste persino un'usanza che sembrerebbe indicare da parte loro un'intenzione più forte e deliberata di adempiere a questi doveri: la pratica di marchiare il braccio destro con un ferro rovente, un segno indelebile inteso a ricordarglielo. Sì, il battesimo del fuoco o dello Spirito imprimeva in loro un carattere indelebile che li contrassegnava come soldati di Cristo, ma non per mezzo di una vera e propria bruciatura, che senza dubbio li avrebbe identificati agli inquisitori. Si trattava di un ferro rovente massonico.

       Non è forse sorprendente che un uomo del calibro di Fauriel si sia lasciato ingannare da tali mistificazioni? Che una regola quasi monastica, destinata a uomini abituati a una vita di privazioni, che non impiegavano altre armi per raggiungere il loro scopo se non la parola e l'esempio di una devozione totalmente pacifica, gli sia apparsa con il carattere di una norma puramente militare?

       Se non fosse stato accecato da preoccupazioni che ancora oggi fuorviano tante persone intelligenti, il più semplice buon senso gli avrebbe detto: che re Alfonso X, convinto di essere sul punto di indossare la corona imperiale, aveva convocato un certo numero di Perfetti dalla Germania, dall'Italia e dalla Francia, destinati a formare, oltre il Reno, il nucleo di un clero devoto ai suoi interessi e al trionfo della religione evangelica; che a tal fine aveva reclutato volontari sia tra i cavalieri erranti che tra i cavalieri selvaggi, e che aveva ritenuto opportuno stabilire per loro una regola conforme al loro stile di vita consuetudinario, una regola che somigliava, per molti aspetti, a quella dei Templari e degli Ospitalieri di San Giovanni. Infine, che il servizio militare al quale questa regola li vincolava fittiziamente non era altro che quello dei soldati della Chiesa militante contro la Chiesa usurpatrice.

 


Giocolieri nelle Cantigas di Alfonso X il Saggio. Il manoscritto delle Cantigas de Santa María è una delle più importanti raccolte di canti monofonici della letteratura medievale occidentale, scritta durante il regno di Alfonso X di Castiglia, detto il Saggio (1221-1284).

 

        È molto probabile che l'idea iniziale delle Siete Partidas sia stata suggerita ad Alfonso X da Guiraud Riquier, un trovatore di Narbona. Ecco come si rivolse la sua supplica del principe a nome dei giocolieri e dei trovatori, dopo un elogio della Gaia scienza [Gaie science], che, disse, gli aveva procurato più onore che ricchezza: "La jonglerie[6] [Giocoleria] fu istituito da uomini dotti [hommes de savoir] per mettere, guidare, i buoni nel cammino verso la gioia e l'onore. Poi vennero i trovatori, per cantare storie di tempi passati e per infondere coraggio ai valorosi. Ma è sorta una razza di persone che, senza merito né ingegno, si arroga il ruolo di cantante, strumentista e trovatore. Il giocoliere cade così in disgrazia. Deploro il fatto che i talentuosi trovatori non abbiano alzato la voce contro questo abuso". Avrei voluto che avessero chiesto che ogni tipo di giocoliere avesse un nome particolare per distinguerli (in modo che i sacerdoti non venissero confusi con i menestrelli).

         “Ma tu, potente re, che possiedi tutta l'autorità e la conoscenza necessarie [tout le savoir] per correggere un disordine così pernicioso; tu che regni sulla Castiglia, dove la giocoleria [jonglerie] e la scienza (Gaia) hanno in tutti i tempi trovato più protezione che in qualsiasi corte; tu, così ben sopranominato (il saggio) per intraprendere la grande opera che propongo, intraprendi questa riforma... Impedisci che coloro che possiedono la scienza del trovare [trouver], della scoperta, vengano confusi con i menestrelli e altri della stessa risma. Dai loro un nome speciale (quello di cavalieri volontari, per esempio) che ti sembri appropriato. Tu sai, nobile re di Castiglia, quanto essi sono aldisopra di coloro che offrono solo un frivolo piacere agli occhi e alle orecchie; poiché i eruditi trovatori [savants troubadours] lasciano un'impressione forte e duratura nelle menti di ognuno con tutto ciò che dicono di buono, e inducono gli uditori a conformare la propria condotta.

        «Che ingiustizia mettere sullo stesso piano i menestrelli più vili, questi uomini dotati da Dio di una conoscenza così grande, e attraverso i quali Egli volle che la scienza (Gaia), il più prezioso dei beni, si diffondesse in tutto il mondo come da una sorgente abbondante? Quali onori non dovrebbero essere tributati a questi trovatori, creati per illuminare l'universo, quando si rendono stimabili tanto per la loro condotta quanto per la loro conoscenza? (A differenza del clero romano).»

        "La mia richiesta è rivolta unicamente a coloro che scrivono versi in cui la ragione, in armonia con la rima, impartisce degli insegnamenti utili; a coloro che onorano la scienza con composizioni arricchite da bei passi (romanzi settari) e citazioni erudite (dai Vangeli dell'Infanzia, da Giuseppe d'Arimatea e da altri)."

         Potremo valutare fino a che punto il re di Castiglia accolse questa richiesta e se l'abate Millot, che la narra dettagliatamente, avesse ragione a dubitarne della serietà, nonostante la gravità delle sue parole. Ma almeno potremo farci un'idea chiara di un'istituzione la cui vera natura è stata completamente fraintesa. La esamineremo più da vicino quando parleremo di cavalieri erranti, cavalieri selvaggi e cavalieri volontari. Soprattutto, non confonderemo più la cavalleria feudale con la cavalleria d'amore, nata in opposizione al suo potere e con l'intento di riformarne gli abusi.

 

OTTAVO E NONO ESEMPIO. - Uno sguardo agli Amadis e a Blandin[o] di Cornovaglia.

 

      Solo poche parole a margine su Amadis e su Blandino [Blandin], perché siamo ormai all'undicesima pagina e quello che doveva essere solo un opuscolo rischia di diventare un libro. Invano protestano per un trattamento speciale Parise la Duchessa, Bertha Bigfoot, Girart di Nevers, Partenopex di Blois, Dolopathos, il capro espiatorio dell'astuzia romana, ecc.; aspetteranno che il pubblico abbia acquisito gusto per i travestimenti medievali; per ora, invece, importa ben poco e, più che mai, "le opere lunghe lo spaventano": cerchiamo dunque di essere brevi.

 


Amadis de Gaule (Amadís de Gaula) è un romanzo cavalleresco spagnolo

Edizione spagnola del 1508

 

        Un'opera monumentale [Un travail de bénédictin] non basterebbe a esaurire la serie dei Amadis, né quella dei suoi discendenti Galaor, Esplandian, ecc. Tutti questi romanzi spagnoli e di altre nazionalità non differiscono in alcun modo da quelli di cui sono state lette le analisi più o meno dettagliate. Amadis, che dovrebbe essere scritto Amadiex [Amadio], significa colui che ama Dio; è anche scritto Amadius; ricordiamo che fu al grido di "Diex le volt" [Dio lo vuole] che i Crociati si precipitarono verso Oriente. Questo nome è quindi molto vicino nella sua etimologia a quella di Aymons o Aimons; così come ad Aymeri o aime-riz [amanti del riso o del sorriso], Aymar o aime-art [amanti l'arte], e altro ancora; in effetti, tutti questi nomi appartengono alla stessa famiglia. Lasciamo che i filologi alzino pure la voce, i nostri antichi autori ricercatori [ovvero trouveur, un raro Sostantivo francese su Persona che trova, inventa.] ne sapevano più di loro, e quando adottarono certi nomi, erano molto più interessati al significato implicito che alla vera etimologia, alla quale spesso prestavano ben poca attenzione.

          Il primo degli Amadio, [Amadis], dice il Cavaliere del Leone [chevalier du Lion], anziché chiamarlo di Lione [Lyon], è designato anche sotto il nome di Bel tenebroso [beau Ténébreux], equivalente al bel misterioso [beau mystérieux] o al bel bruno, il bello dai capelli scuri [beau brun], da cui quello di Brunis-sens che ci ha donato il cui significato. Lo si può quindi facilmente riconoscere, attraverso questi vari indizi, come un Povero Uomo di Lione. Come i suoi compagni cavalieri, i suoi confratelli, questo apostolo del Vangelo albigese lascia la Gallia, l'Aquitania, la sua patria, per passare in Spagna e conquistare quella terra per la religione dell'amore [religion d'amour]. Come altri romanzi, quello che narra le sue gesta e azioni oltre i Pirenei è un diario, una cronaca delle sue imprese apostoliche, dei suoi trionfi sui sicari di Roma. Cosa vi sarebbe di più facile da riconoscere?

   Amadio [Amadis], il perfetto cavaliere di Lione, con il suo atteggiamento e il suo linguaggio tenebroso, è innamorato della bella Oriana [Oriane]. Questo nome, derivato dall'Oriente, indica chiaramente la stretta fusione tra la cultura vaudeisima locale e l'albigesianismo orientale, personificato nella bella donna, fiore, rosa, stella d'Oriente. Ogni luce, ogni bontà, in questa letteratura, si riteneva provenisse dall'Oriente; persino la piccola città di Assisi, secondo Dante, avrebbe dovuto essere chiamata Oriente, per aver dato i natali a San Francesco, il povero di Dio, nel quale egli cercava un fratello.

       Come non si può non vedere che gli anni trascorsi da Amadis sulla Roccia povera [Roche pauvre] alludono alla lunga persecuzione subita dai Poveri di Lione [Pauvres de Lyon], costretti a rifugiarsi nei luoghi più deserti? La roccia del Bel tenebroso è in realtà la roccia dei poveri, la buona roccia, la buona pietra, non diversa da quella sulla quale il Salvatore volle che fosse edificata la sua Chiesa. La sua stessa natura contrasta con la pietra dello scandalo eretta a Roma. Come buona Pietra, si pone in diretta opposizione alla celebre città chiamata Mala-Pietra da Dante. Così come la bella e tenera Oriana è la controparte della crudele madonna Pietra.


Don Quijote di Luis Tasso, (1894)

 

        Michel [Miquel] Cervantes, buon e leale cattolico, conosceva senza dubbio anche la misteriosa essenza del romanzo di A Madis. Ciononostante, salutò i primi quattro libri come un capolavoro. Quando egli stesso ne creò uno con l'immortale don Chisciotte, nessuno sospettò che il suo scopo fosse quello di ricondurre nel grembo della Chiesa i resti della Chiesa albigese, dispersi per le province spagnole, mostrando loro la vacuità delle loro speranze. Insomma, perché non è questo il momento di soffermarsi sull'argomento, nessuno sospettò che il Cavaliere dalla Triste figura fosse, in pratica, una caritevole caricatura di quegli uomini che egli stimava in fondo per le loro virtù e la loro sapienza, la controparte di Tristano di Cornovaglia [Tristan de Léonnois] o del Povero di Lione, nelle cui vesti si erano visti un tempo riflessi.

   Ogni apostolo della religione d'amore aveva diritto al nome di Amadio [Amadis]; così, Amadis di Gallia ebbe innumerevoli discendenti. Naturalmente doveva esserci anche un Amadis di Grecia, la setta era giunta da Costantinopoli in Francia passando per la Bulgaria; ma il romanzo di quel nome deve aver avuto come eroe, salvo prova contraria, Pierre Vidal, quel famoso trovatore che, dopo aver sposato una donna greca (avendo convertito una chiesa greca) sull'isola di Cipro, si mise in testa, come narrano i suoi biografi, anch'essi albigesi, di conquistare l'impero greco per i diritti di sua moglie. C'era anche un Amadis di Trebisonda, per una ragione simile, un Amadio della Stella [Amadis de l'Étoile], implicitamente proveniente dall'Oriente, e così via. Speriamo di essere perdonati per non aver fornito un elenco completo e, senza ulteriori indugi, passiamo a missionari più vicini alla nostra epoca.

         Se desiderate nomi ancora più significativi di Amadis, portate la vostra attenzione sul titolo di questo romanzo epico: Blandino di Cornovaglia [BLANDIN de Cornouailles] e Guilotto Ardit di Miramar [GUILHOT ARDIT de MIRAMAR]. Non è difficile intuire che il primo nome derivi da blandire [blandire], accarezzare, adulare; e che il secondo, tradotto letteralmente, significhi l'intrepido nemico della menzogna, il cui sguardo è fisso sul mare. Infatti, guil, in provenzale, significa menzogna, host, da hostis, nemico, ardit [ardente], valoroso, mirar, guardare o ammirare, e mar, mare. Resta da vedere se i due eroi siano degni dei loro nomi. Ma prima di tutto, chi sarà l'autore del romanzo?

        Jean Nostradamus, che aveva le sue ragioni per coltivare l'anacronismo, attribuisce Blandino di Cornovaglia a Eleonora [Éléonore], una delle quattro figlie di Raimondo di Tolosa, che in seguito sposò Enrico III d'Inghilterra. Non sorprende che i principi della stessa fede si unissero in quei tempi, come accade oggi, attraverso il matrimonio. Secondo Nostradamus, questa principessa lo inviò a Riccardo Cuor di Leone; si noti che questo monarca era morto prima della sua nascita. "Se gli fece questo dono", scrive, "fu perché, durante il viaggio verso la Crociata, Riccardo si fermò alla corte di Tolosa, dove avrebbe appreso la lingua dei trovatori e si esercitò a scriverla". Come possiamo vedere, i biografi non si facevano scrupoli a esprimere attraverso delle immagini ciò che non osavano dire altrimenti. È comprensibile che Riccardo abbia fatto rapidi progressi a Tolosa.

       È quindi inutile cercare un autore che avesse ottime ragioni per rimanere in silenzio. Chiunque fosse, era un albigese, poiché l'essenza settaria della sua opera si rivela in ogni pagina. Pur essendo giudicata mediocre da Fauriel, quest'opera possiede nondimeno un valore storico; poiché segna la presa di potere dell'eresia in Scozia e Irlanda, dopo aver già dominato l'Inghilterra. Va notato che, secondo le informazioni biografiche fornite da Nostradamus, l'evento risale al regno di Riccardo. Ora, se dobbiamo credere al nome dell'eroe, il mite Blandino, la doppia conquista fu compiuta senza violenza, per mezzo della persuasione, sebbene, come di consueto, non manchino, secondo l’uso, gesta belliche nel racconto delle sue avventure. Preferiamo seguire Raynouard, la cui analisi è più completa di quella di Fauriel, nel riassumere questo romanzo d'amore [d'amors] e di cavalleria, che si apre ritualmente intorno alla Pentecoste.

        Blandino ha come compagno d'armi di Blandin è Guilotto [Guilhot], suo socius. Entrambi sono partiti alla ricerca di avventura [en quête d'aventures]. Dopo aver cavalcato per due giorni e due notti senza guida se non un cagnolino, simbolo di fedeltà, giungono all'ingresso di una grotta. Blandin entra da solo. Cammina dapprima in una profonda oscurità; così è sempre nelle terre papali, che si tratti di foreste o di grotte; poi giunge, come Jauffre, o come l'amante della Rosa, o altro ancora, in un ricco frutteto, dove si addormenta sotto un melo in fiore. Non ci troviamo più, come vediamo, sul terreno dove cresce l'ulivo; così, è l'albero caro ai Normanni, quegli eroi dei trovatori, che per primo si presenta ai nostri occhi; inoltre, i fiori di cui è carico l'albero indicano la stagione della primavera, la stagione delle missioni e delle iniziazioni.

         Blandino viene svegliato da due fanciulle che lo supplicano di liberarle da un gigante (Estulto [Estult] il Superbo) di cui sono tenute prigioniere. Vi è il bisogno di dire che le due supplicanti rappresentano le chiese di Scozia e Irlanda? Il Perfetto cavaliere esaudirebbe la loro richiesta, a condizione che lo seguano in caso di vittoria. Una condizione che accettano prontamente. Blandino trionfa effettivamente su questo gigantesco nemico; poi, con le sue due nuove conquiste, si ricongiunge al suo amico Guilotto di Miramare, che è rimasto ad aspettarlo all'ingresso della caverna.

        Le due fanciulle salgono in groppa ai due cavalieri e i quattro cavalcano verso un castello che appare all'orizzonte. Appartiene alla famiglia delle due sorelle. Un altro gigante metropolitano, fratello del defunto, se ne è impadronito con la forza e tiene prigionieri i loro genitori: Perfetti cavalieri di nobile lignaggio. Guilotto rivendica l'onore dell'avventura, senza dubbio in quanto nemico della falsità; Ma, nel momento del trionfo, compaiono due leoni enormi, due figli del gigante, uno regolare, l'altro laico, che a colpo sicuro uniscono orgoglio e forza, e probabilmente secondo i diritti del padre, lo caricano di catene.

         Blandino, non vedendo ritornare il suo amico, entra a sua volta nel castello e, ben presto, aiutato da Guilotto, che ha sfondato le porte della prigione, sconfigge i tre giganti. I due vincitori concedono quindi la libertà ai genitori delle fanciulle, ai loro pastori e padri spirituali, e li restituiscono alle loro terre.

         Il giorno seguente, all'alba, all'ora della Messa, i due Perfetti cavalieri lasciarono il castello. Mentre cavalcavano, udirono un bel uccello, in altre parole un menestrello, un cantore d'amore, che racconta loro nella sua lingua armoniosa, che dopo aver attraversato un grande deserto (cattolico), avrebbero trovato un bellissimo pino; vale a dire, una cattedrale, il cui campanile assomiglia a questo albero piramidale, e che lì, uno avrebbe dovuto prendere la sua strada a destra, l'altro a sinistra.

        Come potevano rifiutarsi di seguire le istruzioni del Perfetto Uccello? Giunti nel luogo indicato, i due fratelli d'armi si separarono, accordandosi per ritrovarsi nello stesso posto il giorno dopo San Martino, all'inizio dell'inverno, quella stagione detestata dai trovatori, il periodo in cui di solito terminavano le loro missioni. Il più piccolo dettaglio è significativo.

         Guilotto di Miramare incontrò presto uno dei giganti sconfitti al castello; lo uccise; ma ferito lui stesso, rimontò a fatica sul suo destriero e si allontanò, perdendo le forze insieme al sangue. I Perfetti cavalieri a volte dovevano affrontare prove sanguinose. Un eremita, uno dei loro Ospitalieri, lo accolse e riuscì a guarirlo in pochi giorni. Quindi riprese i suoi viaggi apostolici. Il fratello del cavaliere nero a sua volta soccombette ai suoi colpi, ma il vincitore fu sopraffatto dal numero dei nemici e rimase prigioniero. Il povero Guilotto fu perseguitato dalla sfortuna. Tale era spesso, è vero, il destino dei missionari suoi confratelli.

         Da parte sua, Blandino, una volta separatosi dal suo compagno, era entrato in un boschetto, un frutteto, un giardino – in questo genere di narrativa è tutto uguale. Lì, aveva incontrato una fanciulla che accudiva un cavallo bianco. Abbiamo già discusso il significato più ordinario del cavallo. La bella gli dice di essere conosciuta come la Damigella d'Oltremare; una strana coincidenza con il nome del suo amico, l'intrepido Guilotto di Miramare; ma lui non ha tempo di soffermarsi su questo; infatti, invitato a condividere il pasto con la dama, accetta la Cena e poi passeggia con lei nel prato. Ma ben presto, sopraffatto dalla sonnolenza, si addormenta sotto un pino; senza dubbio sotto l'influenza di qualche reminescenza ortodosa della bella sconosciuta. Al suo risveglio, la damigella è svanita e gli ha lasciato il suo cavallo bianco, in cambio del suo, che lei ha portato via e che, a quanto pare, doveva essere grigio pomellato, dato che la pavimentazione del tempio era bianca e nera.

          Blandino intende ritrovare sia la dama che il destriero. Dopo tre giorni di viaggio, uno scudiero lo informa che il suo padrone ha perso la vita nel tentativo di spezzare l'incantesimo che tiene addormentata una bellissima fanciulla, di cui era perdutamente innamorato. Era impossibile che l’insegnamento narcotico impartito sotto l'influenza del negromante papale non producessero un profondo torpore tra le monache della Gran Bretagna. I romanzi testimoniano che lo stesso accadeva in ogni paese del mondo. Tale fu il destino della Bella Addormentata nel bosco, perseguitata dalla fata malvagia e protetta da quella buona.

         Il valoroso cavaliere fu condotto al castello dove giaceva la bella addormentata. Dei dieci cavalieri che la custodivano, ne uccise sei e fatti arrendere gli altri quattro, e, dopo averli prudentemente rinchiusi, perlustrò il castello; ma tutte le sue ricerche furono vane. Scendendo poi in giardino, trovò il fratello della bella incantata, che gli rivelò tutto il mistero. Lo condusse in una stanza dove vide questa bellezza perfetta distesa su un letto, circondata da sette damigelle, una delle quali era sua sorella, che vegliava giorno e notte. Vedendola così bianca e così perfetta, Blandino non poté fare a meno di innamorarsi di lei. Era quasi certo che l'avrebbe risvegliata.

         Ma per spezzare l'incantesimo, bisogna sconfiggere il falco Bianco. Qualcuno ci crederà se diciamo che questo uccello cacciatore di anime si contrappone, non solo nel piumaggio ma anche nelle abitudini, al falco nero di Albarua? Eppure è così, perché simboleggia il proselitismo dei puri, o Catari, in opposizione a quello dei frati predicatori dell'Ordine di San Domenico. Il Falco Bianco è imprigionato in una torre con tre porte, custodite: la prima da un serpente, la seconda da un dragone e la terza da un gigante saraceno. Quest'ultimo può morire solo se gli viene estratto un dente; per timore di sbagliare, Blandino gliene estrae due, distruggendo così simultaneamente il potere spirituale e temporale di questo gigante pagano, che se ne nutriva abbondantemente e a cui doveva la sua formidabile forza. Inutile dire che, ne Il Serpente e il Dragone, uccide anche il clero secolare e quello ordinario.

   Queste imprese compiute, il vincitore ritorna trionfante con il destriero bianco. A quel punto l'incantesimo si spezza. La fanciulla si risveglia e, grata, accetta la mano del suo liberatore. Gli rivela di essere proprio la fanciulla venuta d'oltremare, colei che gli aveva sottratto il destriero, e che il suo nome è Brianda [Briande]. Tuttavia, Blandino non dimentica Guilotto, né la promessa fattagli. Dopo un mese di permanenza, desidera raggiungerlo. Brianda è profondamente addolorata, ma il Perfetto cavaliere insiste nel voler partire, giurando di tornare.

   E così, ancora una volta, si mette in viaggio. Grazie a una serie di fortunate coincidenze, apprende che Guilotto è prigioniero e scopre il luogo della sua prigionia. Lo libera e poi si affretta a tornare con lui al castello di Brianda, dove il suo compagno d'armi, innamorandosi a sua volta della sorella della dama, si unisce a lei in amore. Non c'è dubbio su chi sia questa sorella, non meno desiderosa della maggiore di sottomettersi alla legge dell'amore; infatti l'autore non ha esitato a chiamarla Irlanda [Yrlande]. Quanto all'altra dama, è stato un po' più sottile e, invece di chiamarla Scozia [Ecosse], il che sarebbe stato troppo ovvio, l'ha battezzata Brianda, come abbiamo visto, vale a dire la valorosa, la meritevole, dal provenzale briu, valore, merito. Non si potrebbe chiedere di meglio, a quanto pare, né aspettarsi ulteriori spiegazioni da parte nostra.

       Non basterebbe questo per concludere che, persino all'epoca in cui fu composta questa curiosa epopea, l'eresia dilagava nei tre regni e che i suoi segreti mecenati fossero i conquistatori normanni, rappresentati da Riccardo Cuor di Leone? Chissà, forse, se questo celebre soprannome, giustificato dal brillante valore del monarca, non avesse un doppio significato nella mente dei trovatori, che potrebbero essere stati i primi ad attribuirglielo? Strani scherzi del destino! Lasciate che l'albigesianesimo si trasformi in una terra dove ha messo radici profonde e che infine trionfi all'interno del protestantesimo; vedrete che, dopo qualche secolo, si comporterà nei confronti dei cattolici con la stessa carità e gentilezza con cui i crociati di Montfort si comportarono nei confronti degli albigesi.

 

 

I trouvères[7], i Minnesingers[8] e altri cantori d'amore, discepoli dei troubadours.

 

Un joueur de vièle, Suonatore di vielle, miniatura delle Cantigas de Santa Maria, XIII secolo

   Lo studioso Victor Leclerc credeva di onorare la memoria di Fauriel, suo collega all'Accademia delle Iscrizioni e delle Belle Lettere, affermando nella nota biografica a lui dedicata che, negli ultimi anni della sua vita, avendo abbandonato la tesi della superiorità dei trovatori sui trovatori, Fauriel era giunto a riconoscere la simultaneità e l'uguale originalità della poesia francese e provenzale. Molti, dopo aver letto quanto precede, potrebbero pensare che, lungi dal rendere un buon servizio a Fauriel, Victor Leclerc gli abbia recato un disservizio. Quanto a noi, crediamo a questa affermazione del suo deplorevole collega, poiché effettivamente la riporta, ma la consideriamo una concessione fatta per la pace, un compromesso raggiunto da un uomo stanco della lotta; perché anche lui, come noi, aveva incontrato un'ostinata opposizione; ma almeno tale opposizione aveva alzato la voce e non aveva esitato a scendere in campo.

   In ogni caso, Fauriel aveva assolutamente ragione. Gli mancava solo una cosa per assicurare il trionfo della sua opinione: il riconoscimento dell'origine della poesia provenzale e della sua essenza religiosa. Si sforza a lungo di rivendicare la preminenza dell'epica provenzale su quella francese. Per lui, a prescindere dai numerosi, intimi ed evidenti legami tra le due – legami che non lasciano dubbi sul fatto che l'una sia servita da tipo, da modello per l'altra – la priorità della scuola provenzale deriva da dati storici e cronologici inequivocabili; ma i dati che presenta non sono i più decisivi.

   Poiché l'epica cavalleresca è, a suo parere, il complemento naturale e necessario della poesia lirica dei troubadours, in italiano semplicemente i trovatori, l'originalità e la preminenza di quest'ultima rispetto a quella dei trovatori favoriscono indiscutibilmente i poeti del Midi, del Sud. Infatti, se si raccolgono e si ordinano cronologicamente i pezzi più caratteristici della poesia lirica provenzale, si otterrà una serie che, non estendendosi oltre il XII secolo, si concluderà intorno al 1200. Facendo lo stesso con le composizioni liriche dei trovatori, corrispondenti a quelle dei trovatori, si otterrà una serie che si estenderà dall'inizio alla fine del XIII secolo; il che lascia un intero secolo tra le varie parti corrispondenti delle due serie poetiche. Confrontandole, "si scoprirà", afferma il dotto scrittore, "che, nel loro insieme, la serie più moderna non è altro che una sorta di rielaborazione, una nuova versione di quella precedente. In entrambe si ritrovano le stesse idee, gli stessi sentimenti, le stesse convinzioni espresse per lo stesso scopo, dello stesso tono, utilizzando le STESSE FORMULE POETICHE".

   «Se, nel confrontare queste due serie di composizioni poetiche, ci concentriamo su ciò che è più immediato e sorprendente, ci rendiamo presto conto che il sistema poetico dei trovatori [trouvères] in Francia non è altro che un sistema straniero trapiantato, dépaysé ovvero fuori luogo che non possiede più lo stesso significato o scopo che aveva nella sua terra d'origine». Vedremo che, fatta eccezione per gli ultimi due versi, l'eminente professore aveva perfettamente ragione. Lo intuiva istintivamente, ma la prova ovvia e dimostrativa gli sfuggiva, qualunque cosa facesse, perché non riusciva a percepire il legame religioso che unisce i due scrittori del Sud e del Nord.

   Gli sarebbe piaciuto sapere qualcosa di positivo sui primi rapporti tra i trouvères e i troubadours o trovatori; gli sembrava probabile che, in mancanza di scuole formalmente istituite in Francia per lo studio della loro arte, "i primi trovatori [trouvères] studiassero il provenzale". Accadde esattamente il contrario. In quale regione dell'antica Gallia l'albigesianesimo mise radici per la prima volta e vi radicarono profondamente? Indubbiamente in Aquitania. Ebbene, stabilito questo punto, ne conseguì ciò che logicamente imponeva: gli zelanti propagandisti del Sud impararono la lingua di coloro che volevano convertire al Nord e ne divennero i maestri, fornendo loro, nella loro lingua, sia insegnamenti che esempi. Formarono così discepoli che non mancavano né di ispirazione né di abilità e che ben presto seguirono le loro orme.

   Tra questi vi era Chrétien de Troyes, che scrisse le prime due opere in francese [en français], nello stile dei troubadours, la cui datazione può essere approssimativamente stabilita. Lo stesso Fauriel osserva che, «per ragioni più o meno serie, i troubadours, frequentando tutte le parti d'Europa, dovevano trovare piacevole e vantaggioso conoscere la lingua; e che, infatti, nella seconda metà del XII secolo, vediamo trovatori [troubadours], tra cui Raimbaud de Vaqueiras, che scrivono versi in italiano, spagnolo e francese [FRANÇAIS]». Ciò è comprensibile se si ricorda che Raimbaud era un cavaliere errante, ovvero un missionario albigese.

    Non è forse sorprendente che l'abile professore che ha fatto notare questo fatto singolare non ne abbia dedotto la conclusione che, nell'apprendere così tante lingue differenti, e in particolare quella della Francia settentrionale, i trovatori [troubadours] avessero una motivazione più forte del semplice desiderio di viaggiare più piacevolmente? Se avesse considerato questo aspetto, avrebbe cercato, e probabilmente trovato, questa motivazione decisiva. Avrebbe quindi compreso che erano i maestri a venire in cerca dei discepoli, anziché questi ultimi inizialmente in cerca di lezioni.

   Sebbene i versi di Raimbaud de Vaqueiras possano essere annoverati tra le più antiche poesie francesi di genere amoroso e cavalleresco, altri esempi simili si possono ancora trovare qua e là in raccolte provenzali composte da poeti del sud della Francia. "In particolare", scrive, "vi si trova una poesia, interamente in francese, indirizzata da Gaucelm Faydit a una dama francese di cui professava l'amore". Gli elementi incomprensibili o oscuri che il dotto professore rileva in questa composizione meritano l'attenzione degli studiosi.

   «Gaucelm Faydit scrisse quest'opera in Siria, nel 1191 o 1192, cioè nel corso la Terza Crociata, dove aveva seguito Riccardo Cuor di Leone». Credete dunque che tutti questi pii crociati fossero devoti cattolici, quando vedete re Riccardo accompagnato in Oriente da uno dei principali pastori della setta, e questo stesso pastore che non trascura, dalle profondità della Siria, di ravvivare, attraverso i suoi messaggi episcopali, la fede della chiesa che aveva convertito in Francia alla religione dell'amore.

    Secondo tutti gli scrittori, i viaggi dei trovatori [troubadours] si estendevano ben oltre i confini della lingua provenzale. Ci si potrebbe chiedere se il solo fervore poetico fosse sufficiente a motivarli ad intraprendere viaggi così lunghi, in un'epoca in cui la difficoltà delle comunicazioni li rendeva tanto pericolosi quanto costosi. Le conquiste della poesia provenzale in Europa sono dovute a un tipo di fervore completamente diverso. Senza il fervore religioso che avrebbe arricchito tutte le opere di questo genio meridionale, avrebbero raggiunto un successo così clamoroso da un capo all'altro d'Europa? Sarebbero sopravvissuti alla guerra di sterminio scatenata contro di loro dal papato? Perché così tante opere sono sopravvissute in tedesco, francese e spagnolo, mentre gli originali provenzali sono stati annientati? Perché sono state preservate dallo stesso fervore religioso che ha contribuito alla loro straordinaria popolarità e alla loro diffusione in tutti i paesi.

   Le prime spedizioni dei missionari trovatori [missionnaires troubadours] non erano certamente dirette verso la Francia; naturalmente, iniziarono preparando i loro itinerari e assicurandosi luoghi di rifugio lungo il percorso, al di fuori dei confini della loro lingua occitana. L'Italia e la Spagna furono tra i primi paesi che visitarono; pertanto, anche questi paesi avevano i loro trovatori [troubadours]. "Si osserva", aggiunge Fauriel, "che oltre i Pirenei, i trovatori [troubadours] e i giullari [jongleurs] frequentavano di solito la Catalogna e l'Aragona, che visitavano spesso la Castiglia e talvolta il Portogallo". Ciò è attestato, se necessario, dalle ripetute menzioni di questi vari paesi nei romanzi cavallereschi. Un'ulteriore prova si troverebbe nella cronaca del Falso Turpino, un'opera albigese intesa ad attirare in Aquitania, con il pretesto di un pellegrinaggio a Santiago de Compostela, l'apostolo della speranza, la cui epistola ispirò così tanto Dante, e i devoti che speravano di convertire, e i correligionari con cui dovevano intrattenersi misteriosamente. Ciò è attestato dal Romancero, il cui eroe, una contraffazione spagnola di Orlando, è acclamato come Cid dai Saraceni, per i quali non è meno temibile del signore di Blaye e d'Inghilterra. Infine, ciò è reso innegabilmente chiaro dall'enorme numero di romanzi spagnoli che compongono la biblioteca di Don Chisciotte, che Cervantes fa bruciare al curato, emblema del buon prete cattolico.

   I trovatori [troubadours] non lasciarono ovunque tracce così numerose dei loro pellegrinaggi lontani come in Spagna; ma la Francia è certamente il paese in cui sono sopravvissute le opere più notevoli e significative dal punto di vista letterario, sia in ambito letterario che storico. Non c'è dubbio che vi si recassero frequentemente, non appena i loro pellegrinaggi furono organizzati. Ne sono testimonianza le chiese confessionali sorte a Orléans, Montwimer, in Piccardia, nelle Fiandre e in tutti i luoghi accuratamente elencati da Garin le Loherainc. Ne sono un'ulteriore conferma i loro poemi epici, coraggiosamente considerati originali dagli studiosi poiché il testo originale è andato perduto. Infine, vi sono le numerose composizioni di questi instancabili missionari indirizzate ai nobili francesi, alcune persino in lingua francese.

   Se mostriamo, con prove a sostegno, i trovatori che invadevano la Provenza, le regioni di lingua occitana [de langue d'oc et de si] e le aree circostanti, componendo in queste lingue così diverse dalla propria, potremmo credere che i trovatori [troubadours] abbiano tratto da loro insegnamenti ed esempi. Resta però da individuare in loro una motivazione altrettanto potente di quella che riscontriamo nei loro imitatori, tale da aver dato loro un simile impulso. I trovatori [troubadours] frequentavano senza dubbio le corti d'Inghilterra, delle Fiandre e del Brabante, forse anche di Svezia e Danimarca; ma intrapresero queste spedizioni lontane solo seguendo e su sollecitazione dei poeti-apostoli [apôtres-poëtes] della Provenza.

     L'Italia, la cui lingua più somigliava a quella dei trovatori [L'Italie, dont l'idiome se rapprochait le plus de celui des troubadours (pag. 186)], e dove trovarono tali affinità nell'organizzazione, nei gusti, nei costumi e nelle pratiche municipali, era una terra che percorsero costantemente da un capo all'altro. I loro sforzi principali erano diretti in questa direzione, poiché era lì che esercitava il potere di cui tramavano la rovina. Federico II e Manfredi, se non i conquistatori normanni, concessero loro l'accesso al sud della penisola e alla Sicilia. Ma fu soprattutto la parte settentrionale – Piemonte, Lombardia e Toscana – che frequentarono maggiormente, soggiornandovi per lunghi periodi e persino stabilendovisi permanentemente; fu lì infatti che fondarono le loro principali chiese, specialmente dopo le disgrazie subite per mano dei crociati della Francia settentrionale e di Simone di Montfort.

   Se mancassero prove storiche, basterebbe leggere e sforzarsi di comprendere i romanzi arturiani per convincersi che giunsero in Inghilterra molto presto, probabilmente con i Normanni, che da sempre tenevano in così alta considerazione; con quei guerrieri aspri e coraggiosi che marciavano in battaglia cantando il cantico cantico di Orlando; con quegli eroici predoni che ottennero devotamente l'assoluzione dal Papa, loro prigioniero, e poi gli concessero l'Obolo di San Pietro a condizione che egli donasse loro dei regni e li nominasse suoi legati. "È assodato", afferma Fauriel, "che già nel 1152, durante il regno di Enrico II, frequentassero l'Inghilterra, la Bretagna e la Normandia". Ma i fatti dimostrano, anche in assenza di documenti scritti, che ben prima di quella data avevano penetrato le ultime due province.

   Quanto all'Ungheria, essa si trovò sulla via dell'eresia quando, da Costantinopoli, da cui fu scacciata dalle persecuzioni, si diresse, attraverso la Bulgaria, verso le terre d'Occidente. I trovatori continuarono a mantenere contatti in quelle terre, come testimoniano, tra l'altro, i due romanzi di Berta dal gran piede e Floiro e Biancofiore; poi, durante il regno di Emerico II, dal 1191 al 1200, Costanza, figlia di Alfonso II d'Aragona, che il monarca ungherese aveva sposato per ragioni più religiose che politiche, senza dubbio, non mancò di attirarli lì in gran numero (*).

   (*) Possiamo credere a Sismondi, il quale, basandosi sullo storico tedesco J. Müller, afferma: “La persecuzione dei Pauliciani nell'Impero Romano d'Oriente, dall'845 all'886, portò ai popoli d'Occidente la luce della Riforma [Réformation] attraverso due vie opposte. Da un lato, i Bulgari, tra i quali alcuni di questi settari erano stati insediati dagli imperatori greci, avendo intrapreso attività commerciali, diffusero le loro dottrine in tutta la valle del Danubio, che percorrevano con le loro merci. Le portarono così in Ungheria e fino in Boemia, dove spianarono la strada a Jean Huss e Girolamo di Praga [Jérôme de Prague]. Dall'altro lato, i Pauliciani, rimasti in Armenia e Siria, approfittarono della tolleranza dei califfi per diffondere le loro idee, insieme ai loro commerci, in Africa, Spagna e Albigesi [Con questo nome sono designati comunemente, dalla città di Albi, gruppi di eretici, affini ai catari, del mezzodì della Francia; sebbene più esattamente si sarebbero dovuti designare dalla città di Tolosa, dove erano più numerosi e potenti.

V. https://www.treccani.it/enciclopedia/albigesi_(Enciclopedia-Italiana)/].” Questa credenza, una volta radicata in Linguadoca, fece dei proseliti in tutti i paesi in cui la lingua provenzale era coltivava, dalle estremità della Catalogna a quelle della Lombardia” (Storia delle Repubbliche Italiane [Hist. des Rép. Ital.,], 11, 110). Così, quando i missionari provenzali si recavano in Ungheria, paese inevitabilmente menzionato nei poemi epici [les romans de Geste], andavano a visitare i fratelli che vi si trovavano, per rinvigorire la loro dottrina; furono i due rami del tronco bulgaro o pauliciano a riunirsi. Dante lamentava un compagno di fede [coreligionnaire] nel giovane Carlo Martello, re d'Ungheria, che non poteva mostrargli di suo AMOR più oltre che la fronde [fionda].

 

   Non bisogna però credere, come faceva Fauriel, che la Germania fosse l'unico paese d'Europa in cui trovatori e giullari [troubadours et jongleurs] non potessero andare e venire a loro piacimento. In realtà, non potevano cantare e commentare le proprie composizioni in un paese la cui lingua era così diversa dalla loro; tuttavia, mantennero contatti stretti e frequenti, favoriti da entrambe le parti da frequenti visite, spesso sotto le spoglie dei pellegrinaggi. Le prove di ciò abbondano e si possono trovare elencate nella storia dei Catari e degli Albigesi di M. Schmidt. I regni di Federico Barbarossa e Federico II facilitarono questi scambi e, di conseguenza, li resero più numerosi. Infine, le canzoni dei Minnesingers, che si limitano a riprodurre idee provenzali o a tradurre composizioni preesistenti, rivelano questi poeti del nord come degni successori delle loro controparti del Midi, il mezzodì francese. Come mai Gualtiero d'Aquitania, come mai il romanzo di Perceval, questo Perfetto cavaliere del Santo Graal, tradotto precisamente da un Templare, Wolfram di Eschenbach, dal poema del trovatore Guiot, si trovarono ad essere trapiantati in Germania, se i missionari provenzali non avevano legami in quel paese, se le loro finzioni, il loro simbolismo, non venivano compresi lì? Non si rischierebbe di sbagliarsi affermando che furono proprio gli stessi trovatori, versati nella lingua tedesca, dopo un soggiorno più o meno lungo nelle terre germanici, ma soprattutto i discepoli da essi formati, a ricevere in questa regione il nome di Minnesingers; un nome che, significando cantori d'amore [chantres d'amour], finì per avere lo stesso significato di quello di trovatore [troubadour].

   Questi ferventi precursori della Riforma, che grazie a loro trovarono terreno così fertile in Germania, Inghilterra e Francia del Mezzodì, non si spinsero forse fino in Scandinavia? Chi, se non loro e i loro seguaci, vi introdusse idee e narrazioni cavalleresche? Chi, attingendo alle tradizioni nazionali, abbellì le antiche saghe [Sagas] e impresse in quelle nuove l'inconfondibile impronta dell'albigesianismo? Ovunque si possono rintracciare le orme di questa "scienza gaia" [gai savoir], sia attraverso le loro opere originali o tradotte, sia alla luce dei resoconti storici che rimandano a una delle loro chiese o ramificazioni della loro setta; e queste tracce si trovano non solo in Europa, ma anche fino in Asia.

   Veri cavalieri erranti della Chiesa militante, impegnati in una guerra aperta, ma più spesso sommessa e nascosta, contro il cattolicesimo romano, viaggiavano senza sosta né tregua, "sempre alla ricerca di nuovi signori, nuove corti", non, come credeva Fauriel, insieme all'abate Millot, Lacurne de Sainte-Palaye, Ginguéné, ecc., per trovare nuove occasioni per brillare e divertirsi. Non si conduce una vita simile per passare da un banchetto all'altro e per partecipare, come un parassita o un giullare, a feste più o meno sfarzose. Se conducevano un'esistenza errante, era con lo scopo di operare nuove conversioni, di fornire ai loro correligionari potenti protettori, di suscitare nuovi nemici a Roma. Talvolta partivano con il compito di portare messaggi segreti o di trasmettere verbalmente informazioni importanti da principe a principe; non erano infatti inferiori ai monaci in abilità diplomatica, e Dante, la cui vita fu un lungo pellegrinaggio, non era certo più di Bertrand de Born un apprendista in questo genere.

   Abbiamo visto che questi viaggi lontani, queste missioni verso latitudini così diverse, non furono lasciati al capriccio né intrapresi secondo i gusti e le convenzioni dei Perfetti trovatori [Parfaits troubadours]; che la designazione della regione da catechizzare, così come la scelta dell'iniziatore che avrebbe portato la luce [y porter la lumière], rientravano nella sfera di competenza delle Corti d'Amore.

       L’epoca in cui partirono fu celebrato con entusiasmo in tutte le loro composizioni. Fu con il ritorno della primavera, con il rinnovamento [renouveau], che abbandonarono i loro ritiri solitari. Per questo motivo le lodi della primavera si ripetono in tutte le loro poesie. Si ritrovano anche in quelle dei loro discepoli in diverse regioni, tanto che si potrebbe quasi, con questo singolo indizio, indicare la loro essenza settaria, poiché, nel loro linguaggio antitetico, l'inverno, immagine della morte con il suo ghiaccio e la sua brina, simboleggiava il Cattolicesimo; si pensi al poeta dell'Inferno; mentre la bella stagione, che riporta il verde e i fiori, con il canto degli uccelli, era vita, e di conseguenza, l'immagine della loro dottrina, che riporta la luce e chiama l'umanità a una nuova vita.

    La nostra guida abituale sottolinea dunque questa predilezione dei trovatori per la dolce Primavera, amica di Beatrice: "L'inverno in Provenza era quello che si potrebbe definire il periodo morto della poesia e della gioia; finché durava, i trovatori e i giullari restavano chiusi nelle loro dimore, occupati con i loro studi e nuove composizioni". Erano come Frobert il Grillo [Grillon Frobert], rannicchiato nella sua tana. Infatti, poiché le grandi fiere, le principali feste e i numerosi raduni si svolgevano solo durante la bella stagione, finché la stagione fredda si protraeva, si limitavano a brevi escursioni, per gli urgenti doveri del loro sacerdozio. Ma, "al primo soffio di primavera, uscivano tutti, pieni di gioia, per iniziare la loro campagna poetica e visitare i luoghi dove speravano di trovare una calorosa accoglienza [bon accueil]". La grande festa per loro era la Pentecoste.

   Possiamo ben ammettere, a questo punto, che questa campagna ebbe anche una certa valenza religiosa e che i missionari visitarono principalmente i paesi in cui vedevano la possibilità di operare conversioni, in primo luogo, e poi quelli in cui dovevano rafforzare i neofiti nella fede, consolidare il loro insegnamento; in questi ultimi soprattutto, erano certi di una buona accoglienza: in Spagna, nel nord della Francia, in Inghilterra, così come in Germania e in Italia, dove tanti discepoli li accolsero come maestri stimati.

   «I trovatori di primo ordine visitavano solo i re e i grandi baroni. Nella loro lingua, questo veniva chiamato andare in giro per il mondo, andare alle corti; da qui la loro caratteristica denominazione di cortigiani [d'hommes de cour].» Sì, indubbiamente, in un certo senso; ma in un altro, questi trovatori di primo ordine, essendo vescovi, erano, per questo titolo, membri delle Corti d'amore [Cours d'amour]. Quindi questa cortesia [courtoisie] tanto lodata nei loro versi, la Cortesia di Dante, dell’Ariosto e del Tasso, si applicava a coloro che professavano la gaia scienza [gai savoir], i cui insegnamenti più elevati derivavano dai concili settari o Corti d'amore. Visitavano davvero re e alti baroni; ma cerchiamo di capire chi fossero coloro che li vedevano ricercati e celebrati. Ne troveremo pochi alla corte di Francia.

   Accolti ovunque, poiché rivelavano la loro vera identità solo nei luoghi in cui sapevano di essere circondati da altri credenti, fratelli, come si definivano, questi artisti itineranti e giocolieri ricevevano solitamente denaro e doni in natura – vestiti, tessuti, oggetti di valore – alla loro partenza. Fatta eccezione per i cavalli, destinati ad alleviare la fatica dei viaggi ardui, questi doni, spesso magnifici, erano destinati alla Chiesa, non a loro stessi; i Perfetti, seguendo l'esempio degli apostoli, mettevano in comune i loro beni. Ma questo permetteva a Roma di affermare che tali doni erano destinati a singoli individui, a cantori ambulanti.

   Sarebbe necessario descrivere qui come, con l'aiuto delle loro istituzioni, delle loro conoscenze, dei loro segni di riconoscimento e dei rifugi sicuri che erano riusciti ad assicurarsi – chiese, ordini religiosi, ospizi, eremi e dimore signorili – i missionari dell'albigesianismo estesero gradualmente la loro propaganda fino all'Oriente, suo luogo d'origine. Sarebbe necessario determinare l'ordine in cui questi intrepidi maestri diffusero i loro insegnamenti in lungo e in largo, e chi furono i loro primi discepoli: trovatori [in italiano nel testo originale francese] italiani, trovatori [troubadours] spagnoli, autori dei poemi che compongono il Romancero, o maestri della Gaia scienza [Gaie science] provenienti dalla Borgogna; trovatori [trouvères] della Champagne e della Normandia, o Minnesinger. Ma siamo costretti a fermarci, appena a un quarto del nostro lavoro, per non rischiare di non essere letti e, cosa altrettanto grave, di rovinarci completamente; perché per chi, non potendo attingere ai vertiginosi guadagni della Borsa [Pactole vertigineux de la Bourse] né beneficiaredi un buon fondocassa, deve accontentarsi di un reddito molto modesto, non è cosa da poco poter far stampare periodicamente le proprie opere a proprie spese.

   Siamo ben lungi dal poter dire che il nostro assedio sia finito, ma è quantomeno iniziato ed è in pieno svolgimento. Questo antico castello medievale, con la sua innumerevole guarnigione di fantasmi e incantatori, è stato oggetto di un attacco su vasta scala. Questa fortezza inespugnabile, difesa da ogni possibile macchina da guerra e illusione ingannevole che l'ingegno possa concepire, è stata assediata da ogni lato; è stata persino violata con notevole determinazione, e le sue difese avanzate sembrano sul punto di crollare; ancora qualche sforzo e, con ogni probabilità, il luogo si arrenderebbe. Ma allora? Quando le armi sono in perfette condizioni, le munizioni di ogni tipo sono abbondanti e manca l'elemento fondamentale per il successo, non si può biasimare l'assediante per aver rimandato le opere finali e l'assalto decisivo a un momento più favorevole. Inoltre, lascia il luogo in stato di assedio, quasi certo che nessun paladino, qualora per caso ne comparisse uno, riuscirebbe a liberarlo.

   La nostra fiducia in una vittoria completa è tale che non esitiamo a lanciare, come sfida ai nostri avversari, la chiave di una delle fortezze più solide in cui l'eresia si era così abilmente insediata durante il Medioevo. Sta a loro raccoglierla, se lo desiderano, e piantare il loro vessillo sull'antica torre di Maupertuis al posto di quello che avevamo esposto lì.

 

 

 

 

 

Chiave del romanzo di Renart.

Il Roman de Renart in una miniatura francese

 

   Per quanto concisa in questo opuscolo, l'analisi del poeta su Renart è sufficiente a dimostrare quanto Eckardt e Mone si sbagliassero nel fare d’Issengrin, il re Svetopolk di Boemia e Renart il conte Reinhard d'Austrasia. Ma Raynouard, Grimm e Gottsched, che confutarono le ipotesi di questi autori, non furono meno in errore, come vediamo, nel credere agli autori di questa pungente satira e nel ripetere, dopo di loro, che si tratta di "una rappresentazione generale del mondo e di tutti gli stati, e che in quest'opera nessuno intendeva offendere alcuno, né attaccare o ridicolizzare alcuno individualmente".

   Per dissipare ogni dubbio, non tra gli studiosi, che non sono mai convinti di nulla se non di ciò che credono di aver scoperto, ma tra uomini senza pregiudizi né pretese, forse una rassegna sommaria dei principali protagonisti della nostra antica commedia gallica, restituendo a ciascuno di loro il vero nome, sarà utile e sarà accolta meglio dal popolo di quanto lo sia stata la nostra Chiave della Commedia Dantesca tra gli eruditi.

____________________________

   RENART, dere in art, o re dell'artificio, un tipo di astuzia, perversità e felonia o tradimento, che inganna grandi e piccoli; una figura dell'alto clero cattolico romano, che non aspira a niente di meno che a diventare maggiordomo di palazzo, "gran maestro di casa [grans mestre de l'hostel];” poi, in caso di morte del monarca, reggente del regno, "balivo sovrano" e tutore dei figli di Francia [enfants-de France], quasi un re, "i figli dei figli e così potrebbero diventare re". È Richelieu e Mazzarino in embrione. Renart è, in un'altra forma, Gano o Ganelone, ingannatore dell'uomo, da enganar, ingannare [d'enganar, ingannare].

   ERMELINA [ERMELINE], da erm, che significa deserto, abbandonato, e linh, che significa stirpe, lignaggio; la classe sacerdotale in tutti i gradi della gerarchia. Ermelina, moglie di Renart, è anche chiamata Richout o Richeux, "padrona dei malvagi [« mestre lecharesse]", poiché possedeva tutte le ricchezze.

   MALEBRANCHE, che significa "cattiva razza" o "cattivo artiglio", rappresenta l'Inquisizione; Percehaie, il monaco mendicante, in opposizione a Perceval; Roviaux o Rougeot, il cardinalato: questi sono i tre figli di Renart ed Ermeline. Altri due si trovano in un ramo più moderno: Renardiel, che indossa l'abito domenicano, e Roussiel, che indossa l'abito francescano, appaiono come rappresentanti di questi due celebri ordini.

   ISSENGRIN il lupo, da issir, uscire, e da engres, violenza; l'ortodosso barone feudale del Nord, brutale, vizioso, analfabeta, con il quale bisogna parlare "in rumeno senza una parola di latino", dedito alle rapine a mano armata, che va d'accordo soprattutto con il clero che lo raggira, per poi riconciliarsi con loro al fine di ottenere il loro sostegno, e farsi raggirare di nuovo.

   HERSENT, la lupa, moglie di Renart, da erz, che significa elevata, e da esser, essere;; la Chiesa cattolica, chiamata dai poeti medievali la lupa romana [louve romaine], la grande prostituta, avida d'oro e di sangue. In quanto tale, è sia l'amante di Renart che sua madre; perciò dice: "Renart non mi ha mai fatto altro che quello che ha fatto a SUA MADRE [Oncques Renart de moi ne fist que de SA MÈRE ne féist.]".

   NOBLE [Nobile] il leone, il monarca francese, residente a Château-Gaillard, vicino ad Andely; regale vittima dell'astuzia del religioso-Renart, che abusò della sua indulgenza e credulità. Carlo Magno in un'altra forma

   ORGOGLIOSA o FIERA [ORGUEILLEUSE ou FIÈRE], la leonessa, moglie di Nobile; figura della Chiesa gallicana, che si lasciò sedurre dal clero-amico, macchiando così l'onore della corona, nella persona di Bianca di Castiglia, la quale, portando il leone tra le braccia, fu accusata di essersi lasciata domare dal legato papale, Romano di Sant'Angelo [Romain de Saint-Ange], un tempo maestro nell'arte di ingannare la volpe [maître en renardie].

   HARDI il leopardo, il monarca anglo-normanno, combatté effettivamente sotto la bandiera del leopardo. Un'altra forma di Re Artù.

   HAROUGE, moglie di Hardi; da capelli rossi o lepre rossa [red hair ou de red hare]; la Chiesa ortodossa inglese, allude ai capelli rossi della razza inglese. Harouge, infatti, risiede, come duchessa di Normandia, al Castello di Royal-Roion, ovvero Rouen, e, come la leonessa Dame Fière, viene ingannata dai raggiri di Renardo [Renart].

   BRUIANT il toro, il popolo della Gran Bretagna, l'anglo-normanno John Bull, di cui Beuve o Bovon d'Anthone (Southampton), nei romanzi di Aspremont e Renaud de Montauban, è semplicemente una forma diversa.

   BERNART l'arciprete, l'asino; da arca, recinto, cassa, baule; i plebei ortodossi, la cui dispensa nutre il prete, e che, frugali e laboriosi, sopportano pazientemente la tirannia sacerdotale, credendo ciecamente nelle reliquie di Maestro Renart.

   BÉLIN la pecora, il popolo cataro, umile e mite, il cui vello bianco di agnello simboleggia l'innocenza e la purezza. Un'altra forma di Bégon de Bélin.

Pp 195 – 199

   CORTOISE, moglie di Bélin; la chiesa catara o albigese, in nome della quale si tenevano le Corti d'Amore, da cui il termine cortesia [courtoisie], in opposizione a Hersent, la lupa romana, tipo di villania [vilounie].

  CHANTEGLER, il gallo; il trovatore gallico, gallus, che cantava del clero cattolico per esporlo al pubblico ridicolo, sempre in allerta per le malefatte di Renardo, il quale faceva di tutto per fargli chiudere gli occhi, così da renderlo sua preda.

   PINTE, la moglie di Chantecler, la gallina [géline], appunto gallina; la chiesa catara della Gallia, costretta a mascherarsi con colori fittizi, da cui il suo nome di "pinta [peinte]" o "truccata [fardée]", simile a quello delle sue sorelle Bianca, Nera e Rossetta [Rossette].

   COPÉE, da colpa, cioè l'accusata, la condannata; la povera gallina catara, messa a morte dall'astuto e crudele Renardo. Perciò è considerata una martire, e sulla sua tomba si compiono miracoli, a scherno delle reliquie e delle guarigioni miracolose.

   COARZ, ovvero codardo [couard], poltrone, è il nome della lepre, simbolo dei timorosi che non osavano abbracciare la religione dell'amore, pur detestando al contempo il clero–Renart. Infatti, la lepre Coard guarisce dalla sua paura dopo aver dormito sulla tomba di Copée, "SOR LE MARTIR". Lì avviene un miracolo anche per Issengrin, che guarisce da un "mal d'orecchi". Da quel momento in poi, poté udire un po' meglio, e per la sua salvezza i trovatori si affrettarono di convertire in lui la nobiltà feudale.

   FROBERT[O], il grillo, "il chierico canterino", è il trovatore, che vive nascosto in un rifugio oscuro, dove si dedica alla poesia per la diffusione della sua fede; perciò Renart vuole mangiare il suo confessore per "conoscere i suoi canti", o meglio, per comprenderne il significato nascosto.

   GRIMBERT, il tasso, da grim, grigio, e ber, barone. Parente e compagno di Renard, di cui è padrino nel duello con Issengrin. Incarna i Monaci Grigi.

   BRICHEMER, il cervo, da merir, pagare, ricompensare, e briche, sterco, sporcizia. Il cervo (non da cervus, ma da servus) simboleggia il settario che rinuncia alla sua fede per pusillanimità; colui che, braccato dalla foresta alla montagna e spinto sull'orlo del baratro dagli ortodossi Morhout, versa lacrime come il cervo, vale a dire, si rassegna al cattolicesimo per paura della morte e riceve come ricompensa i sacramenti conferitigli dalla Chiesa. Non c'è forse un sentore di eresia in questo? Se si desidera di più, basta cercare gli elementi con cui "Renart perfezionò...", che in definitiva non sono altro che la Chiesa cattolica di Francia, questa "orribile e insondabile ferita", questa cloaca, un abisso di iniquità. Come viene definita, infatti? "È l'ABISSO DI SATANIA che TUTTO INGOIA e TUTTO RICEVE e TUTTO RICEVE [C'est li GOUFFRE DE SATENIE qui TOUT ENGLOUT et TOUT REÇOIT.]".

   Come procede il religioso-Renart nell'opera d'odio, che invece dovrebbe essere d'amore? Con diabolica astuzia, indica a Re Nobile, che impugna la vanga [bêche] e opera con sicurezza sotto la sua direzione, tre ingredienti costitutivi da utilizzare: 1. la pelle del collo e del dorso del cervo Brichemer, ovvero la servile credulità del popolo che contribuisce a proprie spese, sacrificando solo l'aspetto esteriore, a formare due fonti di immondizia invece di una; infatti, la chiesa gallicana, "così dura che ci prova sempre [si durement qui tonjors tent,]", impedisce con i suoi tiepidi tentativi di resistenza "che per un po' non ritorni a un luogo diviso [que par un peu ne revient à un li partreu]"; 2. la cresta del gallo Chantecler, vale a dire il coraggio alquanto vano del Gallico che serve a mascherare la deformità dell'opera; "così fu la cresta grande e spessa da bloccare l'intero ingresso [si fu la creste grant et lée qu'elle estoupa toute l'entrée]; "3 Infine, la barba di Sir Issengrin il lupo, o la devota generosità della nobiltà che donava il proprio denaro e i propri beni alla Chiesa, e così viene spogliata di ciò che costituiva la sua forza, delle penne maschili [ses maschili penne], per arricchire il clero.

   Ecco come, al di là dell'apparente oscenità, l'idea religiosa opposta trovò il modo di protestare con brutale energia. Si potrebbero citare molti altri esempi oltre a quelli di Boccaccio e Straparola. Non abbiamo forse Rabelais, il gioviale prete di Meudon, con Grandgousier, Gargamella e Gargantua? Ma non si può spiegare tutto in una volta. E poi, Dante non ci ha certo instillato il gusto di accusare un prete di eresia, figuriamoci un cardinale.

   FERRANT[E] il rosso [e roussin], il cavallo da soma; l’edificio [la fabrique] cioè i sagrestani incaricati della gestione del tesoro ecclesiastico.

   Dant[e] ROONEL il mastino; l'uomo d'arme ortodosso al servizio dei monaci; il che gli valse il soprannome di MORHOUT, una figura del monachesimo nel poema di Tristano.

   UBERTO [HUBERT] l'ESCOUFLE il nibbio [le milan[9]], il sacerdozio cataro della Lombardia. Un gioco di parole con Milano.

   Tiberto [TYBERT] il gatto, dal provenzale ties, thiois, tutesque, e da ber, barone; personificazione del clero delle Fiandre, del Brabante e dei Paesi Bassi, che dà la caccia agli eretici, ai poveri e ai fuggitivi come fossero topi e ratti; inoltre, va piuttosto d'accordo con il suo compagno Renart, che a volte aiuta, per paura di lui.

   TIEGELIN[O] il corvo, da ties, thiois e da céler, che si nasconde; il pastore dei Paesi Bassi e delle Fiandre, terre rinomate per i loro formaggi, dove l'eresia poteva diffondersi solo se accuratamente celata. Come il gallus Chantecler, vale la pena notare che il thiois Tiecelin è "figlio di Chanteclin", del povero trovatore che canta curvo [clus], piegato o ammiccando [clin] sotto l'oppressione teocratica. È quindi il fratello del gallo gallico.

   PELÉ il ratto, il Povero di Lyon.

   GENTE la marmotta [la marmote], la nobile chiesa di montagna della terra dei Valdesi, della Savoia, del Monferrato, del Piemonte.

   Bruno [BRUNS], l'orso; personificazione del pastore albigese delle montagne della Gallia Narbonnese, come indicato dalla sua passione per il miele. Per questo motivo, Renardo gli gioca brutti scherzi.

   TARDIF[O], la lumaca, alfiere di Re Nobile [NOBLE]; portainsegna del principio cattolico, nemico del progresso, nell'insegnamento ortodosso; forse l'università.

   BLANCHARD [Biancardo] il capretto, il cataro di montagna, braccato dai lupi di Roma.

   PETIT-PORCHAS [porcellino], il furetto, il cane da guardia albigese, l'esploratore dell'eresia, che viveva di poco come i Poveri di Lione.

   Messer Baucento [Messire BAUCENT], il cinghiale druidico della regione della Beauce. È noto, infatti, che le oscure foreste che si estendono tra Dreux e Chartres custodivano i misteri dei Druidi, che vi avevano uno dei loro principali santuari. Questo nome, Baucent, ha intrigato molto i filologi, che, in sintesi, hanno definito i cavalli della Beauce [chevaux beaucent] come cavalli grigi. Almeno non si sbagliavano sul colore.

   Espinarzo il riccio [ESPINARZ le hérisson] (infatti Aroux scrive: si legga: il riccio di Espinal); un altro gioco di parole. Espinarz è la figura del clero di Orano, che tormenta il sacerdozio settario con mille dardi di intolleranza, di cui Garin[o] il Loherano, fratello di Bégon[io] de Bélin, è la personificazione.

   La MÉSANGE [una Cinciallegra], missa angelica; la poesia d'amore dei trovatori, messaggera degli angeli, ingannando gli appetiti sanguinari del clero-Renart, fuorviandolo con un filo di muschio o una finzione priva di vera sostanza.

   Rainsaut [Rainsalto] la cavalla, da rai 'n saut, in provenzale, irradiare, saltare; la chiesa di Tolosa, a patto che si ricordi che il Capitole o Campidoglio deve il suo nome a una testa di cavallo. Ora, la giumenta di Tolosa, che sferrò un calcio così vigoroso a Issengrin nella persona di Simon de Montfort, non avrebbe chiesto niente di meglio che scorrazzare a Noiron o Néron-pré, in altre parole Roma, la città del papa Nerone [Néron pontifical], come vi diranno gli studiosi che hanno letto, senza capire, è vero, Parise la Duchessa e i vari rami di Guglielmo d'Orange.

   Le CHAMEAU [il Cammello], bestia da soma del Papa, "suo legato e amico", incaricato di riscuotere gli annate e altre entrate papali, proprio come Ferrante il Rosso [Ferrant le Roussin] era responsabile della riscossione delle rendite parrocchiali. Messer Cammello fu inviato da Nobile [Noble] Leone per riportare a Costantinopoli (Roma, presumibilmente donata al Papa da Costantino) il tributo di Francia. È uno studioso e un grande giurista, soprattutto di diritto canonico; perciò si esprime mescolando il latino con le due lingue occitano e antico francese [deux langues d'oc et d'oil]. Diventa il generale di un esercito di pagani, composto da tigri, vipere, serpenti, couleuvres [bisce] e lucertole; rettili aborriti dagli Albigesi. Da ciò si deve riconoscere in loro i crociati di Montfort, che devastano il Mezzodì, sotto l'alto comando del legato della Santa Sede. È opportuno notare che il cammello legato è un animale africano, celebrato da Petrarca, proveniente da quelle terre dove un tempo sorgeva Cartagine, dove regnavano il sultano d'Egitto e di Babilonia, dove l'antico incantatore Allant aveva il suo Vaticano.

   La NAVE [NEF] di Renardo, la barca di San Pietro, o la Chiesa. Tutti i peccati, tutti i vizi ne sono gli elementi costitutivi, “se il suo scafo è di pensieri malvagi ed è rivestito e rivestito di tradimento e foderato di viltà”, appesantito dalla vergogna. L’albero è di inganno, le vele di raggiro, le cime di odio, l’ancora di malizia e falsa fede, la sentina di disperazione impenitente, e tanto altro ancora. La nave è avvolta nell’ipocrisia, nella pigrizia e nella depravazione. Come ammiragli ha il Papa e i cardinali; come equipaggio, chierici, preti, vescovi e monaci di ogni genere. Infine, ha il vento favorevole del Peccato per navigare verso l’Inferno, attraverso la Morte Cattolica. O barca mia, grida San Pietro in Paradiso, quanto sei mal carca! Re Nobile, al contrario, è disposto a salire a bordo della nave d’Amore, il cui “fondamento è di buon pensiero ed è rivestito di amore puro”, costellato di cortesia, appesantito dalla ragione, ecc.; il resto in accordo con questo, in completa opposizione alla costruzione dell’ortodosso vascello dell’odio.

_____________________________

  

    Se non ci sbagliamo, ormai conosciamo tutti gli attori, le comparse e i personaggi secondari di questo dramma menippeo, in cui un'inesauribile verve prodiga un'abbondanza di arguzia aristofanea. Le porte del teatro sono spalancate; possiamo persino penetrare dietro le quinte, grazie a quella Chiave che non ci ha ancora abbandonato. Ma invano vedremo la società feudale e religiosa malmenata in tante scene satiriche, la Chiesa oltraggiata, le sue istituzioni, cerimonie e sacramenti sfacciatamente ridicolizzati; persisteremo tuttavia nel negare che la commedia gallica sia, più di quella italiana, eretica, rivoluzionaria e socialista. Se queste parole ci spaventano in questo momento, tanto più è opportuno ricercare ciò che un tempo diede origine alla triplice opposizione di cui sono l'espressione moderna. Quali armi impiegò, affinché possiamo considerare i mezzi di difesa più adatti per scongiurare pericoli simili ai giorni nostri? Il fatto è che né la repressione estrema, né il ferro, né il fuoco poterono prevalere contro di lei quando giunse la suo ora.

   Non tutte le etimologie precedenti saranno accettate dai filologi; ciò ha poca importanza per noi, poiché non le presentiamo né come corrette né come nostre, ma come l'intenzione degli autori, i quali cercavano meno di ostentare la propria conoscenza che di rendere il loro pensiero comprensibile a coloro che avrebbero dovuto conoscerlo, celandolo al contempo al nemico. Se ci siano riusciti, si può giudicare. In ogni caso, poiché la maggior parte dei nomi attribuiti agli animali simbolici del poema derivano dalla lingua occitana, sembra ragionevole concludere senza troppa audacia che l'idea iniziale, concepita nell'antica Aquitania, sia stata lì realizzata nel linguaggio dei trovatori; che il tema provenzale, ora distrutto insieme a tante altre produzioni della stessa regione, sia stato tradotto, imitato dall'originale dai trovatori del Nord, nei vari dialetti della lingua d'oïl; come accadde in tedesco con i Minnesingers, il cui Reinecke contiene, e anche il latino Reinardus, ramificazioni che non esistono nel poeta francese. Si troverebbero senza dubbio nel testo perduto.

   Inoltre, la verità su questa questione un giorno verrà alla luce. Quando Roma si renderà conto dell'inutilità di tenere segreto un segreto accessibile a tutti, forse si rassegnerà ad aprire gli armadi proibiti della Biblioteca Vaticana; questi archivi, spietatamente chiusi un secolo fa agli studiosi per i quali la raccomandazione del Re di Francia non poté smuovere l'ordine inflessibile. Lì giace sepolta la collezione completa delle composizioni della musa provenzale, dai suoi primi tentativi fino al giorno in cui i suoi canti furono per sempre messi a tacere. Lì gli studiosi troveranno ampie prove scritte che ella merita l'onore di aver introdotto l'Europa alla letteratura e alla poesia; di aver spianato la strada alla libera ricerca e alla filosofia. Ma il giorno della riesumazione potrebbe essere ancora lontano; perché perché risplenda, sarebbe necessario un grande miracolo, ovvero: che i grandi nomi della scienza si rassegnino a usare i propri occhi per vedere e le proprie lingue per concordare.

   Giunti alla conclusione, proponiamo loro una prova decisiva e sorprendentemente semplice. Il nostro dotto e stimato amico, il signor Paulin Paris, ha appena pubblicato, nell'ultimo volume della sua Storia letteraria di Francia [de l'Histoire littéraire de la France], un'opera tanto notevole quanto meticolosa sulle chansons de geste. Non resta che aprire il libro. Non c'è bisogno di indovinare il vero nome della bella Aye, o meglio Haïe, di Avignone, né cosa significhi, nel romanzo de Girart de Viane, la spada Hautecler [Altoclero], forgiata da un artigiano "di grande fama" di nome Manificaz per un certo imperatore romano di nome CLOS-AMOR, a prima vista, anche uno studente di retorica del primo anno risolverebbe l'enigma. Ma se, dopo aver letto le prime quarantatré pagine dell'analisi dei due romanzi intitolati, uno Aiol (l'antagonista dei rettili ortodossi), l'altro Amis e Amile (il Valdese e l'Albigese), un lettore di media cultura non riesce, senza altro aiuto se non le informazioni fornite da questo opuscolo, a spiegarne fluentemente tutta la simbologia, confessiamo la nostra sconfitta. Allora ci crederemo davvero di essere sotto l'effetto di una persistente allucinazione e, bruciando i nostri libri, come il buon prete che bruciò quelli di Don Chisciotte, ci precipiteremo in un sanatorio per sottoporci a un ciclo di docce. (Vedi nota finale.)

 

Conclusione.

 

   In quest'epoca di interessi materiali e declino morale, dove l'intelligenza non aspira più a regnare sovrana e si è lasciata detronizzare con relativa facilità, e dove il compito più grande e arduo è quello di trovare lettori, abbiamo dovuto sacrificare molto alla brevità. Ma alcuni sacrifici sono dolorosi, anche se volontari; e tra quelli a cui ci siamo dovuti rassegnare, i nostri rimpianti riguardano in particolare diverse analisi di romanzi epici e numerose biografie relative ai principali trovatori. Oltre al fatto che questi documenti, di per sé interessanti, avrebbero arricchito l'opera, traduzioni annotate delle composizioni più famose o meno note di questo periodo avrebbero rappresentato una prova inconfutabile della vera vocazione dei loro autori. Ma cosa succede se non c'è nessuno a esaminare queste prove?

Non spaventare né annoiare, pur istruendo, suscitare persino un certo interesse: questo era il problema da risolvere se speravamo di essere letti. Cosa non si sarebbe fatto per questo scopo? Abbiamo quindi portato a termine la nostra missione eroicamente; chiunque altro avrebbe senza dubbio agito allo stesso modo sotto l'influenza a cui ci siamo lasciati guidare. Ecco i fatti:

   Appena un mese fa, questi saggi sulla cavalleria e sull'amore platonico nel Medioevo furono presentati, tramite compiacenti intermediari, come campioni ai direttori o ai caporedattori della maggior parte dei giornali e delle riviste, nella speranza che uno di essi, offrendo loro una gentile ospitalità – ovvero gratuitamente per entrambe le parti – fosse disposto a pubblicarli in una serie di articoli. Che fine ha fatto? La proposta è stata respinta all'unanimità da questi signori. Nicolette non ha trovato più favore di Brunissens. Molti avrebbero intuito che lo stesso motivo che, negli ultimi quattro anni, ha impedito la minima recensione di un lavoro coscienzioso nella maggior parte di queste riviste e periodici, avrebbe a maggior ragione precluso l'idea di pubblicarne degli estratti. Ammetterli nelle proprie colonne non sarebbe stato forse come dare l'impressione di prenderli sotto il proprio patrocinio? La nostra comprensione non era ancora arrivata a tanto.

   Ci rassegnammo dunque alle conseguenze di questa avversione generale. Come potevamo, dopo tanti rifiuti, non pensare di non aver prodotto nulla di valido, di essere accecati dallo spirito di sistema e di meritare solo di essere rinchiusi tra i pazzi, secondo l'opinione di questo o quel signore? Di certo, ci dicevamo, questi onorevoli scrittori non si sarebbero rifiutati di pubblicare qualcosa di valore: giornali e riviste saranno pure pieni di articoli di grande interesse, notevoli tanto per lo stile quanto per la genuina conoscenza, ma accetterebbero volentieri un lavoro che offrisse loro qualcosa di nuovo o semplicemente ingegnoso. Quindi non ci restava altro da fare che gettare questo scarabocchio nel fuoco.

   Ma ci sono menti sospettose che vogliono sempre ricondurre gli effetti alle cause e che immaginano di poter scoprire ciò che sfugge agli altri. Una di queste, protestando contro il previsto rogo dei libri [l'auto-da-fé], si è rivolta a noi con queste parole, più o meno: "Avete già sottolineato l'ostilità nei vostri confronti di tutto ciò che viene chiamato il mondo accademico. Non è del tutto infondata. Questa stampa, che tuona contro il vecchio regime, è tornata alle sue corporazioni; ha i suoi apprendisti, i suoi compagni e i suoi maestri. Tutti i giornalisti sono fratelli, senza distinzione di colore; e con quale entusiasmo questi signori parlano nelle loro colonne delle opere pubblicate dai loro illustri colleghi, dai loro amici, parenti e mecenati?".

   “Questa corporazione, meno potente per le sue vuote vanterie e invettive che per il suo silenzio, è intimamente legata a quella degli studiosi, poiché non tutti i giornalisti sono studiosi. Ma, poiché spesso hanno bisogno degli studiosi, ostentano nei loro confronti il ​​massimo rispetto, aspettandosi una reciprocità. Ora, fammi il favore di dirmi quale pubblicazione politica o letteraria, quale rivista, ha la sfortuna di non annoverare tra i suoi collaboratori almeno uno studioso, professore, bibliotecario, filologo, archeologo o persino accademico di fama? È molto semplice, è logico, che tu, uno studioso di nascosto, uno scrittore di dubbia eccellenza, non goda della simpatia di questa corporazione a due teste e che essa ti guardi addirittura con notevole sospetto. Non è forse singolare che Lamartine, solitamente così benevolo, al quale hai persino indirizzato il tuo lavoro, abbia elogiato tutti i traduttori di Dante, in versi o in prosa, e che il tuo nome sia stato l'unico che ha omesso? che altrove abbia parlato del vostro sistema di interpretazione solo indirettamente e limitandosi a definirvi un giovane innovatore?

   “Non convenite chegli eruditi si siano pesantemente ingannati? E speri di farglielo confessare! Ti illudi che parleranno dei tuoi scritti, così che il pubblico sappia che esistono; che ne discuteranno, così che lui dovrà ridere della debolezza delle loro obiezioni; che permetteranno ai giornalisti, loro alleati, di inserirne frammenti nelle loro rubriche, così che saremo sorpresi dal loro silenzio! Sotto questo aspetto, almeno, i tuoi avversari hanno ragione: hai una mente malata.

   «Cosa hanno affermato per giustificare la negazione di giustizia di cui ti sei lamentato? Che loro, come te, non hanno dovuto sprecare quindici o vent'anni a verificare le tue prove; come se fosse necessario ricominciare da capo gli studi di ogni autore o inventore per apprezzarne l'opera. Quindi, seguendo questa logica, non sarebbe mai stata espressa alcuna opinione sull'opera di Cuvier e Humboldt?»

   «Qual era l'obiezione dei giornali? Che i loro abbonati si interessavano poco di Dante e lo leggevano non più dei professori di letteratura. Tenendo conto di un'osservazione così fondata, avete terminato la Commedia; è già un grande risultato, e vi faccio i miei complimenti. Avete iniziato a dissezionare i trovatori, sui quali ognuno si è fatto un'idea più o meno bizzarra; questo è ancora meglio; perché è bene parlare di cose che tutti conoscono o credono di conoscere. Siete meno prolissi del solito; questo è un progresso. Ma, volendo essere troppo convincenti, citate ancora le vostre autorità: questo significa ricadere nel vostro peccato capitale. Basta note, niente che assomigli all'erudizione; cancellate tutto, sopprimete ogni discussione pura, tagliate, riducete all'osso, poi stampate un semplice opuscolo che non spaventa nessuno e che si può leggere in modo scorrevole.

   “Procedendo in questo modo, il piccolo piano dei muti sarà naturalmente sventato. I misteri e l'ignoto esercitano un grande fascino sul pubblico, che potrebbe essere attratto dal vostro titolo. Quindi, se la luce completamente nuova sotto la quale dame, trovatori, cavalieri e l'intera società dei tempi passati appaiono loro provoca un certo stupore e suscita la loro curiosità, si rivolgeranno, giustamente, agli studiosi per scoprire cosa pensano della vostra opera e chiederanno una spiegazione. 'Cosa!' diranno loro, 'voi rimproverate la gente comune, la gente di campagna, ogni giorno, facendola vergognare di credere ancora in fantasmi, stregoni e lupi mannari, e voi, uomini di cultura, credete nell'amore cavalleresco, nei galanti trovatori e nell'ortodossia di Dante! Opponete i racconti e gli esempi che vi vengono presentati con una di quelle fragorose confutazioni in cui eccellete.'” “Le cose procederanno così, all’inverso del corso ordinario. Invece di articoli di giornale che cercano l'attenzione dei lettori, la provocazione Le richieste arriveranno dagli stessi lettori all'Aristarco della stampa periodica. Saranno così costretti a revocare il divieto imposto in modo così ingeneroso nei vostri confronti."

   Pur non condividendo necessariamente tutte le considerazioni a sostegno di questa opinione motivata, che ci è sembrata del tutto ragionevole in linea di principio, abbiamo fatto del nostro meglio per conformarci ad essa, riducendo così questo opuscolo all'essenziale. Ma la rassegnata docilità che stiamo dimostrando produrrà i risultati promessi? Ci sono effettivamente alcuni motivi per dubitarne.

   Il nostro programma è ben noto e, certamente, in questa corsa verso la vetta attraverso un mondo di finzione, non ce ne siamo discostati. Un pensiero, tuttavia, ci spaventa: che le nostre interpretazioni, i nostri esempi, i nostri paragoni offrano una spiegazione troppo semplice, troppo naturale, troppo logica per cose che siamo stati abituati per secoli a osservare da una prospettiva completamente diversa.

   Ora, cosa ci vuole perché la folla ne sia affascinata, perché ne susciti l'entusiasmo? Lo strano, l'improbabile, l'assurdo. E così, con quale ingenua fiducia, con quale entusiasmo empatico, non accettò un'intera creazione fantastica, quest'intera generazione platonica, quest'intera civiltà cavalleresca in cui vedeva muoversi personaggi che non avevano nulla in comune con quelli con cui si scontrava ogni giorno: guerrieri senza paura e senza rimproveri, di incrollabile lealtà, costanza, altruismo e discrezione, che univano un coraggio sconfinato a una moderazione esemplare, al punto da accontentarsi del bacio più casto dopo anni di passione inalterata; dame di una perfezione disperata, erudite come dottoresse, caste come madonne, che cavalcavano per colline e valli con i loro amanti perfetti e tornavano a casa immacolate; Corti d'amore, composte da magistrati in gonnella, che solennemente giudicavano le controversie tra amanti e si occupavano segretamente dell'ignobile istituzione del matrimonio; Infine, gentili trovatori, che vivono nella gioia e nella serenità, si dedicano a celebrare tutte queste belle cose per trasmetterle come esempio alla posterità più lontana.

   Con cosa proponiamo di sostituire questa società fantastica? Con una società reale, composta da uomini e donne della stessa natura di tutti noi, come sono sempre stati e sempre saranno. Li mostriamo animati dalle stesse passioni, che agiscono secondo la stessa linea di pensiero e che non si discostano in alcun modo dai percorsi ordinari dell'umanità. Contrapponiamo la ragione all'immaginazione, la realtà alla finzione e la verità alla menzogna. Quanti motivi ci sono per il fallimento del suffragio universale, anche quando lasciato al suo libero arbitrio!

   Ma infine, se proprio dobbiamo fallire di fronte al servum pecus, forse c'è speranza di avere dalla nostra parte persone intelligenti e di buon senso, che riflettano e giudichino autonomamente, non secondo la parola del padrone; perché il buon senso è certamente dalla nostra parte e, a parte gli errori di dettaglio, quasi inevitabili in un'opera così complessa, siamo intimamente convinti di avere ragione su tutto ciò che riguarda il cuore della questione.

   Quanto alla forma, non avendo il tempo di dedicarle molta attenzione, esprimeremo un giudizio immediato. Il punto essenziale, a nostro avviso, è che non impedisca alla verità di trasparire. Del resto, è solo questione di tempo. Anche se dovesse essere nuovamente soffocata o relegata tra i paradossi, il suo giorno arriverà, un po' prima, un po' dopo, non importa. Arriverà qualche uomo abile, un uomo di stile, come si suol dire, che, trovando quest'opera incolta nascosta in un angolo, magari dal venditore di burro, saprà come valorizzarla al meglio. Seguendo l'esempio di questo o quel signore, inizierà a lavorarla, a darle forma, a rifinirla, e il risultato sarà un bel libro che, attento a non rivelare la fonte della sua materia prima, firmerà coraggiosamente con il suo illustre nome; chissà? sotto questo titolo: Storia della filosofia platonica nel Medioevo [Histoire de la philosophie platonique au moyen âge]. Allora la folla applaudirà, e forse persino l'Accademia lo chiamerà alla cattedra. Quali miracoli non può compiere lo stile? L'uomo di stile avrà senza dubbio tratto profitto da ciò che non gli apparteneva, ma il nostro obiettivo sarà raggiunto, poiché la verità sarà finalmente proclamata e riconosciuta. Lungi dal lamentarci, preferiamo applaudire la destrezza di chi l'ha realizzata.

   Non possiamo negarlo: per rovesciare in un solo istante costruzioni così gigantesche, per quanto fantastiche, eppure estese per secoli, sarebbe stata necessaria una forza ben più potente della nostra. Creato dal genio, fondato sulla credulità e sull'ignoranza, celebrato e difeso dallo zelo e dal fervore religioso, ammirato dalla scienza affascinata, l'edificio cavalleresco ha fondamenta troppo solide per cedere al semplice buon senso e al lavoro paziente. Inoltre, il compito era duplice: non bastava rivedere pezzo per pezzo una civiltà ridotta in polvere, bisognava ricostruirla dalle fondamenta. Ora, solo un Cuvier avrebbe potuto, con l'aiuto di pochi frammenti e l'energia del pensiero, ricostituire intere famiglie di esseri scomparsi. Noi almeno avremo tentato di seguire le sue orme, cercando tra la polvere dei secoli le numerose vestigia di una società estinta da tempo, e individuandone gli elementi costitutivi; Cercavamo di farla rivivere il più possibile, nella sua forma originaria e nel suo vero linguaggio, mostrandola agire, parlare, scrivere ispirata dalle sue credenze, dalle sue passioni, dai suoi interessi, nell'atmosfera politica e religiosa che le apparteneva veramente. Monumenti erano stati scoperti, ammirati, spiegati da altri, certamente molto più eruditi, le cui parole erano state prese per buone. Ci siamo concessi di dubitare, di esaminare dopo di loro. L'arte di Champollion e Rémusat forse non si limita, pensavamo, ai geroglifici egizi; l'abbiamo quindi applicata allo studio dei monumenti medievali, e non abbiamo avuto che motivo di esserne soddisfatti. Pochi nomi, poche parole strane ripetute più volte, certe lettere significative ci hanno permesso di ricostruire, meglio di un alfabeto, un intero linguaggio con le sue mille combinazioni. Poi, una moltitudine di indizi rivelatici nella Divina Commedia ci ha gradualmente fornito le intuizioni che hanno illuminato il Paradiso. La letteratura provenzale, a sua volta, ha ricevuto un riflesso luminoso, e con essa le sue numerose figlie, sia a occidente che a nord. Così ci siamo ritrovati sul cammino che da allora abbiamo continuato a seguire. Continueremo a seguirlo, a Dio piacendo, nella speranza di aggiungere nuove scoperte a quelle che dobbiamo ancora condividere con il pubblico, a patto che quest'ultimo si degni di accogliere quelle che stiamo presentando ora.

   Se tutto ciò che siamo riusciti a fare è stato erigere un'impalcatura sofistica, se tutto ciò che precede non è altro che un susseguirsi di paradossi, allora bisogna ammettere che la serie è stranamente lunga, abbracciando fin dall'inizio un intero periodo di diversi secoli. Si noterà anche come tante interpretazioni, paradossali se vogliamo, si incastrino perfettamente in una massa di composizioni diverse, giungendo costantemente agli stessi risultati, in relazione a eventi storici ben documentati. Una persona ignorante come noi avrebbe certamente potuto sbagliarsi in buona fede. La nostra unica colpa, quindi, sarebbe stata quella di aver cercato di diffondere il nostro errore e di esserci in qualche modo allontanati da questi v monumenti enerabili, davanti ai quali gli studiosi si inchinano a occhi chiusi, con la riverenza degli aruspici per le loro vittime. Ma questo, a quanto pare, sarebbe un peccato veniale. Perciò, scusate gli errori dell'autore.

 

***************

Nota della pagina 201.

 

   L'opera del signor P. Paris è particolarmente preziosa in quanto l'autore, pur essendo in errore, come tanti altri uomini di vera erudizione che lo hanno preceduto, sulla vera essenza delle chansons de geste, evidenzia con grande erudizione le relazioni tra le poesie e i vari legami tra i personaggi. La sua saggia critica lo porta inoltre a mettere in luce numerosi dettagli di costumi che giustamente trova sorprendenti, poiché pura invenzione. Ci rammarichiamo quindi profondamente di aver scoperto quest'opera meritevole così tardi. Ciò che possiamo dire al momento è che è talmente ricca di documenti, citazioni di fonti e valutazioni supportate da prove, che da sola basterebbe a fornire gli elementi di un corso sulla letteratura delle chansons de geste, restituite al loro vero e originario significato. Pertanto, non vorremmo altra guida se, non troppo scoraggiati dall'accoglienza riservata a quest'ultima pubblicazione, dovessimo continuare le nostre esplorazioni sul terreno poco conosciuto in cui ci stiamo ora cimentando.

   Non potremmo concludere meglio questa nota se non chiedendo al dotto professore di sottoporre alla Commissione di Storia della Letteratura [l'Histoire littéraire], di cui è membro, una questione che a nostro avviso è alquanto curiosa: il Maestro Corbeau [Corvo], Dottor Thiois del Roman de Renart, non potrebbe forse incarnare la grande luce, la luce eterna, di rue du Fouare[10], questo Sigiero de Brabant [SIGIER DE BRABANT] che, ai suoi tempi, sillogizzo invidiosi veri? In questo, per noi, troveremmo sufficiente plausibilità.

 


 



[1]Poplicani [Poblicans]. Questo è il nome dato ai Catari, specialmente nel nord della Francia e in Inghilterra, dalla metà del XII secolo; […] Questo nome fu indubbiamente introdotto dai crociati che, avendo incontrato i Pauliciani in Grecia e Asia, al loro ritorno in Occidente, diedero lo stesso nome ai dualisti catari, che confondevano con i dualisti orientali.


 veniva pronunciato dai Greci come Pawlikani, da cui i Francesi derivarono facilmente Poblicans, nome che è quindi semplicemente la pronuncia francese di Pauliciens [Pauliciani].” V. pag. 280 de Historie et doctrine de la secte des Cathares ou Albiges di C. Schmidt, tome II, Genève 1849. 

Ed anche: (Obsoleto) Termine originariamente usato per riferirsi ai seguaci di Paolo di Samosata, poi esteso per estensione a tutti gli eretici.  « v. 349-352 Sire, g’ai esté sodomites / Encore sui je fins herites./Si ai esté popelicans /Et renaié les cristiens. - Signore, sono stato sodomita / e tuttora sono un perfetto eretico. /Sono stato pauliciano /e i cristiani ho rinnegato. — Il romanzo di Renart, Gallimard in Italia Edizioni dell’Orso » https://www.lalanguefrancaise.com/dictionnaire/definition/popelicain 

[2] Gerardo di Rossiglione o di Vienne o di Parigi (prima metà del secolo IX – 4 febbraio (o marzo) 874) fu prima conte di Parigi, tra l'816 e l'840, poi conte di Vienne, dall'850 circa alla sua morte.

[3] Straparola, Gianfrancesco Novelliere, nato a Caravaggio nell'ultimo ventennio del Quattrocento, condusse vita che ci è rimasta completamente oscura, e che dovette a ogni modo essere assai lunga, se era ancora vivo nel 1557. Non per il suo Canzoniere, del tutto trascurabile, merita egli un posto nella storia della letteratura, ma per il suo novelliere, che, edito nel 1550-53 a Venezia, ebbe larghissima fama in Italia e fuori, e fu presto tradotto in francese e in tedesco.

S'intitola Le piacevoli notti, e racconta come Ottaviano Maria Sforza vescovo di Lodi, riparando da domestiche sventure nell'isola di Murano vi accogliesse una brigata di dame e gentiluomini, i quali in tredici notti consecutive espongono favole e novelle, intramezzandole con enigmi in ottava rima. Novità felice è quella di aver fatto largo posto alla fiaba in tutte le sue forme e sfumature: dalla vera e propria fiaba da bambini alla favola fantastica e avventurosa, e a quella comica e indecente.

V. https://www.treccani.it/enciclopedia/gianfrancesco-straparola_(Enciclopedia-Italiana)/

[4] Laura de Noves, anche nota con i nomi di Laura de Novalis, Laura de Noyes e Madame de Sade (Avignone, 1310 – 6 aprile 1348), è stata una nobildonna francese, sposa del marchese Ugo de Sade (antenato del Marchese de Sade).

Alcuni l'hanno identificata con la Laura conosciuta, amata e celebrata da Francesco Petrarca, altri ritengono che quest'ultima non sia mai esistita e sia stata soltanto un espediente poetico con un riferimento al laurus, l'albero sacro dedicato al dio Apollo, protettore della poesia. V. https://it.wikipedia.org/wiki/Laura_de_Noves

 

[5] Le roman du Renart, publié d'après les manuscrits de la Bibliothèque du roi des XIIIe, XIVe et XVe siècles, Volume 1 a cura di D.M. Méon 1826



[6] In origine, il giocoliere era una persona che maneggiava gli oggetti con cura. Questo valeva per le parole, così come per i numeri, le note musicali o qualsiasi altro tipo di oggetto. Il termine fu coniato nel Medioevo dal latino joculatore ("intrattenitore"). Acquisì il suo significato attuale solo nel XVI secolo: chiunque pratichi una delle tante discipline della giocoleria viene chiamato "giocoliere". V. https://fr.wikipedia.org/wiki/Histoire_de_la_jonglerie

[7] Il trouvère era un poeta e compositore di lingua francese antica (langue d'oïl) durante il Medioevo. Le trouveresses erano donne. Il loro equivalente nelle regioni di lingua occitana è il troubadour. V. https://fr.wikipedia.org/wiki/Trouvère  

[8] Minnesänger (o Minnesinger) Poeti lirici tedeschi del 12° e del 13° secolo. Il nome («cantori d’amore»), già in uso nel Medioevo, deriva dal fatto che essi, come i provenzali, trattarono quasi solo soggetti d’amore. La loro arte, il Minnesang, è una delle manifestazioni più caratteristiche dell’epoca cavalleresca: è rappresentata dalla poesia lirica, legata a determinate forme, e destinata alla recitazione con accompagnamento di strumenti a corda davanti a una ristretta cerchia di persone appartenenti alla nobiltà e alla società delle corti. V. https://www.treccani.it/enciclopedia/minnesanger/  

[9] V. nota 7 della terza parte

[10] Il Vico de li Strami (Pd X 137) è traduzione del toponimo francese rue du Fouarre (a Parigi), la via della paglia ove si trovavano nel Medioevo le scuole di filosofia (e con gli altri professori universitari vi faceva lezione anche Sigieri [v.]); i commentatori ricordano il " fragosus straminum vicus " del Petrarca (Sen. IX 1). Metaforico nel sintagma ‛ fare s. di qualcuno ', per " cibarsi ", " divorare ", " dilaniare "…

V. https://www.treccani.it/enciclopedia/strame_(Enciclopedia-Dantesca)/

 

 

Marco Pugacioff

[Disegnatore di fumetti dilettante

e Ricercatore storico dilettante, ma non blogger

(Questo è un sito!)]

Macerata Granne

(da Apollo Granno)

S.P.Q.M.

(Sempre Preti Qua Magneranno)

18/04/’26

 articoli

 Fumetti 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.

I misteri della Cavalleria dell’Arnoux 4 di 4

  I misteri della Cavalleria dell’Arnoux di Marco Pugacioff 4 di 4  3 di 4: https://marcopugacioff2.blogspot.com/2026/04/i-misteri-della...