I misteri della Cavalleria dell’Arnoux
di Marco Pugacioff
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Corti d'amore.
Corte d'amore in Provenza, manoscritto del XIV secolo, Biblioteca Nazionale di Parigi
Raynouard, non trovando nulla di preciso o soddisfacente di suo gradimento nelle Recherches sur les Cours d'amour del presidente Rolland, nelle opere di Lacurne de Sainte-Palaye, né in quelle di Ginguené e Sismondi, si vanta di aver scoperto, “in un'opera ignorata o trascurata da questi autori, le prove più evidenti dell'esistenza delle Corti d'amore nell'XI secolo.” Immaginate la gioia di questo dotto accademico: ha messo le mani su un monumento e, come è consuetudine tra gli studiosi, per lui non ci sono più dubbi: queste famose corti sono esistite, perché è scritto.
"Questa istituzione", afferma, "non è opera del legislatore (il che è davvero una fortuna), ma l'effetto della civiltà, dei costumi, delle pratiche e dei pregiudizi della cavalleria". Nulla potrebbe essere più vero; Ma sarebbe stato necessario sapere quale influenza avessero prodotto queste strane usanze, queste pratiche inconcepibili, in cosa consistesse veramente questa cavalleria, i cui pregiudizi si opponevano apertamente alle leggi civili e religiose. A lui non importava; aveva il suo testo, e la lettera gli bastava.
L'opera che gli fornisce le informazioni che usa "come storico", afferma, si intitola: Capitula libri de arte amandi, etc. Questo libro, come recita il secondo titolo latino, fu composto dal Maestro André, cappellano del re di Francia, e indirizzato al suo amico Gauthier, che desiderava servire nella milizia dell'amore, cupientem in AMORIS EXERCITU MILITARE. Segue un trattato sulla riprovazione dell'amore [Reprobatione amoris]. Vale a dire, seguendo un libro scritto da un albigese, un dottore ortodosso, consapevolmente o inconsapevolmente, intraprese una campagna contro l'amore.
Chi era questo Maestro André, un così grande dottore delle leggi d'amore? Di quale re di Francia era cappellano? Il manoscritto, comprensibilmente, non lo rivela. Era infatti prassi comune attribuire a una figura ecclesiastica le opere alle quali i settari, che ammettevano di scrivere poco più che frivolezze, volevano conferire una certa autenticità. Così, la leggenda di Orlando veniva attribuita all'arcivescovo Turpino, e la pubblicazione del romanzo di Lancillotto del Lago a Gauthier Map, cappellano di re Enrico d'Inghilterra, senza ulteriori spiegazioni.
Poiché la cavalleria amorosa era una creazione albigese, è naturale concludere che le Corti d'Amore, nate da costumi e pregiudizi cavallereschi, condividano la stessa origine: di questo ci convinceremo presto. In ogni caso, le prime corti furono istituite e pronunciarono i loro giudizi nelle regioni di lingua occitana. Su questo punto non ci sono dubbi. Ma come si diffuse questa istituzione, inizialmente del tutto locale, in altre terre? Ce lo spiegherà Raynouard:
"Diversi storici", afferma, "hanno notato intorno all'anno 1000, all'epoca del matrimonio di Roberto con Costanza, figlia di Guglielmo I, conte di Provenza o d'Aquitania, un cambiamento significativo nei costumi e nelle abitudini della corte di Francia. Alcuni hanno addirittura affermato che questa principessa portò con sé trovatori [troubadours], menestrelli [jongleurs] e così via". È opinione diffusa che allora la "Gaia scienza", l'arte dei trovatori, iniziò a diffondersi dalle corti della Francia meridionale alle corti della Francia settentrionale.
Difficilmente le cose sarebbero potute andare diversamente. Ora, "è certo che se il matrimonio di Costanza d'Aquitania con re Roberto aveva introdotto i costumi della Francia meridionale alla corte francese", osserva saggiamente lo stesso autore, "quello di Eleonora d'Aquitania [de Guienne] con Luigi VII rappresentò una nuova opportunità per diffonderli". Ed è ragionevole credere che i Perfetti cavalieri e i Perfetti trovatori abbiano fatto del loro meglio in tal senso.
Aggiunge che la figlia di Eleonora, Maria di Francia, che divenne contessa di Champagne, doveva naturalmente essere, come la madre, favorevole ai trovatori e presiedere le Corti d'Amore. Perché la sua critica non è sempre così giudiziosa? Qualcosa di istintivo avrebbe dovuto avvertirlo che queste Corti d'Amore dovevano essere qualcosa di diverso da semplici riunioni di dame che agivano come casuiste e decidevano, nella loro alta saggezza, sulle controversie sottoposte al loro tribunale da amanti o concubine [maîtresses]. Ci si può legittimamente chiedere perché non sia stato messo in guardia da questi versi del trovatore Giraud, che cita:
A Perga
fuit tramet mon partement
O la bella FAI CORT D'ENSEIGNEMENT.
A Perga fui tramite la mia appartenenza
O la bella FAI CORTE D’INSEGNAMENTO
Aveva letto Nostradamus e doveva ricordare Estefanette de Romanin, zia di Laura[1], la poetessa di Petrarca, che, come Brunissens, gestiva una scuola e che, come lei, è chiamata la Signora degli Insegnamenti.
Era dunque così difficile intuire che queste cosiddette Corti fossero in realtà assemblee protestanti, tenute in qualche castello fortificato, sempre costruito a quel tempo su una montagna o una collina [puy], sotto il patrocinio di un signore feudale o di qualche donna influente, ma sotto la presidenza effettiva di un Perfetto; che il ministro albigese, pastore di questa o quella chiesa, in rappresentanza dell'intera comunità, venisse designato dai suoi confratelli con il nome di quella chiesa e diventasse così una dama, un'usanza simbolica a cui si allude ancora nella Massoneria con i due paia di guanti, uno per gli uomini e uno per le donne?
Invece di rivolgersi a queste eminenti figure eretiche chiamandole Monsignore di Narbonne, Tolosa o Blaye, venivano chiamate Signora di Narbonne, Blaye o di Tolosa. Non era certo un espediente più astuto.
Era forse così difficile comprendere che queste assemblee, talvolta circondate da grande sfarzo e cerimonie, precedute da festeggiamenti, tornei ecc., per allontanare qualsiasi sospetto che vi si potessero discutere questioni serie, avevano lo scopo di offrire ai ministri della religione proibita l'opportunità di confrontarsi in sicurezza sull'amministrazione della loro chiesa, su punti dogmatici controversi, sulle misure da adottare, sulle pubblicazioni da realizzare a fini propagandistici e, infine, sui mezzi per garantire la sicurezza comune? Solo interessi seri erano sufficienti a persuadere qualsiasi barone di alto rango, assumendo il ruolo simbolico del falco, ad affrontare le sempre considerevoli spese di un raduno così numeroso, il cui sfarzo era inteso a dissipare qualsiasi sospetto di finalità religiosa o di cospirazione sociale.
Dichiariamo dunque inequivocabilmente che le Corti o Colli [Puys] d'Amore non erano altro che concili provinciali ai quali venivano convocati pastori dissidenti, albigesi o valdesi, per deliberare sulle necessità delle rispettive chiese. Per convincersene, basterà riprodurre le leggi dell'amore promulgate dal cappellano del re di Francia nel monumento rinvenuto dal signor Raynouard, insieme ad alcune parole di commento.
Se non volessimo essere brevi, racconteremmo come il Codice d'Amore fu scoperto da un cavaliere che aveva cercato l'amore di una dama bretone, e non ci sarebbero dubbi sul fatto che questa storia fosse puramente simbolica. Basti dire che, presentato da questo cavaliere alla Corte d'Amore, composta da numerose dame, fu decretato che le sue regole sarebbero state osservate in perpetuo, pena severe sanzioni. Questo Codice è composto da trentuno articoli, la maggior parte dei quali tradurremo, al fine di edificare sia gli ignoranti che i dotti.
I. "Il matrimonio non è una scusa legittima contro l'amore". Questo va inteso nel seguente modo: una Chiesa cattolica che abbia un sacerdote sposato non può usare questo come pretesto per rifiutare un pastore albigese; altrimenti, la propaganda sarebbe impossibile.
II. "Chi non sa nascondere non sa amare". «Chi non sapeva dissimulare non poteva, di fatto, arruolarsi tra i servitori dell'amore senza essere bruciato sul rogo, o proscritto se fosse scampato alla pira. Da qui la grande abilità nel dissimulare tra tutti i discepoli della scuola albigese; da qui la calcolata oscurità di Sordel, Arnaud Daniel, Cavalcanti, Dante, Petrarca, ecc.»
III. «Nessuno può avere due legami contemporaneamente.» Nulla potrebbe essere più vero. Bisognava scegliere tra Roma e Tolosa, città che era impossibile amare entrambe allo stesso tempo, ma che era possibile servire simultaneamente, almeno esteriormente.
VI. «Un uomo può amare solo nell'età della piena pubertà.» Dato che nessuno poteva essere ordinato pastore prima della maggiore età. Non esiste un'età prestabilita per le donne, e per una buona ragione.
IX. «Nessuno può amare se non è spinto a farlo dalla persuasione dell'amore.» Vale a dire, attraverso la predicazione settaria, l'unica cosa in grado di iniziare alla Gaia Scienza, l'arte d'amore, tutto con l'aiuto degli sguardi e dei sorrisi di Beatrice, Laura, Lucia, Selvaggia e tante altre; sguardi e sorrisi che sono le loro persuasioni, dice Dante nel suo Simposio platonico [Banquet platonique], ancor meno compreso di quanto venga letto.
X. «L'amore non abita nella casa dell'avarizia». Non bisogna dunque cercarlo nell'Inferno romano, dimora di Plutone, nella casa del ricco, del ricco padre.
XIII. «L'amore raramente dura quando viene rivelato». Nulla potrebbe essere più vero: presto perì sulla pira. L'Inquisizione non lo risparmiò.
XVII. «Un nuovo amore costringe l'altro ad andarsene». Questo è un punto innegabile e assolutamente semplice: questo nuovo amore forniva una nuova vita, la vita nuova; Escludeva necessariamente quella da cui si era stati ingannati, quella religione d'odio la cui sede era a Roma.
XXX. «Nulla impedisce a una donna di essere amata da due uomini, né a un uomo di essere amato da due donne», dato che due pastori potevano, infatti, intraprendere la conversione della stessa congregazione, così come lo stesso pastore poteva convertire e servire due parrocchie.
XXXI. «Solo la giustizia rende ogni persona degna d'amore». Sembrerebbe che sarebbe stato necessario qualcos'altro se questo fosse stato veramente il sentimento che chiamiamo amore. Ma nel senso settario, l'obiettivo era trasmettere che ogni credente nell'amore doveva essere libero da orgoglio, avidità, bassi appetiti – in breve, da tutti i vizi che i settari criticavano nella Chiesa cattolica romana. Era sufficiente per loro dichiarare che, giovani o vecchi, non appena si avesse nel cuore giustizia e odio per il male – che è ciò che racchiudono le due parole doiture [rettitudine o dirittura] e parage [paraggio, ovvero lignaggio, ma anche mondatura, rifinitura] – si era degni di essere ammessi nella comunione dell'amore.
Questo è certamente sufficiente a illuminarci sull'essenza e sul valore di questo Codice d'Amore. Non si tratta forse di una morale e di precetti davvero edificanti, degni di essere promulgati da un venerabile cappellano del re di Francia? Raynouard li prese comunque sul serio, ricevendo senza dubbio i complimenti dei suoi colleghi accademici per una scoperta storica così preziosa. Cosa ci si può aspettare? Era un'opera monumentale. Noi, invece, che non abbiamo l'onore di essere accademici, professori, bibliotecari, giornalisti, studenti dell'École des Chartes o altro del genere, possiamo solo speculare. E che importanza ha questo per questi signori?
Non contento di aver condiviso il meraviglioso Codice d'Amore con il suo amico Gauthier, il cappellano André indicò anche i luoghi in cui la giustizia veniva amministrata in suo nome, citando i seguenti Tribunali d'Amore: quelli delle dame di Guascogna, senza ulteriori specificazioni; quello di Ermengarda, viscontessa di Narbona, intorno al 1185; della regina Eleonora, intorno al 1140; della contessa di Champagne, intorno al 1174; e della contessa delle Fiandre, intorno al 1114. Ora, è facile constatare che l'eresia era diffusa in tutte queste regioni e che aveva una roccaforte particolare a Montwimer, nella diocesi di Châlons, vale a dire in Champagne.
Dopo aver stabilito la legislazione sull'amore, le regioni in cui emetteva le sue sentenze e il personale dei suoi tribunali, è necessario esaminarne la giurisprudenza. È in questo che ci aiuterà padre André, cappellano di un re di Francia, il che dovrebbe ispirarci piena fiducia.
Poiché le questioni sono poste in latino, e potrebbero quindi essere considerate inappropriate, forse è meglio, invece di riportarne alcune parola per parola, tradurre semplicemente la pronuncia della sentenza.
Ecco il primo esempio: una signora della parrocchia non può rifiutarsi di essere servita dal primo pastore-amante che ha iniziato la sua conversione, quando tale conversione è determinata da un altro. Noi affermiamo, e a parlare è il cappellano André, che, Dicimus quod DOMINARUM JUDICIO, ad prioris coamuntis est reducendus amplexus, si prius coamans istud voluerit.
Pertanto, è chiaro che, se il primo uomo lo richiedeva, la signora doveva ricambiare i suoi abbracci, a prescindere dalle prove di tenerezza che avrebbe potuto successivamente dare a un altro. Non erano forse brave principesse le madri del consiglio, e non era forse il sacrestano André un maestro nel riprodurre i loro decreti?
Ecco un altro esempio su un punto molto controverso: può esistere il vero amore tra coniugi? "La questione, sottoposta alla Contessa di Champagne (senza dubbio al Puy de Montwimer), fu da lei risolta negativamente". Nessuno si stupisca; L'immoralità è evidente solo nelle questioni di giurisprudenza amorosa, così come l'ortodossia lo è nella poesia d'amore, sia essa provenzale, italiana, tedesca, spagnola o francese. Con un po' di pensiero critico o di conoscenza degli eventi contemporanei, molti errori si sarebbero potuti evitare.
Nulla è più comprensibile della vera ragione di questa risposta negativa, se si ricorda quanto detto in precedenza sulla distinzione operata dai settari tra matrimonio e unione basata sull'amore. Per loro, il vero amore non esisteva nella fede romana, una religione d'odio, in palese opposizione alla legge di Cristo, quindi non poteva trovarsi tra il prete cattolico, marito geloso, e la sua congregazione; mentre nella fede albigese, derivante dall'amore che ne è l'essenza, esso esisteva invariabilmente tra il pastore-amante e la sua congregazione, entrambi uniti per amore.
Si noti ora quanto segue: "La Dama (la Contessa di Champagne) pronunciò una considerazione filosofica, basando la sua argomentazione sul fatto che non si possono fare paragoni tra cose di origini completamente differenti, soprattutto quando vengono prese in senso ambiguo, INTER RES EQUIVOCÉ SUMPTAS. A dire il vero, il cappellano André difficilmente avrebbe potuto esprimersi con maggiore chiarezza.
Da parte sua, la Contessa di Narbonne, Ermengarda, stabilì che una damigella di chiesa [demoiselle-église], costretta ad accettare un marito da un sacerdote, non doveva per questo rinunciare al suo amante pastore, a meno che non volesse rinnegare per sempre la religione d'amore. Da ciò possiamo concludere che questi compromessi con il Cielo risalgono a tempi antichissimi. Infatti, non si cessava di essere fedeli d'amore per assistere forzatamente alle funzioni della Chiesa cattolica romana, né per accostarsi ai sacramenti, purché si mantenesse costantemente la sua fede e si osservassero i riti in segreto. Le prove sono abbondanti, come possiamo vedere.
La regina Eleonora, a sua volta, basandosi sulla già citata sentenza della contessa di Champagne, dichiarò che una parrocchiana [dame-paroisse], già promessa sposa a un pastore amante [pasteur-amant], e avendo promesso a un altro che, qualora avesse perso il primo, gli avrebbe dato la precedenza, era tenuta a mantenere la promessa quando le veniva dato in sposa, in quanto sacerdote [mari-curé], l'uomo che aveva iniziato la sua conversione, "secondo il principio che il vero amore non può esistere nel matrimonio, e che ella aveva perso il suo primo amante sposandolo".
Nulla poteva essere più logico, certamente, e più in linea con la giurisprudenza delle Corti d'Amore. Infatti, con l'eresia che si era infiltrata nel clero romano stesso, non era raro vedere un ecclesiastico convertito all'albigesianesimo, e persino impegnato nella sua propagazione, chiamato a servire una parrocchia. I Perfetti ritenevano prudente nominare un coadiutore segreto per assisterlo, in modo che non dovesse svolgere un doppio incarico e predicare due dottrine opposte. Allo stesso modo, imponevano a qualsiasi sacerdote convertitosi alla loro fede di rinunciare alla propria parrocchia, anche se i suoi parrocchiani avevano a loro volta cambiato religione.
In tutti i paesi in cui i settari non erano né abbastanza numerosi né abbastanza potenti da sfidare apertamente Roma, in ogni parrocchia e in ogni diocesi coesistevano, in ogni parrocchia e in ogni diocesi, due ministri del culto: uno ufficiale, l'altro operante dietro le quinte; uno marito, l'altro amante. Questo spiega l'altro decreto della Viscontessa o del concilio provinciale di Narbona.
Esso stabilisce che una donna di chiesa, il cui marito sacerdote sia stato dimesso dall'autorità ecclesiastica, il che equivale a un divorzio, non è colpevole, anzi è onesta, a meno che non lo prenda come amante del pastore [amant-pasteur].
La Contessa di Champagne ritiene che una certa parrocchiana [dame-paroisse], che senza dubbio temeva molto di essere compromessa dall'Inquisizione, sia stata troppo severa nel nutrire rancore verso il suo pastore-amante per averla elogiata pubblicamente quando, quando si dicevano cose brutte su di lui. In effetti, l'elogio di certi trovatori o cavalieri, ben noti agli inquisitori, poteva essere un indizio serio ai loro occhi.
Secondo la regina Eleonora, una parrocchiana non dovrebbe essere gelosa dei tentativi del suo pastore-amante di convertire le persone nel suo vicinato, anche fingendo del cattolicesimo quando necessario per raggiungere i suoi scopi. Non dovrebbe negargli il bacio della pace con un simile pretesto, a meno che non sia certa che egli abbia violato la legge d'amore. Vediamo quanto fosse indulgente questa buona regina Eleonora riguardo a tutte le piccole attenzioni, l'innocente civetteria di una devozione ben compresa; ma era inflessibile quando si trattava di infedeltà conclamata, ovvero quando qualcuno dall'apparenza ortodossa, raccomandata e praticata da tutti i dottori, con tradimento, si allontanava, alla realtà.
La Contessa di Champagne riteneva che la lunga assenza del amante-pastore non autorizzasse la parrocchiana a nominargli un successore, a meno che non vi fossero prove certe della sua apostasia; poiché l'assenza di messaggi "si spiega con estrema prudenza e con il timore di svelare i misteri dell'amore". Bisogna anche dire che non era sempre facile per i Perfetti trovatori, spesso costretti a nascondersi o a intraprendere lunghi viaggi, mantenere una corrispondenza epistolare edificante con la loro parrocchiana in mezzo a mille pericoli, in assenza di qualsiasi mezzo di comunicazione regolare.
A volte le dame paricchiane dovevano essere persuase a compiere il passo decisivo, attraversando il mare da Roma a Tolosa. Ma come potevano non sottomettersi a un decreto formulato in questi termini: La dama della parrocchia che ha ricevuto dal Perfetto amante i piccoli doni della Massenia, vale a dire: i guanti, il cordone mistico, ecc., accettati da lei "in vista d’amore", è obbligata a concedersi a lui, pena di essere considerata una di quelle vili prostitute modellate sulla Semiramide romana, che libito fatte licito in sua legge. Tale fu il giudizio della regina Eleonora su questa importante questione: "Meretricum patienter sustineat cætibus aggregari."
Sembra che non serva altro per giudicare il terreno comune su cui poggiavano tutti questi cosiddetti decreti, decreti la cui autenticità è indiscutibile agli occhi degli studiosi, pronti a giurare sull'ortodossia delle belle dame che li hanno emanati, così come giurano su quella di Dante, Petrarca e Tasso, successori dei trovatori. Raynouard, che non ne dubitava più di loro, avrebbe rimproverato chiunque avesse riso in sua presenza di questa magistratura femminile, in cui vedeva parlamenti in abiti scollati. "Sembra", disse, "che in certe circostanze, le Corti d'Amore emanassero regolamenti generali". Perché, se queste Corti si costituivano come concili, non avrebbero dovuto avere anche i loro Canoni? Ecco perché "la Corte di Guascogna, con il consenso di tutte le dame che vi sedevano (donne di chiesa rappresentate dai loro pastori), ordinò che la sua sentenza fosse osservata come una costituzione perpetua". Come si può contraddire l'illustre accademico sulla conclusione, peraltro del tutto naturale, che egli sembra propenso a trarre da questa sentenza sovrana? "È lecito credere che le sentenze già pronunciate dai corti d'Amore costituissero giurisprudenza consolidata". Non ne fornisce forse lui stesso la prova?
Permettiamoci, a nostra volta, di riportare un'altra decisione di un giurista o casista d'amore, di cui il cappellano ha omesso di citare il nome, ma che certamente non era meno zelante delle dame d'Aquitania e di Champagne per la fedele osservanza delle leggi d'amore.
Guillaume de Bergedam si presentò come querelante davanti a questo signore esperto, poiché non spettava a un semplice cavaliere pronunciarsi su tali questioni, e dichiarò, "non senza aver esitato a lungo", che una parrocchiana, dalla quale il suddetto Guillaume aveva ricevuto la promessa di un bacio quando fosse stata più grande – vale a dire, quando, raggiunta l'età di tre, sette o nove anni, l'età del Perfetto in Massenia, fosse più istruita, la sudetta dama-parrochiana era effettivamente e debitamente vincolata a lui; che di conseguenza sarebbe stata alla mercé del pastore-amante, il quale "le avrebbe dato un bacio e glielo avrebbe subito restituito". Si intenda che era obbligata a convertirsi all'Albigese e a ricevere da lui la consolazione, secondo i riti settari.
La forma poetica chiamata Tenson era particolarmente utilizzata per diffondere decisioni di questo tipo; per ora, ci limiteremo a citare, a titolo di esempio, due o tre delle domande poste in questi giochi intellettuali, allora molto popolari:
"È meglio amare una fanciulla molto giovane, che non sa ancora amare ma è in procinto di imparare, o una bella donna già perfetta ed esperta in amore?" Questa, senza dubbio, parla da sé. È meglio trattare come pastore con i neofiti o con i credenti di lunga data?
"Cosa è preferibile: essere amato da una dama, ricevere la prova più desiderata (poterle offrire consolazione) e morire subito dopo (letteralmente, martire per la propria fede; figurativamente, esserne separati), oppure amarla per molti anni senza essere ricambiato (senza convertirla)?"
«Cosa preferiresti», chiede Guigo a Bernard in una lezione della metà del XII secolo, «un mantello incantato con cui saresti amato da tutte le dame», vale a dire un travestimento ortodosso che ti permetterebbe di fare conversioni proprio sotto il naso degli inquisitori, «oppure una lancia appuntita con il potere di scaraventare a terra qualsiasi cavaliere che ne venga colpito?». La lancia di Astolfo, il Perfetto cavaliere anglo-lombardo, è lì in embrione, e comprendiamo che questa buona lancia è una dialettica armata di argomentazioni irresistibili contro i dottori ortodossi, questi cavalieri terreni.
Depistati come Lacurne de Sainte-Palaye, come il presidente Roland, come il filosofo abate Millot, come Ginguéné, e tanti altri in questa civiltà che ha su di loro l'effetto di un sogno, Fauriel non smette mai di meravigliarsi dei costumi e delle pratiche cavalleresche. Secondo lui, «la prolungata barbarie del matrimonio feudale produsse, in contrasto e quasi a compensazione, un fenomeno morale e sociale singolare: l'amore cavalleresco». Avrebbe dovuto essere definito un fenomeno immorale e antisociale, almeno letteralmente; ma c'era più di un contrasto, c'era una lotta, una guerra aspra.
Il dotto professore cita anche questa sentenza da un'opera teatrale provenzale: «Un marito farebbe qualcosa di contrario contro all'onore se tentasse di trattare la moglie come un cavaliere tratta la sua dama, poiché la bontà ne dell’uno ne dell’altro potrebbe accrescere la gentilezza dell'altro, e per loro non esisterebbe nulla al di là di ciò che è legalmente dovuto».
Ebbene, sotto questo significato apparentemente strano e immorale, non sospetta che se ne nasconda un altro, ridotto a questi semplici termini: qualsiasi sacerdote-marito convertito commetterebbe una violazione della religione d'amore se pretendesse di esercitare, come amante-pastore, il santo ministero nella stessa parrocchia; deve prima acquisire, attraverso i gradi rituali, la necessaria istruzione; altrimenti, privo della perfezione e dell'indispensabile bontà, non avrebbe potuto accrescere la bontà della sua dama di chiesa o dma parocchiale, e i suoi insegnamenti avrebbero prodotto ben pochi risultati superiori a quelli che otteneva, in virtù del diritto canonico, come marito o sacerdote. Questa decisione, così intesa nel suo vero senso, ci allontana, a quanto pare, da una questione di galanteria.
Con una mente così eminente, il signor Michelet cadde nello stesso errore dei suoi predecessori riguardo alla poesia del Mezzodì e alle Corti d'Amore, i cui misteri egli, più di chiunque altro, era destinato a penetrare: "Letteratura aggraziata, ma leggera, troppo leggera", esclama, "che non ha conosciuto altro ideale che l'amore per la donna. Lo spirito scolastico e legalistico ha invaso le famose Corti d'Amore fin dalla loro nascita. Le formalità legali venivano rigorosamente osservate nella discussione di frivole questioni di galanteria. Per quanto pedanti, le decisioni non erano meno immorali". E il filosofo-storico cita le sentenze che abbiamo appena restituito al loro vero significato.
La prospettiva del signor Michelet non è dunque diversa da quella di Raynouard, né da quella di Fauriel. "Per i trovatori", afferma quest'ultimo, "che ne hanno esposto, esplorato, rielaborato e affinato la metafisica in ogni sua sfaccettatura, l'amore era il principio supremo di ogni virtù, di ogni valore morale, di gioia [Joy] e della joia". Egli spiega come la gioia [Joy], nel suo senso filosofico, sia una sorta di esaltazione dell'amore, capace di generare atti di eroismo e devozione, dai quali scaturisce la joia, che, a seconda delle circostanze, assume i nomi di valore, cortesia, conforto e altri ancora.
Siamo convinti che la gioia [Joy], per il pastore, il cavaliere albigese o il il cavaliere o trovatore, fosse l'impulso prodotto dal fervore della fede e dalla consapevolezza del dovere; che il nome Jauffre, incidentalmente, sia un composto di gioia [Joy] e affre, angoscia. «Poiché l'amore è il principio di ogni virtù (sì, nel senso che tutto ciò che è vero, buono e bello deriva da Dio, che è amore), la prima e più importante questione per un cavaliere era la scelta di una dama... A giudicare dai numerosi esempi attendibili, sembra che un cavaliere preferisse cercare la sua dama tra coloro che si erano guadagnate una maggiore fama di virtù, grazia e affabilità, cosicché di solito vi era più moralità che sensualità nelle motivazioni della sua scelta». Come si può dubitare di ciò quando si conosce la vera natura delle cose? Ma come si può crederci e non esserne profondamente stupiti in un secolo così corrotto, quando il clero stesso dava l'esempio della più grande lassismo?
«In generale, la fama di una dama dipendeva dalla quantità di lodi che riceveva dai trovatori e dalla fama dei trovatori stessi». La dama più celebrata era anche quella più ben servita in amore. Pertanto, più galanti uomini una dama si sforzavano di comprometterla pubblicamente, mostrandole un ardore appassionato, più ella avrebbe guadagnato fama e meritato l'onore di essere amata dagli altri. Una fede così radicata era radicata da tempo!
Lo stesso autore, dopo aver narrato la celebre sentenza di Eleonora d'Aquitania, che dichiarava che una dama che sposa l'uomo che la ama lo perde come amante – una frase spiegata in precedenza – non solleva il minimo dubbio sul fatto stesso. "Fu dunque realmente", afferma, "dai costumi e dalle opinioni prevalenti nell'alta società feudale del Mezzodì che questo punto di vista antimatrimoniale della morale cavalleresca passò nelle opere dei romanzieri". Sì, senza dubbio, queste idee, nel loro senso arcano, passarono dalla società al romanzo, e da lì alla storia. Ma, come abbiamo visto, la società eretica la interpretava in modo ben diverso da quella ortodossa, la cui morale, in realtà, era tutt'altro che esemplare, se dobbiamo credere a San Bernardo, piuttosto che ai Dottori dell'Universo, che si definivano religiosi.
Come abbiamo visto, Raynouard dubitava dell'esistenza dei Tribunali dell'Amore non più di quanto non facesse Fauriel. Intimamente convinto di averla appena "dimostrata al di là di ogni dubbio" con l'aiuto del cappellano André, il degno accademico si chiese: "Qual era l'autorità di questi tribunali?". E rispose coraggiosamente: "L'opinione, quell'autorità formidabile ovunque essa esista... L'opinione di fronte alla quale persino i tiranni sono costretti a indietreggiare". Non sarebbe forse questo un caso da esclamare: "Mio Dio, quanto sono stupide le persone intelligenti!"? E per annunciare il momento in cui l'opinione pubblica, che pure ha la sua tirannia e che, per secoli, è rimasta indietro rispetto agli studiosi ufficiali, si è adattata alla prospettiva di Raynouard sui Corti d’Amore, finalmente si vergognerà di se stessa e si allontanerà dalla critica e dalla verità.
Ecco, debitamente e correttamente a conoscenza delle prove. Questa opinione sovrana non ha di fronte a sé solo il Codice dell'Amore, ma anche le sentenze delle sue Corti e, inoltre, glosse del tutto nuove al testo, nonché valutazioni altrettanto inedite di questa antica giurisprudenza.
Coloro che si proclamano organi di questo sistema rinneghino dunque il loro ruolo di muti. Quanto a noi, convinti della buona fede e della competenza dell'onorevole scrittore che si oppone seriamente all'astralizzazione di Napoleone operata dal signor Péres, secondo le nostre interpretazioni razionali, gli proporremo una prova molto semplice. Se dobbiamo credere al signor Boissard, nulla è più facile che ridurre i fatti più noti e consolidati a semplici simboli; ebbene, prenda un qualsiasi titolo del Codice Civile, ad esempio quello sul matrimonio; apra la raccolta Dalloz e scelga alcune norme, e le sostituisca con una di sua scelta al significato letterale, collegandola razionalmente a qualche simbolo legato alle circostanze, alle persone, alle credenze, ai luoghi e all'epoca. Potrebbe benissimo trovare più difficoltà di quanto immagini; ma se riuscirà in tale impresa, scoprirà che siamo ben disposti a rifiutare un metodo interpretativo che, anziché condurre alla scoperta della verità, non farebbe altro che condurre all'errore.
Fino ad allora, ci permetterà di usarlo per far luce su alcuni eventi in cui l'influenza albigese non è stata sospettata dagli storici. Ce n'è uno in particolare le cui disastrose conseguenze hanno lasciato un'impronta indelebile in Francia: la regina Eleonora, presidente delle Corti d'Amore, avendo svolto un ruolo di primo piano, sembrerà naturale concentrarci su di essa in modo più specifico.
L'influenza dell'albigesianismo sugli eventi politici: le Crociate, Eleonora d'Aquitania.
Gli albigesi e i valdesi, chiamati anche catari, paterini, mendicanti, lollardi, ecc., erano cristiani, è bene ricordarlo, che i ben documentati scandali del clero dell'epoca avevano spinto a separarsi dalla Chiesa cattolica romana. Erano, in generale, persone di austera moralità che aborrivano lo spargimento di sangue. Affermavano di voler riportare la Chiesa alle origini dei Vangeli, ed è per questo scopo che proclamavano il regno dello Spirito Santo. Di conseguenza, predicavano amore e pace; ma la loro propaganda, costretta a nascondersi per sfuggire alle persecuzioni, era avvolta nel mistero e nella segretezza.
Lo scopo della cavalleria intesa amorosa era lo stesso, poiché era una loro creazione, la loro opera, uno dei tanti travestimenti con cui i loro Perfetti celavano la loro natura sacerdotale. «L'obiettivo supremo della cavalleria», afferma Fauriel, «era la pace» (1.524). Questo obiettivo supremo, da parte di un popolo che si supponeva fosse guerriero per natura, avrebbe dovuto destare perplessità. Invece no. La pace era necessariamente anche l'obiettivo dei trovatori, legati da tanti vincoli alla cavalleria, di cui la maggior parte di loro faceva parte. Tuttavia, molti trovatori cantavano di guerra e di battaglie.
Nulla potrebbe essere più facile da spiegare e comprendere. Tra questi missionari della fede d'amore, c'erano i mistici e i politici. I primi pensavano solo a costruire la Santa Gerusalemme sulla terra e credevano fermamente che la predicazione segreta, le loro composizioni in prosa e in versi, apprezzate in tutte le terre e in tutti gli strati sociali, sarebbero state sufficienti per il loro santo compito. I secondi pensavano che in certe circostanze e contro certi sovrani, la spada sarebbe effettivamente venuta in aiuto della parola e avrebbe affrettato l'avvento di questa pace tanto desiderata.
Tra questi, e a capo di essi, c'era Bertrand de Born, il quale, odiando nella Francia settentrionale il più formidabile nemico della Francia meridionale e della sua fede, in quanto costante protettore della Santa Sede, fece tutto il possibile per aizzare un potente nemico in Enrico II d'Inghilterra. Sollecitò incessantemente questo monarca a recuperare le province sottratte alla sua corona e, vedendo vane le sue incitazioni, arrivò persino a incitare i figli alla rivolta contro il padre, sperando che il giovane re, convertito alla fede settaria, avrebbe meglio appoggiato i suoi progetti.
Tra questi vi era Dante, il quale, desiderando la pace, scrisse il trattato Monarchia con l'obiettivo della pace universale e, rispondendo a coloro che lo interrogavano, esortò la sua amata Firenze a scatenare tutta la forza delle armi di Enrico VII, e celebrò nel suo Inferno la nobile ragione di questo stesso Bertrand de Born, che sembrò condannare lì ai tormenti dei dannati.
Riconoscendo, dunque, che sarebbe stato difficile impedire, da un lato, che i re di Francia riconquistassero gradualmente le province cadute in mano inglese; e dall'altro, porre fine alle lotte di ambizione tra le varie potenze, così come alle guerre private tra i signori; che questo stato di continua lotta aveva l'effetto di ritardare la pacificazione generale, ostacolando al contempo il progresso della loro Chiesa; i politici non ritennero che nulla fosse più opportuno che incanalare l'ardore bellicoso dei sovrani e dei baroni feudali. Le Crociate offrirono loro questo sbocco.
Inizialmente contrari a queste avventurose spedizioni, astenendosi il più possibile dal parteciparvi, i trovatori divennero ben presto ferventi promotori, influenzati da politici che speravano di raggiungere la pace in patria attraverso queste battaglie all'estero e, spingendo i feroci guerrieri dell'Occidente verso l'Oriente, di aprire una nuova via per la loro opera di proselitismo.
A tal fine, non ebbero difficoltà a conquistare i mistici, quei cristiani fuorviati ma ferventi, per i quali la liberazione della tomba del Redentore rappresentava un compito nobile e santo. Del resto, non si illudevano forse, come san Francesco d'Assisi, che Dante considerava uno dei loro fratelli, con l'ambizione di convertire i Saraceni alla religione d'amore, figlia d'Oriente?
Ma entrambi i gruppi avevano concepito un piano di portata ben maggiore. L'obiettivo era fare di Gerusalemme, la città santa dove Cristo aveva annunciato la buona novella, la gloriosa e potente rivale di Roma, di ergerla a sede dell'albigesianesimo, di radunare entro le sue mura e attorno ad essa tutti i popoli dell'Oriente, e realizzare così sulla terra la Gerusalemme celeste. I Templari, questi alleati dell'eresia, l'unico ordine religioso le cui lodi, secondo Raynouard, erano cantate dai trovatori, i Templari, questi soldati di Cristo, sarebbero stati la guardia santa, la milizia sacra di questo regno dei Perfetti. Fu per realizzare questo piano che Goffredo di Buglione fu elevato al trono di Gerusalemme, dopo aver portato fuoco e spada a Roma, aver ucciso personalmente l'anti-Cesare Rodolfo, "il re dei preti", e aver cacciato il Papa dalla città santa.
C'è forse qualche dubbio che progetti di tale portata e audacia siano mai esistiti? Ricordiamo i termini con cui alcuni cronisti parlano di questo eroe della terra dei Tessitori. Ognuno si affannava a esaltarne il coraggio, la forza prodigiosa, la pietà, le virtù, così rare a quei tempi. Era veramente un Perfetto, un puro, poiché, non essendosi mai sposato, si dice che sia morto vergine a trentotto anni. Leggete gli Atti dei Santi e vedrete che sua madre, Sant'Ida, mentre era incinta di lui, sognò che "il sole discese nel suo seno". Da ciò, senza dubbio, derivò la conseguenza che avrebbe dato alla luce un figlio di luce; Non che, secondo il biografo contemporaneo, ciò significasse che da lei sarebbero nati dei re. "L'umiltà di Goffredo, la sua gentilezza, la sua sobrietà, la sua giustizia, la sua notevole castità" vengono lodate fino alle stelle [aux nues], come un rimprovero indiretto alla nobiltà cattolica e soprattutto al clero, i cui vizi opposti erano fin troppo comuni; e si ha cura di notare che il pio eroe "risplendeva ancor più come una luce per i monaci, LUX monachorum, che come condottiero militare". Quando ciò fatto, perlomeno strano, si trova consegnato nella storia: che il generale crociato avrebbe portato con sé una colonia di monaci, poi stabilitisi a Gerusalemme sotto il suo patrocinio, si possono ben concepire alcuni sospetti sulla religione a cui appartenevano questi cosiddetti monaci.
Avrebbero forse i trovatori, quegli araldi, quei cantori dell'eresia, mostrato tanta simpatia, tanto entusiasmo per il crociato brabantino Goffredo, quell'uomo del Nord, se non avessero visto in lui un fratello? Considerate se le loro lodi siano mai state fuorvianti, e giudicate dai nomi che esaltano, da quelli che omettono o condannano, cosa possa aver motivato i loro odi e i loro amori. Ebbene, sono prodighi nelle loro lodi al pio, al puro Goffredo. È il loro eroe prediletto: lo celebrano nelle loro poesie, nei loro romanzi, ed è indicato dai Catari, dai puri, come modello di purezza, nelle loro storie segrete del Cavaliere del Cigno, di Dolopathos, ecc.
Rimane forse qualche dubbio? Rivolgiamoci a Dante, che rimprovera amaramente i Papi per la loro negligenza nei confronti della tomba del Salvatore; a Petrarca e Ariosto, che esprimono gli stessi rimpianti; A Tasso, che cantava le lodi dei crociati, ma soprattutto di quelli del fiammingo Goffredo [Godefroy], del normanno Tancredi e dell'italiano Renaud, sulle orme del valoroso cavaliere di Montauban; ai due Federico di Hohenstaufen, che certamente non erano modelli di pietà e che, cedendo alla pressione congiunta dei pontefici e dei loro correligionari, partirono per la guerra in Oriente.
È certo che i trovatori non presero parte alla Prima Crociata e guardarono alla Seconda con notevole disappunto, a giudicare da una composizione di Marcabrus; tanto che il valoroso Raimondo di Saint-Gilles non ricevette nemmeno una parola di elogio. Tuttavia, le cose furono ben diverse dal 1189 al 1193, durante i preparativi per la terza spedizione; Ma la spedizione era guidata anche da Federico Barbarossa e Riccardo Cuor di Leone, eroi prediletti da questi poeti, come li definisce Fauriel, senza che questi due principi del nord si preoccupassero di come avessero potuto ottenere tanta simpatia dai francesi del Mezzodì. La ragione risiedeva nella loro fede condivisa e nell'opposizione al papato, ma soprattutto nella speranza di vedere questi due monarchi realizzare, conquistando la Palestina, il sogno di una Gerusalemme terrena.
Nelle loro composizioni chiamate prezies, predicanzas, i trovatori sembrano, data l'abilità che dimostrano, voler diventare ausiliari dei predicatori cattolici, pur perseguendo un obiettivo ben diverso. A testimonianza della loro indignazione, si legga la preghiera di Pierre Vidal di Tolosa al ritorno improvviso di Filippo Augusto: «Il Papa», esclama, «e i falsi dottori [FAUX DOCTEURS] (il clero ortodosso) hanno ridotto la santa Chiesa (quella dei Catari, l'unica pura e santa ai suoi occhi) in una tale sofferenza che Dio stesso si è adirato… La calamità viene dalla France, la Francia, un tempo terra dei valorosi». (Ai tempi di Renaud, Rolando, Girart de Rossillon, Oliviero, ecc., ecc.) L'entusiasmo dei trovatori rimase ardente come durante la crociata di Federico II, durante la quale lo stesso Fauriel riconosce che erano più preoccupati degli interessi di questo principe, loro protettore, perché condivideva le loro convinzioni, che di quelli del Cattolicesimo.
Ritratto immaginario di Eleonora d’Aquitania del 1858, di Frederick Sandys, (1829-1904)
Non c'è quindi da stupirsi che cavalieri e trovatori affluissero in Terra Santa, dove questi pii missionari d'amore andarono a reclutare ancor meno tra gli infedeli che tra gli stessi crociati. Non fu forse durante la spedizione in cui accompagnò il marito che l'Aquitana Eleonora, figura di spicco delle Corti d'Amore, si convertì alla fede albigese? Non fu forse questa conversione abilmente orchestrata durante il viaggio da uno di questi perfetti trovatori, come lei figlio del Mezzodì e parlante la stessa lingua? Il fatto è che, come afferma H. Martin, "la presenza di molte belle dame e di numerosi trovatori conferì alla spedizione un carattere ben diverso dalla Prima Crociata". Non fu forse la conversione definitiva della regina ad Antiochia, operata dall'influenza di Raimondo di Poitiers, che alcuni hanno raffigurato come suo amante?
Lo zio della regina, Raimondo, aveva cinquant'anni all'epoca, e quindi non poteva essere un seduttore particolarmente pericoloso per la giovane e brillante Eleonora. Di conseguenza, se avesse commesso adulterio, saremmo molto più inclini a credere, con M. H. Martin, che avrebbe concesso il dono della misericordia amorosa a "un bel prigioniero musulmano, del quale il re sarebbe stato ancora più geloso che di Raimondo".
Crediamo facilmente che il Principe di Antiochia, fratello minore dell'ultimo Duca d'Aquitania, Guglielmo X, lodato come un cavaliere Perfetto, avesse abbracciato la fede albigese e che non avesse avuto difficoltà a persuadere sua nipote, una figlia del Mezzodì, cresciuta secondo i raffinati principi della civiltà, a rinunciare alla fede degli uomini del Nord, dalla quale suo marito, cresciuto dai sacerdoti nella pratica della vita devota, avrebbe piuttosto contribuito ad allontanarla. che i colloqui segreti necessari per realizzare questa conversione furono visti con grande disappunto da Luigi il Giovane; Infine, Raimondo d'Antiochia, agendo in tal modo, fu motivato sia da interessi settari sia dal risentimento che nutriva verso il re di Francia per avergli negato, contrariamente persino agli interessi dei cristiani d'Oriente, l'aiuto del suo esercito contro i turchi di Siria e Mesopotamia.
Chi era il principe tra le cui braccia l'influenza albigese aveva gettato l'erede d'Aquitania? Si trattava precisamente di un principe legato all'eresia, un duca di Normandia, erede al trono d'Inghilterra, questo conte d'Angiò, il cui padre vedremo negoziare l'alleanza di Guglielmo di Poitiers con i settari di Tolosa; Enrico II, in breve, contro il quale Bertrand de Born, un tempo suo amico, indignato per la sua debolezza nei confronti della Francia, incitò i suoi figli alla rivolta, e che tuttavia lo perdonò, più per le loro comuni convinzioni, come fece con il fratello nella Massenia, che per ricordo del figlio ribelle.
Se queste supposizioni sono fondate, come tutto lascia intendere, il colpo più disastroso inferto alla monarchia francese sarebbe stato sferrato da un'ideologia albigese. Questa ideologia, ostile a un potere costantemente desideroso di sostenere la Santa Sede, sarebbe riuscita a trasferire le ricche province portate in dote da Eleonora ai suoi nemici naturali, quei principi normanni, sempre in aperto o nascosto conflitto con i papi, e la maggior parte dei quali, stringendo accordi con i propri sudditi in collusione con l'eresia, non aspettavano altro che il momento opportuno per dichiararsi a suo favore. In tal modo, i crociati di Montfort, sostenuti dall'influenza francese, avrebbero semplicemente vendicato sugli albigesi le disastrose conseguenze di questo trionfo della loro politica.
Guglielmo di Poitiers [Guillaume de Poitiers] - La sua politica in musica.
Guglielmo IX, da una miniatura del XIII secolo tratta da un canzoniere provenzale. BnF Ms 12473.
L'influenza dell'albigesianismo è ancora più evidente negli eventi che hanno segnato la carriera politica del conte di Poitiers. Libero pensatore, fu anche un principe ambizioso e un poeta di spicco, un celebre trovatore. Inoltre, come Goffredo di Buglione, Tancredi d'Altavilla, il principe di Antiochia e molti altri signori del Nord e del Mezzodì, fu membro della cavalleria feudale, affiliata alla cavalleria amorosa, che gli studiosi spesso confondono. Nessuno di questi eventi è privo di documentazione storica.
Questo signore supremo, i cui domini si estendevano su tutta la Guascogna e all'incirca sulla metà settentrionale dell'Aquitania, del Poitou, del Limosino, del Berry e dell'Alvernia, Guglielmo IX, conte di Poitiers nacque nel 1071. Sebbene compaia in cima alla lista dei poeti provenzali noti come trovatori [troubadours], ciò non significa che sia stato il primo a trouver a trovare (o scoprire) e comporre versi in lingua romanza, ma piuttosto che è il primo tra coloro le cui opere sono giunte fino a noi. Fu preceduto da uomini più o meno abili nell'arte in cui eccelse, un'arte che, a quel tempo, aveva le sue scuole e i suoi insegnamenti tradizionali in più di una regione, e il cui centro principale era Tolosa.
Nello stesso periodo, i due visconti di Ventadour, Ébles III ed Ébles IV, si distinsero per il loro gusto per la poesia provenzale, come testimonia il nome di Cantor attribuito al primo e la testimonianza di Jouffroy, priore di Vigeois, nel Limosino, il quale, nella sua cronaca latina, scrisse del secondo: "Anche in vecchiaia coltivò con amore i canti poetici della gioia", carmina alacritatis, ovvero la poetica della gaia scienza o conoscenza [gay savoir], ispirata dalla gioia [joy]. Possiamo credere a questo monaco di Saint-Martial, che sembra essere stato molto versato in tutto ciò che riguardava la Gaia scienza, a giudicare dal piacere che traeva dalla cronaca albigese del falso Turpino, di cui aveva fatto arrivare un manoscritto appositamente dalla Spagna.
Per dei grandi signori come questi, coltivare la poesia in una lingua che non era né quella del Poitou né quella del Limosino, e che lì poteva avere solo il valore di un idioma letterario, significa ammettere che era stata importata da signori per i quali era la lingua madre, e che la sua adozione, dopo un certo tempo necessario non solo per impararla a comprendere, ma anche a scriverla con maestria, era determinata da una motivazione più forte della moda o della curiosità. Questa motivazione era, in realtà, ben diversa e, per la stragrande maggioranza, essenzialmente religiosa.
Ma per Guglielmo IX, la fede religiosa, come spesso accadeva in quest'epoca negli strati più elevati della società, era più un mezzo che un fine; l'interesse politico era la sua principale forza motrice.
Ben diverso da suo padre, Guglielmo VIII, uno di quei signori della del Mezzodì della Francia che papa Gregorio VII aveva coltivato come devoti difensori contro la Germania, dove i rozzi costumi si scontravano con i loro raffinati modi, il giovane conte, comprendendo fin troppo bene le ambizioni terrene del pontefice romano, si adoperò per contrastarle. Pertanto, le lettere che Urbano II gli indirizzò in diverse occasioni contenevano solo lamentele e rimproveri per la violenza che egli infliggeva frequentemente sia ai sacerdoti che alle loro chiese.
La sua ambizione era rivolta principalmente alla Contea di Tolosa, sulla quale il suo matrimonio con Filippa [Philippa], figlia di Guglielmo IV e nipote di Raimondo di Saint-Gilles, gli conferiva, ai suoi occhi, diritti legittimi; non trascurò nulla per assicurarne il trionfo, e ogni mezzo gli sembrava giustificato a questo scopo. Infatti, non appena Raimondo di Saint-Gilles giunse in Terra Santa, in accordo con gli abitanti di Tolosa, città invasa da tempo dall'eresia albigese e divenuta sua capitale, nonché l'Atene dei trovatori, si impadronì della città sottraendola a Bertrando, figlio maggiore di Raimondo, e vi si stabilì, rimanendovi fino al 1100.
Se Guglielmo fosse rimasto il pacifico possessore della sua conquista e l'avesse unita ai suoi vasti domini, tutta la Francia meridionale avrebbe presto formato uno stato non meno ricco quanto potente, sotto il governo di questo intraprendente principe. Allora l'eresia albigese, guidata da un leader ben più energico e risoluto di Raimondo VI, avrebbe avuto la possibilità, un secolo prima, di affermarsi come rivale del Cattolicesimo e di rendere impossibile una crociata come quella che Innocenzo III aveva indetto contro di essa.
Fortunatamente per Roma, gli eventi costrinsero Guglielmo a tornare in tutta fretta nel Poitou. Lì, fu presto visto assaltare la chiesa dove il vescovo di Poitiers stava per scomunicare il re di Francia, Filippo I, e costringere lui e i prelati che aveva radunato a fuggire furtivamente dalla città. Poi, come tanti altri principi e baroni, fu costretto a cedere all'impeto generale che spingeva l'Occidente verso l'Oriente.
Partito per la crociata nel 1101 contro la sua volontà, Guglielmo, il sesto a unirsi alla crociata, scampò alla disfatta subita dai cristiani sulle rive del fiume Halys; fu proprio il normanno Tancredi a offrirgli rifugio ad Antiochia, dove trascorse l'inverno. Alla fine del 1102, dopo aver visitato Gerusalemme come semplice pellegrino, fece ritorno a Poitiers.
Ciò non gli impedì di essere scomunicato dal vescovo di Poitiers. Considerando quanto precede e quanto segue, e dato che gli storici non concordano sulle ragioni di questo duro atto, è difficile attribuirgli altro movente se non il suo atteggiamento ostile nei confronti della Chiesa e i suoi sospetti nei confronti degli eretici. Le autorità ecclesiastiche, inoltre, lo consideravano piuttosto moderato, poiché la sua vendetta si limitò a espellere il prelato dalla città, dopo avergli freddamente detto: "Non ti amo abbastanza da mandarti in paradiso". Parole in cui c'è più ironia che fede.
Nello stesso anno, il 1114, Guglielmo, riprendendo il suo progetto prediletto di conquistare Tolosa a qualsiasi costo, rinnovò l'alleanza con la fazione che lo aveva già reso suo signore e che, come presto ci renderemo conto, non era altro che quella il cui motto era: "Che la grande Meretrice perisca affinché trionfi la religione d'amore!". Con l'aiuto di questa fazione, devota ai suoi interessi perché lo considerava uno di loro, si impadronì nuovamente della città dei Capitoli, sottraendola ad Alfonso Giordano, figlio di Bertrand, che a sua volta si era recato oltremare.
È difficile concordare con Fauriel sul fatto che "l'attrazione di un certo uomo colto per la cortesia, la letteratura e la bella lingua degli abitanti abbia spinto Guglielmo ad appropriarsi di Tolosa, che, già allora, era uno dei centri della nuova civiltà". Raramente si diventa conquistatori per un capriccio letterario o per il gusto per la bella lingua. Un pensiero più serio e di ampio respiro, i cui risultati avrebbero potuto essere immensi se avesse raggiunto i suoi obiettivi, fu il movente di questa spedizione. Come abbiamo detto, il suo scopo era innanzitutto espandere il proprio territorio, poi consolidare l'albigesianesimo nel Mezzodì della Francia, farne la sua roccaforte e permettere all'eresia di sfidare l'ira del cattolicesimo da lì.
Tutto sembrava promettergli un successo completo, poiché non restava che assicurarsi l'appoggio dei principi vicini, più o meno favorevoli alla setta. Ma mentre era impegnato nella guerra contro i musulmani in Spagna, per assicurarsi l'alleanza di Alfonso I, re d'Aragona, che stava aiutando a conquistare Saragozza e a vincere la battaglia di Cotenda, a Tolosa si ribellò il partito cattolico, che reinsediò Alfonso Giordano, il quale Guglielmo non poté più spodestare. Invano continuò la sua misteriosa corrispondenza con gli Albigesi che, dopo aver raggirato il giovane Alfonso Giordano, erano giunti a odiarlo come un disertore, come testimonia il verso ambiguo di Dante nella sua Commedia, veramente Giordano è volto indietro. Il conte di Poitiers dovette rinunciare ai suoi ambiziosi sogni.
Giudicandolo come lo dipinge la storia, Guglielmo IX avrebbe dunque celato, sotto una patina di frivola e spesso licenziosa allegria, un libero pensatore e un profondo acume politico. Questo giudizio sembra essere avvalorato dalla poesia che ci è pervenuta. I versi che compose prima di partire per la Crociata dimostrano quanto gli costasse lasciare la sua patria, suo figlio, "la cavalleria e la gioia" (come se non si fosse cavallereschi nel combattere gli infedeli), per unirsi a un entusiasmo che non condivideva.
Quanto a quelli che scrisse al suo ritorno dalla Terra Santa, che non ci sono pervenuti, la sola idea di ridicolizzare i disastri di una spedizione in cui lui stesso aveva sofferto indica in quest'uomo una notevole tendenza a sfidare apertamente credenze, opinioni e istinti dominanti. Ma Guglielmo di Poitiers stesso fornisce la prova dell'indipendenza filosofica della sua mente in scritti piuttosto licenziosi, almeno nella loro forma letterale, di cui Fauriel dice: "Non c'è dubbio che l'autore alluda spudoratamente ad avventure reali della sua vita". Nulla potrebbe essere più vero, in termini di contenuto. Sono davvero avventure reali; nulla potrebbe essere più vero neanche in termini di forma, che potrebbe offendere alcune legittime sensibilità; Vedremo però quanto sia stato errato lasciarsi ingannare dall'interpretazione letterale, immaginando che queste composizioni trattassero di avventure amorose, quando la narrazione sottostante è ben più seria.
Sì, ci fu un periodo della sua vita in cui Guillaume si trovò piuttosto confuso tra due influenze opposte. Tirato in direzioni opposte da esse, senza proferire parola a favore dell'una o dell'altra, riuscì a sfruttare entrambe a proprio vantaggio. È vero, infatti, che dopo essere rimasto ostinatamente in silenzio, nonostante tutte le loro ossessioni, e dopo aver ottenuto da loro ciò che desiderava, non senza aver sopportato prove piuttosto dure, un giorno ruppe il silenzio per implorarli entrambi di lasciarlo in pace.
Vedremo tutte queste circostanze ripetersi nella narrazione, di cui comprenderemo che ne stiamo offrendo solo un'analisi sommaria. Fauriel non sarebbe rimasto così stupito dal tono dell'opera se, meno preoccupato della sua forma esteriore, ne avesse colto il misterioso significato. Ma quanto era lontano dal sospettare che l'autore, conformandosi alla prassi comune dei suoi colleghi trovatori, avesse rappresentato le due chiese rivali, quella romana e quella valdese, nella figura di due donne. Lasciamo che sia il lettore a giudicare.
Una si chiama Ermessen[a], la abbandonata, da due parole provenzali, esser, essere, e erm, deserto, quindi eremo; l'altra si chiama Agnès (Agnese), da agnel, a indicare la sua gentilezza e umiltà. Quest'ultima è la moglie di Garin[o], il medico spirituale, da garir; mentre il marito di Ermessen è Bernard[o], l'asino o l'arciprete, nell'antico romanzo di Renart, di cui ci occuperemo in seguito, e di cui i nostri studiosi non sono stati in grado di decifrare la prima parola.
È Ermessen, essendo la più vivace delle due, a parlare per prima a Guglielmo [Guillaume], quando lo incontra "diretto in Alvernia, via Limoges", senza dubbio per raggiungere Tolosa da lì. Per evitare fraintendimenti, parla in latino; non in patois[2], in dialetto, come alcuni hanno tentato di tradurre, ma nella lingua rituale della Chiesa cattolica romana. È molto semplice: vedendolo dirigersi verso una terra di eretici, lei, con benevolenza, gli dice che è sulla strada sbagliata e che sta andando verso la casa di gente sciocca: "Trop en vai per est camin de folla gent.”.
Guglielmo non riesce a pensare a niente di meglio per l'occasione che fingere il mutismo e rispondere con suoni inarticolati. Questo era il modo per evitare di compromettersi da entrambe le parti. Certe di non essere tradite da un uomo così galante, le due dame lo conducono a casa, dove lo trattano bene; ma per maggiore sicurezza, lo sottopongono alla prova del gatto, i cui artigli non gli strappano altro che suoni confusi. Da quel momento in poi, può comportarsi liberamente con le due dame e godersi appieno la sua doppia avventura. Poi, tornato a casa, manda Monet, il suo paggio, dalle dame che lo hanno trattato così bene, l’invita loro, a suo nome, di uccidere il loro gatto: "Digas lor que per m’amor mio ancizo ‘l cat".
L'intero artificio di questa composizione consiste nel far apparire due chiese, che certamente non fraternizzarono mai, come due amiche intime, che vivono sotto lo stesso tetto, e nel mettere in scena contemporaneamente attori che vi compaiono solo in successione.
Quanto al gatto che sottopone la presunta pazienza del muto a prove così crudeli, e di cui questi desidera che le donne si liberino per amor suo, nella mente dell'astuto trovatore, non è altro che il clero di entrambe le chiese, ovvero: il vescovo di Poitiers e i legati del pontefice, che lo tormentano e lo scomunicano; i predicatori albigesi, che lo ammoniscono e minacciano di ostacolare i suoi progetti per Tolosa; il clero, alternativamente gentile e crudele nei suoi confronti, inizia con dolcezza e affetto, per poi dilaniarlo perfidamente con i loro artigli affilati, senza che egli vacilli nella sua compostezza o nel suo intento. Chissà se non abbia paragonato i canti religiosi di entrambi i chierici a miagolii, e le scomuniche scagliate contro di lui alle maledizioni estorte da un felino in preda all'ira? Non si può scommetterci. Nel Roman de Renart, Tybert, il gatto, è il sacerdote germanico.
Ritroviamo la duplice politica del libero pensatore tra le due chiese nemiche anche in un'altra opera teatrale, dove è espressa con altrettanta chiarezza. Sotto la singolare allegoria di due bei destrieri a lui ugualmente graditi, egli rappresenta due donne tra le quali il suo cuore è diviso, ma ognuna delle quali ha la pretesa di essere amata da una sola. Era dunque così difficile riconoscere in queste donne esigenti le due chiese rivali? Non è forse sorprendente che non siano state individuate sotto la doppia allegoria, soprattutto considerando che l'audace trovatore ha conservato il nome di Agnese per l'umile e pacifica donna valdese, mentre ha chiamato Arsenic la fiera donna romana? Colei che brucia o fa bruciare, dal verbo romanzo ardre o dal latino ardere, quindi arsenico. Sembra che ci fosse in gioco qualcosa di più della semplice indifferenza religiosa; tuttavia, quelli erano i bei vecchi tempi, secondo i reverendi Padri dell'Universo.
Se un lettore attento si trovasse ad aprire il Canzoniere di Dante, riconoscerebbe che le due dame di cui egli si interroga su come un cuore possa rimanere unito in un amore perfetto sono esattamente le stesse del Conte di Poitiers. Comprenderebbe che l'amore perfetto è ben lungi dall'essere condiviso dalle due donne, poiché il sonetto si conclude con questa dichiarazione: "Si può amare l'una per divertimento, per diletto, per ingannare il nemico, e l'altra per compiere grandi imprese, per alto oprare.
L'esitazione del Conte di Poitiers, tuttavia, ebbe fine, e ciò avvenne, con ogni probabilità, quando la fazione albigese fu abbastanza forte da renderlo, per la seconda volta, signore di Tolosa. Allora egli cambia improvvisamente tono. Ascoltatelo esclamare: "Mi prende d’amare una gioia alla quale desidero abbandonarmi completamente". Ecco che proclama la sua conversione, come avrebbe fatto in seguito Federico II, in un canto poetico; ora appartiene alla religione dell'amore, da cui derivano joy e la gioia e felicità, o ispirazione e la Gaia scienza. «E poiché desidero vivere amando», secondo le leggi d'amore, di conseguenza, «devo, se possibile, essere felice;» devo riuscire a riconquistare Tolosa, la città dei Perfetti. «Il mio nuovo pensiero è ora il mio più bel ornamento». Nulla potrebbe essere più vero; la sua nuova religione è certamente la sua migliore raccomandazione ai suoi nuovi fratelli. «Ogni fierezza deve inchinarsi davanti alla mia dama, e ogni potere deve obbedirle, per la sua bella accoglienza, il suo sguardo affascinante e dolce». «Poiché accoglie con un bacio di consolazione e impartisce conoscenza con lo sguardo e il sorriso, che, secondo Dante, sono i suoi insegnamenti e le sue persuasioni, è impossibile che l'orgoglio [orgolth] papale non si umili di fronte a lei e che, abdicando all'autorità temporale e spirituale, a tutto il suo potere, non si affretti a giurarle obbedienza.
«Dalla gioia di una tale donna può guarire un moribondo», sì, certamente, anche un morto, essendo ogni cattolico considerato tale; poiché la Gaia scienza, che era la gioia di una tale dama, gli donava vita nuova nella religione d'amore… «Nessuno può trovare una più bella di lei; «Soprattutto a Roma, per la dama dei settari, la loro fede dottrinale, questo simbolo di libertà, amore e pace, era la più bella tra le belle, la più pura tra le pure, l'epitome di tutte le perfezioni... “L'ho scelta per il mio bene, e certamente nel mio massimo interesse, per rinfrescare il mio cuore, sostituendo l'amore all'odio, 'e per rinnovare il mio corpo, affinché non possa invecchiar mai”. La ricetta sembrerà nuova a molti, ma tali erano i miracoli della acqua della giovinezza e della vita nuova, che abbiamo così vanamente proclamato quattro anni fa.
Fauriel nota tra questa opera e la precedente «un contrasto quanto mai evidente, che si estende a tutto: forma, tono, idee e sentimenti». «Poiché egli è ben lungi dal sospettare la causa che improvvisamente suscita, al posto di un rozzo sensualismo, 'un sentimento entusiasta, delicato, rispettoso che eleva, che divinizza il suo oggetto;» Invece di una dissolutezza licenziosa, tutta la delicatezza della "galanteria cavalleresca, con le sue raffinatezze, le sue formule, le sue convenzioni caratteristiche"; il brillante professore dichiara che "il Conte di Poitiers non esprimeva sentimenti che gli appartenessero, un modo di concepire l'amore che era tutto suo". Non è forse curiosa questa affermazione, e sebbene errata, non testimonia forse a favore della perspicacia del critico?
«Il conte di Poitiers», continua, «non faceva altro che esprimere, parlando in questo modo, sentimenti e idee generalmente in voga al suo tempo, almeno nel Mezzodì, tra le classi più elevate della società». La crociata albigese dimostrò che tali sentimenti e idee erano altrettanto diffusi tra i ceti inferiori. «Per esprimere questi sentimenti e queste idee, esisteva una poesia speciale particolare, quello dei trovatori». Noi non siamo d'accordo. Continuiamo dunque a dimostrare che questa era la vera specializzazione di questa poesia.
Fu senza dubbio prima della sua definitiva conversione all'albigesianesimo, quando era ancora in trattativa con i capi della setta, che cercavano di convincerlo, che Guglielmo compose i versi che stiamo per analizzare, quando era ancora vincolato ad essi solo da un giuramento di inviolabile discrezione. Secondo Fauriel, questi versi sono "pura stravaganza, capace di confondere chiunque tentasse di trovarvi un significato serio". Eppure, noi siamo riusciti, senza la minima difficoltà, a trovarvi un significato perfettamente comprensibile. Lo stesso dotto autore avrebbe fatto lo stesso, se avesse saputo che i settari, e Dante soprattutto, considerando l'Imperatore come tutto e il Papa come niente, si riferivano al primo come messer Tutto e al secondo sotto quello di Niente. Se lo avesse saputo, questa stravaganza gli sarebbe certamente apparsa di un carattere inaspettatamente serio.
Cerchiamo di fare luce su questa oscura composizione: "Scriverò versi sul puro nulla", vale a dire su un argomento di massimo interesse per il capo della Chiesa: "non parleranno né di me né di nessun altro". "Farò attenzione a non compromettere me stesso o coloro con cui sto trattando. Non si parlerà d'amore né di giovinezza". Non parlerò dunque né della fede d'amore, né di quella acqua di giovinezza che dona vita nuova ed eterna giovinezza. «Non so quale sia la mia natura; non sono né gioioso, né iracondo, né selvaggio, né mansueto». Non so a quale credo appartengo; non sono né per quella la cui Gaia scienza parla solo di gioia e amore, né per quella le cui parole trasudano solo odio e ira. Non mi associo a coloro che predicano in luoghi deserti, che sono i cavalieri selvaggi della dama chiamata rosa selvatica o rosa canina, né a quelle pecore, bestie detestabili, secondo Dante, sebbene molto mansuete, i cui greggi sono custoditi dai pastori in mezzo alle città; forse è impossibile esprimere più chiaramente che egli si trova in un delirio tra le due chiese in lotta.
«In ogni caso, fui stregato di notte su un'alta montagna». Fu di notte che, cedendo a forti tentazioni e promesse di devoto aiuto – vera e propria stregoneria – mi recai a un consiglio settario, in altre parole, a una Corte d'Amore, o del colle [puy], parola equivalente a monte. "Non so ancora se sono sveglio o addormentato." Sono ancora scosso da ciò che ho visto e sentito mentre assistevo ai misteri della Massenia. "Il fatto è che non mi sono lasciato ingannare." Nonostante le pressioni, volevo riservarmi del tempo per riflettere su una questione così seria e non ho preso impegni. "Sono malato e, per paura di morire, mi sembra di dover chiamare un medico; ma non so quale." "Ascoltate: sono tormentato dall'angoscia, e un'esitazione prolungata potrebbe significare la fine delle mie speranze a fianco di Tolosa, se dovessi litigare con la setta, o la perdita del mio potere di signore, se dovessi avere una disputa con Roma; sarebbe il caso di chiamare un medico dell'anima, un prete o un pastore; ma qui sta la difficoltà, non avendo fiducia in nessuno dei due."
«Ho un'amica, ma ignoro chi ella sia, non avendola mai vista e non avendo mai ricevuto da lei né cose buone né cattive, senza curarmene.” La chiesa settaria non chiederebbe altro che avermi come fedele e come amico, mentre il fiero romano, il terribile Arsène, mi preoccupa. Ma non conosco questa chiesa amichevole, nonostante tutte le cose buone che i suoi perfetti servitori alla corte del Colle [Puy] mi hanno raccontato, e finora non ho avuto motivo di lamentarmi o lodarla, cosa che non mi importava molto. “Inoltre, non c'è mai stato un francese o un normanno in casa mia.” Finora mi sono tenuto ugualmente lontano dai francesi del Nord, questi devoti cattolici, e dagli anglo-normanni, la cui servilismo verso Roma contribuisce così efficacemente alla diffusione dell'eresia nel loro paese.»
«Non l'ho mai vista, e la amo profondamente…» La amo profondamente, con fiducia, in considerazione degli importanti servizi che questa chiesa sconosciuta può rendermi. «Non so dove abiti, se in monte o in pianura. Questa dama, in verità, è due persone, una albigese, l'altra valdese; una vive in pianura, a Tolosa per esempio, l'altra sui monti; non oso dire il torto che mi ha fatto...» Sarebbe come identificarla troppo chiaramente, poiché il torto consiste proprio nel non essere una cosa sola, guidata da un'unica volontà, sebbene l'albigese e la valdese siano accomunate dall'odio per il cattolicesimo.
«Non so a chi mi riferisco con questi versi, e li consegnerò a chiunque, là, vicino all'Angiò [l’Anjou], se interverrà per un altro, affinché mi dia la chiave di riserva della sua cassetta.» Lo sapeva così bene che disse che si trovava "in un puro nulla.". Quanto a colui che risiedeva vicino all'Angiò, spetterebbe agli storici dirci chi fosse allora il signore anglo-normanno, in rapporti piuttosto diretti con l'Inghilterra, per intercedere presso il re regnante o la fazione settaria. "Perché uno dei due è chiaramente l'altro. Ma se volete sapere cosa ne pensiamo, non sarebbe altri che Goffredo Plantageneto, conte d'Anjou, padre del futuro marito di Eleonora d'Aquitania, quello di cui abbiamo parlato prima. Il conte aveva bisogno di conoscere il rapporto dell'altro con Tolosa, la verità sulla sua alleanza con lei – un'alleanza indubbiamente promossa dai negoziatori albigesi; infine, le intenzioni dell'Inghilterra nel caso in cui lui, Guglielmo, avesse intrapreso la conquista della Linguadoca. È comprensibile che non osasse intraprendere un'avventura così pericolosa senza essere a conoscenza dei segreti dell'altro, e che desiderasse ottenere la chiave di riserva della cassetta o cassaforte in cui erano custoditi.
Tutto, dunque, suggerisce che questo documento, di natura interamente diplomatica, fu composto nel momento in cui l'opposizione settaria era in trattative con il Conte di Poitiers e gli offriva la condizione di dedicarci alla sua difesa, adottandone la fede e le dottrine.
Finora abbiamo osservato che, proseguendo le nostre indagini senza deviazioni, stiamo anche scoprendo i nostri monumenti, le cui iscrizioni geroglifiche stiamo decifrando senza troppa esitazione. Sembra anche che stiamo seguendo il nostro percorso con sicurezza attraverso il tortuoso labirinto del Medioevo, e che quando una porta ci si chiude davanti, per quanto solida e sapientemente costruita possa essere, si apre senza troppa difficoltà con l'aiuto di questa chiave, sempre la stessa, che alcuni hanno ignorato con disprezzo, mentre in altri ha provocato un sorriso ironico o una spiritosa derisione. C'è quindi da sperare che non ci abbandoni presto e che possa renderci ancora più preziosi servigi. Ma dobbiamo concludere con Guglielmo di Poitiers, sebbene ci sia ancora molto da dire, riguardo a lui.
Tralasciando le altre sue composizioni, non possiamo ignorare quella che inizia con queste parole: "Pues vezem de novelh florir". Il tono malinconico che la pervade è troppo insolito per il Conte di Poitiers perché possiamo credere di sbagliarci nell'affermare che risalga a dopo il 1120, ovvero a un'epoca in cui Guglielmo, spodestato per la seconda volta dalla Contea di Tolosa, aveva visto svanire le sue più care speranze. Gli stessi termini in cui è concepita non lasciano dubbi al riguardo.
"De l'amore devo dire solo cose buone, non importa dal minimo vantaggio che ne trarrò." Speravo di ampliare i miei domini e accrescere il mio potere unendomi, nella Massenia, al gruppo dei fedeli d'amore; mi sbagliavo e non ne ho tratto alcun beneficio; ma devo dare merito ai miei fratelli nella religione; ho solo cose buone da dire sulle loro dottrine e sulle loro azioni. Forse non meritavo di più." Forse la colpa è solo mia e della mia mancanza di docilità nel seguire i loro consigli. "Non sono mai stato felice di aver amato e non lo sarò mai..." Perché gli stessi errori, dal punto di vista religioso, e la stessa presuntuosa indocilità, dal punto di vista politico, hanno portato agli stessi risultati. "Ma faccio ciò che mi dice il cuore, e so bene che è invano." Perché il cuore è una cattiva guida in politica, e un'occasione favorevole non ritorna mai più una volta che è sfuggita. "Così mi do l'aria di uno sciocco, volendo ciò che non posso avere." Sempre quella contea di Tolosa che aveva visto sfuggirgli di mano due volte. "Ah!" In effetti, il proverbio dice il vero: "Chi ha una grande volontà ha un grande potere, altrimenti guai a lui." In questo sta il segreto della sua ambizione e della sua iniziazione alla Massenia. Si potrebbe pensare che un grande potere sia così indispensabile in amore? "Chi vuole amare deve servire tutti." La religione d'amore si fonda interamente sulla carità, e la carità consiste nel dedicarsi al servizio dei propri fratelli; mentre nell'amore propriamente detto, si deve servire solo la propria dama. "Bisogna saper compiere opere nobili e astenersi dal parlare in modo vile a corte". Dato che la religione d'amore aveva come fine il vero, il buono e il giusto, l'alto oprare, come dice Dante, e che le deliberazioni delle Corti d'Amore ruotavano attorno ai mezzi per raggiungere questo triplice obiettivo, questi ultimi versi suggerirebbero che Guglielmo di Poitiers si rimproverasse per il linguaggio usato in questi concili della setta, e attribuisse i suoi insuccessi alla scarsa considerazione mostrata per l'opinione di uomini di cui aveva riconosciuto troppo tardi la saggezza e le generose intenzioni.
Con un minimo di riflessione, non sarà mai possibile accettare che dei dolori d’amore così grande potesse essere espresso in termini simili, soprattutto considerando che ogni verso rivela con tanta chiarezza le sofferenze di un uomo ambizioso e deluso.
Prima di concludere per il momento la nostra disamina di Guglielmo d'Aquitania, permetteteci di esprimere qualche dubbio riguardo a una sorta di riserva di cervi che gli storici gli attribuiscono la fondazione a Niort. A rischio di apparire superficiali o eccessivamente azzardati, siamo fortemente propensi a credere che questa istituzione [maison], "fondata", si dice, "sul modello di un monastero, sotto la direzione di una badessa", fosse una di quelle istituzioni che i Catari, secondo il loro storico, il signor Schmidt, si premuravano di creare nei territori in cui si insediavano, per l'educazione delle giovani donne della loro comunità, così come avevano istituzioni simili per i giovani uomini, che fungevano contemporaneamente da ospizio e seminario.
Ora, a nostro avviso, questa fondazione sarebbe stata una delle principali promesse fatte da Guglielmo ai suoi alleati in Linguadoca. Ammettiamo che, per mancanza di ardimento nell'esprimersi più chiaramente, il primo a menzionare il fatto lo abbia riportato nella sua cronaca in questi termini: "Il conte di Poitiers fondò a Niort una casa di gioia [maison de joy]", un'espressione legata alla Gaia scienza e ben diversa da gioia, come spiegato in precedenza; non avrebbero dovuto coloro che vennero dopo di lui tradurla come casa di piacere [maison de joie], soprattutto considerando che l'organizzazione interna della struttura avrebbe potuto generare confusione? Ebbene, storici e cronisti si copiano a vicenda, come sempre accade, senza preoccuparsi di verificare la veridicità dell'affermazione, e questo è un altro errore storico da tramandare alle generazioni future.
Ma temiamo di smarrirci avventurandoci troppo nel regno della storia; non dimentichiamo che non scriviamo più per gli studiosi, e torniamo all'analisi dei nostri antichi racconti; essi ci ricondurranno naturalmente ai Perfetti trovatori, sui quali c'è ancora tanto da dire. Continueremo a prendere Fauriel come guida, riassumendo da lui composizioni antichissime la cui origine è controversa, per il solo fatto che nessuno ha sospettato in esse l'elemento albigese; si valuterà se, pur presente in forma latente, esso riappaia con tutte le caratteristiche riscontrate nelle composizioni precedenti.
Gli Scaldi, i Nibelunghi e Gualtiero [Walther] d'Aquitania.
Raffigurazione dello scaldo vichingo Egill Skallagrímsson[3] nella saga di Egill.
La nostra completa ignoranza delle lingue germaniche ci impedisce di intraprendere un'analisi sistematica dei poemi antichi appartenenti ai rami scandinavo o teutonico. Pertanto, ci limiteremo a evidenziare, nell'opera di Fauriel, gli episodi che a nostro avviso risultano più caratteristici: le combinazioni in cui l'elemento albigese è particolarmente evidente, modificando le tradizioni popolari del Nord e assimilandole, imprimendovi il sigillo cavalleresco.
Nella sua storia della poesia provenzale, Fauriel evidenzia innanzitutto evidenti connessioni tra l'antico poema latino di Gualterio d'Aquitania e gli antichi monumenti della poesia teutonica. «L'azione di questo poema», dice, «è legata da vari fili all'azione del famoso poema dei Nibelunghi; e il legame è così stretto che, nell'attribuire i due poemi, come si è obbligati a fare, a due letterature diverse, si deve necessariamente presupporre un contatto prolungato tra queste due letterature, una sorta di scontro prima del X secolo.
Cosa potrebbe spiegare meglio questo contatto se non le escursioni dei missionari albigesi in Germania e fino al cuore della Scandinavia, per proselitismo? È possibile trovare un'altra spiegazione? C'è forse qualcosa di più naturale, in effetti, che i trovatori, quei cantori d'amore, abbiano educato i minnesinger, quei cantori d'amore tedeschi, in Germania, e gli scaldi in Scandinavia, proprio come educarono i trovatori nella Francia settentrionale? Insegnarono loro a sfruttare e rielaborare, in modo settario e per uno scopo particolare, le tradizioni nazionali del culto di Odino, proprio come fecero in altre regioni con eroi e leggende?»
«È una cosa interessante e curiosa», afferma Fauriel nella sua Storia generale della letteratura, «come le stesse tradizioni popolari, le stesse favole poetiche, vengano modificate e alterate, scomposte e ricomposte, combinandosi con nuovi elementi, passando da un paese e da un popolo a un altro popolo e a un altro paese». Avrebbe dovuto indicare come, a suo avviso, le favole poetiche del Nord, in particolare quelle degli scaldi, potessero essere state trapiantate in Provenza. Al contrario, possiamo perfettamente comprendere come il proselitismo religioso abbia spinto gli apostoli della fede dissidente verso nord, inducendoli, per ottenere ascoltatori attenti, a rivestire le loro narrazioni di colori locali.
Gli esempi abbondano a questo proposito. Così, nella lotta tra Brunilde e Gudruna, è facile riconoscere l'aspra guerra tra le due chiese rivali, quella albigese e quella romana, in lotta per la supremazia; nell'eroe Sigurd, un altro Orlando, la nobiltà feudale convertita alla fede d'amore, che sa trionfare sul potere temporale, uccidendo il serpente Fafnir, avido custode di immensi tesori, e bagnandosi nel suo sangue, un bagno che gli permette di comprendere il linguaggio degli uccelli (del cielo) o dei trovatori. La pozione incantata con cui Sigurd si lascia inebriare, e che gli fa dimenticare Brunilde per Gudruna, riproduce chiaramente l'idea della pozione d'amore, il cui effetto è così potente su Isotta e Tristano; Allo stesso modo, la spada "affilata come il fuoco", che egli pone tra sé e Brunilde nel letto dove dormono, non è diversa dalla spada che re Marco vede luccicare nuda tra Isotta e Tristano mentre dormono, e che lo convince della loro innocenza.
Sì, in effetti, "considerando in termini generali gli elementi e i materiali delle composizioni in cui compaiono queste figure, in Scandinavia e in Germania, si riconoscono facilmente due ordini di tradizioni, strettamente legate e apparentemente fuse insieme. Insieme agli elementi mitologici, vi sono indubbiamente elementi storici". Nulla potrebbe essere più vero, ma questi ultimi elementi non sono affatto quelli indicati dal professore.
"Il poema dei Nibelunghi propiamente detto, le parti correlate del Libro degli Eroi e le cronache islandesi che ruotano attorno allo stesso soggetto, hanno tutti questo in comune: ciascuna di queste opere porta in sé la prova di essere una nuova redazione di materiale fornito da tradizioni precedenti, che la modificazione più o meno audace di un fondamento già antico". Ebbene, noi sosteniamo che questa modifica sia stata opera di una sola mente, la mente albigese; che sia stata realizzata o dai maestri stessi, man mano che venivano iniziati a idiomi così distanti dai propri, o dai discepoli formati nella loro scuola; perché solo da questa prospettiva si poteva comprendere un reale e immediato interesse a rielaborare le antiche narrazioni simboliche al fine di adattarle a un sistema di credenze completamente diverso, pur preservandone il carattere allegorico e nazionale.
L'origine stessa generalmente attribuita ai canti dell'Edda è un'ulteriore prova della loro natura settaria. Ciò che accadde in Francia con i romanzi dei cicli arturiano e carmelitano, e con le leggi dell'amore raccolte dal cappellano André, si ripete esattamente in Scandinavia: un membro del clero ortodosso starebbe preparando armi contro Roma: "Si dice che uno studioso islandese di nome Semund, vissuto dal 1056 al 1121, abbia raccolto e riorganizzato i canti dell'Edda per aiutarlo nei suoi lavori storici". È sempre lo stesso artificio. È più che probabile che questi canti siano stati raccolti e arrangiati da un membro del clero, ma certamente non appartenevano al clero romano, che con ogni probabilità si sarebbe adoperato per distruggerli.
Allo stesso modo, Snorro Sturleson, che dal 1179 al 1241 compilò la nuova Edda in prosa affinché servisse da regola e modello per gli scaldi del suo tempo, fu certamente un discepolo della Gaia Scienza, un fedele d'amore; il suo scopo era allora lo stesso perseguito da Dante quando compose, intorno al 1315, il suo trattato De vulgari eloquio; un pensiero simile guidò Jean Molinier, che scrisse pochi anni dopo i suoi Flors del gay saber o las leys d'amors. Come loro e prima di loro, Snorro intendeva raccogliere materiale per i suoi correligionari, per iniziarli ai sinonimi metaforici o kinningar del linguaggio poetico.
Ma, circostanza davvero notevole, di cui Fauriel, pur sottolineandola, non colse appieno il significato: non è nei canti della Vecchia Edda, come ci si sarebbe potuto aspettare, che Snorro trova le sue citazioni ed esempi di metafore poetiche; No, gli ottanta scaldi da cui trae ispirazione "formano una serie ininterrotta che abbraccia tre secoli interi, dal X al XIII secolo". Perché? Per la semplice ragione che l'eresia si radicò in Scandinavia solo tra il IX e il X secolo, e che la poetica, parte integrante della Nuova Edda, si formò proprio in questo intervallo, secondo le idee e i metodi degli Albigesi, con lo scopo di diffondere le loro dottrine in quelle terre lontane.
Forse dovremmo credere a Fauriel, il quale afferma: "Ciò che Snorro voleva offrire agli scaldi del suo tempo erano esempi dell'artificio, dell'oscurità e del meccanismo puerile in cui la poesia scandinava era allora caduta", poiché gli antichi canti dell'Edda erano solenni e semplici nella forma. Chi dunque aveva corrotto il gusto dei nordici? Chi li aveva indotti a “scambiare per arte miseri artifici di dizione”, del tipo tanto stimato da G. Molinier? Qual è il tema del De vulgari eloquio? Quali autori cita Dante come modelli da seguire? Come possiamo vedere, lo stesso sistema, gli stessi metodi si riproducevano al nord come al sud, perché lo stesso pensiero deve ovunque rivelarsi attraverso gli stessi risultati.
Se passiamo dalla Brunilde delle Saghe a quella dei Nibelunghi, la ritroviamo con lo stesso carattere di orgoglio, crudeltà e forza indomabile. Se l'eroe Sigfrido riesce a trionfare su di lei, è solo grazie all'astuzia; forgiandosi uno scudo di un mantello prodigioso, paragonabile all'anello di Angelica, poiché possiede anche il potere dell'invisibilità, Brunilde, nonostante l'enorme pietra rotonda che scaglia come una bolla, con la stessa facilità di un semplice dardo, e che insegue con un balzo che misura tutta la sua traiettoria, è costretta a riconoscere un vincitore nell'Eroe Perfetto che, sposato con la bella Crisilde, la combatté invisibilmente per conto di un amico di cui lei diventerà moglie. Proprio come nelle Saghe, ne consegue una feroce lotta tra le due dame o le due Chiese rivali, e Brunilde, chiamata prostituta e donna con due mariti da Crisilde, si vendica di colui che l'ha sottoposta a tale insulto facendolo assassinare.
Rimasta vedova dopo la morte del suo amato Sigfrido, Crisilde non respira altro che vendetta, ed è nella speranza di ottenerla che accetta di sposare Attila. In questo poema, il re degli Unni riveste la stessa importanza di Carlo Magno in Francia e di Artù in Inghilterra: rappresenta il potere temporale unificato. Inoltre, la comparsa tardiva di questo personaggio simboleggia la stretta alleanza tra la chiesa dissidente e il capo del Sacro Romano Impero, che l'opposizione settaria ha scelto come terrore, flagello di Roma. Dietricht rappresenta inoltre i settari italiani, costretti a cercare rifugio alla corte imperiale: chei compagni del feroce Hagen, che bevono sangue per placare la loro sete in mezzo al fuoco acceso da Crisilde, simboleggiano la selvaggia barbarie dei paladini dell'ortodossia, che bevono il sangue dei loro fratelli, mentre tutto intorno a loro è avvolto dalle fiamme dell'amore.
C'è forse da meravigliarsi se i tedeschi si sentono in dovere di preservare questo poema, che tengono in così alta considerazione, pur ignorandone il valore storico? Va da sé che non lo è per un profano. Secondo la prassi invariabilmente adottata per tutte le composizioni settarie, i vari rami dei Nibelunghi sarebbero stati raccolti e trascritti in latino per ordine di un vescovo di Passan, in Ungheria, di nome Pélerin, a beneficio del suo parente Rudiger, margravio di Bechlare. Sebbene esistano presunte prove storiche dell'esistenza di figure con questo nome nel X secolo, riteniamo di avere un ragionevole grado di scetticismo. Ricordiamo che l'Ungheria è la terra in cui regnarono questa Flora [Floire] e questa Biancofiore [Blanchefleur], che ebbero come figlia Berta dal gran piede; Floire e Blanchefleur, la cui esistenza, come vi dirà il signor E. Duméril, è anch'essa storicamente attestata. Si potrebbe anche essere tentati di vedere in questo Vescovo Pélerin (Pellegrino), così meticoloso con le antiche leggende, per il piacere di un suo parente, un pellegrino d'amore, e un vescovo della stessa famiglia dell'Arcivescovo Turpino, del Cappellano Map, del Cappellano André e del monaco delle Isole d'Oro; così come nel Conrad che impiegò per quest'opera, uno dei suoi discepoli tedeschi, divenuto maestro della Gaia scienza. Ma dobbiamo lasciare le necessarie ricerche a questo riguardo agli studiosi tedeschi.
In ogni caso, per Fauriel è innegabile che il poema dei Nibelunghi, come la maggior parte dei nostri poemi epici, sia "l'opera successiva di vari autori e rechi l'impronta di diverse epoche". "Ma ciò che, secondo lui, deve essere attribuito all'ignoto Minnesinger, l'ultimo redattore del poema, sono tutte le allusioni ai costumi e alle pratiche cavalleresche che vi si notano, quel tocco di galanteria che a volte egli infonde in certi aspetti del suo soggetto".
Lo stesso vale per il poema di Gualterio d'Aquitania. Esso fornisce una prova inconfutabile dell'esistenza, già a partire dal IX secolo, di una comunicazione, almeno letteraria, tra Gallia e Germania. Infatti, così come nel poema dei Nibelunghi si trovano numerose e suggestive allusioni a questa composizione, essa stessa è legata a questo racconto leggendario per i personaggi che presenta e gli eventi che narra. Finché non si saprà spiegare come si siano potuti sviluppare rapporti così stretti tra Aquitani e Germani, popoli di lingue e caratteri così diversi, al punto da adottare reciprocamente eroi, storie e tradizioni popolari, sosterremo, sulla base delle prove storiche e delle produzioni letterarie di entrambe le regioni, che tali rapporti furono il risultato dell'apostolato religioso e dei legami che esso stabilì tra la Germania e il Mezzodì della Francia, principale centro dell'eresia militante e cavalleresca.
Waltharius, dipinto del 1904 di Karl Jordan, (1863–1946)
Non intendiamo indagare qui se un monaco dell'abbazia di Fleury o di Saint-Benoît-sur-Loire, di nome Gerald, sia stato l'autore o semplicemente l'arrangiatore e traduttore del poema latino di Gualterio, o se, come spesso accade, un predicatore albigese si sia celato sotto questo pseudonimo. Basti però esaminare l'opera per essere certi che essa sia stata interamente ispirata dallo spirito settario e realizzata secondo le tecniche più raffinate della poetica albigese.
Non a caso Gualtiero è considerato figlio dell'Aquitania, terra di eresie, di cui simboleggia l'eroico apostolo. Gualtiero è il Perfetto cavaliere, incaricato di evangelizzare la Germania, di condurla a rinunciare alla religione dell'odio per abbracciare quella dell'amore. Viene chiamato Principe d'Aquitania o di Spagna, poiché l'albigesianesimo dominava queste due regioni confinanti. Viene dato in ostaggio ad Attila, personificazione dell'Impero Teutonico, a indicare la propensione della Francia del Mezzodì a cercare in quella direzione sostegno per la propria fede e un protettore contro Roma. È promesso sposo a Ildegunde, principessa dei Borgognoni, in altre parole, alla chiesa settaria di Borgogna, che solo il romanzo di Girart de Rossillon ci permetterebbe di considerare strettamente legata a quella d'Aquitania; se non avessimo appreso da quello di Fierobraccio che la chiesa di Spagna, sotto il nome di Floripar, aveva accettato come marito e pastore spirituale il Perfetto cavaliere Guido di Borgogna, amico e compagno di Oliviero, il Perfetto cavaliere di Provenza.
Gualtiero conquistò numerose province per la fede e per l'impero, e poi, desideroso di rivedere la sua patria, fuggì dal palazzo di Attila con la casta e pura Ildegunde. Ciò che lo convinse definitivamente a intraprendere questa strada fu il suo rifiuto di diventare marito di una principessa degli Unni; vale a dire, non aveva alcuna intenzione di apostatare rinunciando a Ildegunde, colei che personificava la religione dell'amore.
I due scrigni colmi di perle e gioielli preziosi, portati via dalla bella dama parrocchiana o dama di chiesa [dame-église], rispecchiavano chiaramente i due barili appesi alla sella di Fierobraccio. Il loro contenuto, di inestimabile valore, era ancora l'Antico e il Nuovo Testamento, epurati dalla commissione albigese dell'Indice. Quando Gualtiero dice alla sua fidanzata: "Fai forgiare agli artigiani della regina degli ami da pesca per catturare uccelli e pesci", aggiungendo: "Io stesso sarò l'acchiappa-uccelli e il pescatore", non è difficile riconoscere il pescatore di uomini, il trovatore acchiappa-uccelli che, con la dolcezza dei suoi canti, attrae coloro che desidera conquistare e domare, insegnando loro a cantare d'amore a sua immagine e somiglianza, a diventare Minnesinger.
Come si potrebbe non rimanere colpiti dall'abbigliamento grottesco del temibile cavaliere che si mette in cammino con la sua dama? "Nella mano destra tiene la lancia, nella sinistra lo scudo e una lenza... una lenza da pescatore". Studiare la lettera, dunque, rende forse miopi? Come i Perfetti e tutti i membri di una setta proibita, viaggia di notte e si nasconde di giorno nei boschi, evitando città e campagne fertili, e cercando luoghi selvaggi, montagne e foreste. Lungo il cammino, non trascura "di piazzare varie trappole per uccelli e di usare i suoi ami da pesca". Era il minimo che, nonostante il pericolo, il Perfetto cavaliere non lasciasse morire di fame dama di chiesa Ildegunde, la Borgognona, poiché lei lo aiutava quando necessario, anche solo vegliando su di lui mentre dormiva, come le dame nelle cui labbra i trovatori mettono le ingenue serenate che vedremo più avanti.
Quando Gualtiero d'Aquitania, il cacciatore di uccelli che conosciamo, raggiunse la foresta dei Vosgi, si trovò in grave pericolo, poiché si trovava in terra dei Frank, i cui re, figli primogeniti della Chiesa, non scherzavano con i propri nemici, con i campioni dei propri rivali, che si chiamassero Chrimilde, Ildegunde, Floripar, Brunissens o Nicoletta. Infatti, Gunther, il re frank, scatenò i suoi dodici pari contro il missionario aquitano, che quest'ultimo, naturalmente, rovesciò uno dopo l'altro, non con la sua lenza e l'attrezzatura da cacciatore di uccelli, ma con la lancia affilata della sua dialettica e la spada tagliente delle sue parole. Così, come un buon cristiano, un Perfetto cavaliere, che professa la dottrina secondo cui Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini e che non esiste altro inferno se non questo mondo, abbraccia coloro che ha ucciso e, "inginocchiandosi, con il volto rivolto verso l’Oriente", ringrazia Dio per averlo preservato dagli attacchi dei suoi nemici: "Prego umilmente il Signore", dice, "che desidera la distruzione del male, non dei malvagi, affinché io possa rivedere tutti questi morti in cielo". Non è forse un eroe davvero edificante nell'uccidere uomini?
Solo un avversario sembra degno di Gualtiero: Hagen, suo ex compagno alla corte di Attila, con il quale trascorse i primi anni e che gli è amico. I suoi doveri di vassallo costringono Hagen a scontrarsi con Gualtiero; la lotta è feroce e implacabile. I due avversari si infliggono a vicenda ferite terribili e si riconciliano, coppa (dell'Ultima Cena) in mano, solo dopo essersi mutilati a vicenda. Questi cavalieri ebbero una vita dura; la perdita di qualche arto non impedì loro, pur sanguinanti, di mangiare e bere con gusto.
Gualtiero perse la mano destra e Hagen l'occhio destro. Si potrebbe ben ammettere che queste due mutilazioni siano simboliche. Ma cosa significano? Niente potrebbe essere più semplice. Hagen, che nei Nibelunghi diventa l'assassino di Sigfrido, e che alcune favole germaniche descrivono come figlio di uno spirito maligno, un demone, è la personificazione del segmento più civilizzato della nobiltà feudale della Francia settentrionale, quel segmento che, accogliendo trovatori e cantautori, era il più ricettivo alle idee di riforma. Sarebbe quindi ben incline ad abbracciare l'eresia, ma è trattenuto dal vincolo feudale, che gli impedisce di abbandonare la bandiera del suo signore, l'alleato del Papa. È così costretto a combattere contro l'uomo di cui più vorrebbe rimanere amico, ed entrambi, con riluttanza, si infliggono a vicenda ferite crudeli.
L'aquitano perde la mano destra colpendo il Frank da cui avrebbe potuto ricevere l'aiuto più efficace, e il Fun vicino che, più illuminato di lui, solo avrebbe potuto fornirgli la saggezza di cui è privo. Infine, il re frank Gunther, ritrovato sul campo di battaglia con mezza gamba e un piede strappati, rappresenta l'indebolimento della monarchia francese causato dall'ostilità costantemente dimostrata nei confronti della Chiesa dissidente e dei suoi seguaci. Cercate e troverete spiegazioni simili per tutte le orribili ferite che insanguinano i romanzi cavallereschi.
Come osserva Fauriel, un gallo-romano proveniente esclusivamente dall'Aquitania avrebbe potuto essere l'autore di un poema in cui l'eroe aquitano è esaltato come superiore ai Germani e ancor più ai Franks. Infatti, "in tutta la composizione, Gualtiero è raffigurato come ostile ai Franks, mentre professa per loro il disprezzo di un uomo civilizzato per i barbari". Non contento di definirli genericamente banditi, fa numerosi accenni alla loro avidità, al loro gusto per il saccheggio, e tratta Gunther, il loro re, "non come un temuto avversario, ma come un ladro di cui ci si sbarazza con un po' d'oro". Sembra piuttosto difficile credere che un'ostilità così malcelata non avesse una motivazione religiosa; a nostro avviso, basterebbe da sola a rivelare l'origine albigese del poema, se non trovassimo tanti altri motivi di convinzione.
L'adozione dell'eroe in Germania, dove le sue avventure divennero molto popolari, non lascia dubbi sulla diffusione del protestantesimo albigese in un passato molto remoto, proprio nella terra che avrebbe dato i natali a Lutero, e rivela come, nel XVI secolo, il terreno fosse già maturo per la Riforma. La storia di Gualtiero apparve nelle saghe islandesi, probabilmente intorno al XIII secolo, un'epoca in cui Hackon, re di Norvegia, divenne "famoso per lo zelo con cui patrocinava i traduttori islandesi dei romanzi cavallereschi più in voga in Europa". Come si può dunque mettere in discussione il favore mostrato da questo principe alla fede dissidente? Ancor meno è possibile dubitarne se si considera il modo sprezzante in cui il poeta fiorentino parla del norvegese, suo successore.
Nella cronaca islandese, Gualtiero non è più aquitano, un cambiamento significativo; Egli è il nipote di Hermanrick e il nipote di Sansone di Salerno, un cavaliere di audacia e forza prodigiosa, conquistatore di Grecia e Italia, un eroe "che assomiglia molto", dice Fauriel, "a un rappresentante poetico di uno dei conquistatori normanni della Sicilia". Perché questo eminente professore non ha sempre avuto ragione? Sì, questo formidabile Sansone, tanto astuto quanto valoroso, che diventa re di Puglia, che, dall'Italia sottomesso con le sue armi, spinge le sue conquiste fino alla Grecia, è davvero uno di quegli avventurieri normanni per i quali i poeti dell'eresia non perdono mai l'occasione di mostrare la loro simpatia; questo è Roberto il Guiscardo, il vincitore su Alessio Comneno, intrepidamente collocato da Dante tra i santi del suo Paradiso, con Goffredo di Buglione, Guglielmo dal Corto naso (vedi alla nota 1) o au Cort-nez[4] e il suo Sancho, il grottesco Rainoard[5].
Non possiamo non menzionare che, in questa cronaca, Gualtiero, il vincitore su Hagen, come nel poema, rovescia questo rappresentante della nobiltà frank lanciandogli contro un osso di cinghiale, che aveva appena rosicchiato. Se si ricorda che il cinghiale era il simbolo del druidismo, si potrebbe pensare che si tratti di un'allusione ai romanzi del ciclo arturiano e del Santo Graal, questo Per degli antichi druidi; romanzi in cui le tradizioni celtiche vengono abilmente impiegate per minare la Chiesa francese e trionfare sui suoi campioni feudali.
Infine, la popolarità di Gualtiero, alimentata dallo zelo religioso, si diffuse anche tra le popolazioni slave; tanto che Boguphali, vescovo di Posen, morto nel 1253, registrò le sue avventure "come un fatto di storia nazionale" in una cronaca polacca. Che fosse vescovo o meno, l'autore di questa cronaca, modificando gli elementi che lo ispirarono, volle suggerire che la setta catara avesse messo piede nel territorio di Cracovia e che avesse posseduto, sotto il nome di Gualterio il Forte [Walther le Fort], il castello o la chiesa di Tyneg. La cosiddetta vescova, la signora Ildegunde, che divenne Helgunda, è infatti una figura così simbolica che chiunque le volti le spalle è destinato alla sconfitta. Lo stesso Gualterio perde il vantaggio quando distoglie lo sguardo dalla sua dama di chiesa [dame-église]. Come avrebbe potuto essere altrimenti, quando gli occhi di questo modello di perfezione, che teneva corte mentre insegnava, erano, se ricordiamolo, la sua dimostrazione?
Si potrebbe immaginare che, partito dalle rive del Gard o dell'Adour, Gualtiero d'Aquitania, dopo aver attraversato Germania, Polonia, Norvegia e Islanda, desiderasse ardentemente concludere questo lungo pellegrinaggio nella sua terra natale. Niente affatto. Possiamo smentire coloro che potrebbero essere tentati da questa idea. Fu ai piedi del Monte Cenis, nelle gole alpine abitate dai suoi amati Valdesi, che andò a cercare il meritato riposo dopo le sue gloriose fatiche. Come Guido di Montefeltro, come il vecchio Ezzelino di Romano e una schiera di altre figure altrettanto eterodosse, prese l'abito e scelse, precisamente, di rifugiarsi nel chiostro, nel monastero di Novalesa.
La cronaca in cui è registrato questo evento, ritrovata da Muratori, che la pubblicò, è ovviamente opera di un monaco; questo era il passaporto concordato, a meno che non si voglia ammettere che questo monaco fosse un eretico, cosa che è stata vista. Ora, questo monaco, che conosceva perfettamente il poema di Gualtiero, poiché ne intreccia i versi nell'estratto che riporta in prosa, vi assicurerà che l'eroe aquitano, stanco di imprese o conversioni, ormai occupato solo con il cielo, venne a rinchiudersi, nel cuore della terra valdese, in questo monastero isolato; Là, l'umile missionario della legge d'amore, il pio servo di Maria, per il quale l'umile Beatrice nutriva tanta devozione, cercò impiego come giardiniere, come il più umile di tutti. Così, l'abile pescatore, il raffinato cacciatore di uccelli, abbandonando la lenza, l'esca e le reti, prese la vanga alla fine dei suoi giorni e iniziò, non a piantare cavoli, ma a coltivare quel giardino che Dante presentò ai nostri occhi con colori così splendidi nel suo Paradiso. Là, inoltre, si adoperò per moltiplicare quelle rose tanto care all'eterno giardiniere, come lo chiama il poeta fiorentino, per glorificare ancor più la Rosa delle rose.
Era giusto che il protagonista di diverse poesie che compongono l'Heldenbuch, e in particolare di quella intitolata Il Giardino delle Rose [Jardin des roses], concludesse la sua vita nel ruolo di giardiniere.
E con ciò, raccomandiamo quest'ultima opera, il cui titolo sa un po' di assurdo, all'esame degli studiosi tedeschi. Non che, con l'aiuto delle indicazioni qui fornite in modo molto conciso, essi non riusciranno a scoprire in questo misterioso giardino qualcosa di completamente diverso da quanto vi è stato visto finora, con gli occhi della fede più salda. Non sarebbe sorprendente se un accurato scavo portasse alla luce dati con cui si potrebbe completare la topografia del Catarismo.
Lo stesso suggerimento, rivolto agli eruditi spagnoli riguardo al Romancero, potrebbe ugualmente dare i suoi frutti; ma i discendenti dei Goti sono troppo presi dal presente per occuparsi del passato. Ci sarebbero più motivi per fare affidamento sui signori Viardot e Damas-Hinard, entrambi esperti in questa letteratura, che sarebbero nella posizione migliore di chiunque altro in Francia per affermare se si possano trovare delle somiglianze tra il famoso Ruy Diaz, soprannominato El Cid, il signore, e i Perfetti cavalieri come Orlando, Gualtiero d'Aquitania, Girart de Rossillon, Guglielmo au Cort-nez e molti altri, terrore degli infedeli, i quali, a nostro parere, non erano né Saraceni né adoratori di Allah. Essi potrebbero accertare se il suo magnifico cavallo Babiéça non fosse della stessa razza degli instancabili e intelligenti destrieri dei valorosi cavalieri di Francia e Aquitania; la sua robusta armatura, della stessa fattura; la sua invincibile spada a doppio taglio, dello stesso temperamento. Forse loro, insieme al compilatore della Saga di Wilkina, Biorn, o chiunque altro, potrebbero scorgere qualcosa di vagamente soprannaturale nelle gesta e nelle qualità di questi eroi, che sembrano tutti essere nati dallo stesso stampo, come la dama, oggetto costante del loro affetto; tutti apparentemente vissuti, proprio al momento giusto, in un'epoca in cui cavalli così meravigliosi, spade così pregiate, armature così impenetrabili e donne così perfette erano ancora disponibili. Ma probabilmente non se la caverebbero, come il pio Biorn, dicendo: "Dio avrebbe benissimo potuto dare loro tutto questo e anche di più". Al che non avremmo risposta.
Quanto agli italiani, c'è poco da chiedere loro, per ragioni note a tutti. Basti invitarli a sfruttare il loro tempo libero per studiare più a fondo la loro storia, per immergersi nei loro archivi e nelle loro ricche biblioteche e per prendere appunti accurati sui documenti che vi troveranno. Saranno dunque pronti a esprimere un parere sulle questioni piuttosto nuove che ci riguardano quando, Dio e il Piemonte li aiutino, avranno riconquistato, insieme alla libertà di parola e di stampa, il diritto all'opera di pensiero scritta in stampatello maiuscolo.
Torniamo alla cavalleria, ai trovatori e alle corti dell'amore.
Edmund Blair Leighton (1852-1922) - L'ombra
Sembra che tante finzioni svelate, tanti travestimenti smascherati, tanti enigmi che si spiegano a vicenda, debbano in qualche modo scuotere le convinzioni non difese dalla tripletta [l’æs triplex] del prevenzione. Sembra, infatti, che in mezzo a questa moltitudine di fili intrecciati, legami impercettibili a occhio nudo, che collegano opere di autori e paesi diversi, sia possibile riconoscersi piuttosto bene; che sia persino possibile riunire tutti questi fili, ricongiungerli senza troppa fatica, in modo da soddisfare le persone di buon senso. Quanto agli increduli più incalliti, non è che non sentano germogliare in loro, con indignazione, dei dubbi. Aggrappandosi alla cavalleria, gridano: Eppure esiste, agisce, si muove, eppur si muove! È un fatto storico provato. Mio Dio, è vero, è un fatto storico distorto da storici improvvisati romanzieri.
Lo stesso vale per i cavalieri che raddrizzano i torti e sono perennemente innamorati di una dama adorabile, tanto virtuosa quanto bella, così come per i trovatori raffigurati con tuniche, sciarpe e berretti azzurri, mentre tutte le illustrazioni antiche li ritraggono vestiti come la borghesia dell'epoca, e il più delle volte con abiti scuri.
Nella civiltà del Mezzodì, come in quella del ben meno avanzato Nord, esisteva davvero un solo tipo di cavalleria: puramente feudale e per nulla romantica. La cavalleria di Tristano, Lancillotto del Lago, Amadis e Galaor non è mai esistita se non nei romanzi e nelle assemblee segrete della Massenia Albigesa. È in quest'ultima tradizione che dobbiamo cercare i cavalieri del Cigno, dell'Aquila Bianca e Nera, d'Oriente e d'Occidente, ecc., così come coloro che inseguono l'amore a ogni livello.
Fauriel, che ci offre spiegazioni così argute di ciò che non è riuscito a comprendere, nonostante la sua opera altamente lodevole, si lamenta del fatto che «i monumenti della poesia provenzale e i documenti storici gli permettono solo di intravedere idee e costumi che, formando uno strano sistema, appena intuito, sono, per certi aspetti, molto difficili da spiegare». Come sfuggirà a «questa vaghezza e oscurità» che deplora? Ricorrendo proprio a coloro che, con pura abilità, sono riusciti a ingannare gli storici in modo così efficace. Dal momento in cui il cavaliere, diceva, si era deciso di scegliere la sua dama, c'era stata un progressione obbligata e ben marcata nel suo rapporto con lei... Tradurrò il passo più positivo, e quindi più curioso, che ho trovato su questo argomento nella metafisica amorosa di questi poeti. Ecco quel passo, che anche per lui è un monumento storico:
«Nell'amore ci sono quattro gradi: il primo è quello dell'esitante (feignaire), il secondo quello del pregante (prégaire), il terzo quello dell'ascoltato (entendeire), e il quarto quello dell'amico (druz). Chi desidera amare una dama e la corteggia spesso, ma non osa parlarle d'amore, è un timido esitante; ma se la dama gli fa tanto onore e lo incoraggia tanto che egli osa confidarle il suo dolore, allora è giustamente detto pregante; poi, se nel parlare e nel pregare fa tanto bene che lei lo trattiene e gli dona guanti, cordoni e cintura, viene elevato al rango dell'ascoltato; se infine alla dama piace concedere il suo amore al suo fedele ascoltatore con un bacio, lo rende suo amico.»
C'è forse qualcosa di meno oscuro, dati gli elementi interpretativi già presentati e impiegati, di un linguaggio simile, e non viene forse comunemente tradotto in questi termini:
Il Perfetto che desidera convertire una congregazione cattolica alla religione d'amore degli Albigesi, e spesso si reca a edificarla con le sue pie conversazioni, che, prima di osare confessare la sua vera fede, esita a dichiararsi, e, fingendo ancora ortodossia, tasta cautamente il terreno, quell'uomo è un impostore [feignaire]. Ma se la dama di hiesa si mostra disposta ad ascoltarlo favorevolmente, se, incoraggiato dalla sua mancanza di simpatia per il pastore ortodosso, suo marito, osa rivelarsi per quello che è veramente, per il ministro di una fede proibita; se le racconta le sue pene, le persecuzioni a cui è sottoposto, e la implora di venire in suo aiuto, di abbracciare l'unica fede che conduce al salut (alla salvezza) [au salut]; allora è giustamente chiamato un uomo di preghiera.» Se poi, attraverso la preghiera e la predicazione, riesce a persuadere questa dama di chiesa, una Francesca di Rimini, una Pia di Tolomei, una Louve di Penautier, o qualsiasi altra, a tenerlo vicino a sé, cioè a invitarlo a continuare la sua istruzione, per mezzo di quello scambio di cordoni, guanti e cinture il cui uso si è perpetuato nella Massoneria [Maçonnerie], egli viene elevato al rango di ascoltato; se infine alla dama di chiesa piace abbracciare risolutamente la nuova fede e aumentare il numero dei fedeli d’amore, riceve consolazione nel nome dello Spirito Santo, in un bacio fraterno; quel bacio che fece di una valdese della chiesa di Rimini e dopo il quale non ebbe più bisogno di essere predicata, Più non leggemmo avanti.
C'è, certamente, una spiegazione che non può essere accusata di essere fatta a pezzi, pur essendo supportato da diverse autorevoli fonti, per non parlare di quelle che verranno presentate in seguito. Ma proseguiamo:
“Quando, dopo prove di varia durata, il cavaliere veniva accettato come servitore dalla dama di sua scelta, in ginocchio davanti ad essa, con entrambe le mani nelle sue, le si dedicava completamente e giurava di servirla fedelmente fino alla morte. La dama, da parte sua, dichiarava di accettare i suoi servigi, gli prometteva il suo cuore e, come segno di unione, ordinatamente gli offriva un anello, poi lo sollevava, dandogli un bacio, sempre il primo e spesso l'unico che avrebbe ricevuto da lei.” Oh, santa semplicità! Chi avrebbe mai sospettato che fosse necessario cercarla all'Istituto?
Ma si tenga presente che questo riguarda l'unione del pastore con la sua chiesa, davanti alla quale si inginocchia per ricevere l'anello come segno di investitura; che il bacio che scambia con lei, indubbiamente per la prima volta, ma non l'ultima, è il bacio rituale tra i credenti e i Perfetti; un simbolo di pace e d’amore, che chiamavano consolazione, e che suggellava l'unione per amore tra il pastore albigese e la sua chiesa; un'unione che apparirà così diversa dal matrimonio del sacerdote cattolico con la propria.
Gli inseguitori d'amore avevano necessariamente le loro delusioni, le loro ansie, i loro tormenti, di cui cantavano – nessuno scrittore lo negherebbe – in modo alquanto monotono. Ma cosa ci si può aspettare? Era sempre lo stesso ambito da esplorare. La forma indubbiamente variava; erano canti, serenate, pastourelle, retrouandes, ecc., ma il contenuto era sempre lo stesso, e chiunque non fosse iniziato al vocabolario della setta, a quella che veniva chiamata la lingua limousiniana [langue limosine], o la lingua dell'elemosina, poiché era quella dei Poveri di Lione, trovava in queste composizioni solo un'inestricabile oscurità; Riporteremo numerosi esempi, corredati da commenti esplicativi, se i limiti che non intendiamo superare ce lo consentiranno.
Accanto ai veri tornei, esercitazioni militari di cavalleria feudale, esistevano i fittizi tornei di cavalleria amorosa, di cui solo gli Albigesi tramandarono la loro tradizione nella lingua convenzionale. Questi tornei erano, naturalmente, semplici scontri verbali, dispute teologiche con i pagani della Chiesa romana, con i suoi dottori, adoratori di immagini, cavalieri traditori, sempre innamorati di qualche vecchia orribile o di qualche prostituta. Lo stesso vale per queste sfide lanciate a chiunque volesse ascoltare, un'imitazione della cavalleria feudale, per sostenere una tesi, un'opinione in onore di una dama; un'usanza che Fauriel definisce stravagante, ma alla quale tuttavia dà piena credibilità, come tutti coloro che lo hanno preceduto o seguito, osservando che è "nello spirito della cavalleria". Riflettendo su questa usanza stravagante, cosa si può scorgere in essa con un briciolo di buon senso? Nient'altro che una sfida lanciata dai Perfetti ai dottori del clero romano, affinché discutessero con loro proprio le questioni che dividevano le due fedi. La storia testimonia diverse di queste dispute risolte, in particolare alla Conferenza di Lombez. Si trattava di battaglie combattute, non sempre con armi di cortesia, e si può comprendere lo zelo dei Perfetti trovatori [Parfaits troubadours] nel proclamare la vittoria dei loro campioni.
Miniatura di Sordello da Goito tratta da un manoscritto del XIII secolo
"Nel XIII secolo", ci dice Fauriel, "troviamo un'altra galante usanza, ancora più appassionata e forse altrettanto diffusa di queste entusiastiche sfide in onore delle dame. Esisteva un modo molto particolare di dedicarsi al servizio, o meglio, al culto, di una dama (il dotto professore non avrebbe potuto esprimersi meglio)". Questo avveniva, a quanto pare (nulla è veramente più certo), con una sorta di voto simile ai voti religiosi, testimoniato dal taglio dei capelli o forse da una tonsura circolare posta vicino alla sommità del capo, a imitazione della tonsura clericale. (E tutto ciò non gli aprì gli occhi!) Così, Granet, il cavaliere-trovatore [chevalier-troubadour], consigliò a Sordello[6] di Mantova, allora rifugiato in Provenza, che se voleva evitare ulteriori trasgressioni, avrebbe dovuto rasarsi la testa, come più di cento altri cavalieri che si erano rasati la testa per la bella contessa di Rodi. C'erano certamente molti amanti per una sola donna, per quanto bella potesse essere; ma non si trattava di un clero troppo numeroso per la diocesi di Rodi.
Vogliamo ora sapere da quale classe sociale provenissero i cavalieri dell'amore e i numerosi trovatori, cioè questo clero così devoto, che conduceva vite così esemplari, secondo la testimonianza dei suoi avversari? Lo stesso autore ci dirà: «Questi uomini che abbracciarono l'amore con un tono così elevato non erano né grandi baroni né potenti signori feudali (come potevano i costumi e le pratiche dell'alta nobiltà differire così tanto da quelli della nobiltà inferiore?), erano per lo più poveri cavalieri senza feudi. I frammenti biografici relativi ai trovatori ne sono la prova. Tra i cavalieri più o meno rinomati come poeti, menzionati in questi frammenti, il maggior numero apparteneva ai ranghi inferiori del feudalesimo, e molti sono espressamente citati per la loro grande povertà e la scarsa considerazione che godevano nella società». Ora, è proprio a questa parte più poetica e altruista, più libera ed entusiasta dell'ordine cavalleresco che appartengono i tratti delicati, profondi o toccanti che caratterizzano l'amore nella cavalleria. Vedremo a cosa corrispondono in realtà questi tratti delicati, profondi o toccanti. Non sembra forse che Fauriel abbia ignorato o completamente dimenticato che a quel tempo nel Mezzodì della Francia esisteva una religione i cui fedeli si facevano chiamare i Poveri di Lione [PAUVRES DE LYON] e i cui ministri erano chiamati Uomini Buoni [Boushommes], Buoni Cristiani, Perfetti?
Egli cita, come un caso singolare, quello di Pierre Roger, un canonico di Clermont – una posizione elevata nella società dell'epoca – che abbandonò il suo incarico per diventare giullare, così come fece Hughes Brunet, un ecclesiastico di Rodi, e che una cosa del genere accadeva spesso. Ciò è comprensibile, poiché il giullare [le jongleur], l'assistente del trovatore [troubadour] da non confondere con il buffone [le bouffon], non era altro che il suo diacono nel sacerdozio albigese. "Nulla è più frequente", afferma, "che vedere ecclesiastici, uomini destinati al sacerdozio o già negli ordini sacri, rinunciarvi per diventare trovatori o cantori di trovatori". Ma questo non lo porta a sospettare un cambiamento di religione in tale cambio di posizione.
Analogamente, sottolinea l'altro fatto che i trovatori più famosi morirono quasi tutti in chiostro, indossando l'abito monastico. Ma non considera che lo stesso valesse per Ezzelino de Romano, detto il Monaco, per Guido di Montfeltro, o per lo stesso Gualterio d'Aquitania. Non sospetta che molti conventi, sia maschili che femminili, fossero infestati dall'eresia, specialmente quelli francescani, quei poveri di Dio, così vicini ai Poveri di Lione come a Dante; che tutte queste persone, fuggendo dalle persecuzioni sotto le spoglie di Roma, vi si recassero per trovare riposo vicino ai loro fratelli dalle fatiche di una vita di lavoro e pericoli.
"I cavalieri vivevano in ottimi rapporti con i trovatori", e non poteva essere altrimenti, poiché la loro vocazione tendeva allo stesso scopo. "Spesso la stessa persona univa entrambe le qualità", e così come il trovatore diventava cavaliere, avanzando di grado nella Massenia, il cavaliere diventava trovatore; Ciò significa che il Perfetto, non contento di competere in tornei verbali contro il clero cattolico, si dedicò a Trobar, ovvero alla poesia trobadorica e celebrò la religione d'amore in rima, denigrando al contempo il suo rivale. Infine, i giullari [jongleurs], questi diaconi e suddiaconi della piccola chiesa misteriosa, divennero a loro volta trovatori e cavalieri, secondo un ordine gerarchico, dopo aver superato un periodo di prove cantando accompagnandosi con l'arpa o recitando le composizioni dei dottori del gai saber.
Nulla potrebbe illustrare meglio l'organizzazione segreta della cavalleria amorosa, questa misteriosa società formatasi all'interno della società pubblica operante in pieno giorno, di una composizione di Giraud Riquier, alla quale gli studiosi hanno prestato ben poca attenzione. Ogni classe e professione è descritta con il proprio carattere e scopo, creando una completa illusione e inducendo il lettore a credere che si tratti davvero dei signori, borghesi, mercanti e artigiani che si incontrano quotidianamente per le strade, quando in realtà l'astuto trovatore si interessa solo ai membri della sua chiesa. Tuttavia, questo brano è molto lungo e le annotazioni necessarie per comprenderlo ci porterebbero troppo lontano. Gran parte di esso si trova nella Histoire des troubadours dell'Abbate Millot, vol. III, p. 354, un libro molto accessibile.
SESTO E SETTIMO ESEMPIO. - Il Romanzo di Renardo [Roman de Renart]. - Bianca di Castiglia. [Blanche de Castille.] - Renaud di Montaubano e Orlando. Il Romanzo della Rosa [Roman de la Rose].
"Non scrivete libri lunghi", ci viene consigliato, "se volete essere letti, e prestate più attenzione al vostro stile". Niente di più facile a dirsi che a farsi; ma quando, da un lato, si ha materiale a sufficienza per venti volumi senza esaurirlo, e quando, dall'altro, si è raggiunta un'età in cui i giorni sono contati, la memoria inizia a vacillare, le infermità minacciano, si ha poca voglia di perdere tempo a rifinire le frasi e, dopo aver dedicato vent'anni della propria vita al trionfo di un'idea, spendendo parte del proprio patrimonio, si è ansiosi di raggiungere l'obiettivo. La cosa migliore da fare, quindi, è annotare il più velocemente possibile, senza badare troppo alla forma, ciò che si ritiene più probabile che susciti e stuzzichi la curiosità, sperando che, tra le persone di buon senso, il contenuto trovi il favore degli altri. La concisione richiede ancora più tempo dell'eleganza e della correttezza stilistica, eppure è proprio questa che guida i nostri sforzi; che ci sia perdono se non riusciamo a soddisfare altri requisiti dello scrittore!
Siamo, come è stato detto fin troppo spesso, nemici di tutta la poesia; la uccidiamo materializzandola, offrendo all'occhio uno scheletro scarno, al posto della bellezza che spogliamo brutalmente dei suoi orpelli e dei suoi colori freschi; siamo, inoltre, grandi distruttori di innocenti. Non contenti di aver brandito il nostro coltello sacrilego contro Beatrice e Francesca, ora stiamo immolando, senza il minimo rimorso, le Isotta, le Brunissen, le Ginevra, le Berta, le Blanchefleur e tante altre vittime della furia iconoclasta. Abbiamo udito le grida di orrore strappate a una moltitudine di cuori sensibili dalla nostra barbara spada maniacale, e queste grida disperate ci hanno fatto fermare più di una volta, fare più di una deviazione. Se continuiamo il nostro compito, è per non perdere del tutto il nostro tocco. Come segno di buona volontà, questa volta scenderemo di un gradino nella scala degli esseri, continuando le nostre esecuzioni, non più su figure umane, ma su animali, indagheremo se anche le loro autopsie possano rivelare tracce del veleno i cui resti sono stati trovati nelle autentiche mummie di tante belle dame e Perfetti cavalieri.
Quante interessanti intuizioni potrebbe offrire l'antico poema di Renardo [Renart], se ci fosse un modo per approfondirlo un po'; ma dobbiamo essere brevi e rassegnarci a procedere con un semplice schizzo di un'opera che richiederebbe un esame approfondito. Dovremo quindi accontentarci, per il momento, della rapida occhiata che stiamo per dedicarle. Nella nostra lingua antica, l'animale che oggi chiamiamo volpe era designato con la parola goupil, gorpil o volpil, dal latino vulpis. La parola renard, che è diventata il nome dell'animale oggi, era originariamente solo il suo soprannome teatrale, quello con cui appare nell'epopea comica di cui stiamo parlando. Dubitiamo che qualcuno abbia finora fornito questa etimologia per questo nome, e dobbiamo essere cauti al riguardo, dato quanto poco sappiamo di filologia! Derivato da re, roi, rei e reg, in provenzale, da in o 'n, en e da art, che significa astuzia o artificio; È dunque equivalente a roi nell'arte dell'inganno. Inoltre, l'autore crede: "Questo Renart inganna coloro che sono pieni di fellonia". Perché è "colui che inganna il mondo intero". È lui "che ha ingannato così tanto gli uomini da fargli credere a cento parole, in cui non c'era alcuna verità [nule voire (vraie)]".
A chi, dunque, potevano applicare gli Albigesi una simile qualificazione, se non al clero romano, la cui astuzia, perfidia e i cui istinti invidiosi e avidi i trovatori devastavano costantemente i loro servi? Renardo [Renart] è davvero invidioso; ora, "l'invidia è una tale radice da cui tutti i più grandi traggono origine [prennent orine (origine)]". «Non è da meno la sua avidità, che è un vizio che genera l'avarizia, e l'avarizia non ha nulla da invidiare nel generare tutti i mali della terra, poiché "chi possiede grandi rendite è colui che ne fa un grande danno". Chi, dunque, possedeva grandi rendite nel Medioevo? C'è forse da fraintendere quando vediamo Renardo [Renart] agire successivamente come monaco, canonico, sacerdote; quando, inoltre, impartisce ordini a Primaut, fratello minore di Issengrino, e lo fa diventare monaco; quando si reca in pellegrinaggio a Roma e si confessa ad ogni occasione, senza mai redimersi?
Il maniero di Renardo [Renart] è Malpertugio [Maupertuis], cioè un buco malfamato, equivalente a Margiste in Berta del Gran Piede; Dante ne fece le sue Malebolgie, cosa che Ozanam, come coloro che seguono la sua bandiera, non sospettò mai.
Renardo [Renart] è sposo e padre; il nome di sua moglie è Ermeline, un nome corrispondente a quello degli Ermessen di Guglielmo di Poitiers, e condividendo la stessa radice, ovvero erm, deserto, con l'aggiunta di linh, lignaggio. Ermeline significherebbe quindi una stirpe destinata ad essere abbandonata, e colui che porta questo nome non sarebbe altro che la numerosa stirpe monastica. Questa coppia perfida e astuta ha tre figli: il primogenito, Malebranche, o meglio Malegriffe, che Dante evidentemente indicò come padre del suo Malebranche, e che rappresenta l'Inquisizione; il più giovane, chiamato Percehaie, perché, rappresentando il monaco mendicante, si intrufola nella dimora del povero per spiarne parole e azioni, estorcendogli il sostentamento. Il sordido Percehaie è la controparte del generoso Perceval, il cavaliere celeste del Santo Graal. L'ultimo è Rougeot, che personifica il cardinalato.
Allora cosa sarebbe Issengrin? Cercate l'etimologia di questo nome, associato al lupo, e sarete subito sulla strada giusta. In antico francese, Issir [en vieux roman] significa "uscire" e rimane solo il suo participio, Issu; violenza è engres in provenzale; Issengrin è quindi equivalente a Issu di violenza, e niente potrebbe essere più appropriato per la nobiltà feudale, per quei baroni sempre vestiti di ferro, che vivono di saccheggi, derubando sfacciatamente pellegrini, mercanti e viaggiatori. "Tot cil qui sorent bien rober sont bien à droit", dice Issengrin. Questo è chiaro e preciso; è quindi una figura collettiva. Ma, sia chiaro; In un poema satirico di essenza albigese, solo la nobiltà ortodossa può essere coinvolta e, poiché Issengrin è chiamato "Connestabile", una dignità conferita alla più alta nobiltà francese, forse andrebbe considerato uno dei primi baroni cristiani, un Bouchard de Montmorency.
La moglie dell'alto e potente signore Issengrin si chiama Hersent, da ers o erz, che significa elevato, ripido. Quindi, non è al di sotto che bisogna guardare. Ma quale istituzione può simboleggiare dama Hersent, la lupa? Oh, mio Dio! La più alta di tutte, la Chiesa papale. Non è forse la lupa romana, la lupa di Dante, con la sua insaziabile avidità?
Sotto la penna di Petrarca, Hersent si trasforma; diventa Epy, la ninfa del pastore Mitis (Clemente VI); per altri, è la roccia, la pietra grezza, in opposizione alla pietra cubica.
Hersent possiede necessariamente tutti i vizi. Quando Uberto l'Escofle, il nibbio [le milan[7]], supplicato dall'ipocrita Renart di ascoltare la sua confessione, gli ordina di lasciare dietro di sé nella sua lupa una vecchia prostituta, una carcassa disgustosa, è impossibile riportare le parole esatte che usa. Lasciamo che il lettore giudichi dal poco che trascriviamo. La chiama "una vile sibilante, che non può stare in piedi.... Troppo vile è la sua prostituzione", dice, "giustamente chiamata Hersent la lupa [la love], perché è quella che nasconde tutti i mali". Un consiglio per i saggi. Ma è necessario avvertire coloro la cui attenzione sarà attratta da questo singolare ramo [brance] del romanzo che Hubert l'Escofle è un Presbitero della Lombardia; è un nibbio, e questo basta. Come un uccello cacciatore di anime, è la controparte di un altro uccello cacciatore, uno di quei monaci neri, la cui concorrenza era così formidabile; In breve, il nibbio è l'antagonista del falco nella fiaba di Félon d'Albarua, che abbiamo incontrato attraverso Jauffre, ovvero San Domenico.
Quale personaggio gli autori decisamente non cattolici del romanzo di Renardo la Volpe contrapponevano, per la sua mitezza, all'avido e sanguinario Hersent? La pecora, la moglie di Bélin, la pecora, l'Agnese di Guglielmo di Poitiers. Nel poema, è chiamata Cortoise perché è la dama di compagnia delle Corti d'Amore, da cui derivavano cortesia e prestigio; perché è l'umile e pura Chiesa albigese, di cui possiede la candore. Così, Renardo vuole mangiare il suo confessore quando quest'ultimo, non contento di aver insultato vilmente la sua amata lupa, si prodiga in eloquenza per persuaderlo a preferire "Cortoise, la moglie di Bélin".
Non è forse singolare che il nome Bélin compaia nel celebre romanzo di Garin le Loherainc? È il nome di un castello in Guyenne, presumibilmente situato nella provincia di Blaye, appartenente come feudo a Bègue o Bégon, fratello di Garin. Volete sapere perché? Perché l'amicizia tra questi due fratelli, perennemente in guerra con Fromont e i suoi seguaci (da fora mondo), simboleggia l'unione delle due Chiese, quella valdese e quella albigese. Infatti, Bègue, il cui nome deriva dalla radice beg, che significa mendicante, quindi Bégards, rappresenta i Poveri di Lione; analogamente, Garin (da garir), il medico spirituale, l'apostolo della Lorena, è la figura dell'albigesianesimo e, di conseguenza, fratello di Bégon, signore del Castello di l'Agneau. I teologi possono anche dividere le due fedi, ma la loro stretta unione è comunque attestata ovunque.
Renardo e Issengrin sono complici, il prete e il barone spesso bisognosi l'uno dell'altro; uniscono le forze per compiere il male, ma litigano rapidamente quando si tratta di mettere le mani sul bottino. Inoltre, la colpa ricade quasi sempre sul religioso, Renardo. Non c'è inganno che non escogiti ai danni del suo socio, che viene costantemente raggirato dalla sua astuzia, eppure costretto a fare affidamento sulla sua profonda capacità di raggirare. Renardo non solo lo inganna, lo deruba e lo mette in pericolo di vita trascinandolo in folli avventure, ma abusa anche di sua moglie, Hersent, proprio sotto il suo naso, davanti ai figli, "con i suoi occhi che vedono tutto; poi la tradisce e la deride". Infine, questo indegno gentiluomo, a volte piuttosto volgare, chiama la suddetta dama "sporca puttana vipera [vivre], puttana serpente, e puttana biscia [pute coleuvre]", prendendo in prestito le sue invettive dal vocabolario albigese. Fa di peggio, ed è lo stesso Issengrin a denunciarlo in questi termini: "Dant Renart andò nella tana dei miei Loviaux e urinò sul mio letto, li picchiò e pianse e li picchiò (bastardi), li chiamò e disse di essere il loro padre [Dant Renart alla tencier à mes Loviaux en la tesnière et il pissa sur ma lovière, si les bati et chevela et avoutres (bâtards) les appela et dist que cox estoit leur père.]". Altrove si dice che Renart "va dai Loviaux e defeca su di loro", e che "li schiacciò e li picchiò per bene, come se fosse il LORO PADRONE [« vient as Loviaux si les compisse, » et qu'il les a « laidengiez et bien batus, autre si com s'il fut LOR MESTRE. »]".
E tutta questa satira, così amara, così incisiva, in cui ogni frecciata colpisce nel segno, non ha aperto gli occhi a nessuno. Persino i protestanti stessi sembrano aver dimenticato il ruolo che il clero svolgeva nel Medioevo, l'influenza che la confessione gli conferiva sulle donne, il prestigio che il suo carattere sacro deteneva su mariti, baroni, principi e re, e l'educazione che solo loro erano qualificati a impartire ai bambini. Eppure è proprio a questa educazione che si allude nell'atto spregevole commesso da Renardo contro i cuccioli di lupo di nobile stirpe. Il motivo nascosto dietro questo episodio era chiaramente quello di denunciare il clero romano, accusato di contaminare, attraverso l'immoralità dei suoi esempi e insegnamenti, e con le sue stesse azioni, i corpi e le menti dei suoi seguaci. È un mangiatore di gélinas[8], o Gauloises, di gallici.
Sebbene Dama Hersent, la lupa romana, sia la prediletta di Renardo, egli non esita a sedurre anche altre donne. Così, conquista il favore di una certa Dama Harouge (dai capelli rossi o lepre rossa). Poiché suo marito è Messer Hardi, il leopardo, probabilmente residente al Castello di Windsor, crediamo, a giudicare dai suoi capelli ramati, che ella rappresenti la Chiesa cattolica d'Inghilterra. Ciò non è certo gradito al marito normanno, che si chiamasse Guglielmo, Riccardo Cuor di Leone, Enrico III o Enrico VIII – figure davvero audaci, il cui stemma recava il leopardo.
Renardo, unito a grande orgoglio e ambizione, nutre anche un tenero interesse per Dama Orgueilleuse, la moglie reale di re Nobile [Sire Nobile], il leone, la cui residenza è espressamente indicata come "Château-Gaillard"; e, in effetti, l'astuto individuo riesce a sottomettere la Chiesa gallicana al suo interno. Sire Nobile subì quindi la stessa sorte del messer Hardi e messer Issengrin.
L'impudenza di Renardo arrivò al punto di ostentare la sua triplice conquista, e un bel giorno fu visto imbarcare le tre dame sulla sua nave (non è esplicitamente detto che fosse quella di San Pietro, ma questo è chiaro), e salpò con loro alla volta del suo castello di PASSE-ORGUEIL, indubbiamente costruito sulle rive del Tevere, secondo i progetti di un grande architetto di nome Estult. Dovremmo ora iniziare a riconoscerci tra i personaggi principali di questa Commedia, che non ha mai preteso di essere divina.
Non sarà quindi difficile spogliare i personaggi secondari dei loro costumi di scena. È stato erroneamente suggerito che Bernardo, l'asino, chiamato anche archêprete, rappresentasse il santo abate di Chiaravalle [Clairvaux] nel poema; Lesphiloloues avrebbe dovuto riconoscerlo a prima vista. Come siamo ridotti a insegnare loro che archêprete non significa arciprete; che questa parola deriva da arca, cassa, madia, e che quindi significa la madia del sacerdozio romano? È subito chiaro, quindi, che l'asino simboleggia il contadino, il proletario laborioso e frugale, spesso ricompensato per i suoi servigi con i maltrattamenti del clero che nutriva con il suo sudore e che gli doveva la sua ricchezza; che rappresenta il popolo ortodosso, paragonato all'asino per la sua ignoranza e la sua ostinata fede in monaci avidi e corrotti, per la sua pazienza nel sopportare l'avidità, l'arroganza e il dominio del clero.
Tralasceremo gli altri personaggi secondari, poiché il poema contiene 30.362 versi, senza contare la continuazione, che ne ha ben 8.048. Ma non possiamo tralasciare Froberto il grillo [Frobert, le grillon], che Renardo vuole mangiare, come Hubert il nibbio, per imparare i suoi canti. Un'altra allegoria della massima trasparenza, che nessun occhio è stato in grado di penetrare, nemmeno il dotto professor Rothe. Il grillo, che vive solo nel suo nascondiglio, dove non smette mai di cantare: dobbiamo forse insegnarlo ai nostri eruditi? Froberto, "il cantore ecclesiastico", è un trovatore, un perfetto albigese. Quando il chierico Renardo gli grida: "Dai, chierico, recita il tuo salterio! [Dant clerc, dites votre psautier]", Froberto capisce subito di essere vittima di una trappola; poiché i salmi albigesi, come quelli di Dante, differivano in qualche modo da quelli della Chiesa di Roma. Rimprovera il traditore per le sue cattive intenzioni nei suoi confronti; lo accusa di aver voluto inghiottirlo: "Ero ubriaco", risponde Renardo, "pensavo fosse questo libro; in effetti, ti avrebbe mangiato, e tutte le tue canzoni sarebbero state rubate, e di conseguenza avrebbe avuto prove contro di lui. Vorrebbe fare lo stesso con Chantecler (Cantaclero), il Gallo [le coq, le gaulois.]."
Pensando di essersi scusato a sufficienza per l'imboscata, Renart implorò Frobert di ascoltare la sua confessione. "Non ha nessun sacerdote tra voi", gli disse, "e voi sapete benissimo chi è, perché siete chierici, buoni e saggi". Era come se dichiarasse che, sotto le spoglie del trovatore, riconosceva benissimo il Perfetto; e per spiegarsi ancora meglio, aggiunse: "Potrei cercare ovunque, ma non troverei uno più degno; [ne troveroie plus preudon], più virtuoso di te". Il grillo trovatore si limitò a ridere dell'astuzia del traditore; "Non gli importava di cantare la sua canzone, conosceva bene i trucchi di Renardo". Si rifiuta anche di confessarsi all'astuto impostore, il quale, per vendetta, lo rinchiude nella sua tana e va a cercare altre vittime.
Non c'è dubbio, di certo, su questo povero e oscuro figurante, così come non ce n'è sui personaggi principali, ai quali torniamo per un momento; non abbiamo ancora finito con Dama Orgueilleuse, la leonessa sottomessa da Renardo, le cui relazioni adulterine profanano il letto reale. Abbiamo detto che simboleggia la Chiesa cattolica di Francia, così come Dama Harouge, la leopardessa, simboleggia quella d'Inghilterra. Ma l'autore voleva anche personificare la Chiesa gallicana in una figura storica, e fornisce, per quanto possibile, gli elementi necessari affinché questa figura sia riconoscibile. Re Nobile è innegabilmente l'immagine della regalità francese, poiché ha come connestabile Issengrin, il lupo, e inoltre, come ricordiamo, la sua residenza è il Castello di Gaillard d'Andely, le cui rovine si affacciano ancora sul corso della Senna. Dato che Andely non è molto distante da Poissy, dove nacque San Luigi, dovremmo essere sulla strada giusta.
Bianca di Castiglia in una miniatura della cosiddetta Bibbia di San Luigi
Sì, è proprio a Bianca di Castiglia, madre di San Luigi, e alla sua storia d'amore, reale o presunta, con il cardinale legato papale Romano d'Angelo, che l'autore settario intendeva alludere; è noto, infatti, che il leone compariva sullo stemma di Castiglia e León. Ciò che egli osò esprimere in Francia solo sotto il velo della finzione, in Inghilterra, terra di libertà di parola, Matthieu Paris lo trascrisse per esteso. E noi lo ripetiamo solo con una certa apprensione, sebbene questa calunnia risalga a diversi secoli fa. Chi desidera farsi una propria opinione su questa bellissima regina, amata e celebrata da Tebeto, conte di Champagne, anch'egli trovatore, può fare riferimento al cronista inglese e al volume IV della Storia di Francia di M. H. Martin, opera premiata dall'Accademia.
Orgogliosa come donna castigliana, "amante ardente, violenta", dice questo storico, persino gelosa dell'affetto del figlio per la moglie, la regina, ella sfruttò abilmente l'amore del conte con una strategia politica decisamente femminile. È vero che si era assicurata in anticipo un alleato tanto attivo quanto intelligente nella persona del legato. "Riuscì a conquistare così profondamente questo prelato arguto, abile e irrequieto che da quel momento in poi egli apparve più devoto alla regina che al Papa stesso, e i malintenzionati attribuirono la sua devozione a relazioni intime". Dio non voglia che noi ci annoveriamo tra i malintenzionati!
Ci limitiamo al ruolo di cronisti. Secondo il signor Michelet: "La reggenza e la tutela di re Luigi IX, dopo la morte del padre, sarebbero spettate, secondo la legge feudale, a suo zio Filippo l'Hurepel, conte di Boulogne: il legato papale e il conte di Champagne, che si diceva godessero anche del favore della regina madre, Bianca di Castiglia, gli assicurarono la reggenza". Non instisteremo su questo.
Esistono due figure cavalleresche, i cui nomi sono ben noti, che non si sospetterebbe mai di trovare come controparti di Maestro Renardo e messer Issengrin. Eppure, in realtà, ne sono l'antitesi e il contrasto. In effetti, in questo linguaggio convenzionale tutto è fatto di opposizioni e contrasti, una possibilità che dobbiamo iniziare a riconoscere. Forse nessuno penserebbe di cercare queste due figure chiave nei romanzi del ciclo di Carlo Magno; tuttavia, si possono trovare lì con i nomi di Renaud e di suo cugino Orlando. Infatti, il degno signore dei Monti Bianchi [Mont des Blancs] o puri, Renalt o Reginalt[o] di Montauban, Renaud in francese, il cui nome è molto simile a quello di Renardo [Renaud in francese], simboleggia il sacerdozio albigese, così come Renardo [Renart] simboleggia il clero cattolico. Egli brilla soprattutto per una prudenza e un'abilità che non diminuiscono in alcun modo il suo coraggio. Se usa l'astuzia, lo fa per uno scopo nobile, elevato reg in alt, generoso, a differenza di Renardo la Volpe o del clero romano. È coraggiosamente sostenuto nelle sue imprese dai suoi fratelli, raffigurati a cavallo dello stesso destriero con lui, emblema di unità e comunità che si ritrova anche raddoppiato sul sigillo dei Templari. È inoltre il figlio maggiore del Duca Aymon, o Aimons, per non parlare del grande condottiero Amore; e anche un parente stretto del signor Ayme, che è stato stranamente trasformato nel Duca Nayme, ecc., ecc. Infine, è lui che, nel Romanzo dell'Aspromonte [Aspremont], o degli Appennini, porta alla conversione dell'Italia centrale. Non ne dubiteremmo nemmeno per un istante se avessimo il tempo di analizzare questa epopea.
Orlando, dal canto suo, il forte, l'intrepido, l'invulnerabile, distinto non solo dalla fede e la saggezza, ma anche dalla forza fisica, è il rappresentante di quella nobiltà del Mezzodì il quale si sacrificò eroicamente in difesa dell'eresia. È il nipote di Carlo Magno, essendo tutti i principi fratelli. È conte di Blaye per la stessa ragione per cui Goffredo Rudel, il trovatore, ne era il principe e Bégon il castellano di Belin, regione in cui l'eresia era molto diffusa. È signore di Anglant, o più correttamente d'Inghilterra, chiedete ai filologi, perché l'albigesianesimo godeva di notevole libertà in Inghilterra, grazie ai Normanni che governavano quel paese. Lo stesso vale per la sua contea di Angers o d’Angiò [d’Anjou]. A tanti titoli, aggiunge quello di senatore romano, poiché possedeva numerosi feudi nelle campagne romane, tanto da costringere talvolta il Papa a trasferirsi.
Sarebbe errato sottolineare che in territorio papale non veniva chiamato Colonna.
Ma tronchiamo questa digressione, che in realtà non ci ha allontanato molto dal nostro argomento, se vogliamo davvero riconoscere in Renaud[o] e Rolando, Perfetti cavalieri, i due nemici più temibili del sacerdote Renart e del nobile barone del nord Issengrin. Per quanto breve sia la nostra analisi dell'antico poema di cui questi ultimi sono gli eroi, basterà a coloro che non conoscono questa composizione in cui lo spirito gallico ha trovato libero sfogo. Potremo approfondirla in seguito per coloro la cui curiosità è più esigente e mai saziata da spiegazioni; perché con quale diritto qualcuno potrebbe comprenderla meglio di loro? A questo punto è necessario essere ancora più concisi, passando a un altro poema non meno intrigante, ma dalla forma più elegante e mistica.
"Quindi, secondo lei, anche il Roman de la Rose è una composizione albigese?", si potrebbe chiedere. Sì e no. Che queste due monosillabe siano la nostra risposta a coloro che, chiamandoci sprezzantemente "uomini di sistemi", ci accusano di vedere albigesi ovunque. Potremmo certamente rispondere loro che effettivamente ce n'erano moltissimi ovunque, e molti di più di quanto si creda comunemente. Ma certamente, se la maggioranza era cattolica nel Medioevo, la Crociata serve a dimostrare che la minoranza stava allora facendo progressi sufficienti a diventare un pericolo e a minacciare l'autorità della Chiesa romana. Permetteteci di spiegare la nostra risposta.
La prima parte del Romanzo della Rosa, la più breve, reca tutti i segni distintivi dell'eresia, e Guillaume de Lorris, il suo vero o presunto autore, che lasciò incompiuto il poema, apparteneva certamente alla setta albigese. La seconda parte e il suo autore, Jean de Meung, sono ben diversi. Il giudizio da esprimere sul continuatore e sulla sua opera può essere formulato molto brevemente. Lo scrittore appartiene alla Chiesa cattolica, ma ha poca fede; è uno spirito scettico, materialista e ribelle; L'opera, pesante e prolissa, è una satira cruda e brutale, diretta in particolare contro le donne e il clero, che, bisogna ammetterlo, erano tutt'altro che esemplari a quel tempo. Ma sarebbe vano cercare il simbolismo della poesia albigese e il misticismo della prima parte. Le figure allegoriche che compaiono sono esseri morali privi di qualsiasi carattere religioso. Pertanto, non è necessario soffermarsi su questa seconda parte, e alcune osservazioni sull'opera di Guillaume de Lorris saranno sufficienti per apprezzarne lo spirito e il carattere.
Per indicare fin da subito l'essenza filosofica e mistica del suo poema, l'autore lo paragona al Sogno di Scipione del Macrobio. È a vent'anni, e non a quaranta come Dante, che viene iniziato ai misteri della Massenia, diventando un amante o fedele d'amore. Il momento della sua iniziazione è lo stesso di tutte le storie dei trovatori e dei loro correligionari; Si svolge all'equinozio di primavera, nel mese di maggio, al rinnovamento [renouveau].
Un bel giorno si reca al fiume della scienza, che sgorga abbondantemente e puro da un luogo elevato, e, come Dante all'ingresso del purgatorio, «con l'acqua limpida e splendente il mio volto (i miei occhi) si rinfrescò e si lavò». Giunto in un frutteto, l'Amante, perché questo è il suo nome, lo trova circondato da un muro alto come quello del frutteto di Brunissens, un muro al di fuori del quale si trovano iscrizioni, dipinti e sculture, simili a quelle che si trovano sulle pareti del monte del purgatorio nella Commedia, considerate divine dagli Albigesi che la canonizzarono.
Fuori, dunque, dal frutteto dell'amore, popolato da nuove piante o neofite, vede raffigurati, destinati a esserne per sempre banditi: l'odio, il tradimento, la malvagità, la cupidigia, l'avarizia, l'invidia, la tristezza, la vecchiaia, insieme all'ipocrisia [papelardie[9]] e alla povertà. Vale a dire, tutti i vizi rimproverati al clero romano dai settari che, con il loro linguaggio antitetico, contrapponendo amore, lealtà, nobiltà, cortesia, generosità, gai savoir, e giovinezza, aborrivano una falsa ostentazione di devozione e l'accattonaggio in mezzo all'abbondanza.
L'alto muro che fungeva da recinzione per il frutteto si estendeva a forma quadrata, come il cubo di pietra e nella forma rituale delle logge massoniche. «Alto era il muro e tutto era quadrato». Incantato dal canto degli uccelli, dei trovatori [troubadours et trouvères], naturalmente, desidera essere ammesso nel benedetto recinto: « Allora mi avviai di buon passo, compiendo il giro di tutta la cinta di quelle mura quadrate [Lors m'en alai grant aléure açaignant la compasséure et la cloison du mur quarré.]». «trovai una porticina ben serrata, piccola e stretta: non v’era altro passaggio per cui entrare. E cominciai a bussare a quell’uscio: era l’unico ingresso che avevo scoperto.» e, quando bussò, come si bussa alla porta di una locanda la porta gli fu aperta da una nobile pulzella «molto gentile e bella.».
Questa bellissima persona, che funge da custode, è tuttavia OZIOSA [OYSEUSE]; ma attenzione a non confonderla con l'ozio. Riconoscete in lei la figura della vita contemplativa, che conduce alla scienza d'amore, la Rachele del Purgatorio. Infatti, porta sul capo "un copricapo di freschissime rose." e, proprio come la Rachele di Dante ”Nella sua mano teneva uno specchio" dal quale non si separa mai, dove impara a conoscere se stessa e, oziosa com'è, « reste assise tout le jour, (rimane seduta tutto il giorno)»". Aggiungete che "in una sola cosa felicemente passo il mio tempo, perché a nient’altro io penso che a darmi gioia e sollievo, e curare i miei capelli e le mie trecce.". Perché i Perfetti non potrebbero avere altro interesse o altro scopo se non quello di lavorare per raggiungere perfezioni sempre maggiori.
Dopo aver aperto la porta all'Amante, ella rivela il suo nome, o meglio quello che si dà per celare la sua vera natura: " Oziosa", dice, " mi faccio chiamare da quelli che mi conoscono[10].", vale a dire a tutti coloro che sono stati iniziati ai misteri dell'amore platonico degli Albigesi. Aggiunge: "Quando verrà il tempo di una vite e di un ceppo, allora la mia giornata sarà finita". Il suo compito non è altro che attrarre nuovi devoti al culto dell'amore attraverso le sue perfezioni. " Sono amica assai intima di Diletto, il leggiadro, il soave [Privée (intime) sui moult et acointe (proche parente) de Déduit, le mignot, le cointe.]". Inutile dire che Diletto è la felicità mistica a cui conducono la meditazione e la conoscenza; il gay saber.
Ora, questo splendido giardino è il dominio di Diletto, "È lui, cui appartiene questo giardino, che dalla terra dei Saraceni fece portare qui questi alberi ", vale a dire dall'Oriente. L'informazione è certa e non meno vera, la storia attesta che l'Albigesianesimo proveniva dalla Grecia, passando per la Bulgaria, da un lato, e attraverso la Provenza dall'altro." Questi alberi della scienza o conoscenza, Diletto “li fece piantare in questo verziere”, facendoli prosperare e diffondersi in questo delizioso giardino provenzale; poi i suoi discepoli eressero questo alto muro di finzioni, carico di rappresentazioni simboliche, per escludere per sempre i nemici raffigurati all'esterno: odio, tradimento, avarizia, ipocrisia, ecc.
È in questa piacevole dimora che Diletto e i suoi seguaci vengono spesso “in gioia e in allegria”, sotto l’ombra e ascoltando il dolce canto degli uccelli, cantori ecclesiastici non meno abili del grillo Froberto; ora, si potrebbe supporre che i seguaci di Gioia siano la compagnia più bella del mondo, “cortese e raffinata”. "Come avrebbe potuto essere altrimenti, essendo composto com'era da dame Perfette, Perfetti cavalieri e trovatori, tutti istruiti nella stessa scuola d'amore, e che tenevano essi stessi 'corti d’insegnamento [corts d'enseignement.]."
L'amante non mancò di chiedere a Oziosa il favore di entrare e di essere introdotto in quella nobile "assemblea" o chiesa. Non appena varcò la soglia di quel santuario di gai saber, si sentì "lieto, beato e gioioso. Sappiate", disse, "che ebbi come l’impressione di trovarmi nel paradiso terrestre.” Questa era una conseguenza naturale, poiché la terra ortodossa era un inferno per gli Albigesi. Così, " Il luogo era delizioso al punto da apparire soprannaturale". Gli uccelli, cantori d'amore, cinguettavano lì all'unisono, cercando di superarsi a vicenda; "Il canto che diffondevano era tale da sembrare spirituale".
Tale è l'opera di Guillaume de Lorris, e nessuno, dopo queste brevi spiegazioni, ci chiederà senza dubbio, insieme al signor Boissard, se sia un prodotto del pensiero albigese. Non sorprende quindi che Gerson, Cancelliere dell'Università di Parigi, che, come Thomas A’kenpis, è autore de l'Imitation de Jésus-Christ [L'Imitazione di Cristo] e che rimane altrettanto sconosciuto, senza dubbio per buone ragioni, quanto gli autori dei poemi epici [romans de Geste], abbia "attaccato questo libro definendolo pericoloso". Da ciò possiamo dedurre che l'austero cancelliere avesse colto il significato allegorico dell'opera e riconosciuto l'essenza settaria di questi canti spirituali.
[1] Secondo le ricerche in rete, una zia di Laura è sconosciuta, ma ho trovato su un paio di libri dei curiosi riferimenti.
Uno a pag. 35 su Lis Aupiho: poésies et légendes provençales, di Marius Girad, Avignone 1877
Du vin, nous en avons à dame-jeannes, Châteauneuf, Tavel, Frigoulet.... Nous avons piments et aubergines...... Nous sommes les fils de la reine Jeanne, ardents, loyaux et rieurs.
V
Ecoute-moi, Mathieu Anselme: dans les bosquets de Romanin, Estefanette de Ganthelme, comme une flamme de Saint-Elme, erre la nuit sous les pins.
Viens avec moi, allons la voir, au retour de SainteAnne d'Apt, et elle nous dira si nos aïeux Arnaud Daniel, Pierre Cardinal, mieux que nous autres savaient chanter !
Aux Peyrols, 12 juillet 1862.
E un altro ancora più preciso a pagina 62 del libro Mireio: poemat prowansalski w 12 pieśniach di Frédéric Mistral –Varsavia 1897:
Nota 12) Faneto de Gantèume-Fanette de Gantelme. - Estefanette, w skróceniu Fanette, ze szlachetnéj rodziny de Gantelme-przewodniczyła dworowi miłośnemu" w Romanin około 1340 roku. Wiadomo, iż „miłośne dwory" były to poetyczne zebrania najszlachetniejszych z rodu, najpiękniejszych i najbieglejszych w sztuce „gay saber" dam, które rozstrzygały kwestye galanteryi, sądziły sprawy miłośne i rozdawały nagrody za odznaczające się poezye prowansalskie. W pobliżu SaintRemy, na północnym stoku Alpinów, widać jeszcze zwaliska zamku Romanin.
Nota 12) Faneto de Gantèume-Fanette de Gantelme. - Estefanette, abbreviato in Fanette, della nobile famiglia de Gantelme - presiedeva la "corte dell'amore" a Romanin intorno al 1340. È noto che le "corte d'amore" erano raduni poetici delle dame più nobili della famiglia, le più belle e le più abili nell'arte della "gay saber", che decidevano su questioni di galanteria, giudicavano le vicende amorose e distribuivano premi per la poesia provenzale più meritevole. Nei pressi di Saint-Rémy, sul versante settentrionale delle Alpi, sono ancora visibili le rovine del castello di Romanin.
Testo ripreso in Galica da Mireille / texte provençal-français par Frédéric Mistral 1830-1914). «10. Fanette de Gantelme Estéfanette, et par abréviation Fanette. de la noble famille des Gantelmes, présidait, vers 1340, la Cour d'amour de Romanin. On sait que les Cours d'amour étaient des assises poétiques où les dames les plus nobles, les plus belles, les plus savantes en Gay-saber, jugeaient les questions de galanterie, les litiges d'amour, et décernaient des prix à la poésie provençale. La belle et célèbre Laure était la nièce de Fanette de Gantelme, et faisait partie du gracieux aréopage.»
Cappella di Notre Dame de Romanin (incisa nei monumenti storici dal 1989) è la cappella del castello in rovina di Romanin (via aureliana al Nord-Est). Conosciuta anche come la cappella di Notre Dame de Pierargues è di primitivo stile romanico, abside scomparsa dal XIV secolo e campanile del XVII secolo.
Il castello medievale di Romanin rimane solo rovine. Si trova nel nord-est, sopra la strada aureliana.
Le rovine del château de Romanin a Saint Rémy de Provence, Alpilles
Da https://www.marinellebaladesphotos.fr/saint-r%C3%A9my-de-provence-au-gr%C3%A9-des-ruelles-alpilles-13/saint-r%C3%A9my-de-provence-romanin-avec-son-a%C3%A9rodrome-et-son-vignoble-alpilles-13/
Il castello di Romanin [Romanin - en provençal Roumanin.], risalente all'XI - XV secolo fu l'antico feudo della famiglia omonima e successivamente della famiglia Gantelme. Una leggenda persistente ma [secondo la wiki] falsa lo ha reso il luogo di mitiche corti d'amore. Questa bufala è indubbiamente dovuta a Jean de Nostredame, fratello di Nostradamus, nella sua opera Les vies des plus célèbres et ancien poètes provençaux (Le vite dei più famosi e antichi poeti provenzali). Questo evento ispirò Frédéric Mistral a scrivere una magnifica poesia, Roumanin (Romanin), pubblicata nella raccolta di poesie Lis Isclo d'or, pubblicata nel 1876.
I resti della casa natale di Nostradamus, si trovano in rue Hoche a Saint-Rémy-de-Provence, Sant Romiech in antico provenzale, dal latino Villa Sancti Remigii ), la quale ha anche un muro d’epoca romana detto di Marius (forse il marito della zia di Giulio Cesare), sotto la dinastia carolingia, il territorio apparteneva all'abbazia di Saint-Remi a Reims, da cui il nome Saint-Rémy. Una leggenda narra che re Clodoveo viaggiò attraverso la regione accompagnato da Remi, vescovo di Reims, che lo aveva battezzato. Si dice che il prelato, dopo aver compiuto un miracolo, un notabile locale gli abbia lasciato in eredità queste terre. Un'altra tradizione sostiene che i re di Francia venissero unti con olio proveniente da queste tenute, e quindi da Saint-Rémy.
Attestati ai Romanin, oltre un castello, vi sono, solo alla fine del XII secolo, la chiesa di Notre-Dame de Romanin, all'epoca chiamata Sanctae Mariae de Pedacinis e la Cappella Notre-Dame-de-Romanin, o Notre-Dame-de-Pierargues (o Piargues)
V. https://fr.wikipedia.org/wiki/Saint-R%C3%A9my-de-Provence
[2] Patois, un parlar locale utilizzato da una popolazione generalmente piccola, spesso rurale. Ovvero un dialetto.
[3] Egill Skallagrímsson (Egill, figlio di Grímr il Calvo) fu un eroe e scaldo islandese nato all'inizio del X secolo a Borg, una fattoria nella regione di Myrar (le Paludi), situata in un fiordo che porta il suo nome, nell'Islanda occidentale. È la figura centrale di una delle più grandi saghe familiari dei Neri dell'isola, probabilmente redatta dallo scrittore e statista Snorri Sturluson (1179-1241), che descrive Egill (al capitolo 55 della Saga), uno dei suoi discendenti, nella prima metà del XIII secolo.
[4] Il Guglielmo citato da Dante è Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (Palermo, dicembre 1153 - 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 fino alla sua morte; figlio di Guglielmo I e di Margherita di Navarra. dopo aver aderito alla Lega lombarda (1176) stipulò una tregua con l'imperatore Federico I Barbarossa (1177). Sostenitore dell'avvio della terza crociata (1189-92), morì senza eredi, lasciando il trono alla zia Costanza di Altavilla, moglie del futuro imperatore Enrico VI e madre di Federico II.
«E quel che vedi ne l'arco declivo,
Guglielmo fu, cui quella terra plora
che piagne Carlo e Federigo vivo:
ora conosce come s'innamora
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
del suo fulgore il fa vedere ancora.»
(Dante, Paradiso, canto XX, versi 61-66)
[5] Renouard (o Rainouart): un personaggio rude, è un gigante dalla forza erculea. Fu rapito da dei mercanti in gioventù e poi venduto al re di Francia; in realtà è figlio del re saraceno Desramé e fratello della principessa Orable.
V. https://fr.wikipedia.org/wiki/Guillaume_d%27Orange_(chanson_de_geste)
[6] Sordello da Goito (in occitano Sordel; Goito, primo decennio XIII secolo – Abruzzo, dopo 30 agosto 1269) è stato un poeta, trovatore e giullare italiano adottò la lingua occitana per i suoi testi.
[7] UBERTO [HUBERT] l'ESCOUFLE il nibbio [le milan], il sacerdozio cataro della Lombardia. Un gioco di parole con Milano. In nota: Il termine nibbio deriva dal latino milvinus attraverso l'occitano antico. Il termine francese antico era escoufle, probabilmente dal bretone skouvl. A Parigi esiste una Rue des Écouffes il cui nome deriva da un'insegna raffigurante un milan (un nibbio), che era l'emblema dei banchieri su pegno ("escoufle" era il nome comune dato ai banchieri su pegno).
Milan royal (Milvus milvus).
v. https://fr.wikipedia.org/wiki/Milan_(oiseau)
Un pensiero di Leo Ferraresi: quindi non prestavano ad usura ma con pegno, con la garanzia del pegno che avevano dato. Ergo non erano giudii ma contrari al potere giudeo sul denaro.
L'Escoufle, è inoltre un romanzo di 9102 versi, tratta il tema degli amanti contrastati da un padre, insieme al tema dell'uccello (un escoufle, vale a dire un nibbio) ladro di un oggetto prezioso (un anello, pegno d'amore)...
Il suo autore è Jean Renart, conosciuto anche come Jean Renaut (fine del XII secolo), è stato un troviero [termine con cui sono indicati i poeti in lingua d'oïl corrispondenti ai trovatori della poesia provenzale] o trovatore piccardo, attivo dalla fine del XII alla prima metà del XIII secolo. Autore altresì de Il Roman de la Rose che sedondo Luigi Valla (e altri) fu tradotto in italiano da Dante Alighieri.
Immagini di una riproduzione anastatica del Roman de la Rose di Francesco I del 1527, opera del Maestro di Girard Acarie e altri
[8] Galline. V. branche 26-28 di Renart e Tibert in chiesa nella traduzione di Massimo Bonafin “Ecco allora che gli spuntano davanti / cinque fra galline e capponi, / e Renart si mette a correre” – “Atant li sont devant sailliz /Cinc que jelines, que chaponz. /Et Renart se mist es trotons »
[9] 1) Roman de la Rose: Ipocrisia -- Personificazione dell'Ipocrisia, nome iscritto PAPELARDIE nella rubrica, indossa l'abito da monaca con velo, è inginocchiata con il rosario sulle mani giunte e alzate in preghiera davanti a un altare drappeggiato con un panno su cui è iscritto un crocifisso.
La figura si staglia su uno sfondo a filigrana a spirale all'interno di una cornice blu di una miniatura decorata con viticci fogliari su due lati.
Sopra la miniatura nella colonna di sinistra, etichetta della rubrica PAPELARDIE.
[10] Sto prendendo la traduzione dal francese antico di Massimo Jevolella apparsa per Feltrinelli nel 2016, piuttosto che quella che è ritenuta da alcuni tradotta da Dante, ma l’edizione del Mazzatinti (Il fiore / riveduto sul manoscritto da Giuseppe Mazzantini ; con introduzione di Egidio Gorra Roma : [s.n.], 1888, custodita solo alla Biblioteca Universitaria di Pavia) non è possibile scovarla.
parte 4: https://marcopugacioff2.blogspot.com/2026/04/i-misteri-della-cavalleria-dellarnoux-4.html
Marco Pugacioff
[Disegnatore di fumetti dilettante
e Ricercatore storico dilettante, ma non blogger
(Questo è un sito!)]
Macerata Granne
(da Apollo Granno)
S.P.Q.M.
(Sempre Preti Qua Magneranno)
18/04/’26
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